lunedì 23 febbraio 2009

La luna e Magritte

René Magritte (1898-1967), belga, l’uomo con la bombetta, dal volto occultato ora da una colomba ora da una mela verde, è anche l’autore di due dipinti in cui convoca la luna, protagonista dei seguenti quadri: Le Maître d’école [“Il maestro” (1954, olio su tela, 81 x 60 cm, Ginevra, collezione privata)] e La Robe de soirée [“L’abito da sera” (1954, olio su tela, 80 x 60 cm, Bruxelles, collezione privata)].

La sua è una luna a falce, rivolta ora a ponente ora a levante, bianchissima nella sua esiguità, su uno sfondo privo di stelle, di un blu pervinca. Essa è posta immediatamente sopra il capo di figure umane (l’uomo con la bombetta nel Maître d’école, una giovane donna nella Robe de soirée), che volgono le spalle allo spettatore del quadro. Perché? Qual è il significato di questa luna presente nelle due tele?

Magritte ha sempre pensato che la pittura dovesse essere poesia, e che la poesia chiama il mistero. Ma mistero di che? E perché la luna dovrebbe essere simbolo del mistero secondo Magritte? Intanto, i personaggi, volgendo le spalle a noi che guardiamo il rettangolo dipinto, non si presentano frontalmente, non ci offrono il loro volto e, con esso, la possibile decrittazione dei loro pensieri. D’altronde, spesso la posizione frontale “magrittiana” non apporta nulla allo spettatore, dal momento che il pittore ne copre il volto con oggetti vari (colomba, mela, lenzuolo, luce, etc.)… I motivi sono molteplici; ne do due: a) quel che deve interessare colui che si pone dinanzi al quadro non è la figura umana; b) il soggetto della tela deve rimanere misterioso.

E torniamo alla nozione di mistero collegato alla poesia. Dunque, la poesia – in questo caso, pittorica – è mistero, suo scopo è quello di porre enigmi, di renderli visibili senza per questo proporne una soluzione. Gli enigmi non si risolvono (perché non vanno risolti o non possono essere risolti); però, un linguaggio straordinario – quale è quello dell’arte – è in grado di suggerirne la penetrazione. Insomma, la pittura può – e deve – provocare in noi l’interrogazione essenziale del presentimento del mistero: un tableau doit être fulgurant (“un quadro deve essere folgorante”), scriverà Magritte nel 1958. Nel senso che il suo effetto deve essere di una sorpresa accecante agli occhi stessi del suo autore: piuttosto che cercare instancabilmente di scoprire i segreti (della vita, del suo senso non visibile), va suscitata nello spettatore l’intuizione del suo valore nascosto (qui, sulle orme di Heidegger, che pensava il mistero come qualcosa di inerente all’essenza della verità).

Ecco perché egli ci invita ad osservare il paesaggio che stanno contemplando i suoi personaggi (uomini o donne che siano), anch’essi spettatori, della manifestazione del mistero. E che cosa stanno quindi contemplando i suoi personaggi? La luna luminosa nel cielo, limpido e senza stelle (e per ciò stesso metaforico, non reale) al di sotto del quale si stende un paesaggio appena abitato (si intravedono le silhouettes di alcune case, filari di alberi in lontananza, e ciottoli su un suolo desertico in prossimità) in Le Maître d’école; mentre in La Robe de soirée lo sfondo è occupato da una distesa azzurra, d’un tono più chiaro del cielo, cioè un mare placido e senza onde.

Si sa che i titoli di Magritte sono sempre fuorvianti, e anzi apparentemente lontanissimi dal soggetto proposto. Enigmatico resta nella sua incomprensibilità il titolo del Maestro, mentre quello del secondo quadro ci aiuta a comprendere il motivo per il quale la giovane donna ritratta di spalle è nuda. L’abito da sera è quel cielo e quel mare, la luna stessa con la quale la giovane donna ha presumibilmente un appuntamento. E’ un abito meravigliosamente metaforico il suo, che la rende partecipe della comunione con la natura, l’universo; e, in ultima istanza, con la vita.

Magritte, che è stato uno dei principali rappresentanti del Surrealismo, suggerisce allo spettatore che se esiste una chiave in grado di avvicinarci al senso nascosto del mistero (“la chiave dei sogni” è il titolo di un quadro di Magritte), essa è da ricercarsi nell’immaginazione e in quelle associazioni “inattese” che si palesano nell’arte (e nei sogni), definite poeticamente dal pittore stesso la trahison des images (il tradimento delle immagini) al riguardo del suo Ceci n’est pas une pipe (“Questa non è una pipa”, 1928/29). Non è un caso che i titoli di molti quadri magrittiani siano stati dati a partire dal gioco surrealista: una mano che pesca parole scritte su bigliettini che sono stati messi senza ordine logico in un cappello…

La luna accoglie da sempre un valore notturno metaforico (e quindi non solo astronomicamente parlando), in quanto, nell’associazione libera dei significati, ciò che è notturno è legato a ciò che non si vede, e per gli occhi che non vedono, il buio è l’ignoto, il mistero.

Nella pittura di Magritte, la luna è – una volta tanto – elemento non incongruo, più vicina alla Weltanschauung (pre)romantica che surrealista, con la differenza che all’interrogazione leopardiana (Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, / silenziosa luna?) non fa riscontro nella pittura di Magritte alcun anelito di risposta: la sua luna se ne sta lassù, affissa nel suo cielo di cartapesta: non accoglie domande, bensì lo sguardo, che non vediamo, dei personaggi del quadro e il nostro, di spettatori, che nessuno vede.

Ed è bene che sia così.

[ commissionatomi e scritto il 27/03/2001]

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