giovedì 19 novembre 2009

SOLDATO GIUSEPPE UNGARETTI, ZONA DI GUERRA

... La morte / si sconta / vivendo
(San Michele, vigilia della 6a battaglia 1916)





Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Ti abbraccio, il tuo Ungaretti*



Eleonora Conti (a cura di), Giuseppe Ungaretti. Lettere a Giuseppe Raimondi 1918-1966. [conn dodici lettere di Raimondi a Ungaretti]. Bologna, Pàtron editore, 2004 (V ristampa, 2009), p. 160, 16€.
ISBN 9788855527811


Ungaretti soldato

Nella sua introduzione, Eleonora Conti racconta che Ungaretti e Raimondi iniziarono a scriversi nel 1918, incontrandosi anche, durante una delle licenze ungarettiane dal fronte. Il poeta lucchese che aveva avuto i natali ad Alessandria d'Egitto era all'epoca un trentenne, mentre il giovane intellettuale bolognese ne aveva appena 20, di anni, essendo nato nel 1898.


Il libro raccoglie 81 lettere dell'epistolario Ungaretti-Raimondi, riproducendo perloppiù quelle inviate dal poeta lucchese. La curatrice si chiede giustamente come sia possibile che questo corpus di lettere sia rimasto finora per buona parte inedito. In realtà, le lettere - mi scrive Eleonora Conti, a parziale rettifica di quando da me scritto qui [n.d.r. del 6 gennaio 2010] - "furono in parte esposte e per assaggi pubblicate durante una mostra dei carteggi raimondiani nel 1979 e presentate sommariamente negli atti del convegno di Urbino del 1979, come indico nel libro."

Giuseppe Raimondi
(1898-1985)


Il fatto è che, per molti anni, Ungaretti non ha conservato le lettere che riceveva (almeno fino agli anni '50), ecco perché ci sono solo dodici lettere di Raimondi.

Oltre a ciò, questo libro prevede due appendici: nella prima ci sono tutti gli articoli tratti da L'Italiano (quelli citati nel carteggio), incentrati sulla polemica intorno alla rivista internazionale 900, di Massimo Bontempelli; nella seconda appendice, ci sono i ritagli della rassegna stampa dell'archivio Raimondi riguardanti Ungaretti, tutti del '26.
Qua e là, ad illustrare il libro, delle foto, alcune davvero rare (particolarmente quelle che ritraggono Raimondi).

Se è superfluo soffermarsi sulla biografia di Giuseppe Ungaretti, non sarà forse inutile spendere qualche parola per introdurre Giuseppe Raimondi, l'amico bolognese.
Fondatore nel marzo del 1918 della rivista La Raccolta, stringe amicizia con pittori e poeti, ma soprattutto con Giuseppe Prezzolini e Vincenzo Cardarelli. Sul suo foglio, ci sono contributi anche di Bacchelli, Saffi; importantissimo sarà lo spazio che Raimondi dà alla produzione straniera, francese in primo luogo. E proprio un saggio dedicato a Carlo Carrà sarà l'iniziale motivo di corrispondenza tra lui e Ungaretti. Quel Carrà che il poeta lucchese aveva caro e tanto stimava e nel cui atelier Raimondi aveva visto Ungaretti per la prima volta nel '17.

Il mensile letterario che dava spazio a riproduzioni di opere pittoriche e aveva una rubrica fissa dedicata ai contributi provenienti da altri Paesi cesserà le pubblicazioni appena un anno dopo. Raimondi, allora, si dirige a Roma ove per un po' di tempo sarà segretario de La Ronda.
Scrittore, giornalista, autore di monografie, traduttore e critico d'arte, è il curatore delle Opere complete di Cardarelli per I Meridiani.

Qual è l'importanza di tale carteggio?
Anche se spesso non son altro che brevi passaggi vergati su di una cartolina spedita da una zona di guerra, l'attenzione è sempre portata al dibattito culturale in Italia e in Francia, anzi, direi politico-letterario, ma nel senso che quel che conta - per Ungaretti e Raimondi - è una politica del pensiero letterario.

Sicché Ungaretti, di stanza a Parigi[3], si fa ben presto mediatore, vuol "svecchiare" la cultura italiana, proporre buoni testi ai francesi di Commerce e della Nouvelle Revue Française (NRF). E Raimondi gli farà da sponda a Bologna, a raccogliere gli altrui suggerimenti, talvolta a promuoverne di suoi, dalle pagine della rivista La Raccolta.

La lettura scivola appassionata e veloce lungo cinquant'anni di lettere.

Guillaume Apollinaire

Nel 1918 Ungaretti è in zona di guerra e nelle sue brevi missive non vi fa quasi accenno: parla semmai di Apollinaire, fonte di ispirazione, amico e nume tutelare, degli incontri con lui, prima dell'improvvisa sua morte[1]. Oppure commenta la decisione dell'amico Raimondi di tradurre (e scrivere su) Baudelaire.

Filippo T. Marinetti, Ugo Ojetti, Aldo Palazzeschi

Nel '21, Ungaretti è ancora avverso alla politica. Scrive a Raimondi:

Ma in Italia è vero che non c'è più libertà?
Butta al diavolo la politica
[...]. La politica è
fatta di bassi interessi, quasi sempre, anzi, sempre.

Ma nella seconda sezione delle lettere, troviamo altra situazione. Come scrive Eleonora Conti, "Quando il carteggio riprende (il silenzio è rotto nel 1922 e nel 1924), la situazione è decisamente mutata. Dapprima l'avvento del fascismo, poi l'irrigidimento del regime seguito al delitto Matteotti, nel 1924, hanno spazzato via ogni possibilità di compromesso per gli intellettuali, che sono ora costretti ad assumere una precisa posizione anche politica" (pp. 16-17).

Raimondi collabora al giornale fondato da Leo Longanesi, L'Italiano (e la scelta del nome parla da sé). Ungaretti vive all'estero, ma poi quando rientrerà in Italia si farà fascista (come molti altri suoi colleghi, persino l'odiato Bontempelli). Ho messo in corsivo, perché le loro fedi fasciste mi sembrano molto opportunistiche, molte "chiacchiere" e poca azione.

Quel che più conta per Ungaretti è di far conoscere l'arte contemporanea oltralpe: Papini, Soffici, Carrà, Jaher, Palazzeschi, Cardarelli, Campana... tra gli altri. Ma anche far conoscere i francesi - attraverso la traduzione - in Italia (e in questo Raimondi sarà utilissimo).

Sebbene negli anni a venire affermerà che i suoi maestri sono stati Leopardi e Mallarmé, nelle missive del '18 che invia al giovane Raimondi parla piuttosto di Apollinaire, di cui è chiaramente entusiasta. Quando poi Apollinaire muore, viene sostituito da Paul Valéry come faro poetico.

Ma torniamo alla funzione del poeta italiano nelle riviste culturali francesi.
Commerce volle Ungaretti (vi collaboravano anche Saint-John Perse, Paul Valéry e Valéry Larbaud) che si fece mediatore della letteratura italiana in Francia. Sicché in qualità di passeur Ungaretti si fece in primo luogo selezionatore.

Ardengo Soffici

Ardengo Soffici Palazzeschi e Papini sono i responsabili della prima pubblicazione delle sue poesie su Lacerba, di cui Soffici era il fondatore. Ungaretit prova affetto soprattutto nei confronti dei primi due e stima sincera nei confronti del terzo.


Vincenzo Cardarelli, Massimo Bontempelli, Alberto Savinio

Nelle lettere del '26, si delineano con piglio virulento i dissapori di Ungaretti: una certa amarezza contraddistingue la sua rottura unilaterale con Cardarelli, indicato come un uomo falso (Non mi fido non mi fido non mi fido, scriverà persino dopo essersi con lui riappacificato.) Invece lo sberleffo e il fastidio sono riservati a Massimo Bontempelli e alla di lui rivista, (900), attacchi dalle pagine di un giornale che culmineranno in un duello.

Jean Paulhan

La sua amicizia con Jean Paulhan [direttore di Commerce e dei Cahiers de la Pléiade, capo spirituale della Resistenza francese] sarà propizia per attaccare Bontempelli e sbarrargli la strada Oltralpe.

Valéry Larbaud

Grande è la cultura del poliglotta Valéry Larbaud, italianisant e non solo, traduttore e non solo, autore di quell'opera mirabile che va sotto il nome di Sous l'invocation de Saint Jérôme, tradusse non solo Ungaretti ma anche Svevo.

Io sono una bontempelliana, ma Ungaretti era un vero Poeta. Lo ricordo quasi ridicolo introdurre l'Odissea televisiva con una voce come d'oltretomba, ma quando parla di poesia, SA DI CHE COSA PARLA.

Pasolini e Ungaretti

Ho fatto il poeta nei ritagli di tempo - Ungaretti parla della sua vita e di Parigi (I parte) [1961]



Ungaretti parla di Apollinaire (II parte)




_____________

*Cartolina postale autografa in franchigia, 19° fanteria, zona di guerra
[1] Ferito alla tempia dallo scoppio di un obice, nel 1916, dopo una lunga convalescenza Apollinaire muore a causa dell'influenza spagnola, nel novembre del 1918.
[2] Ungaretti si era iscritto alla Sorbona, seguì i corsi di Bergson per due anni (1912-1914) ma non si laureò mai. Tornerà a Parigi nel 1918, restandovi fino al '21 (e sposando la francese Jeanne Dupoix). Poi tornerà a vivere in Italia. Riposa nel cimitero del Verano, a Roma.
[6 gennaio 2010] Correggo altresì una mia imprecisione al riguardo degli studi incompiuti del poeta con l'osservazione seguente di Eleonora Conti :"in realtà si laureò nel 1914, in Sorbonne, con un mémoire su Maurice de Guérin che Gemma-Antonia Dadour rese pubblica alla fine degli anni 80 [...]e su cui io stessa ho scritto in un saggio uscito su "Filologia e Critica" del 1993 [...]".

venerdì 30 ottobre 2009

Le figure di stile più ricorrenti

Jacqueline Spaccini ©2009

-->N.B. Premesso che c'è differenza tra figure di stile e figure retoriche, qui per comodità utilizzeremo un unico termine, figure di stile. Ce ne scusiamo con i puristi.

Alcune figure di stile

di
Jacqueline Spaccini


destinato ai miei studenti di:
L1 - IT3A Méthodologie documentaire universitaire
LV2 - non spécialistes - IT8 Littérature italienne contemporaine


VIDEO da IL POSTINO [Massimo Troisi e Philippe Noiret], soprattutto a partire da 2'55" [se non si apre, clicca qui ]

Ho iniziato con una figura di stile semplice. Forse la più usata da tutti noi, tutti i giorni, senza nemmeno accorgercene.

Nell'estratto del film, Philippe Noiret (che interpreta il ruolo del poeta cileno Pablo Neruda) dice a Massimo Troisi (il postino) che quando usa l'espressione "come una barca sbattuta dalle (sue) parole" ha fatto una METAFORA. Non è vero, la sua è una SIMILITUDINE (o ANALOGIA). Ma si assomigliano parecchio, basta togliere il *come*.
Es.:

Tu es le soleil de ma vie (You're my Sunshine) = metafora
Tu sei bella come il sole = analogia

Troisi dice anche che "il mondo intero (eccetera eccetera) è la metafora di qualcosa". Figura anche questa, ma non metafora. Lo vedremo dopo.

E continuo con queste due figure e con lo stesso film (capolavoro di poesia)


VIDEO
da IL POSTINO [Maria Grazia Cucinotta (Beatrice, la ragazza amata da Mario) e la zia]
Se non si apre, clicca qui.
Qui, l'anziana signora dice alla giovane Beatrice - che ha nel cuore la poesia scritta dal postino (in realtà è una famosa poesia di Neruda) - di diffidare delle parole e delle metafore, quando "un uomo vuole toccarti con le parole". Ecco questa sì, è una metafora!

Torniamo alla poesia del postino e rintracciamo le figure di stile in essa contenuta (sono due, in realtà)


Il tuo sorriso si espande come una farfalla sul tuo volto;
il tuo riso è come una rosa, una lancia che si sfila, un'acqua che prorompe;
il tuo riso è un'onda d'argento repentina


Ho sottolineato in qualche modo le figure che voglio sappiate ritrovare da soli, alla fine di questa lezione.
Per adesso, questo brano di poesia lasciamolo qui, solo soletto. si farà compagnia da sé.

Vado per ordine alfabetico
(MA METTO ACCANTO GLI AFFINI E GLI OPPOSTI).


ALLEGORIA
:
Allegoria in greco significa "dire altro".
C'è allegoria quando un'immagine (evocata figurativamente o testualmente) esprime un concetto ideale, morale o religioso. Ovvero, c'è allegoria quando un'immagine, un'opera o un'espressione vuole esprimere altro.
Es. di allegoria:

Letteratura: Le Roman de la Rose (metà del XIII secolo)
Il poema ha la forma di un sogno allegorico. Il poeta si sveglia un mattino di maggio (la primavera è la stagione topica dell'amore) e si addentra in un giardino meraviglioso - un locus amoenus - dove attraverso lo specchio di Narciso, vede riflessa la rosa di cui si innamora.


photo Jacqueline Spaccini ©2009
-->
Tutto il poema narra le imprese dell'amante per conquistare la rosa, allegoria della donna amata. Alla fine con l'aiuto di Venere, egli riuscirà a penetrare nel castello e a consumare l'atto d'amore.

Pittura.
Es. L'allegoria della pittura di Jan Vermeer


Vienna, 1666

Sintagma: antica lupa = avarizia; piede straniero = occupazione della patria da parte del nemico; laddove il sole non batte = il fondoschiena (derrière, postérieur, fesses).


ALLITTERAZIONE:
-->Allitterazione in latino significa “allineare le lettere”. Significa ripetere una lettera, una sillaba o un suono all’inizio o all’interno della parola successiva [esempio: Marilyn Monroe (lettera *m*), Coca-Cola (sillaba -co) fascismo fashion (suono =
-->).
Esempi di allitterazioni in letteratura (poesia)
E caddi come corpo morto cade. (Divina Commedia, Inferno, canto V)
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge (Ugo Foscolo, Alla sera, verso finale)
3. effetti (voluti) dell’allitterazione
le consonanti dal suono secco (g, c e s) evocano una sensazione di durezza.
le consonanti dal suono dolce (v e l) evocano una sensazione di morbidezza, piacere.
La consonante r evoca un senso di ribellione, ribollimento dell’anima
la vocale a evoca un senso di ampiezza.
la vocale u evoca un senso di gravezza.
la vocale i evoca un senso di chiarezza.

ANAFORA:
Ripetizione di parola o di gruppo di parole all'inizio di una frase o di un verso
Es. Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente (Divina Commedia, Inferno)

ANALESSI
(riguarda la sintassi):
in greco significa “prendo nuovamente”
L’analessi o retrospezione (la parola inglese flashback è impropria perché è un’analessi cinematografica), consiste nell’evocazione di un evento o fatto precedente al momento in cui si racconta, avvenuto nel passato. È molto frequente.
Esempio: numerosissimi nei romanzi (soprattutto autobiografici, ma non solo)
Quand’ero bambino… Durante la mia infanzia…Ero nato ad Alba…
Esempio illustre: A la Recherche du temps perdu di Marcel Proust:

Longtemps je me suis couché de bonne heure.
Parfois, à peine ma bougie éteinte,
mes yeux se fermaient si vite ù
que je n'avais pas le temps
de dire : "Je m'endors".

PROLESSI
(riguarda la sintassi):
in greco significa “ prendo prima”. Poco frequente nella narrativa.
Anticipa un evento, un’azione che dovrebbe venir dopo rispetto alla storia che si sta narrando. È anche detta flash-forward.
Esempi: vent’anni dopo, avrei rincontrato quell’uomo che da bambino non avevo capito essere mio padre…


VIDEO: Minority Report [Je vous arrête pour le futur meurtre], 2002 Se non si apre, clicca qui

CATACRES
I:
1. In greco significa “abuso, uso improprio”.
C’è catacresi quando si usano parole (figurate) non adeguate al sostantivo di riferimento, ma che ormai sono entrate nell’uso comune.
2. Esempi di catacresi:
I bracci del candelabro
Il dorso della montagna/collina
Il collo della bottiglia
La gamba del tavolo
I denti della forchetta

ELLISSI:
in greco significa “mancanza”
L’ellissi consiste nell' eliminazione all' interno di un particolare enunciato, di alcuni elementi (che il lettore può solo immaginare o di cui può anche non rendersi conto).
Effetto: di sorpresa, e quindi sveglia l'attenzione del lettore che è portato a soffermarsi maggiormente sul testo (soprattutto se il testo è un giallo [noir, policier o un thriller]. Serve principalmente a mettere in rilievo una parte importante.


VIDEO : LA VITA E' BELLA (1997) USO DELL'ELLISSI (morte non mostrata)
(se non si apre, clicca qui)
EUFEMISMO
:
in greco significa “dolce suono”
figura retorica adoperata per attenuare una espressione ritenuta troppo cruda, irriguardosa o volgare come ad esempio, quando si parla di morte
esempio: ieri è scomparso…; annunciamo la perdita di…; è venuto meno all’affetto dei suoi cari…
esempio: personale in esubero cioè in numero eccessivo, cioè lavoratori da licenziare

IPOTIPOSI:
in greco significa “effigie, immagine + sotto”
descrizione talmente efficace di una cosa che a chi ascolta (o legge) pare di vederla davanti agli occhi. (cfr. il brano Omertà di Sciascia, incipit di Il giorno della civetta)
in pittura:

IPOTIPOSI PITTORICA 

IRONIA:
In greco significa “dico il contrario di quello che penso”
consiste nell' affermare una cosa che è esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere. Si tratta di un tipo di comunicazione che richiede nel lettore e nell'ascoltatore la capacità di cogliere l'ambiguità sostanziale dell'enunciato.
esempi: Sei furbo, tu! (invece si vuole dire all’altro che non è per niente furbo)

LITOTE:
in greco significa “semplicità”
Consiste nell’attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario, come nella frase non ti odio (ti amo?) - non è male (è bene/è cosa buona) - non è bello (è brutto)– non essere un’aquila (= essere sciocco). A differenza dell’eufemismo, esige sempre il “non”.

METAFORA:
in greco significa “(io) trasporto”
(trasposizione) sostituzione di un termine con una frase figurata legata a quel termine da un rapporto di somiglianza, ad esempio:
la verde età (l’infanzia); la signora in nero (la morte); la fiamma (passione) del mio amore; sei una volpe (furbo); siete il sale della terra (dal Vangelo: il senso). Spesso quando sogniamo il nostro inconscio/subconscio/super-Io ricorre alla metafora. Da qui, l’analisi dei sogni.

SIMILITUDINE (o ANALOGIA):
in greco significa “rapporto proporzionato”
Consiste in un paragone tra immagini, cose, persone e situazioni, attraverso la mediazione di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali (come, simile a, a somiglianza di, quasi).
Es. È furbo come una volpe.

METONIMIA:
in greco significa “invece del nome; cambiamento del nome”
Consiste nell'usare il nome della causa per quello dell'effetto, per esempio:
- l’autore per l’opera: leggere Manzoni
- il produttore per il prodotto: bere un Martini; indossare un Armani;
- la materia per l’oggetto: mettere la città a ferro e a fuoco (usare le spade e incendiare tutto)
- il simbolo di colore (per appartenenti a un partito o a una squadra di calcio): i Verdi (coloro che credono nel partito degli ecologisti), i giallorossi (i giocatori o i tifosi della squadra di calcio della Roma che hanno le divise giallorosse)
- il luogo per l’istituzione: la Farnesina (il ministero degli affari esteri); l’Eliseo (il presidente della repubblica francese); il Vaticano (il Papa), etc.

SINEDDOCHE:
in greco significa “prendo insieme”
Esprime: la parte per il tutto (vela invece di nave); il tutto per la parte (una borsa di foca, per indicare una borsa fatta di pelle di foca); il singolare per il plurale e viceversa (l'italiano è molto sportivo; l’Europa tutta va in guerra – T. Tasso La Gerusalemme liberata); il genere per la specie (mortale per l'uomo).

OSSIMORO:
in greco significa “acuto[=intelligente]-sciocco”
Consiste nel mettere insieme, nell’unire, nell’avvicinare due concetti discordanti.
Esempi: paradiso infernale, ghiaccio bollente, un silenzio assordante, dolcemente amaro, un vento immoto, un urlo silenzioso, etc.

PARONIMIA:
in greco significa “vicino al nome”
Indica l’accostamento tra due (o più) parole dal suono simile ma dal significato differente.
Esempio: traduttore traditore (traducteur = traître, ma in francese non c’è paronimìa)
In generale, la paronimia è spesso non voluta. E dà luogo a fenomeni di comicità… (sbagli di parole) Esempio: istigare (= inciter, pousser à une action - avec un sens négatif) una certa curiosità (invece di: instillare [= instiller, inspirer – avec un sens positif] una certa curiosità)

PRETERIZIONE:
in greco significa “passare oltre; omettere; passare sotto silenzio”
Consiste nel fingere (= feindre) di voler tacere ciò che in realtà si dice.
Esempi: Non ti dico il calore, l'affetto, la cordialità con cui siamo stati accolti. Non ti dirò: avevo ragione io…
È inutile (superfluo) sottolineare il valore/l’importanza del…

PROSOPOPEA O PERSONIFICAZIONE:
in greco significa “aspetto di/della persona”
Consiste nel far parlare un personaggio assente (cf. video “in abstentia”) oppure morto (nell’Odissea, per esempio) o anche cose astratte (Gloria, Natura, Morte) e inanimate (Sole, Luna) come se fossero persone reali.

La danza macabra (Pinzolo, particolare)

Nel cinema:
Ingmar Bergman Il Settimo Sigillo (personificazione della morte)


VIDEO: IL SETTIMO SIGILLO (1957)
ANTROPOMORFIZZAZIONE:
in greco significa “con forma umana”
in questo caso sono gli animali che parlano e sono rappresentati come esseri umani.
Esempi tipici: nelle favole di Esopo (greco), Fedro (che traduce in latino le favole di Esopo) e La Fontaine (che traduce in francese le favole che Fedro ha tradotto da Esopo).

La cicala e la formica
La Cicala che imprudente
tutto estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell'inverno si trovò,
senza più un granello
e senza una mosca in la credenza.
Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l'agosto,
in coscienza d'animale,
interessi e capitale.
La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. - Brava ho gusto;
balla adesso, se ti pare.
ma anche:

LE RENARD ET LE PETIT PRINCE
(la volpe e il piccolo principe)

QUI
il discorso (in francese, ma si può avere anche in inglese o in tedesco)
tra la volpe e il Petit prince di Saint-Exupéry




VIDEO: La storia infinita (1984)



(Se non si apre, clicca qui )

ZOOMORFIZZAZIONE:
in greco significa “con forma animale”
è il contrario dell’antromorfizzazione: è l’uomo che è rappresentato come un animale.


Esempi: Rosso Malpelo (1880, novella di Giovanni Verga)
Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po' di ricreazione, egli andava a
rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po' di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c'ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell'asino grigio, senza osar di lagnarsi


SINESTESIA:
in greco significa “percepire insieme”
Consiste nell’avvicinare un sostantivo e un aggettivo che esprimono due sensazioni (mi riferisco ai 5 sensi: vista, olfatto, udito, tatto, gusto) diverse.
Esempi: fredde luci (tatto + vista); oscura voce (vista + udito); urlo nero (udito + vista)

E torniamo alla poesia di Pablo Neruda:


Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca. Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.


Siccome ogni cosa è piena della mia anima tu emergi dalle cose, piena dell'anima mia. Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima, e assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante. Sembri lamentarti, farfalla che tuba. E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge: lascia che io taccia con il silenzio tuo.

Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e stellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Poi basta una parola, un sorriso.

E sono felice, felice che non sia vero.

Jacqueline Spaccini ©2009
-->

giovedì 22 ottobre 2009

Il BLU di Michel Pastoureau

LE GRAND BLEU
(no, non il Mediterraneo)


More about Bleu

SPROLOQUIO INIZIALE.
Meraviglioso libro, piccolo nel numero delle pagine e voluminosissimo per densità di informazioni, gradevole per stile di argomentazione; un piccolo tesoro che purtroppo - e per fortuna - è stato già tradotto in italiano (purtroppo, perché avrei voluto tradurlo io).
Ultima premessa: qua e là tra le cose scritte che riassumono il libro di Pastoureau, ci sono cose dette da me (studiate ai tempi lontani di Glottologia e del compianto prof. Giorgio Raimondo Cardona).


* * *



Michel Pastoreau qui un'intervista di Radio Canada (12'58")

Chi di voi pensasse che il blu è un colore da sempre presente nella nostra (nel senso di occidentale) cultura, sbaglierebbe di grosso.

Ricordate la bella tenuta di Russell Crowe alias Maximus il Gladiatore (sì, quello del film zeppo di errori storici), tutto bello in blu (cfr. foto)? Impossibile.
Impossibile perché per i Romani il blu non esisteva.
Spiego meglio. Non erano certo ciechi, come noi non siamo ciechi se ci addentriamo nella foresta amazzonica e vediamo tutta una sorta di marroni e di verdi e di rossi. Ma tutt'al più possiediamo una gamma di 3-4 forse 5 tonalità o sfumature per indicarli, noi miseri mortali. Così, i Romani vedevano il blu e tutte le sfumature (ciano e ceruleo sono in fondo parole latine), ma si limitavano a indicarlo con un (per noi) troppo vago glauco (etimologicamente, significa "scintillante" ed è un colore tra l'azzurro e il verde).
Tant'è che la parola blu (bleu, blau, blue) viene dal germanico blavus mentre azzurro viene dall'arabo (che non so scrivere correttamente e dunque tralascio).
Ma non era unicamente una questione di visione corretta o di nominalizzazione (per quanto si dica esse est percipi, per dirla volgarmente: esiste solo ciò che è percepito). Il colore blu non gode del gradimento romano, perché [traduco io]: "[esso] è soprattutto il colore dei Barbari, Celti e Germani, che a detta di Cesare e Tacito hanno l'abitudine di tingersi il corpo di questo colore per spaventare i loro avversari. Ovidio aggiunge che, invecchiando, i Germani si tingevano i capelli con il guado [la guède: di questo colore, ottenuto da una pianta che non esiste più, ho parlato qui, n.d.r)], per scurire i capelli bianchi" .
Per un Romano, anche avere occhi azzurri (per non parlare dei capelli rossi e riccioluti) era un deplorevole difetto.



Durante l'Alto Medioevo, il blu resta un colore discreto, appannaggio delle classi contadine o comunque delle persone di basso rango. Il rosso, il bianco e il nero la fanno da padroni nelle classi agiate.

Anche quando nascono i cosiddetti colori liturgici - osserva Pastoureau - il blu ha poco o per nulla spazio: la superiorità cristologica appartiene al bianco. E dopo il bianco, ancora il rosso e il nero.


Ma ecco che nel IX secolo, nell'impero carolingio, comincia a farsi strada questo colore come attributo della Vergine Maria. Prima del XII secolo, tuttavia, il colore ufficiale della Madonna resterà il bianco; blu, tutt'al più, (ma anche azzurro o celeste) sarà il suo mantello. Inizialmente colore di lutto (per la morte del Cristo in croce), il blu si fa via via più luminoso, meno funebre: fintantoché non finisce sulle vetrate delle chiese. A quel punto, il blu mariano si farà luce.


Vitrail au fond et à gauche de la Cathédrale Saint-Pierre de Montpellier

Diventerà in seguito il colore dei Re e segretissime saranno le formule per riprodurre tale o taltaltra nuance di blu. Quel che è più difficile - nei tessuti - sarà mantenere il tenore (insomma, il blu sbiadisce ben presto). Finché non si scopriranno le virtù dell'indaco (ma bisognerà giungere al XVII secolo).

A questo punto, siamo arrivati a poco prima della Riforma, il blu è un colore morale, secondo solo al nero. La Riforma però gli preferirà il nero, il grigio, il bruno o ancora il bianco (il colore della purezza); un piccolo spazio sarà concesso al blu purché sia senza brillantezza, severo, smorto.


Tutte le gradazioni del blu (clicca qui)

A partire dal XVIII sec., il blu è il colore preferito nell'Occidente, soppiantando il rosso. Il colore più noto è quello che chiamiamo blu di Prussia, poco stabile alla luce ma con forte potere colorante (nessuno ha mai voluto i blu délavé, evidentemente, almeno fino ai jeans), inventato per sbaglio - perché è un colore artificiale, contrariamente ai blu ottenuti a partire da lapislazzuli, azzurrite, smalto o piante vegetali (come il girasole o il succitato guado).


Il blu diventa alla moda durante il Romanticismo ; responsabile sarà la marsina di Werther. La sua severa redingote blu (sempre accompagnata da un panciotto giallo) detterà moda e decreterà il successo del blu presso i giovani europei nei 15 anni successivi.

All'epoca della Rivoluzione francese, il blu passa dalla coccarda alla bandiera, divenendo un colore politico e nazionale (ancora oggi, i calciatori francesi vengono detti i Bleus.)
Colore princeps delle uniformi (assieme al grigio), sarà il colore di un'altra uniforme - questa volta, passatemi l'ossimoro, civile - che da oltre 50 anni a questa parte non conosce declino : i jeans.
E se la parola in questione rivela l'origine italiana del termine (letteralmente: di Genova), la variante sopravvenuta nel tempo, il denim, proverrebbe dall'espressione de Nîmes (città della Francia meridionale). Nel 1853 Levi Strauss comincia a produrne; nel 1902 i suoi pantaloni prendono il nome commerciale di blue jeans (erano tinti con l'indaco). E nel 1926 la ditta concorrente Lee, apporterà una modifica introducendo la zip al posto dei bottoni.

Dall'inizio del XX secolo il blu è in testa a tutti i sondaggi circa le preferenze: è di gran lunga il colore più amato. Paradossalmente, oggi può apparire come un colore neutro. Scrive Pastoureau [traduco]:
"[Per il fatto che sia il colore preferito], qualunque sia il sesso, le origini sociali, la professione o il bagaglio culturale, il blu stritola tutto ". Da un lato, cancella le differenze, ma dall'altro - aggiungo io - crea eserciti di divise laiche perfettamente conformi (e conformate). Doppipetti blu, auto blu.

Poeticamente, il blu evoca il cielo e il mare, certo.
Quanto a me, preferisco il nero e il viola.

_________
Michel Pastoureau, Bleu. Histoire d'une couleur. Paris, Seuil, 2006 (tr. it. BLU. Storia di un colore. Milano, Ponte Alle Grazie, 2008. 12€. Traduzione di Fabrizio Ascari).

©Jacqueline Spaccini - Université de Caen -
Tous droits réservés 2009

mercoledì 21 ottobre 2009

La città nel Decameron di Boccaccio

Ambrogio Lorenzetti (biografia)
Città sul mare



Destinato ai miei studenti di IT9A2
e a quelli in CAPES



La città nel Decameron di Boccaccio

di JACQUELINE SPACCINI


Giotto
(1303-1305 - Padova, Cappella degli Scrovegni, part.)
[ovvero 35 anni prima del Decameron]



==============================================
LEGENDA: I riferimenti al Decameron di Boccaccio sono indicati con i numeri romani per le giornate e con quelli arabi per le novelle. Esempio: II, 6 = Seconda giornata, Sesta novella.
==============================================


Partiamo dal fatto che la nozione di città è ancora giovane ai tempi del Decameron di Boccaccio. E comunque è una nozione lontana - e molto diversa - dalla futura idea di città rinascimentale.


Ambrogio Lorenzetti
Effetti del buon governo, 1338-1340,

Siena, Palazzo Pubblico



Per prima cosa, vediamo: quali sono i fattori comuni di una città medievale.
Poi controlleremo quale nozione di città esce dal capolavoro boccacciano.
I PARTE:

a) Il castello feudale è stato abbandonato, ma la città è comunque ben chiusa, circondata da una cinta muraria per difendersi dalle aggressioni esterne.


Monteriggioni (Siena)



cinta muraria di Viterbo (Lazio): i merli


1. Due tipologie di città:
1.1. città in pianura



Fontanellato (a 20 km da Parma, pianura Padana)


1.2. città in collina che, per la verità, assomiglia di più a un borgo che a una vera e propria città:


Presenzano (Caserta)


b) non esiste un piano urbanistico, quindi:
1. le vie sono tortuose, spesso viuzze [= petites ruelles], non ci sono leggi che regolamentino la distanza di un edificio rispetto all'altro, né prospiciente né laterale. Spesso le case sono addossate le une alle altre.





Andreuccio per le vie strette di Malpertugio


2. non esistono servizi igienici. Per quanto riguarda l'acqua potabile, si va a prendere dai pozzi. Per quanto riguarda l'evacuazione rettale, esistevano degli impianti igienici comuni esterni (abitudine che in certe zone più arretrate dell'Italia è rimasta fino alla metà del XX secolo); per la pipì, si usava gettare dalla finestra il contenuto del vaso da notte, prevenendo la gente sottostante con un gare l'eau! [ da: garde à l'eau] repentino. Ma in genere i liquami venivano gettati dopo la campana serale.

Nella novella di Andreuccio da Perugia [II, 5], il protagonista,



richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell'uno de' canti della camera gli mostrò uno uscio e disse:
- Andate là entro. -
Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era ; per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n'andò quindi giuso: e di tanto l'amò Idio, che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s'imbrattò."


[La planche bascule et s'effondre sous Andreuccio (...) Il fut entièrement souillé de la gadoue qui emplissait l'endroit*]

Il luogo ove ciò accade è Napoli, contrada di Malpertugio [= Malpertuis] e così Pasolini rappresenterà la scena della caduta (in senso fisico ma anche morale) di Andreuccio nel suo Decameron (1971):



Andreuccio-Ninetto Davoli



Quando Andreuccio riesce a uscire dal luogo malsano e prova a tornare alla sua locanda, ma prima vuol lavarsi per togliersi il puzzo di dosso e dirigendosi verso il mare, prende la Rua Catalana che esiste ancora oggi.


3. Pianta delle città: varia. Rettangolare o a raggiera, con salite e discese (in genere, la città medievale è collinare). Le strade sono strette anche per non permettere al freddo e al vento di incunearsi per i viottoli e quindi c'è un'idea di protezione - diciamo - termica della città.

Naturalmente, non tutte le città sono uguali.



Firenze, via Ricasoli, un tempo via del Cocomero
la foto è tratta dal sito wikipedia (clicca qui per il nome dell'autore)



Per esempio, la rettilinea via del Cocomero [que le traducteur français dit "du Concombre", (sic)], citata da Boccaccio nella novella VIII, 9 è la strada in cui alloggia Maestro Simone ("più ricco di beni paterni che di scienza", scrive Boccaccio).

Essa fu disegnata da Arnolfo di Cambio (1240-1302), il quale fu tra l'altro anche urbanista. L'antica via del Cocomero prese poi il nome di via Ricasoli.


E appare come nuova (cioè moderna) la piazza di Santa Maria Novella a Bruno e a Buffalmacco che vi si recano per "ordinare la beffa" allo sciocco e presuntuoso maestro Simone.
Scrive Giorgio Vasari nelle sue Vite: "[...] come uomo burlevole celebrato da messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, fu, come si sa, carissimo compagno di Bruno e di Calandrino, pittori ancor essi faceti e piacevoli [...]".

In effetti, tale piazza fu finita solo nel 1325. Grandissima, accoglieva i fedeli che venivano ad ascoltare le prediche religiose, ma anche i cittadini fiorentini che andavano sulla piazza per divertirsi in varie feste, spettacoli e palii che lì venivano organizzati.
La chiesa di Santa Maria Novella è citata (ma non descritta) nell'Introduzione della Prima giornata, laddove l'autore narra che un martedì sette giovani donne vi si ritrovarono per pregare.



Firenze, piazza S. M. Novella
(la foto è del 2008, in pieni lavori, senza giardini,
ma è più somigliante all'immagine della piazza del XIV secolo
)


E ancora poi, i protagonisti, prendono la strada di Santa Maria della Scala (la via parte dalla piazza di S.M.N.), all'epoca una contrada, un borgo, nel quale si trovavano fosse ricolme di liquame. Sull'orlo di una di queste fosse, Buffalmacco fa lo sgambetto a Maestro Simone per farlo precipitare dentro a testa ingiù (saisit au pied le docteur pour le faire basculer [et] le lance tête en avant dans le liquide). E poi corre come un matto verso il prato di Ognissanti (zona parallela all'Arno, all'epoca boccacciana era un borgo trafficato, snodo viario, ma assolutamente povero, in seguito mercato boario).



4. Casa e bottega. Non v'è separazione tra la casa e il lavoro.
Le case-torri hanno spesso logge e porticati per il commercio.
V'è separazione tra edifici privati ed edifici pubblici. Nelle zone più fredde, d'Italia vi sono molti porticati (anche perché al piano terra degli edifici vanno le botteghe, sotto alle case) che proteggono dal vento (ricordiamo che non vi sono i vetri alle finestre, né tantomeno alle botteghe).
La vita sociale si svolge per lo più nella piazza centrale (certo, anche nelle chiese), in genere detta piazza del mercato (o altrove, piazza delle erbe).



Colle di Val d'Elsa (clicca qui per l'autore della foto)



5. Gli edifici


Gli edifici hanno importanza in primo luogo per la loro funzionalità.
Il palazzo più importante è quello in cui si tengono le assemblee per il governo della città. Sono luoghi laici; la chiesa ormai è solo il luogo delle messe.
Poi ci sono i palazzi delle corporazioni dei mestieri e i palazzi dei governatori della città e dei capitani militari in tempi di rivolte (bargello).







Firenze, Museo del Bargello


Gubbio (Perugia), Palazzo del Bargello



In una celebre novella (VI, 9) - quella che ha come protagonista Guido Cavalcanti - ci sono due elementi interessanti:
1. l'esattezza della topografia
2. la descrizione di usi e costumi cittadini.

Elissa descrive il tratto di strada percorso da Guido: orto di S. Michele > corso degli Adimari > San Giovanni. Descrive poi le tombe presso S. Giovanni, le colonne di porfido e in particolare i sepolcri di marmo che oggi - dice la narratrice - cioè, all'epoca delle novelle - si trova in Santa Reparata. Tutto ha inizio quando la brigada di Messer Betto Brunelleschi, risalendo per la piazza di S. Reparata, decide di dar fastidio a Guido Cavalcanti (1255-1300).

come si ipotizza fosse il complesso di Santa Reparata
[immagine prelevata dal sito http://www.rose.uzh.ch]
Notate la ricostruzione di Boccaccio: quando scrive il Decameron (siamo verso la metà del XIV secolo), la chiesa di Santa Reparata esiste ancora, seppure parzialmente (sta per essere conglobata, inghiottita dal Duomo), ma all'epoca di Guido - che morirà nel 1300, - il Duomo non esiste ancora.
La chiesa di S. Reparata martire viene definitivamente demolita nel 1375, la cupola del Brunelleschi è del 1420; la nuova chiesa che sarà chiamata S. Maria del Fiore è detta ugualmente DUOMO.

Firenze, Santa Maria del Fiore (cupola, facciata e campanile di Giotto)

Della chiesa di cui parla Boccaccio, oggi è visibile (e visitabile) la cripta:

Per quanto riguarda il tragitto di Guido, esso è precisissimo: da Orsanmichele passa per corso Adimari (oggi via Calzaioli); le colonne di porfido sono ancora visibili (clicca qui) e si è così ricostruito il percorso di Guido:


per quest'immagine sono debitrice del sito dell'università di Zurigo (http://www.rose.uzh.ch)

II PARTE:

6. Veniamo ora alla descrizione degli usi e costumi propri dei cittadini.
Per fare questo, passiamo dal concetto di urbano (cioè, della città, cittadino) a quello di urbanità (cioè, al complesso di regole che disciplina i rapporti tra i cittadini - i cosiddetti vicini, nell'opera boccacciana).

6.1. La civilité florentine (e non solo fiorentina)
Fortuna (nel senso latino), amore, onore, ma talvolta i valori sono forze convergenti - quali l'onore e il denaro (il denaro che comincia a divenire molto importante, soprattutto a Firenze e a Venezia) -.
Il fattore primario di urbanità è la condivisione dei beni comuni (le partage des biens) anche se di già vediamo la figura degli usurai nella novella ambientata in Borgogna [I, 1] , in cui muore ser Ciappelletto: "riparandosi in casa di due fratelli fiorentini li quali quivi ad usura prestavano [i il avait élu domicile chez deux frères florentins, établis usuriers dans le pays]". In terra francese, ma gli usurai sono fiorentini.

6.2. I valori urbani
Un esempio alto di urbanità (cortese, ancora medievale) è rappresentato in due novelle, quella che ha come protagonista Federigo degli Alberighi [V, 9] e quella che ha come protagonista Nastagio degli Onesti [V, 8]. Controversa è la questione se tale urbanità "paghi" (cioè, sia redditizia): sì, nelle novelle boccacciane, ma si raccomanda una maggiore prudenza e oculatezza (senza diventare avari).
6.2.1. Federigo: "acciò che egli l'amor di lei acquistar potesse, giostrava, armeggiava, faceva feste e donava, e il suo senza alcun ritegno spendeva; ma ella, non meno onesta che bella, niente di queste cose per lei fatte né di colui si curava che le faceva" [=].
6.2.2. Nastagio: "Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e parenti che egli sé e 'l suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che si dovesse di Ravenna partire" [= ].
Vale a dire: l'amore non è "acquistabile" e il valore [valeur < virtus latine] dei due giovani, - sia di Federigo che di Nastagio -, questo valore - dicevamo - ha un bel mostrarsi "magnifique, généreux et digne d'éloge, une telle conduite loin de le servir, semblait plutôt lui nuire auprès de son aimée" (V, 8).

L'onor mondano (spendere e spandere) si oppone alla miseria e all'avarizia e contribuisce al modernissimo concetto della circolazione dei beni (il far girare l'economia) è una virtù.

Altro valore importante che ha un suo spazio è la discrezione, come compromesso tra la legittimità dell'amore e della vendetta. Precetto indispensabile da seguire - in materia amorosa - e quello secondo il quale tanto il marito tradito quanto la donna traditrice: a) eviteranno lo scandalo; b) preverranno la gelosia e c) combatteranno la collera.

6.3. Il senso di appartenenza: caratteristica tutta fiorentina della civilité (intesa come savoir-vivre) che coincide con l'identità del cittadino. Spesso tale identità passa attraverso la beffa, ma anche attraverso il campanilismo (esprit de clocher).

6.4. Che cosa significa essere cittadino nel Decameron di Boccaccio.
Il concetto non è mai individuale né individualistico. Si ricorre spesso alla parola brigata (= brigade come compagnia, gruppo, comitiva unita da uno stesso interesse o passione). E significativamente - in senso fisico e metaforico - le mura (esistono più cerchie di mura) cittadine unificano la struttura urbana.

7. Se intendiamo la città come spazio geografico, esso non è immobile nel Decameron. Ci si sposta, come ad esempio nella novella II, 9 che ha inizio a Parigi, si sposta a Genova, poi ad Alessandria d'Egitto, Acri e ritorno ad Alba (oggi: Albisola).
Questa mappa dell'università di Zurigo è eloquente:

Il Mediterraneo attorno al 1360. Il viaggio di Ginevra, protagonista della novella


8. E ancora: una città non è soltanto qualcosa di urbanistico, topografico o geografico. Una città non è solo uno spazio meramente fisico. Città è una nozione anche narrativa.
E in questo senso, il Decameron è una "città" provvista di varie cinte murarie.

CINTA MURARIA ESTERNA (detta anche super-cornice): quella in cui chi parla è l'autore (Giovanni Boccaccio) che collega tra loro i racconti o che difende la sua opera, per esempio.
CINTA MURARIA INTERMEDIA (MEDIANA, detta anche cornice): quella in cui chi parla è il narratore (sono 10: 7 donne e 3 uomini). Serve a introdurre la novella.
CINTA MURARIA INTERNA le 100 storie, le novelle, con i loro luoghi, personaggi e temi.

Questo tipo di spazio è detto narrativo: ripetiamo 1. spazio dell'autore; 2. spazio dei narratori; 3. spazio delle novelle. Ci sarebbe un quarto spazio, quello illustrativo, clicca qui per il video sulla casa di Boccaccio e i suoi disegni autografi



Video youtube su Certaldo


Concludendo, rifletteremo altresì sul fatto che:

a) il décor urbain presente nel Decameron è di due tipi: quello che rappresenta (nel senso di: mette in scena) la città moderna (coeva = contemporanea a Boccaccio) e la città del passato (anche la Firenze di Dante Alighieri, morto 20 anni prima della stesura del Decameron) e che Boccaccio guarda le due città con uno sguardo, con un sentimento diverso;

b) alle volte le informazioni storico-geografiche date dall'autore sono conformi alla verità (= véridiques), altre volte sono false ma verosimili (cfr. novella II, 1 - in cui si parla di alcune cose cittadine di Trivigi = Treviso che gli storici ritengono false);

c) spessissimo, le città [oltre a quelle già citate: Palermo, Bologna, Ravenna, Trapani, etc.] sono solamente menzionate, ma non descritte. Questo perché Boccaccio è sì un realista, ma non un "paesaggista", se mi è consentito il termine. Quindi la città è un décor funzionale a situare la scena, con qualche elemento realistico per attrarre e trattenere l'attenzione di chi legge la storia.
Non dimentichiamo che la società boccacciana (nonché la stessa estrazione sociale del Boccaccio) è di tipo mercantile: do ut des (tutto è funzionale a un dare e a un ricevere, c'est donnant-donnant).

Jacqueline Spaccini
Saint-Cloud, le 17-18.10.2009

©Jacqueline Spaccini - Université de Caen -
Tous droits réservés 2009


___________
* Traduction de Jean Bourciez (Paris, Bordas, 1988)


John William Waterhouse, The Decameron, 1916
(Liverpool, Lady Lever Art Gallery
)