mercoledì 16 gennaio 2019

La fortuna (e sfortuna) critica di Caravaggio secondo Roberto Longhi


La fortuna (e sfortuna) critica di Caravaggio secondo Roberto Longhi



Roberto Longhi (1890-1970), che è il più famoso critico di Caravaggio, nonché il suo ri-scopritore e maggior estimatore del XX secolo, si avvicina al pittore nel 1910,  ventenne, nell'ambito della biennale di Venezia. L'anno successivo, diverrà oggetto della sua tesi di laurea, con il prof. Toesca.
Nel libro cui faccio riferimento in fondo a questa pagina (nella sezione credits), il critico piemontese ragiona sulla fortuna - o più precisamente - sulla sfortuna di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, a causa della sua esistenza che scatenerà nei secoli un forsennato psicobiografismo (il termine è mio). Una sfortuna che equivale a un ridimensionamento artistico da imputare per lo più ai critici d'arte. Li enumera.


1. Giovanni Baglione, una sorta di Vasari di fine '600, e come il Vasari pittore anch'egli, querelò Caravaggio per versi offensivi e la cosa finì in tribunale (per approfondimenti, clicca qui)

2. Giovanni Pietro Bellori, lo dice pittore del naturalismo, lo accomuna al Cavalier d'Arpino (lui manierista), tutti e due comunque condannabili, a fronte di un  Annibale Carracci, che è esaltato.

Se poca fortuna (etica = estetica) raccoglie in Italia, in ragione della vita dissennata (lo psicobiografismo di cui sopra), diversamente, in Olanda [non dimentichiamo che Rubens farà acquistare ai Gonzaga la scandalosissima Morte della Vergine, rifiutata dai frati della Scala per cui l'opera era stata commissionata] e Spagna, è valutato Michelangelo Merisi. 


3. Vicente Carducho dirà che Velazquez è un secondo Caravaggio.

4. Joachim Sandrart, a fine '600, in Germania, è ben conscio della portata rivoluzionaria del pittore bergamasco.

5. Anche in Francia, a Parigi, sul finire del secolo, André Félibien (des Avaux) ebbe modo di apprezzarlo,  per quanto sotto l'influenza di Poussin (e si sa che Poussin detestava Caravaggio), perlomeno per quanto riguarda il colorito (ma dette zero alla composizione e al disegno).

6. Nel '700, poca fortuna incontra la pittura del Merisi; Pellegrino Antonio Orlandi nel suo Abcedario pittorico, dice di lui che il suo  è un «gran tignere di macchia furbesco».

7.  Francesco Algarotti gli renderà merito, ma anacronisticamente farà del Caravaggio il Rembrandt [lui scrive: Rembrante] italiano.


Osserva Longhi che tutto sommato, ex malo bonum: essere passato inosservato e caduto in disgrazia, lo ha tenuto al riparo dalle spoliazioni napoleoniche (all'epoca è la pittura bolognese a trionfare). Ma è indispettito dal fatto che neppure il grande Goethe non spenda parole sul Caravaggio durante il suo passaggio italiano. 

8. Nell'800, il negativo di turno è il gesuita Luigi Lenzi  il quale qualifica così i soggetti del Caravaggio: «Ubriacatezze, astrologie, compre di commestibili»...

Bisogna aspettare un passeggiatore solitario, straniero, che verso il 1830 parla con simpatia di Michelangelo Merisi, portando nella sua patria un ritratto romantico che avrà come effetto la creazione di un dramma, Caravage (1834), scritto da Charles Desnoyer et Abboise.

9. Questo viaggiatore che tanto ama l'Italia è Stendhal.

10. A metà '800, nell'Europa del Nord, Caravaggio è  sempre torbido, ma un torbido eroe nell'Handbuch der Geschichte der Malerei von Constantin dem Grossen bis auf die neuere Zeit , il manuale di Franz Theodor Kugler (1837). Scrive Longhi : «l'artista assume tratti che lo renderebbero quasi adatto a comparire nei Phares di Baudelaire [clicca qui per leggere il poema]; ciò non avverrà per altre ragioni; principalissima quella che al Delacroix subito sopravviene il Courbet» (p. 135).

11. Quel Courbet che ha qualcosa di Caravaggio nella sua pittura, naturalistica - scriverà Jakob Burckhardt - come quella del pittore seicentesco. Lo scrive nel 1855, analizzando un quadro del pittore borgognone di L'après-dîner à Ornans (1849). Come dargli torto? 



Ma ora Longhi ne ha abbastanza:  già all'inizio di questo excursus aveva dichiarato «darei al macero, senza troppo rimpianto, tutte le biografie principali dell'artista» (p. 131-132). 

Ascolterebbe volentieri le parole del Maestro Valentino, rivenditore di quadri a San Luigi dei Francesi, una sorta di Durand-Durel ante litteram, sempre secondo il critico piemontese. Ma anche i commenti del marchese Giustiniani con il quale Caravaggio dialogava.

E gli italiani? Nulla, «hanno già il Rinascimento alle spalle del Caravaggio» (p. 136). C'è già tanto di cui vantarsi. 

Ma nel 1951, a Milano, a Palazzo Reale, c'è la mostra sul Caravaggio e i Caravaggeschi. La cura Roberto Longhi. 

E Caravaggio diventerà definitivamente uno dei più grandi.

Risultati immagini per mostra milano caravaggio e i caravaggeschi 1951Jacqueline Spaccini
16/01/2019
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Credits: Roberto Longhi, Caravaggio (Roma, Editori Riuniti, 1982, pp. 131-136)

domenica 4 novembre 2018

Introduzione all'arte romanica. Pillole di arte.


 

INTRODUZIONE ALL'ARTE ROMANICA. PILLOLE DI ARTE 



Innanzitutto, collochiamo geograficamente l'arte romanica: da sinistra verso destra, essa si sviluppa in un arco che va  dalla Spagna alla Polonia, comprendendo a sud l'Italia e a nord la Gran Bretagna e i Paesi scandinavi.

Inquadramento storico: XI e XII secolo


È un fenomeno artistico cui si assiste dopo la «rinascita» delle città, vale a dire alla fine del sistema sociale e politico del Feudalesimo, allorquando si abbandonano le campagne a favore di un inurbamento massiccio. Spesso vengono "ricreate" città su antichi insediamenti romani.

Un nuovo spazio urbano, una nuova realtà storica, viene a crearsi. Se ci si impianta su un precedente sito della civiltà romana, non se ne riprende però la tradizione, nel senso che ogni città - diversamente dall'antichità, in cui un insediamento urbano era un capoluogo, una provincia, un nucleo amministrativo  che dipendeva dalla capitale, Roma - ora, la nuova città nasce e vive per sé stessa.


 Per vivere deve svilupparsi, e ciò può avvenire solo attraverso il lavoro. È la Chiesa stessa a raccomandarlo: il lavoro è un metodo pratico per accedere alla salvezza spirituale. La ricchezza proveniente dal frutto del proprio lavoro non è più demonizzata, non è più un peccato mortale, anzi è vista come il compenso terreno, un anticipo del premio futuro che Dio attribuirà in eterno.

In questo nuovo contesto, l'artigiano - che non può ancora definirsi artista - è colui che lavora la materia. 
Una prima considerazione va fatta: l'oggetto, la materia, seppure imperfetta, è espressione comunque di Dio, e per ciò stesso perfettibile. La materia non deve dunque essere avvilita, semmai interpretata e magnificata. 

Una seconda considerazione riguarda la qualità del materiale da trattare: può anche non essere prezioso, anzi, molto spesso non lo è: a differenza dell'arte bizantina in cui i materiali venivano assegnati e distribuiti dalla corte ai singoli maestri e/o alle maestranze, a questo punto spesso l'artigiano lavora da sé la materia e quindi non farà ricorso, per motivi economici, a materiali preziosi

La struttura urbanistica di una città romanica che possiamo definire tra virgolette «borghese», in quanto nata dai «borghi» e che contiene in nuce un nuovo ceto sociale, la borghesia, nell'espressione di artigiani e di mercanti, è siffatta: al centro vi sono la cattedrale (la sede vescovile), il municipio (la sede dell'amministrazione comunale) e la grande piazza del mercato. Tutt'intorno, le case-officine, le case-botteghe di artigiani e bottegai. A proteggere questo nuovo assetto urbano, stanno le mura che perimetrano il borgo e lo difendono da attacchi esterni.

 modena panorama

 
Il lavoro viene trasmesso e dunque ereditato di generazione in generazione, affinando le tecniche.
Per quel che si è detto poc'anzi, il merito per un manufatto degno di considerazione artistica non sta nella preziosità del materiale, bensì nella fattura stessa dell'oggetto, quindi nell'abilità e nella tecnica del pittore, scultore o architetto che dir si voglia. E nell'idea.

In architettura, la muratura prende il sopravvento sul marmo e in scultura - che era in parte scomparsa - la pietra anche sul marmo preziosa. In pittura il mosaico cede il passo all'affresco.

Dal momento in cui l'arte non è più delimitata dalla e riservata alla Corte, la conseguenza è che diventa  un'arte che si diffonde, badando a non essere più un'arte raffinata bensì un'arte in progresso.
Quindi non è più la tecnica perfetta (quella bizantina) che conta, bensì la tecnica progressiva. Questa tecnica che non rifiuta il passato, ma lo ingloba e lo supera, si fonda sull'invenzione e sul miglioramento della tecnica. Senza più aderire né emulare canoni classici perfetti e immutabili.

La società urbana romanica rivendica la propria discendenza romana, ma va oltre. Il monumento per eccellenza di tale arte è la cattedrale, che è la sede del vescovo (da cathedra che era la sedia sulla quale si sedeva il vescovo durante i riti religiosi), ma anche «basilica» nel senso romano, cioè luogo in cui si fanno riunioni, in cui la comunità civile si raduna per consiglio o anche per trattare affari. Tant'è che spesso la chiesa accoglie le spoglie di cittadini illustri, pratica che poi nel tempo scomparirà. 
 
interno duomo di Modena

Com'è la cattedrale romanica?
Essa è strutturata su 3 livelli: 1. cripta, 2. navata e 3. presbiterio.
Il più basso, il più imo, è la cripta, luogo che accoglie le spoglie di un santo, si affaccia sulla navata ed è sostegno del presbiterio; poi a livello stradale, quello per il quale accede il fedele, c'è la navata (una maggiore e due minori per un totale di tre navate); e infine il terzo livello, il presbiterio, posto più in alto, grazie a un pontile (o jubé) che permette ai fedeli di assistere da ogni punto al rito religioso della Messa. Non di rado, la cattedrale accoglie il matroneo, sorta di corridoio, di portici,  semi circolare che corre al primo piano e destinato alle donne. Esso si affaccia sulla navata centrale.

pontile duomo di Modena


Altra novità architettonica: la volta. Si passa dalla tradizionale e romanissima (sebbene inventata dai Sumeri) volta a botte alla volta a crociera. Essa è costituita dall'intersezione di 2 volte a botte. Grande importanza assumono la campata (spazio in muratura tra due appoggi o un arco) e il pilastro. Quest'ultimo va a sostituire la colonna, la quale reagisce solo alle spinte verticali. In una costruzione stereometrica (= tridimensionale), il pilastro reagisce alle spinte verticali e a e quelle trasversali.
volta a crociera

Tale architettura nasce in Lombardia.
Per questa sua ambizione a incrociare gli spazi, i suoi valori sono quelli di a) non voler offrire una visione simultanea di un solo punto di vista ma per tempi successivi; b) la luce non è più uniforme, bensì graduale. C'è uno spostamento ulteriore: quel che conta non sono più i piani geometrici, ma i punti in cui si concreta l'incontro delle forze, vale a dire sui nodi strutturali che possono essere mensole, capitelli.


cattedrale di Modena

L'edificio romanico è il risultato di maestranze organizzate in cui ognuno ha un proprio ruolo. Anche la scultura torna a far parte della struttura, ma non in solitario,bensì come struttura funzionale all'architettura della cattedrale (cf. foto). Il repertorio fantastico abbonda (profano, comico, grottesco, mostruoso). 

S. Angelo in Formis (Capua, Campania)

In pittura, le scene - anzi, i fatti - cui il sacerdote allude durante le sue letture dall'ambone, decorano i muri affrescati della chiesa, ma al di là dell'evento contingente che i fedeli conoscono benissimo. 

Quindi l'effetto didascalico non è limitato alla visione narrativa dipinta dell'evento biblico: il fedele deve percepirne il suo significato ultraterreno. Le figure non sono idealizzate. Sono piatte, non ellenistiche,senza chiaroscuro: solo linee scure profonde, o bianchi eclatanti. La pittura romanica vuole avvincere lo spettatore, il fedele in tal caso, attingendo al popolare.  

L'unità stilistica del romanico risiede nella continuità, nella crescita, nello sviluppo dell'opera.

Jacqueline Spaccini
(04/11/2018)

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(credits: Carlo Giulio Argan, Il Medioevo, Sansoni)

lunedì 22 ottobre 2018

Renovatio imperii ovvero la Rinascita carolingia. Pillole di arte


Teodosio prima (insieme con S. Ambrogio), Giustiniano poi e infine (soprattutto) Carlo Magno sono tre nomi che testimoniano - nel Medioevo - il progetto di rifondare Roma o meglio di rifondarne il potere imperiale che aveva rappresentato nella storia dell'umanità... con in più il valore cristiano aggiunto.


Incoronazione di Carlo Magno nell'antica basilica di S. Pietro a Roma

Quest'ultimo - l'elemento cristiano - conferisce una dignità divina all'imperatore (o re): è Dio stesso che lo vuole a governare i suoi sudditi, giacché il re o imperatore è incoronato dal papa. 
Ricorderemo la notte di Natale dell'800 d.C. (cfr. immagine qui sopra). 


 Renovatio imperii ovvero la Rinascita carolingia.

Quali sono i provvedimenti che caratterizzano la rinascita carolingia?

1. L'adozione del latino come lingua ufficiale

2. La fondazione di cattedrali e monasteri (che saranno esempio dell'arte romanica)

3. La riforma della scrittura

4. L'imposizione della liturgia romana

5. L'istituzione di scuole presso la corte

6. La riscoperta dei testi classici e la revisione di quelli sacri

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Fonte: Bora-Fiaccadori-Negri et Alii, I luoghi dell'arte 2

Medioevo. Tre domande a bruciapelo

Medioevo. Tre domande a bruciapelo.








1. Quale autore ha usato per primo l'espressione medium aevum per designare un periodo di declino nella storia culturale posteriore all'antichità?

a. Giovanni Boccaccio
b. Dante Alighieri
c. Francesco Petrarca


Soluzione: clicca qui

2. Qual è invece il primo autore che usa il termine « rinascita » come sostantivo da opporre a una precedente epoca di decadenza identificata con il Medioevo?

a. Leon Battista Alberti
b. Lorenzo Ghiberti
c. Giorgio Vasari


Soluzione: clicca qui


3. La locuzione rivolta dei medievisti designa:

a. la modificazione dell'antico ordine sociale avvenuta in epoca medievale
b. la rivalutazione storica del Medioevo operata nei primi decenni del XX secolo
c. la tendenza artistica che, nel XIX secolo, promosse un ritorno allo stile prerinascimentale


Soluzione: clicca qui

L'altare d'oro di S. Ambrogio. Pillole di arte

L'altare d'oro di S. Ambrogio

9661 - Milano - S. Ambrogio - Altare - Foto Giovanni Dall'Orto 25-Apr-2007.jpg
wikipedia ©Giovanni Dall'Orto, 2007



Risale alla metà del IX sec. d.C, si trova nella basilica di S. Ambrogio a Milano. In origine conteneva le reliquie del santo e di altri due santi, Gervasio e Protasio. 

L'altare fu voluto dall'arcivescovo Angilberto II e fu eseguito da tale Vuolvinio, il quale si rappresenta e si firma nella parte retrostante dell'altare: MAGISTER PHABER.

IW_Volvinio_Altare-S.Ambrogio_20
in questa pagina tutte le foto nel dettaglio con un testo in inglese a cura di Giuseppe Frangi

Si tratta dunque di un sarcofago, di una tomba-altare a forma di cassa. 

Il materiale usato è legno rivestito da lamine di oro e argento, impreziosite da smalti e gemme incastonate. Le lamine sono incise a sbalzo. L'altare è lavorato su tutti i lati.

Sebbene sia attestata una unità programmatica dell'esecuzione (sotto la direzione di Vuolvinio, esecutore ma anche ideatore del manufatto, probabilmente), sono marcate alcune differenze nell'esecuzioni dell'opera.

La parte frontale [e quella dei due lati] che illustra dal basso verso l'alto la venuta terrestre del Cristo evidenzia influenze tardo-antiche e bizantine coeve: animazione, gestualità, racconto.  Stesso stile si ritrova in altre opere carolingie come per esempio : i dipinti dell'abbazia di Mustair, il salterio* di Utrecht e lo scriptorium di Reims.

dipinto di Muestair (qui, l'approfondimento) arte carolingia in Svizzera



*Il "salterio" è un testo in cui sono raccolti i 150 salmi, ovvero gli inni religiosi che secondo la tradizione sarebbero stati composti dal re Davide 
fonte:https://www.finestresullarte.info/antiquitates/2013/02-il-salterio-di-utrecht-e-la-sua-eredita.php)

La parte del retro (quella che ha una finestrella che si apre e che all'origine permetteva di vedere le reliquie dei santi) è invece più lineare, più severa ed è completamente - presumibilmente - opera di Volvinio che si autorappresenta nell'atto di essere benedetto da S. Ambrogio e nominato capo-orafo (MAGISTER PHABER).

 Altare maggiore Sant' Ambrogio

Bisogna ricordare  che influenze carolingie su maestranze a cultura tardoantica e bizantina potevano essere possibili all'epoca solo in Lombardia.

E in fin dei conti, S. Ambrogio nel IX sec. sta a indicare in maniera manifesta "l'alleanza tra la Chiesa milanese e quella franca, tra la città lombarda e l'impero" (Bora-Fiaccadori et Alii, I luoghi dell'arte, 2)

Jacqueline Spaccini



domenica 7 ottobre 2018

Barbari e Bizantini dell'Alto Medioevo

Barbari e Bizantini dell'Alto Medioevo 


 Periodo storico: VII eVIII secolo d.C.

Che cosa intendo per cultura bizantina? 

Intendo una cultura  che non può più dirsi per davvero «romana» (anche se il termine bizantino risale al XVII secolo), vuoi perché l'impero romano d'occidente non esiste più, vuoi perché tale cultura non si esprime nemmeno più in latino, bensì in greco. L'ultimo imperatore di madrelingua latina è il macedone Giustiniano, e lui muore nel 565 (VI sec. d.C.). Dopo di lui, il greco prenderà la rivincita sul latino e gli imperatori avranno nomi come Ἡράκλειος (Eraclio I), Κωνσταντίνος (Costantino III) e così via. Siamo alla terza decade della prima metà del VII sec. d.C.
Impero bizantino nel 650 d.C.

Tuttavia, una cultura paleo-bizantina si esprime fin dal IV secolo, già in ambito tardoantico. L'arte bizantina è religiosa, tende alla stilizzazione e va contro il prodotto artistico/manufatto naturalistico e individualistico (romano tardoantico); è spirito, è luce, è oro, la figura è incorporea, svanisce la prospettiva.  

Dove poggiano i piedi Giustiniano e Belisario? Gli uni sugli altri?
S. Vitale mosaico Giustiniano e la sua corte 

Viene meno quella rappresentazione figurata propria della romanità: tranche de vie, individualizzazione dei personaggi raffigurati, attaccamento alla terra, alla natura. 
Lo spazio è simbolo, luce; il sentimento cristiano è mistico: ciò che è ombra è materia e per ciò stesso negatività.
S. Vitale (part.)
L'agnello sacrificale, il fondo blu, i fiori, le foglie, la frutta
Scrive Carlo Giulio Argan: 
è una cultura essenzialmente religiosa, che mira a realizzare in terra l'ordine divino e ad assicurare all'umanità un esito trascendente, la salvezza al di là della vita.
Ordine, gerarchia, burocrazia e formalismo. Ma da qualche altra parte nell'impero, trova posto l'eremita, l'asceta, il monaco, la profezia apocalittica. 

L'arte ne è il riflesso: arte aulica (o di corte)  vs  arte ellenistica. Arte che raffigura Cristo, i santi o i papi (stilizzazione) vs arte che racconta le S. Scritture (figurazione narrativa).


Papa Simmaco S. Agnese fuori le Mura

Melchisedech* viene incontro ad Abramo offrendogli pane e vino (mosaico S. Maria Maggiore )
  
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Melchisedech*: re-sacerdote di Salem (= Gerusalemme) che offrì ad Abramo pane e vino (Antico Testamento).


E ora parliamo di barbari, siamo sicuri che stiamo parlando in maniera univoca?
Sono ancora barbari, questi longobardi o franchi che confezionano crocette in oro e continuano nella loro arte orafa, con fibule e fibbie in oro o in argento, se non addirittura i frontali d'elmo?  


Firenze, Museo del Bargello crocetta da sudario in oro ©Jacqueline Spaccini

 Firenze, Museo del Bargello fibule a staffa, arte franca, argento dorato ©Jacqueline Spaccini
  Firenze, Museo del Bargello fibbia, argento ©Jacqueline Spaccini
 Firenze, Museo del Bargello lamina di Agilulfo (frontale d'elmo) 
Arte longobarda rame sbalzato e dorato ©Jacqueline Spaccini

 All'inizio, la produzione «barbarica» è aniconica, cioè priva di immagini: piuttosto astratta, con disegni geometrici. Ha una tradizione di ornato e se raffigura qualcosa, quel qualcosa sono motivi zoomorfi (animali). In realtà, in Italia - scrive Argan - la produzione orafa non ha un'influenza rilevante. 

Quel che è rilevante  è la conseguenza che le invasioni e le successive dominazioni barbariche impongono al tessuto urbano: la decadenza delle città.

Castelseprio chiesa di S. Maria foris portas
Il ciclo di affreschi di Castelseprio (Varese, Lombardia) è un'eccezione. Questi dipinti rinvenuti in una chiesetta nel 1944, sotto vari strati di intonaco,  sono un'eccezione. L'opera di un artista greco di passaggio, di certo. I caratteri sono ellenizzanti. Un fatto isolato.

affresco di Castelseprio

Roma farà eccezione. Roma ha S. Maria Antiqua, all'interno del Foro Romano.

Affreschi sovrapposti in S. Maria Antiqua (VI-VIII sec. d.C.)

 Jacqueline Spaccini 7 ottobre 2018
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(Spunto di riflessione: Carlo Giulio Argan, Il Medioevo, Firenze, Sansoni, 2000)

sabato 6 ottobre 2018

Il sarcofago di Stilicone

Il sarcofago di Stilicone 
Il generale vandalo - per parte di padre - fedelissimo (c'è chi lo mette in dubbio) di Roma, marito di una nipote di Teodosio, l'ultimo imperatore di un impero non ancora diviso, fu fatto decapitare [408 d.C.] da suo genero, l'imperatore Onorio, era anche un cristiano (forse ariano).

Il suo presunto sarcofago è conservato nella basilica di S. Ambrogio, a Milano, soffocato alla vista da un ambone medievale.


Scolpito su 4 facce, in marmo, rappresenta scene dell'Antico e del Nuovo Testamento. Lo stile è nettamente legato allo stile romano del tardo impero.

I mosaici dei catini absidali


MOSAICI, CATINI ABSIDALI 
IN ITALIA

In latino, abside vuol dire *arco, volta*. Usato dai Romani, solo più tardi per motivi di estetica architettonica, l'abside trova la sua espressione artistica più alta nell'architettura cristiana. 
A noi interessa il catino absidale che nelle chiese viene decorato di mosaici. 

«L'abside delle basiliche più antiche era volta generalmente a occidente (S. Pietro, S. Giovanni in Laterano, San Clemente). Fu regola nei primi tempi del Cristianesimo che il sacerdote celebrasse rivolto ad oriente e verso gli assistenti. Dal sec. V o VI le chiese bizantine ebbero invece l'abside rivolta ad oriente, come le chiese di S. Sofia a Costantinopoli e di S. Apollinare a Ravenna; nelle chiese occidentali, solo a partire dal sec. VIII le absidi furono rivolte a occidente. In altri casi gli architetti, per circostanze estranee alla loro volontà, dovettero modificare l'orientazione delle chiese» (fonte: Treccani)
«Ben noti sono i mosaici absidali della chiesa di Santa Pudenziana in Roma, delle due absidiole dell'oratorio di S. Aquilino in Milano (fine del sec. IV-principio del V), di S. Vitale a Ravenna (sec. VI), di S. Apollinare in Classe (sec. VI), [...], della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano (sec. VI), di S. Agnese fuori le Mura (sec. VII), di S. Maria in Dòmnica, di Santa Prassede, di S. Marco in Roma (sec. IX). » (fonte: Treccani)

 ROMA - S. PUDENZIANA 390 d.C. (IV sec.)


È un Cristo barbuto, che annuncia il Pantocrator: grande, giudice ma anche benedicente, seduto su qualcosa di materiale, un trono, e attorniato dai suoi. Al di sopra c'è il monte Tabor, sormontato da una croce aurea e gemmata. Più sopra, tra le nubi realistiche e il Cristo, c'è la città di Gerusalemme. L'arte romana non è ancora cancellata dall'astrazione bizantina. Delle due donne ai lati del mosaico, c'è chi sostiene siano  Pudenziana e sua sorella Prassede e chi vede in loro i due ceppi del cristianesimo: l'Ecclesia ex gentibus (romana) e l'Ecclesia ex circumcisione  (ebraica), che sono evidentissime nella chiesa di Santa Sabina, sempre a Roma. 
Il restauro è molto evidente, quasi imbarazzante.


MILANO - S. AQUILINO (VI sec.)



Nella cappella della basilica di S. Lorenzo a Milano, questo mosaico su fondo oro appartiene al VI secolo. Il Cristo filosofo tra filosofi è imberbe ma Re e magister. Ai piedi del trono le Sacre Scritture e lui consegna le sue leggi. L'oro offusca la vista, come la luce in paradiso.
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RAVENNA -    S. VITALE  525 d.C. (VI sec.)



Cristo imberbe, apollineo, vestito di porpora, siede sulla sfera del mondo attorniato dagli arcangeli, da S. Vitale e dal vescovo Ecclesio.

RAVENNA - S. APOLLINARE IN CLASSE 549 d.C. (VI sec.)


Cristo imberbe e buon pastore, col suo gregge di fedeli, sitrasfigura sul monte Tabor. Si mutano le vesti di colore, divenendo candide, e appaiono accanto a lui Elia e Mosè (riferimento al Vangelo secondo Matteo, 17, 1-4). La croce è gemmata nel cielo; gli agnelli rappresentano i tre apostoli Giovanni, Giacomo e Pietro. Un prato verde con rocce, fiori e alberi raffigura la Creazione. Tutto è stilizzato, aulico, bizantino.

ROMA - SS. COSMA E DAMIANO 530 d.C. (VI sec.)



«Il catino dell'abside fu decorato intorno al 530 a mosaico con una scena rappresentante l'accoglienza nei Cieli dei due santi titolari della chiesa. Al centro domina la figura del Cristo con un rotolo nella mano sinistra e con la destra indicante una stella, rialzato rispetto alle altre figure e poggiante su nuvolette rosse e bluastre, che invadono anche il cielo blu alle sue spalle, mentre ai suoi lati su un idilliaco praticello si dispongono Paolo, san Cosma e pap a Felice IV che offre il modellino della chiesa a sinistra e, a destra, Pietro, san Damiano e Teodoro. Nel tamburo sottostante sono rappresentati gli apostoli sotto forma di pecore.  La svolta successiva del mosaico romano sarà infatti del tutto più consona all'astrattizzazione d'influenza bizantina (absidi di Sant'Agnese o Santo Stefano Rotondo), ciò che fa di questo mosaico forse l'ultimo capolavoro della pittura romana paleocristiana».   (fonte: Mosaici a Roma e Ravenna. V e VI sec., https://worldapart.forumfree.it/?t=61070522)




ROMA - S. AGNESE FUORI LE MURA  630 d.C (VII sec.)

 L'abside è rivestita di marmo cipollino, il mosaico raffigura  Sant'Agnese e i papi Simmaco ed Onorio:  tre figure isolate, immateriali, su fondo oro, tipico esempio della influenza bizantina nell'ambiente romano. «Questa composizione inaugura un nuovo spirito di venerazione dei santi, titolari dei luoghi di culto, che si andava diffondendo sull'esempio della decorazione musiva ravennate della basilica di Sant'Apollinare in Classe, dove per la prima volta un santo, nella sua gloria, era stato raffigurato nel catino absidale. La figura di sant'Agnese, nelle sue qualità sacrali, s'iscrive nel ruolo di protagonista: creatura celestiale, ammantata da una stola gemmata. Ai suoi piedi ci sono due globi di fuoco e la spada, strumento del suo martirio». (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Sant%27Agnese_fuori_le_mura)

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VIDEO COI MOSAICI DI RAVENNA 



GALLA PLACIDIA

 Si trova verso la porta d’ingresso il Redentore, il Cristo ha per scettro la croce. Ritratto con sei pecorelle in un paesaggio quieto e bucolico, Cristo è ritratto nella sua piena regalità, giovane e imberbe, domina il tempo e la storia.

Da approfondire:
BATTISTERO NEONIANO O DEGLI ORTODOSSI
BATTISTERO DEGLI ARIANI

L'architettura religiosa ai tempi di Costantino il Grande




©Alessio Damato

Fonte: Romanini et Alii, L'arte medievale in Italia, Sansoni, 1988 (esaurito)


Incredibile per chi lo apprenda la prima volta: le prime chiese cristiane sono state volute ed edificate dall'imperatore Costantino. Almeno le prime tre. Già alla quarta interviene un papa.
Ma è chiaro che occorre attendere l'Editto di Milano (313), prima che si pensi a costruire edifici di culto cristiano a parte. Infatti all'inizio, avremo il titulus (la domus ecclesiae), insomma il rito si fa in casa di un patrizio romano convertito.

Qui si parla di chiese paleocristiane. Queste, nell'ordine, le 4 basiliche maggiori:

1. Basilica di S. Giovanni in Laterano 312 d.C. (IV sec.) - c'è chi dice 318
2. Basilica di S. Pietro 319 d.C (IV sec.) - c'è chi dice 329
3. Basilica S. Paolo fuori le Mura  384 d.C. (IV sec.)
4. Basilica S. Maria Maggiore 360 d.C. ca. (IV sec.), poi 432

Le prime tre sono dette basiliche costantiniane

La prima, in ordine di tempo e di autorità,  è S. Giovanni in Laterano. Essa viene edificata sugli horti laterani (dal nome di una famiglia), terreno espropriato e in seguito appartenente a Fausta, seconda moglie di Costantino, colpita in seguito dalla damnatio memoriae, probabilmente morta per mano del coniuge, l'imperatrice ci ricorda il celebre personaggio di Fedra (cfr. l'accusa mossa a Crispo, figlio di primo letto dell'imperatore), di raciniana memoria. Naturalmente, non è il S. Giovanni in Laterano che abbiamo oggi negli occhi (perlomeno se ci riferiamo all'estetica della facciata odierna borrominiana): ancora oggi è la mater et caput di tutte le chiese di Roma e del mondo.

La seconda è S. Pietro (anche qui, non quella che vediamo, rifatta nel XVI sec., con la facciata del Maderno). L'antica basilica di S. Pietro, come le altre basiliche papali, era a 5 navate tagliate a croce latina, longitudinale [il modello è quello, civico, della basilica romana privata o pubblica]. Una chiesa cimiteriale, o meglio costruita sul luogo di sepoltura dell'apostolo Pietro. È il primo martyrium (luogo di memoria dei martiri). Verrà distrutta nel 1451. 
Quella che vediamo oggi è opera del Maderno, Michelangelo, Sangallo, e così via.

La terza è S. Paolo fuori le Mura, anch'essa costruita sul luogo di sepoltura (o di martirio) dell'apostolo Paolo. 
Quella che vediamo oggi è un rifacimento del XIX sec., dopo che la basilica andò a fuoco e fu distrutta quasi interamente da un incendio nel 1823, per colpa della disattenzione di uno stagnaro (e del fatto che i tetti avessero le travi in legno). Del Medioevo è il ciborio di Arnolfo di Cambio, salvatosi dal rogo in quanto posto sotto all'Arco trionfale che resistette alla distruzione.

La quarta è S. Maria Maggiore, edificata da un papa, Liberio, a seguito di un sogno, verso il 360 d.C. È a 3 navate, dopo che venne riassestata da un altro papa, Sisto III. Per la prima volta, si dedica una  basilica alla Madonna, intesa quale Madre di Dio (432 d.C., post concilio di Efeso). La basilica 

ha i mosaici più antichi della Roma cristiana. L'interno è ancora strutturalmente lo stesso della basilica paleocristiana.

Fondamentalmente, le prime chiese cristiane si ispirarono a edifici romani non di culto, per ovvie ragioni. Quindi, si ispirarono a luoghi civili (tribunali, bazar, sale udienze, fori coperti, empori, mercati), ludico-ricreativi (terme) o sepolcrali (mausolei). 

I luoghi religiosi pagani privilegiano l'ingresso singolo al tempio, il rapporto one-to-one con la divinità. I luoghi religiosi cristiani assemblano comunità, debbono essere ampli, è il popolo di Dio che si rapporta a lui, non l'individuo. L'architettura cristiana è pubblica e di gruppo.
Ecco perché le prime chiese romane sono o a pianta longitudinale (basilica) o a pianta centrale (terme, mausoleo).

Si trovavano in piena campagna, costruite su cimiteri subdiali (a cielo aperto) e comunque lontani dalla vita cittadina romana ancora fortemente pagana, per non irritare l'aristocrazia della capitale.


(Jacqueline Spaccini, 6/10/2018)