domenica 10 marzo 2019

Tra repressione e assimilazione. Gli schiavi a Roma


Tra repressione e assimilazione. Gli schiavi a Roma

Lezione del prof. Andrea Giardina per l'Archeomitato
Riassunto autorizzato dall'autore
10/03/2019 Roma


La schiavitù a Roma è durata secoli. Attraverso una violenta, terrorizzante, repressione. Certo, di sicuro, ma non solo; per dirigere e controllare gli schiavi per secoli violenza e terrore non bastano: c'è un'altra faccia della schiavitù.

Iniziamo dalla fine: siamo nel 449 d.C., trent'anni prima della fatidica data della caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Ci troviamo nell'accampamento di Attila. È un aneddoto, quello che segue, narrato da un ambasciatore romano, Prisco, che attende di essere ricevuto dal re. Siamo probabilmente in area danubiana, in un grande accampamento fatto di tende.

Per chi non lo ricordasse, Attila è re di un regno, quello degli Unni, che va dall'Ucraina al Reno. Nella mente e negli occhi, i lettori avranno di sicuro l'affresco di Raffaello, l'incontro di papa Leone Magno che ferma Attila:

Raffaello, Incontro Leone Magno e Attila, 1513-1514 Stanze Vaticane

Mentre l'ambasciatore Prisco passeggia nervosamente per l'accampamento un unno, un barbaro, si rivolge a lui con questo saluto:  Khaire  [χαίρε], salve in greco. E di lì nasce un dialogo.

- Come mai parli greco?
- Perché io ero greco.

Lo schiavo prende a spiegare: era commerciante in Grecia, quando era stato catturato in seguito a un combattimento, eseguito sotto la bandiera dell'Impero Romano d'Oriente. Come schiavo, aveva poi combattuto nell'esercito unno e in seguito ottenuto una parte del bottino. Con questo aveva riscattato la libertà, si era in seguito sposato con una donna del luogo ed era divenuto Unno lui stesso.

E conclude: ora io sono molto più felice tra gli Unni che un tempo tra i Romani. E perché mai? Perché la società degli Unni è giusta (= equa), quella dei Romani è ingiusta, come il suo Codice che per uno stesso reato punisce con la morte uno schiavo e con una semplice ammenda un cittadino romano.
Allora Prisco cerca di difendere la giustizia romana nei confronti degli schiavi e dice: I Romani trattano meglio gli schiavi. E ribadisce, l'ambasciatore: tra i Romani molti sono i modi di ottenere la libertà

Nel nostro immaginario collettivo, quando pensiamo alla schiavitù al tempo dei romani, ci viene in mente subito un celebre film di Stanley Kubrick: Spartacus (1960), quello con Kirk Douglas.

Spartacus crocifisso




locandina del film


Il favoloso Spartaco kubrickiano è uno schiavo ribelle protosocialista, merita di essere (ri)visto, se capita.

In realtà, noi poco sappiamo della condizione di vita degli schiavi a Roma ed è anche chiaro perché. L'arte antica non ci dà che poche rappresentazioni della schiavitù, se non ancillare (Pompei). Perché non era soggetto degno di interesse. Anche se andiamo a vedere le rivolte, ce ne saranno due in tutto.



Invece la pittura contemporanea, dall'800 in poi, si è interessata alla schiavitù romana. Eccone alcuni esempi del pittore francese Jean-Léon Gérôme:

Gérôme, Mercato degli schiavi a Roma (1884)

Gérôme, Mercato di schiave


Gérôme, Vendita delle schiave a Roma, 1886

È una pittura con un elemento (neanche troppo, NdR) ambiguo: sono quadri sensuali e morbosi insieme (l'attardarsi sul nudo integrale femminile che la scena "storica" consente), un côté voyeuristico nel mostrare la schiavitù femminile che presuppone un dominio sessuale che va al di là del rapporto padrone-schiavo.

Tornando agli antichi Romani, per loro liberare gli schiavi è tutto sommato facile.

Lo schiavo liberato ottiene la cittadinanza (sia pure di serie B): può votare ed eleggere magistrati, ma non può essere votato né eletto magistrato. Si tratta di un elettorato passivo. Il figlio del «liberato», invece, potrà godere dell'elettorato attivo: votare ed essere votato (ed eventualmente eletto console, perché no?).

CITTADINO ROMANO vuol dire libero e cittadino di Roma: non è poca cosa. 
Uno schiavo romano poteva divenire libero anche a seguito di un esecuzione testamentaria, post mortem. Oppure per manumissio oppure semplicemente invitato alla mensa del suo padrone

Questa è una particolarità della Roma antica: un cittadino può rendere uno schiavo cittadino a sua volta. È un UNICUM nella storia. 
In Grecia, infatti, per rendere cittadino uno schiavo liberato occorreva una delibera dell'assemblea. A Roma no, si è individuali, ONE TO ONE (i Romani sono quelli del quisque faber non del fatum, come i Greci, NdR).
Ma qual è il mondo degli affrancati? A differenza degli schiavi, il mondo dei liberti è rappresentato nell'arte: ci sono disponibilità finanziarie e quindi ci si può far erigere un mausoleo, un sarcofago, etc.
In fin dei conti, si tratta di parvenus che imitano il mondo dei ricchi romani. È un'imitazione sociale. 

tomba del fornaio liberto arricchito, il fornaio Eurisace
monumento funerario di liberto

Petronio Arbitro lo fa assurgere a protagonista nel suo Satyricon con il personaggio di Trimalcione nella celeberrima cena. Essere liberto è uno status, non una classe sociale. Si può essere poveri o ricchissimi.
Ecco l'interpretazione dell'opulenza dell'ex-schiavo ora ricchissimo liberto - ma sempre uomo a metà, nel film di Federico Fellini:

Fellini Satyricon - 1969

Il fatto è che pur libero, un liberto non riesce mai a essere un vero romano, così come il borghese non avrà mai modi aristocratici.

Assistiamo dunque all'assimilazione dello schiavo che porta a un arricchimento di culture, dal momento che gli schiavi provenivano da tutte le parti del mondo.

Lo dicevano anche i nemici dei Romani: per esempio, in una lettera [epigrafe] inviata nel 217 a.C. dal re di Macedonia Filippo V, nemico dei Romani e alleato di Annibale nella Seconda Guerra Punica. 
Filippo V è un uomo colto che scrive prima della più grave tragedia della storia romana, prima della battaglia di Canne: Se volete essere potenti dovete fare come i Romani, quelli che quando liberano gli schiavi li fanno cittadini e per questo sono diventati potenti.


Filippo V di Macedonia

Perché il re macedone scrive questo? 
Perché nel mondo antico gli schiavi non combattono. Gli eserciti sono composti dai cittadini.
Tanti cittadini, grandi eserciti.

Anche se ci furono battute d'arresto - come durante la guerra sociale -, sconfitte con decine di migliaia di morti, avvenute duecento anni prima della nascita di Cristo, come quelle che Roma subisce nella battaglia del Ticino, della Trebbia, del Trasimeno e soprattutto di Canne (attuale Barletta, Puglia) avrebbero messo in ginocchio qualunque potenza, che avrebbe visto distrutto il suo esercito. Ma Roma no.

Immaginiamo Annibale convinto ogni volta di aver vinto e che invece si ritrova davanti a sé, ogni volta, nuovi eserciti. Se Roma non avesse avuto il rimpiazzo dato dagli schiavi liberati, e dunque cittadini, tutto questo non sarebbe stato possibile.

Così si capisce meglio anche la Constitutio Antoniniana, la cittadinanza romana elargita a tutti da parte dell'imperatore Caracalla nel 212 a. C.


ritratto di Caracalla


Scrive Tito Livio: sembrava che da Roma un fiume umano scorresse incessantemente per riempire i campi di battaglia. 

La capacità di resistere all'avversa sorte (e non solamente la capacità di offendere, nel senso di attaccare) è uno degli elementi che arricchiscono l'automythology romana).

Scrive Plutarco in Vita di Romolo (9,3) che i primi Romani dettero asilo a tutti gli schiavi fuggitivi:

IL PROF. ANDREA GIARDINA LEGGE UNO STRALCIO DI VITA DI ROMOLO

Se questo luogo sacro intitolato al Dio Asilo è anche il primo nucleo della città eterna, allora vuol dire che probabilmente erano schiavi fuggiti dai loro padroni. Ecco un altro elemento che differenzia i Romani dai Greci.
Per i Greci i romani erano bastardi (etimologicamente parlando); per sé stessi loro rivendicavano invece ascendenze divine. I Greci erano ossessionati dall'idea della stirpe, della razza. Mentre  i Romani erano immigrati promiscui. Eppure Atene passa per democratica e Roma no.

Altro  tema, a questo proposito, da approfondire sarebbe quello della consanguineità: importante per i Greci, riprovevole per i Romani.

Erano razzisti, i Romani? Xenofobi?

Scrive Giovenale (I sec. d.C.) di essere insofferente nei confronti degli stranieri (Satire, vv. 58-125); la sua non è xenofobia (paura degli stranieri), bensì xenopatia (fastidio, insofferenza).
Tutti questi forestieri che vengono dalla Siria, dall'Egitto, dalla Tracia etc, non sono pericolosi, bensì fastidiosi.

Ma i Romani non sono forse quelli che distrussero Gerusalemme, deportarono gli Ebrei in quanto ribelli? Non vi vede forse la Menorah* nell'arco di Tito a Roma?


MENORAH - ARCO DI TITO - ROMA

©Jean-Christophe Benoist ARCO DI TITO

Tacito si chiede se i Romani fossero antisemiti, provassero disgusto verso gli Ebrei. Eppure, non esistevano ghetti presso i Romani. Il ghetto è un'invenzione medievale in terra italica (XIV sec., a Venezia).

I Romani non hanno discriminazioni etniche.

Cornelio Nepote ci dice di comprendere le usanze altrui, quelle non romane. A proposito del matrimonio tra consanguinei tra i Greci è normale, scandaloso per i Romani; per i Greci  scandaloso ammettere le donne al banchetto, mentre per i Romani è normale.
Questo relativismo culturale fa grande Roma.

Ma i Neri? I Romani li chiamano tutti Etiopi. Se a una donna romana nasce un figlio nero è perché ha avuto rapporti sessuali (consenzienti oppure no) con un uomo dalla pelle nera. Per i Greci, invece, se una donna greca mette al mondo un bimbo «nero» è perché ha incontrato sulla sua strada un uomo di colore e ne è rimasta «impressionata». Come nella celebre Tammuriata nera:





In un epitaffio funebre di un padrone che ricorda il suo schiavo nero, c'è scritto che se la sua pelle era come quella del bronzo di Corinto, aggiunge che la sua anima era composta di candidi fiori e «per questo non ho mai smesso di amarti».

Ci ricorda una poesia, Bimbo nero, di William Blake: [...] I am black, but O! my soul is white... [sono nero ma la mia anima è bianca].

In verità, i Romani provano repulsione anche verso i nordici, a causa della loro pelle troppo bianca, gli occhi troppo chiari. Allora il razzismo presso i Romani? Beh, di sicuro non è questione di pelle, dal momento che hanno schiavi bianchi.

E concludiamo con il simbolo di Roma: la lupa.

Simbolo di ferinità, di animale selvatico, simbolo di potenza, lupa imperiale.
Emblema di accoglienza.
Ha allattato Romolo e Remo.
Animale accogliente.

lupa capitolina


In Siria, esisteva un mosaico del VI sec. d.C. che ora non esiste più. Forse è stato distrutto, forse smantellato  e trasportato altrove, inserito in qualche ricca villa. Non lo sappiamo. Era una sorta di tappeto musivo all'interno di un ospedale della Siria romana. Era un'immagine consolatoria, una favola bella e accogliente. Come dire:


Sarai accolto qui come un tempo la lupa accolse Romolo e Roma.



mosaico del VI sec. d.C. in Siria

Trascrizione della lezione del prof. Giardina 
a cura di Jacqueline Spaccini
Roma, 10 marzo 2019
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*La menorah era posta all’interno del Tempio di Gerusalemme fino al sacco della città da parte di Tito (70 d.C.) il quale la fece scolpire nella scena di processione trionfale su un altorilievo del proprio arco nel foro (fonte: https://www.archart.it/menorah.html)



mercoledì 16 gennaio 2019

La fortuna (e sfortuna) critica di Caravaggio secondo Roberto Longhi


La fortuna (e sfortuna) critica di Caravaggio secondo Roberto Longhi



Roberto Longhi (1890-1970), che è il più famoso critico di Caravaggio, nonché il suo ri-scopritore e maggior estimatore del XX secolo, si avvicina al pittore nel 1910,  ventenne, nell'ambito della biennale di Venezia. L'anno successivo, diverrà oggetto della sua tesi di laurea, con il prof. Toesca.
Nel libro cui faccio riferimento in fondo a questa pagina (nella sezione credits), il critico piemontese ragiona sulla fortuna - o più precisamente - sulla sfortuna di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, a causa della sua esistenza che scatenerà nei secoli un forsennato psicobiografismo (il termine è mio). Una sfortuna che equivale a un ridimensionamento artistico da imputare per lo più ai critici d'arte. Li enumera.


1. Giovanni Baglione, una sorta di Vasari di fine '600, e come il Vasari pittore anch'egli, querelò Caravaggio per versi offensivi e la cosa finì in tribunale (per approfondimenti, clicca qui)

2. Giovanni Pietro Bellori, lo dice pittore del naturalismo, lo accomuna al Cavalier d'Arpino (lui manierista), tutti e due comunque condannabili, a fronte di un  Annibale Carracci, che è esaltato.

Se poca fortuna (etica = estetica) raccoglie in Italia, in ragione della vita dissennata (lo psicobiografismo di cui sopra), diversamente, in Olanda [non dimentichiamo che Rubens farà acquistare ai Gonzaga la scandalosissima Morte della Vergine, rifiutata dai frati della Scala per cui l'opera era stata commissionata] e Spagna, è valutato Michelangelo Merisi. 


3. Vicente Carducho dirà che Velazquez è un secondo Caravaggio.

4. Joachim Sandrart, a fine '600, in Germania, è ben conscio della portata rivoluzionaria del pittore bergamasco.

5. Anche in Francia, a Parigi, sul finire del secolo, André Félibien (des Avaux) ebbe modo di apprezzarlo,  per quanto sotto l'influenza di Poussin (e si sa che Poussin detestava Caravaggio), perlomeno per quanto riguarda il colorito (ma dette zero alla composizione e al disegno).

6. Nel '700, poca fortuna incontra la pittura del Merisi; Pellegrino Antonio Orlandi nel suo Abcedario pittorico, dice di lui che il suo  è un «gran tignere di macchia furbesco».

7.  Francesco Algarotti gli renderà merito, ma anacronisticamente farà del Caravaggio il Rembrandt [lui scrive: Rembrante] italiano.


Osserva Longhi che tutto sommato, ex malo bonum: essere passato inosservato e caduto in disgrazia, lo ha tenuto al riparo dalle spoliazioni napoleoniche (all'epoca è la pittura bolognese a trionfare). Ma è indispettito dal fatto che neppure il grande Goethe non spenda parole sul Caravaggio durante il suo passaggio italiano. 

8. Nell'800, il negativo di turno è il gesuita Luigi Lenzi  il quale qualifica così i soggetti del Caravaggio: «Ubriacatezze, astrologie, compre di commestibili»...

Bisogna aspettare un passeggiatore solitario, straniero, che verso il 1830 parla con simpatia di Michelangelo Merisi, portando nella sua patria un ritratto romantico che avrà come effetto la creazione di un dramma, Caravage (1834), scritto da Charles Desnoyer et Abboise.

9. Questo viaggiatore che tanto ama l'Italia è Stendhal.

10. A metà '800, nell'Europa del Nord, Caravaggio è  sempre torbido, ma un torbido eroe nell'Handbuch der Geschichte der Malerei von Constantin dem Grossen bis auf die neuere Zeit , il manuale di Franz Theodor Kugler (1837). Scrive Longhi : «l'artista assume tratti che lo renderebbero quasi adatto a comparire nei Phares di Baudelaire [clicca qui per leggere il poema]; ciò non avverrà per altre ragioni; principalissima quella che al Delacroix subito sopravviene il Courbet» (p. 135).

11. Quel Courbet che ha qualcosa di Caravaggio nella sua pittura, naturalistica - scriverà Jakob Burckhardt - come quella del pittore seicentesco. Lo scrive nel 1855, analizzando un quadro del pittore borgognone di L'après-dîner à Ornans (1849). Come dargli torto? 



Ma ora Longhi ne ha abbastanza:  già all'inizio di questo excursus aveva dichiarato «darei al macero, senza troppo rimpianto, tutte le biografie principali dell'artista» (p. 131-132). 

Ascolterebbe volentieri le parole del Maestro Valentino, rivenditore di quadri a San Luigi dei Francesi, una sorta di Durand-Durel ante litteram, sempre secondo il critico piemontese. Ma anche i commenti del marchese Giustiniani con il quale Caravaggio dialogava.

E gli italiani? Nulla, «hanno già il Rinascimento alle spalle del Caravaggio» (p. 136). C'è già tanto di cui vantarsi. 

Ma nel 1951, a Milano, a Palazzo Reale, c'è la mostra sul Caravaggio e i Caravaggeschi. La cura Roberto Longhi. 

E Caravaggio diventerà definitivamente uno dei più grandi.

Risultati immagini per mostra milano caravaggio e i caravaggeschi 1951Jacqueline Spaccini
16/01/2019
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Credits: Roberto Longhi, Caravaggio (Roma, Editori Riuniti, 1982, pp. 131-136)

domenica 4 novembre 2018

Introduzione all'arte romanica. Pillole di arte.


 

INTRODUZIONE ALL'ARTE ROMANICA. PILLOLE DI ARTE 



Innanzitutto, collochiamo geograficamente l'arte romanica: da sinistra verso destra, essa si sviluppa in un arco che va  dalla Spagna alla Polonia, comprendendo a sud l'Italia e a nord la Gran Bretagna e i Paesi scandinavi.

Inquadramento storico: XI e XII secolo


È un fenomeno artistico cui si assiste dopo la «rinascita» delle città, vale a dire alla fine del sistema sociale e politico del Feudalesimo, allorquando si abbandonano le campagne a favore di un inurbamento massiccio. Spesso vengono "ricreate" città su antichi insediamenti romani.

Un nuovo spazio urbano, una nuova realtà storica, viene a crearsi. Se ci si impianta su un precedente sito della civiltà romana, non se ne riprende però la tradizione, nel senso che ogni città - diversamente dall'antichità, in cui un insediamento urbano era un capoluogo, una provincia, un nucleo amministrativo  che dipendeva dalla capitale, Roma - ora, la nuova città nasce e vive per sé stessa.


 Per vivere deve svilupparsi, e ciò può avvenire solo attraverso il lavoro. È la Chiesa stessa a raccomandarlo: il lavoro è un metodo pratico per accedere alla salvezza spirituale. La ricchezza proveniente dal frutto del proprio lavoro non è più demonizzata, non è più un peccato mortale, anzi è vista come il compenso terreno, un anticipo del premio futuro che Dio attribuirà in eterno.

In questo nuovo contesto, l'artigiano - che non può ancora definirsi artista - è colui che lavora la materia. 
Una prima considerazione va fatta: l'oggetto, la materia, seppure imperfetta, è espressione comunque di Dio, e per ciò stesso perfettibile. La materia non deve dunque essere avvilita, semmai interpretata e magnificata. 

Una seconda considerazione riguarda la qualità del materiale da trattare: può anche non essere prezioso, anzi, molto spesso non lo è: a differenza dell'arte bizantina in cui i materiali venivano assegnati e distribuiti dalla corte ai singoli maestri e/o alle maestranze, a questo punto spesso l'artigiano lavora da sé la materia e quindi non farà ricorso, per motivi economici, a materiali preziosi

La struttura urbanistica di una città romanica che possiamo definire tra virgolette «borghese», in quanto nata dai «borghi» e che contiene in nuce un nuovo ceto sociale, la borghesia, nell'espressione di artigiani e di mercanti, è siffatta: al centro vi sono la cattedrale (la sede vescovile), il municipio (la sede dell'amministrazione comunale) e la grande piazza del mercato. Tutt'intorno, le case-officine, le case-botteghe di artigiani e bottegai. A proteggere questo nuovo assetto urbano, stanno le mura che perimetrano il borgo e lo difendono da attacchi esterni.

 modena panorama

 
Il lavoro viene trasmesso e dunque ereditato di generazione in generazione, affinando le tecniche.
Per quel che si è detto poc'anzi, il merito per un manufatto degno di considerazione artistica non sta nella preziosità del materiale, bensì nella fattura stessa dell'oggetto, quindi nell'abilità e nella tecnica del pittore, scultore o architetto che dir si voglia. E nell'idea.

In architettura, la muratura prende il sopravvento sul marmo e in scultura - che era in parte scomparsa - la pietra anche sul marmo preziosa. In pittura il mosaico cede il passo all'affresco.

Dal momento in cui l'arte non è più delimitata dalla e riservata alla Corte, la conseguenza è che diventa  un'arte che si diffonde, badando a non essere più un'arte raffinata bensì un'arte in progresso.
Quindi non è più la tecnica perfetta (quella bizantina) che conta, bensì la tecnica progressiva. Questa tecnica che non rifiuta il passato, ma lo ingloba e lo supera, si fonda sull'invenzione e sul miglioramento della tecnica. Senza più aderire né emulare canoni classici perfetti e immutabili.

La società urbana romanica rivendica la propria discendenza romana, ma va oltre. Il monumento per eccellenza di tale arte è la cattedrale, che è la sede del vescovo (da cathedra che era la sedia sulla quale si sedeva il vescovo durante i riti religiosi), ma anche «basilica» nel senso romano, cioè luogo in cui si fanno riunioni, in cui la comunità civile si raduna per consiglio o anche per trattare affari. Tant'è che spesso la chiesa accoglie le spoglie di cittadini illustri, pratica che poi nel tempo scomparirà. 
 
interno duomo di Modena

Com'è la cattedrale romanica?
Essa è strutturata su 3 livelli: 1. cripta, 2. navata e 3. presbiterio.
Il più basso, il più imo, è la cripta, luogo che accoglie le spoglie di un santo, si affaccia sulla navata ed è sostegno del presbiterio; poi a livello stradale, quello per il quale accede il fedele, c'è la navata (una maggiore e due minori per un totale di tre navate); e infine il terzo livello, il presbiterio, posto più in alto, grazie a un pontile (o jubé) che permette ai fedeli di assistere da ogni punto al rito religioso della Messa. Non di rado, la cattedrale accoglie il matroneo, sorta di corridoio, di portici,  semi circolare che corre al primo piano e destinato alle donne. Esso si affaccia sulla navata centrale.

pontile duomo di Modena


Altra novità architettonica: la volta. Si passa dalla tradizionale e romanissima (sebbene inventata dai Sumeri) volta a botte alla volta a crociera. Essa è costituita dall'intersezione di 2 volte a botte. Grande importanza assumono la campata (spazio in muratura tra due appoggi o un arco) e il pilastro. Quest'ultimo va a sostituire la colonna, la quale reagisce solo alle spinte verticali. In una costruzione stereometrica (= tridimensionale), il pilastro reagisce alle spinte verticali e a e quelle trasversali.
volta a crociera

Tale architettura nasce in Lombardia.
Per questa sua ambizione a incrociare gli spazi, i suoi valori sono quelli di a) non voler offrire una visione simultanea di un solo punto di vista ma per tempi successivi; b) la luce non è più uniforme, bensì graduale. C'è uno spostamento ulteriore: quel che conta non sono più i piani geometrici, ma i punti in cui si concreta l'incontro delle forze, vale a dire sui nodi strutturali che possono essere mensole, capitelli.


cattedrale di Modena

L'edificio romanico è il risultato di maestranze organizzate in cui ognuno ha un proprio ruolo. Anche la scultura torna a far parte della struttura, ma non in solitario,bensì come struttura funzionale all'architettura della cattedrale (cf. foto). Il repertorio fantastico abbonda (profano, comico, grottesco, mostruoso). 

S. Angelo in Formis (Capua, Campania)

In pittura, le scene - anzi, i fatti - cui il sacerdote allude durante le sue letture dall'ambone, decorano i muri affrescati della chiesa, ma al di là dell'evento contingente che i fedeli conoscono benissimo. 

Quindi l'effetto didascalico non è limitato alla visione narrativa dipinta dell'evento biblico: il fedele deve percepirne il suo significato ultraterreno. Le figure non sono idealizzate. Sono piatte, non ellenistiche,senza chiaroscuro: solo linee scure profonde, o bianchi eclatanti. La pittura romanica vuole avvincere lo spettatore, il fedele in tal caso, attingendo al popolare.  

L'unità stilistica del romanico risiede nella continuità, nella crescita, nello sviluppo dell'opera.

Jacqueline Spaccini
(04/11/2018)

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(credits: Carlo Giulio Argan, Il Medioevo, Sansoni)

lunedì 22 ottobre 2018

Renovatio imperii ovvero la Rinascita carolingia. Pillole di arte


Teodosio prima (insieme con S. Ambrogio), Giustiniano poi e infine (soprattutto) Carlo Magno sono tre nomi che testimoniano - nel Medioevo - il progetto di rifondare Roma o meglio di rifondarne il potere imperiale che aveva rappresentato nella storia dell'umanità... con in più il valore cristiano aggiunto.


Incoronazione di Carlo Magno nell'antica basilica di S. Pietro a Roma

Quest'ultimo - l'elemento cristiano - conferisce una dignità divina all'imperatore (o re): è Dio stesso che lo vuole a governare i suoi sudditi, giacché il re o imperatore è incoronato dal papa. 
Ricorderemo la notte di Natale dell'800 d.C. (cfr. immagine qui sopra). 


 Renovatio imperii ovvero la Rinascita carolingia.

Quali sono i provvedimenti che caratterizzano la rinascita carolingia?

1. L'adozione del latino come lingua ufficiale

2. La fondazione di cattedrali e monasteri (che saranno esempio dell'arte romanica)

3. La riforma della scrittura

4. L'imposizione della liturgia romana

5. L'istituzione di scuole presso la corte

6. La riscoperta dei testi classici e la revisione di quelli sacri

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Fonte: Bora-Fiaccadori-Negri et Alii, I luoghi dell'arte 2

Medioevo. Tre domande a bruciapelo

Medioevo. Tre domande a bruciapelo.








1. Quale autore ha usato per primo l'espressione medium aevum per designare un periodo di declino nella storia culturale posteriore all'antichità?

a. Giovanni Boccaccio
b. Dante Alighieri
c. Francesco Petrarca


Soluzione: clicca qui

2. Qual è invece il primo autore che usa il termine « rinascita » come sostantivo da opporre a una precedente epoca di decadenza identificata con il Medioevo?

a. Leon Battista Alberti
b. Lorenzo Ghiberti
c. Giorgio Vasari


Soluzione: clicca qui


3. La locuzione rivolta dei medievisti designa:

a. la modificazione dell'antico ordine sociale avvenuta in epoca medievale
b. la rivalutazione storica del Medioevo operata nei primi decenni del XX secolo
c. la tendenza artistica che, nel XIX secolo, promosse un ritorno allo stile prerinascimentale


Soluzione: clicca qui

L'altare d'oro di S. Ambrogio. Pillole di arte

L'altare d'oro di S. Ambrogio

9661 - Milano - S. Ambrogio - Altare - Foto Giovanni Dall'Orto 25-Apr-2007.jpg
wikipedia ©Giovanni Dall'Orto, 2007



Risale alla metà del IX sec. d.C, si trova nella basilica di S. Ambrogio a Milano. In origine conteneva le reliquie del santo e di altri due santi, Gervasio e Protasio. 

L'altare fu voluto dall'arcivescovo Angilberto II e fu eseguito da tale Vuolvinio, il quale si rappresenta e si firma nella parte retrostante dell'altare: MAGISTER PHABER.

IW_Volvinio_Altare-S.Ambrogio_20
in questa pagina tutte le foto nel dettaglio con un testo in inglese a cura di Giuseppe Frangi

Si tratta dunque di un sarcofago, di una tomba-altare a forma di cassa. 

Il materiale usato è legno rivestito da lamine di oro e argento, impreziosite da smalti e gemme incastonate. Le lamine sono incise a sbalzo. L'altare è lavorato su tutti i lati.

Sebbene sia attestata una unità programmatica dell'esecuzione (sotto la direzione di Vuolvinio, esecutore ma anche ideatore del manufatto, probabilmente), sono marcate alcune differenze nell'esecuzioni dell'opera.

La parte frontale [e quella dei due lati] che illustra dal basso verso l'alto la venuta terrestre del Cristo evidenzia influenze tardo-antiche e bizantine coeve: animazione, gestualità, racconto.  Stesso stile si ritrova in altre opere carolingie come per esempio : i dipinti dell'abbazia di Mustair, il salterio* di Utrecht e lo scriptorium di Reims.

dipinto di Muestair (qui, l'approfondimento) arte carolingia in Svizzera



*Il "salterio" è un testo in cui sono raccolti i 150 salmi, ovvero gli inni religiosi che secondo la tradizione sarebbero stati composti dal re Davide 
fonte:https://www.finestresullarte.info/antiquitates/2013/02-il-salterio-di-utrecht-e-la-sua-eredita.php)

La parte del retro (quella che ha una finestrella che si apre e che all'origine permetteva di vedere le reliquie dei santi) è invece più lineare, più severa ed è completamente - presumibilmente - opera di Volvinio che si autorappresenta nell'atto di essere benedetto da S. Ambrogio e nominato capo-orafo (MAGISTER PHABER).

 Altare maggiore Sant' Ambrogio

Bisogna ricordare  che influenze carolingie su maestranze a cultura tardoantica e bizantina potevano essere possibili all'epoca solo in Lombardia.

E in fin dei conti, S. Ambrogio nel IX sec. sta a indicare in maniera manifesta "l'alleanza tra la Chiesa milanese e quella franca, tra la città lombarda e l'impero" (Bora-Fiaccadori et Alii, I luoghi dell'arte, 2)

Jacqueline Spaccini



domenica 7 ottobre 2018

Barbari e Bizantini dell'Alto Medioevo

Barbari e Bizantini dell'Alto Medioevo 


 Periodo storico: VII eVIII secolo d.C.

Che cosa intendo per cultura bizantina? 

Intendo una cultura  che non può più dirsi per davvero «romana» (anche se il termine bizantino risale al XVII secolo), vuoi perché l'impero romano d'occidente non esiste più, vuoi perché tale cultura non si esprime nemmeno più in latino, bensì in greco. L'ultimo imperatore di madrelingua latina è il macedone Giustiniano, e lui muore nel 565 (VI sec. d.C.). Dopo di lui, il greco prenderà la rivincita sul latino e gli imperatori avranno nomi come Ἡράκλειος (Eraclio I), Κωνσταντίνος (Costantino III) e così via. Siamo alla terza decade della prima metà del VII sec. d.C.
Impero bizantino nel 650 d.C.

Tuttavia, una cultura paleo-bizantina si esprime fin dal IV secolo, già in ambito tardoantico. L'arte bizantina è religiosa, tende alla stilizzazione e va contro il prodotto artistico/manufatto naturalistico e individualistico (romano tardoantico); è spirito, è luce, è oro, la figura è incorporea, svanisce la prospettiva.  

Dove poggiano i piedi Giustiniano e Belisario? Gli uni sugli altri?
S. Vitale mosaico Giustiniano e la sua corte 

Viene meno quella rappresentazione figurata propria della romanità: tranche de vie, individualizzazione dei personaggi raffigurati, attaccamento alla terra, alla natura. 
Lo spazio è simbolo, luce; il sentimento cristiano è mistico: ciò che è ombra è materia e per ciò stesso negatività.
S. Vitale (part.)
L'agnello sacrificale, il fondo blu, i fiori, le foglie, la frutta
Scrive Carlo Giulio Argan: 
è una cultura essenzialmente religiosa, che mira a realizzare in terra l'ordine divino e ad assicurare all'umanità un esito trascendente, la salvezza al di là della vita.
Ordine, gerarchia, burocrazia e formalismo. Ma da qualche altra parte nell'impero, trova posto l'eremita, l'asceta, il monaco, la profezia apocalittica. 

L'arte ne è il riflesso: arte aulica (o di corte)  vs  arte ellenistica. Arte che raffigura Cristo, i santi o i papi (stilizzazione) vs arte che racconta le S. Scritture (figurazione narrativa).


Papa Simmaco S. Agnese fuori le Mura

Melchisedech* viene incontro ad Abramo offrendogli pane e vino (mosaico S. Maria Maggiore )
  
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Melchisedech*: re-sacerdote di Salem (= Gerusalemme) che offrì ad Abramo pane e vino (Antico Testamento).


E ora parliamo di barbari, siamo sicuri che stiamo parlando in maniera univoca?
Sono ancora barbari, questi longobardi o franchi che confezionano crocette in oro e continuano nella loro arte orafa, con fibule e fibbie in oro o in argento, se non addirittura i frontali d'elmo?  


Firenze, Museo del Bargello crocetta da sudario in oro ©Jacqueline Spaccini

 Firenze, Museo del Bargello fibule a staffa, arte franca, argento dorato ©Jacqueline Spaccini
  Firenze, Museo del Bargello fibbia, argento ©Jacqueline Spaccini
 Firenze, Museo del Bargello lamina di Agilulfo (frontale d'elmo) 
Arte longobarda rame sbalzato e dorato ©Jacqueline Spaccini

 All'inizio, la produzione «barbarica» è aniconica, cioè priva di immagini: piuttosto astratta, con disegni geometrici. Ha una tradizione di ornato e se raffigura qualcosa, quel qualcosa sono motivi zoomorfi (animali). In realtà, in Italia - scrive Argan - la produzione orafa non ha un'influenza rilevante. 

Quel che è rilevante  è la conseguenza che le invasioni e le successive dominazioni barbariche impongono al tessuto urbano: la decadenza delle città.

Castelseprio chiesa di S. Maria foris portas
Il ciclo di affreschi di Castelseprio (Varese, Lombardia) è un'eccezione. Questi dipinti rinvenuti in una chiesetta nel 1944, sotto vari strati di intonaco,  sono un'eccezione. L'opera di un artista greco di passaggio, di certo. I caratteri sono ellenizzanti. Un fatto isolato.

affresco di Castelseprio

Roma farà eccezione. Roma ha S. Maria Antiqua, all'interno del Foro Romano.

Affreschi sovrapposti in S. Maria Antiqua (VI-VIII sec. d.C.)

 Jacqueline Spaccini 7 ottobre 2018
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(Spunto di riflessione: Carlo Giulio Argan, Il Medioevo, Firenze, Sansoni, 2000)