venerdì 30 ottobre 2009

Le figure di stile più ricorrenti

Jacqueline Spaccini ©2009

N.B. Premesso che c'è differenza tra figure di stile e figure retoriche, qui per comodità utilizzeremo un unico termine, figure di stile. Ce ne scusiamo con i puristi.


Alcune figure di stile

di
Jacqueline Spaccini


destinato ai miei studenti di:
L1 - IT3A Méthodologie documentaire universitaire
LV2 - non spécialistes - IT8 Littérature italienne contemporaine




VIDEO da IL POSTINO [Massimo Troisi e Philippe Noiret], soprattutto a partire da 2'55" [se non si apre, clicca qui ]

Ho iniziato con una figura di stile semplice. Forse la più usata da tutti noi, tutti i giorni, senza nemmeno accorgercene.

Nell'estratto del film, Philippe Noiret (che interpreta il ruolo del poeta cileno Pablo Neruda) dice a Massimo Troisi (il postino) che quando usa l'espressione "come una barca sbattuta dalle (sue) parole" ha fatto una METAFORA. Non è vero, la sua è una SIMILITUDINE (o ANALOGIA). Ma si assomigliano parecchio, basta togliere il *come*.
Es.:

Tu es le soleil de ma vie (You're my Sunshine) = metafora
Tu sei bella come il sole = analogia

Troisi dice anche che "il mondo intero (eccetera eccetera) è la metafora di qualcosa". Figura anche questa, ma non metafora. Lo vedremo dopo.

E continuo con queste due figure e con lo stesso film (capolavoro di poesia)



VIDEO
da IL POSTINO [Maria Grazia Cucinotta (Beatrice, la ragazza amata da Mario) e la zia]
Se non si apre, clicca qui.

Qui, l'anziana signora dice alla giovane Beatrice - che ha nel cuore la poesia scritta dal postino (in realtà è una famosa poesia di Neruda) - di diffidare delle parole e delle metafore, quando "un uomo vuole toccarti con le parole". Ecco questa sì, è una metafora!

Torniamo alla poesia del postino e rintracciamo le figure di stile in essa contenuta (sono due, in realtà)

Il tuo sorriso si espande come una farfalla sul tuo volto;

il tuo riso è come una rosa, una lancia che si sfila, un'acqua che prorompe;

il tuo riso è un'onda d'argento repentina



Ho sottolineato in qualche modo le figure che voglio sappiate ritrovare da soli, alla fine di questa lezione.
Per adesso, questo brano di poesia lasciamolo qui, solo soletto. si farà compagnia da sé.

Vado per ordine alfabetico
(MA METTO ACCANTO GLI AFFINI E GLI OPPOSTI).


ALLEGORIA
:
Allegoria in greco significa "dire altro".
C'è allegoria quando un'immagine (evocata figurativamente o testualmente) esprime un concetto idelae, morale o religioso. Ovvero, c'è allegoria quando un'immagine, un'opera o un'espressione vuole esprimere altro.
Es. di allegoria:

Letteratura: Le Roman de la Rose (metà del XIII secolo)
Il poema ha la forma di un sogno allegorico. Il poeta si sveglia un mattino di maggio (la primavera è la stagione topica dell'amore) e si addentra in un giardino meraviglioso - un locus amoenus - dove attraverso lo specchio di Narciso, vede riflessa la rosa di cui si innamora.


photo Jacqueline Spaccini ©2009

Tutto il poema narra le imprese dell'amante per conquistare la rosa, allegoria della donna mata. Alla fine con l'aiuto di Venere, egli riuscirà a penetrare nel castello e a consumare l'atto d'amore.

Pittura.
Es. L'allegoria della pittura di Jan Vermeer


Vienna, 1666

Sintagma: antica lupa = avarizia; piede straniero = occupazione della patria da parte del nemico; laddove il sole non batte = il fondoschiena (derrière, postérieur, fesses).

ALLITTERAZIONE:
Allitterazione in latino significa “allineare le lettere”.
Significa ripetere una lettera, una sillaba o un suono all’inizio o all’interno della parola successiva [esempio: Marilyn Monroe (lettera *m*), Coca-Cola (sillaba -co) fascismo fashion (suono = ).

Esempi di allitterazioni in letteratura (poesia)
E caddi come corpo morto cade. (Divina Commedia, Inferno, canto V)
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge (Ugo Foscolo, Alla sera, verso finale)
3. effetti (voluti) dell’allitterazione
le consonanti dal suono secco (g, c e s) evocano una sensazione di durezza.
le consonanti dal suono dolce (v e l) evocano una sensazione di morbidezza, piacere.
La consonante r evoca un senso di ribellione, ribollimento dell’anima
la vocale a evoca un senso di ampiezza.
la vocale u evoca un senso di gravezza.
la vocale i evoca un senso di chiarezza.

ANAFORA:
Ripetizione di parola o di gruppo di parole all'inizio di una frase o di un verso
Es. Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente (Divina Commedia, Inferno)

ANALESSI
(riguarda la sintassi):
in greco significa “prendo nuovamente”
L’analessi o retrospezione (la parola inglese flashback è impropria perché è un’analessi cinematografica), consiste nell’evocazione di un evento o fatto precedente al momento in cui si racconta, avvenuto nel passato. È molto frequente.
Esempio: numerosissimi nei romanzi (soprattutto autobiografici, ma non solo)
Quand’ero bambino… Durante la mia infanzia…Ero nato ad Alba…
Esempio illustre: A la Recherche du temps perdu di Marcel Proust:

Longtemps je me suis couché de bonne heure.
Parfois, à peine ma bougie éteinte,
mes yeux se fermaient si vite ù
que je n'avais pas le temps
de dire : "Je m'endors".

PROLESSI
(riguarda la sintassi):
in greco significa “ prendo prima”. Poco frequente nella narrativa.
Anticipa un evento, un’azione che dovrebbe venir dopo rispetto alla storia che si sta narrando. È anche detta flash-forward.
Esempi: vent’anni dopo, avrei rincontrato quell’uomo che da bambino non avevo capito essere mio padre…


VIDEO: Minority Report [Je vous arrête pour le futur meurtre], 2002 Se non si apre, clicca qui

CATACRES
I:
1. In greco significa “abuso, uso improprio”.
C’è catacresi quando si usano parole (figurate) non adeguate al sostantivo di riferimento, ma che ormai sono entrate nell’uso comune.
2. Esempi di catacresi:
I bracci del candelabro
Il dorso della montagna/collina
Il collo della bottiglia
La gamba del tavolo
I denti della forchetta

ELLISSI:
in greco significa “mancanza”
L’ellissi consiste nell' eliminazione all' interno di un particolare enunciato, di alcuni elementi (che il lettore può solo immaginare o di cui può anche non rendersi conto).
Effetto: di sorpresa, e quindi sveglia l'attenzione del lettore che è portato a soffermarsi maggiormente sul testo (soprattutto se il testo è un giallo [noir, policier o un thriller]. Serve principalmente a mettere in rilievo una parte importante.



VIDEO : LA VITA E' BELLA (1997) USO DELL'ELLISSI (morte non mostrata)
(se non si apre, clicca qui)
EUFEMISMO
:
in greco significa “dolce suono”
figura retorica adoperata per attenuare una espressione ritenuta troppo cruda, irriguardosa o volgare come ad esempio, quando si parla di morte
esempio: ieri è scomparso…; annunciamo la perdita di…; è venuto meno all’affetto dei suoi cari…
esempio: personale in esubero cioè in numero eccessivo, cioè lavoratori da licenziare

IPOTIPOSI:
in greco significa “effigie, immagine + sotto”
descrizione talmente efficace di una cosa che a chi ascolta (o legge) pare di vederla davanti agli occhi. (cfr. il brano Omertà di Sciascia, incipit di Il giorno della civetta)
in pittura:



IRONIA:
In greco significa “dico il contrario di quello che penso”
consiste nell' affermare una cosa che è esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere. Si tratta di un tipo di comunicazione che richiede nel lettore e nell'ascoltatore la capacità di cogliere l'ambiguità sostanziale dell'enunciato.
esempi: Sei furbo, tu! (invece si vuole dire all’altro che non è per niente furbo)

LITOTE:
in greco significa “semplicità”
Consiste nell’attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario, come nella frase non ti odio (ti amo?) - non è male (è bene/è cosa buona) - non è bello (è brutto)– non essere un’aquila (= essere sciocco). A differenza dell’eufemismo, esige sempre il “non”.

METAFORA:
in greco significa “(io) trasporto”
(trasposizione) sostituzione di un termine con una frase figurata legata a quel termine da un rapporto di somiglianza, ad esempio:
la verde età (l’infanzia); la signora in nero (la morte); la fiamma (passione) del mio amore; sei una volpe (furbo); siete il sale della terra (dal Vangelo: il senso). Spesso quando sogniamo il nostro inconscio/subconscio/super-Io ricorre alla metafora. Da qui, l’analisi dei sogni.

SIMILITUDINE (o ANALOGIA):
in greco significa “rapporto proporzionato”
Consiste in un paragone tra immagini, cose, persone e situazioni, attraverso la mediazione di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali (come, simile a, a somiglianza di, quasi).
Es. È furbo come una volpe.

METONIMIA:
in greco significa “invece del nome; cambiamento del nome”
Consiste nell'usare il nome della causa per quello dell'effetto, per esempio:
- l’autore per l’opera: leggere Manzoni
- il produttore per il prodotto: bere un Martini; indossare un Armani;
- la materia per l’oggetto: mettere la città a ferro e a fuoco (usare le spade e incendiare tutto)
- il simbolo di colore (per appartenenti a un partito o a una squadra di calcio): i Verdi (coloro che credono nel partito degli ecologisti), i giallorossi (i giocatori o i tifosi della squadra di calcio della Roma che hanno le divise giallorosse)
- il luogo per l’istituzione: la Farnesina (il ministero degli affari esteri); l’Eliseo (il presidente della repubblica francese); il Vaticano (il Papa), etc.

SINEDDOCHE:
in greco significa “prendo insieme”
Esprime: la parte per il tutto (vela invece di nave); il tutto per la parte (una borsa di foca, per indicare una borsa fatta di pelle di foca); il singolare per il plurale e viceversa (l'italiano è molto sportivo; l’Europa tutta va in guerra – T. Tasso La Gerusalemme liberata); il genere per la specie (mortale per l'uomo).

OSSIMORO:
in greco significa “acuto[=intelligente]-sciocco”
Consiste nel mettere insieme, nell’unire, nell’avvicinare due concetti discordanti.
Esempi: paradiso infernale, ghiaccio bollente, un silenzio assordante, dolcemente amaro, un vento immoto, un urlo silenzioso, etc.

PARONIMIA:
in greco significa “vicino al nome”
Indica l’accostamento tra due (o più) parole dal suono simile ma dal significato differente.
Esempio: traduttore traditore (traducteur = traître, ma in francese non c’è paronimìa)
In generale, la paronimia è spesso non voluta. E dà luogo a fenomeni di comicità… (sbagli di parole) Esempio: istigare (= inciter, pousser à une action - avec un sens négatif) una certa curiosità (invece di: instillare [= instiller, inspirer – avec un sens positif] una certa curiosità)

PRETERIZIONE:
in greco significa “passare oltre; omettere; passare sotto silenzio”
Consiste nel fingere (= feindre) di voler tacere ciò che in realtà si dice.
Esempi: Non ti dico il calore, l'affetto, la cordialità con cui siamo stati accolti. Non ti dirò: avevo ragione io…
È inutile (superfluo) sottolineare il valore/l’importanza del…

PROSOPOPEA O PERSONIFICAZIONE:
in greco significa “aspetto di/della persona”
Consiste nel far parlare un personaggio assente (cf. video “in abstentia”) oppure morto (nell’Odissea, per esempio) o anche cose astratte (Gloria, Natura, Morte) e inanimate (Sole, Luna) come se fossero persone reali.

La danza macabra (Pinzolo, particolare)

Nel cinema:
Ingmar Bergman Il Settimo Sigillo (personificazione della morte)



VIDEO: IL SETTIMO SIGILLO (1957)

ANTROPOMORFIZZAZIONE:
in greco significa “con forma umana”
in questo caso sono gli animali che parlano e sono rappresentati come esseri umani.
Esempi tipici: nelle favole di Esopo (greco), Fedro (che traduce in latino le favole di Esopo) e La Fontaine (che traduce in francese le favole che Fedro ha tradotto da Esopo).

La cicala e la formica

La Cicala che imprudente
tutto estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell'inverno si trovò,
senza più un granello
e senza una mosca in la credenza.

Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l'agosto,
in coscienza d'animale,
interessi e capitale.

La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. - Brava ho gusto;
balla adesso, se ti pare.

ma anche:

QUI
il discorso (in francese, ma si può avere anche in inglese o in tedesco)
tra la volpe e il Petit prince di Saint-Exupéry




VIDEO: La storia infinita (1984)



(Se non si apre, clicca qui )

ZOOMORFIZZAZIONE:
in greco significa “con forma animale”
è il contrario dell’antromorfizzazione: è l’uomo che è rappresentato come un animale.
Esempi: Rosso Malpelo (1880, novella di Giovanni Verga)
Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po' di ricreazione, egli andava a
rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po' di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c'ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell'asino grigio, senza osar di lagnarsi


SINESTESIA:
in greco significa “percepire insieme”
Consiste nell’avvicinare un sostantivo e un aggettivo che esprimono due sensazioni (mi riferisco ai 5 sensi: vista, olfatto, udito, tatto, gusto) diverse.
Esempi: fredde luci (tatto + vista); oscura voce (vista + udito); urlo nero (udito + vista)

E torniamo alla poesia di Pablo Neruda:



Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca. Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.


Siccome ogni cosa è piena della mia anima tu emergi dalle cose, piena dell'anima mia. Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima, e assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante. Sembri lamentarti, farfalla che tuba. E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge: lascia che io taccia con il silenzio tuo.

Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e stellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Poi basta una parola, un sorriso.

E sono felice, felice che non sia vero.

Jacqueline Spaccini ©2009

giovedì 22 ottobre 2009

Il BLU di Michel Pastoureau

LE GRAND BLEU
(no, non il Mediterraneo)


More about Bleu

SPROLOQUIO INIZIALE.
Meraviglioso libro, piccolo nel numero delle pagine e voluminosissimo per densità di informazioni, gradevole per stile di argomentazione; un piccolo tesoro che purtroppo - e per fortuna - è stato già tradotto in italiano (purtroppo, perché avrei voluto tradurlo io).
Ultima premessa: qua e là tra le cose scritte che riassumono il libro di Pastoureau, ci sono cose dette da me (studiate ai tempi lontani di Glottologia e del compianto prof. Giorgio Raimondo Cardona).


* * *



Michel Pastoreau qui un'intervista di Radio Canada (12'58")

Chi di voi pensasse che il blu è un colore da sempre presente nella nostra (nel senso di occidentale) cultura, sbaglierebbe di grosso.

Ricordate la bella tenuta di Russell Crowe alias Maximus il Gladiatore (sì, quello del film zeppo di errori storici), tutto bello in blu (cfr. foto)? Impossibile.
Impossibile perché per i Romani il blu non esisteva.
Spiego meglio. Non erano certo ciechi, come noi non siamo ciechi se ci addentriamo nella foresta amazzonica e vediamo tutta una sorta di marroni e di verdi e di rossi. Ma tutt'al più possiediamo una gamma di 3-4 forse 5 tonalità o sfumature per indicarli, noi miseri mortali. Così, i Romani vedevano il blu e tutte le sfumature (ciano e ceruleo sono in fondo parole latine), ma si limitavano a indicarlo con un (per noi) troppo vago glauco (etimologicamente, significa "scintillante" ed è un colore tra l'azzurro e il verde).
Tant'è che la parola blu (bleu, blau, blue) viene dal germanico blavus mentre azzurro viene dall'arabo (che non so scrivere correttamente e dunque tralascio).
Ma non era unicamente una questione di visione corretta o di nominalizzazione (per quanto si dica esse est percipi, per dirla volgarmente: esiste solo ciò che è percepito). Il colore blu non gode del gradimento romano, perché [traduco io]: "[esso] è soprattutto il colore dei Barbari, Celti e Germani, che a detta di Cesare e Tacito hanno l'abitudine di tingersi il corpo di questo colore per spaventare i loro avversari. Ovidio aggiunge che, invecchiando, i Germani si tingevano i capelli con il guado [la guède: di questo colore, ottenuto da una pianta che non esiste più, ho parlato qui, n.d.r), per scurire i capelli bianchi" .
Per un Romano, anche avere occhi azzurri (per non parlare dei capelli rossi e riccioluti) era un deplorevole difetto.



Durante l'Alto Medioevo, il blu resta un colore discreto, appannaggio delle classi contadine o comunque delle persone di basso rango. Il rosso, il bianco e il nero la fanno da padroni nelle classi agiate.

Anche quando nascono i cosiddetti colori liturgici - osserva Pastoureau - il blu ha poco o per nulla spazio: la superiorità cristologica appartiene al bianco. E dopo il bianco, ancora il rosso e il nero.


Ma ecco che nel IX secolo, nell'impero carolingio, comincia a farsi strada questo colore come attributo della Vergine Maria. Prima del XII secolo, tuttavia, il colore ufficiale della Madonna resterà il bianco; blu, tutt'al più, (ma anche azzurro o celeste) sarà il suo mantello. Inizialmente colore di lutto (per la morte del Cristo in croce), il blu si fa via via più luminoso, meno funebre: fintantoché non finisce sulle vetrate delle chiese. A quel punto, il blu mariano si farà luce.

Vitrail au fond et à gauche de la Cathédrale Saint-Pierre de Montpellier

Diventerà in seguito il colore dei Re e segretissime saranno le formule per riprodurre tale o taltaltra nuance di blu. Quel che è più difficile - nei tessuti - sarà mantenere il tenore (insomma, il blu sbiadisce ben presto). Finché non si scopriranno le virtù dell'indaco (ma bisognerà giungere al XVII secolo).

A questo punto, siamo arrivati a poco prima della Riforma, il blu è un colore morale, secondo solo al nero. La Riforma però gli preferirà il nero, il grigio, il bruno o ancora il bianco (il colore della purezza); un piccolo spazio sarà concesso al blu purché sia senza brillantezza, severo, smorto.

Tutte le gradazioni del blu (clicca qui)

A partire dal XVIII sec., il blu è il colore preferito nell'Occidente, soppiantando il rosso. Il colore più noto è quello che chiamiamo blu di Prussia, poco stabile alla luce ma con forte potere colorante (nessuno ha mai voluto i blu délavé, evidentemente, almeno fino ai jeans), inventato per sbaglio - perché è un colore artificiale, contrariamente ai blu ottenuti a partire da lapislazzuli, azzurrite, smalto o piante vegetali (come il girasole o il succitato guado).

Il blu diventa alla moda durante il Romanticismo ; responsabile sarà la marsina di Werther. La sua severa redingote blu (sempre accompagnata da un panciotto giallo) detterà moda e decreterà il successo del blu presso i giovani europei nei 15 anni successivi.

All'epoca della Rivoluzione francese, il blu passa dalla coccarda alla bandiera, divenendo un colore politico e nazionale (ancora oggi, i calciatori francesi vengono detti i Bleus.)
Colore princeps delle uniformi (assieme al grigio), sarà il colore di un'altra uniforme - questa volta, passatemi l'ossimoro, civile - che da oltre 50 anni a questa parte non conosce declino : i jeans.
E se la parola in questione rivela l'origine italiana del termine (letteralmente: di Genova), la variante sopravvenuta nel tempo, il denim, proverrebbe dall'espressione de Nîmes (città della Francia meridionale). Nel 1853 Levi Strauss comincia a produrne; nel 1902 i suoi pantaloni prendono il nome commerciale di blue jeans (erano tinti con l'indaco). E nel 1926 la ditta concorrente Lee, apporterà una modifica introducendo la zip al posto dei bottoni.

Dall'inizio del XX secolo il blu è in testa a tutti i sondaggi circa le preferenze: è di gran lunga il colore più amato. Paradossalmente, oggi può apparire come un colore neutro. Scrive Pastoureau [traduco]:
"[Per il fatto che sia il colore preferito], qualunque sia il sesso, le origini sociali, la professione o il bagaglio culturale, il blu stritola tutto ". Da un lato, cancella le differenze, ma dall'altro - aggiungo io - crea eserciti di divise laiche perfettamente conformi (e conformate). Doppipetti blu, auto blu.

Poeticamente, il blu evoca il cielo e il mare, certo.
Quanto a me, preferisco il nero e il viola.

_________
Michel Pastoureau, Bleu. Histoire d'une couleur. Paris, Seuil, 2006 (tr. it. BLU. Storia di un colore. Milano, Ponte Alle Grazie, 2008. 12€. Traduzione di Fabrizio Ascari).

©Jacqueline Spaccini - Université de Caen -
Tous droits réservés 2009

mercoledì 21 ottobre 2009

La città nel Decameron di Boccaccio

Ambrogio Lorenzetti (biografia)
Città sul mare



Destinato ai miei studenti di IT9A2
e a quelli in CAPES



La città nel Decameron di Boccaccio

di JACQUELINE SPACCINI


Giotto
(1303-1305 - Padova, Cappella degli Scrovegni, part.)
[ovvero 35 anni prima del Decameron]



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LEGENDA: I riferimenti al Decameron di Boccaccio sono indicati con i numeri romani per le giornate e con quelli arabi per le novelle. Esempio: II, 6 = Seconda giornata, Sesta novella.
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Partiamo dal fatto che la nozione di città è ancora giovane ai tempi del Decameron di Boccaccio. E comunque è una nozione lontana - e molto diversa - dalla futura idea di città rinascimentale.


Ambrogio Lorenzetti
Effetti del buon governo, 1338-1340,

Siena, Palazzo Pubblico



Per prima cosa, vediamo: quali sono i fattori comuni di una città medievale.
Poi controlleremo quale nozione di città esce dal capolavoro boccacciano.
I PARTE:

a) Il castello feudale è stato abbandonato, ma la città è comunque ben chiusa, circondata da una cinta muraria per difendersi dalle aggressioni esterne.


Monteriggioni (Siena)



cinta muraria di Viterbo (Lazio): i merli


1. Due tipologie di città:
1.1. città in pianura



Fontanellato (a 20 km da Parma, pianura Padana)


1.2. città in collina che, per la verità, assomiglia di più a un borgo che a una vera e propria città:


Presenzano (Caserta)


b) non esiste un piano urbanistico, quindi:
1. le vie sono tortuose, spesso viuzze [= petites ruelles], non ci sono leggi che regolamentino la distanza di un edificio rispetto all'altro, né prospiciente né laterale. Spesso le case sono addossate le une alle altre.





Andreuccio per le vie strette di Malpertugio


2. non esistono servizi igienici. Per quanto riguarda l'acqua potabile, si va a prendere dai pozzi. Per quanto riguarda l'evacuazione rettale, esistevano degli impianti igienici comuni esterni (abitudine che in certe zone più arretrate dell'Italia è rimasta fino alla metà del XX secolo); per la pipì, si usava gettare dalla finestra il contenuto del vaso da notte, prevenendo la gente sottostante con un gare l'eau! [ da: garde à l'eau] repentino. Ma in genere i liquami venivano gettati dopo la campana serale.

Nella novella di Andreuccio da Perugia [II, 5], il protagonista,



richiedendo il naturale uso di dovere diporre il superfluo peso del ventre, dove ciò si facesse domandò quel fanciullo, il quale nell'uno de' canti della camera gli mostrò uno uscio e disse:

- Andate là entro. -

Andreuccio dentro sicuramente passato, gli venne per ventura posto il piè sopra una tavola, la quale dalla contraposta parte sconfitta dal travicello sopra il quale era ; per la qual cosa capolevando questa tavola con lui insieme se n'andò quindi giuso: e di tanto l'amò Idio, che niuno male si fece nella caduta, quantunque alquanto cadesse da alto, ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s'imbrattò."


[La planche bascule et s'effondre sous Andreuccio (...) Il fut entièrement souillé de la gadoue qui emplissait l'endroit*]

Il luogo ove ciò accade è Napoli, contrada di Malpertugio [= Malpertuis] e così Pasolini rappresenterà la scena della caduta (in senso fisico ma anche morale) di Andreuccio nel suo Decameron (1971):



Andreuccio-Ninetto Davoli



Quando Andreuccio riesce a uscire dal luogo malsano e prova a tornare alla sua locanda, ma prima vuol lavarsi per toglieri il puzzo di dosso e dirigendosi verso il mare, prende la Rua Catalana che esiste ancora oggi.


3. Pianta delle città: varia. Rettangolare o a raggiera, con salite e discese (in genere, la città medievale è collinare). Le strade sono strette anche per non permettere al freddo e al vento di incunearsi per i viottoli e quindi c'è un'idea di protezione - diciamo - termica della città.

Naturalmente, non tutte le città sono uguali.



Firenze, via Ricasoli, un tempo via del Cocomero
la foto è tratta dal sito wikipedia (clicca qui per il nome dell'autore)




Per esempio, la rettilinea via del Cocomero [que le traducteur français dit "du Concombre", (sic)], citata da Boccaccio nella novella VIII, 9 è la strada in cui alloggia Maestro Simone ("più ricco di beni paterni che di scienza", scrive Boccaccio).

Essa fu disegnata da Arnolfo di Cambio (1240-1302), il quale fu tra l'altro anche urbanista. L'antica via del Cocomero prese poi il nome di via Ricasoli.


E appare come nuova (cioè moderna) la piazza di Santa Maria Novella a Bruno e a Buffalmacco che vi si recano per "ordinare la beffa" allo sciocco e presuntuoso maestro Simone.
Scrive Giorgio Vasari nelle sue Vite: "[...] come uomo burlevole celebrato da messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, fu, come si sa, carissimo compagno di Bruno e di Calandrino, pittori ancor essi faceti e piacevoli [...]".

In effetti, tale piazza fu finita solo nel 1325. Grandissima, accoglieva i fedeli che venivano ad ascoltare le prediche religiose, ma anche i cittadini fiorentini che andavano sulla piazza per divertirsi in varie feste, spettacoli e palii che lì venivano organizzati.
La chiesa di Santa Maria Novella è citata (ma non descritta) nell'Introduzione della Prima giornata, laddove l'autore narra che un martedì sette giovani donne vi si ritrovarono per pregare.



Firenze, piazza S. M. Novella
(la foto è del 2008, in pieni lavori, senza giardini,
ma è più somigliante all'immagine della piazza del XIV secolo
)


E ancora poi, i protagonisti, prendono la strada di Santa Maria della Scala (la via parte dalla piazza di S.M.N.), all'epoca una contrada, un borgo, nel quale si trovavano fosse ricolme di liquame. Sull'orlo di una di queste fosse, Buffalmacco fa lo sgambetto a Maestro Simone per farlo precipitare dentro a testa ingiù (saisit au pied le docteur pour le faire basculer [et] le lance tête en avant dans le liquide). E poi corre come un matto verso il prato di Ognissanti (zona parallela all'Arno, all'epoca boccacciana era un borgo trafficato, snodo viario, ma assolutamente povero, in seguito mercato boario).



4. Casa e bottega. Non v'è separazione tra la casa e il lavoro.
Le case-torri hanno spesso logge e porticati per il commercio.
V'è separazione tra edifici privati ed edifici pubblici. Nelle zone più fredde, d'Italia vi sono molti porticati (anche perché al piano terra degli edifici vanno le botteghe, sotto alle case) che proteggono dal vento (ricordiamo che non vi sono i vetri alle finestre, né tantomeno alle botteghe).
La vita sociale si svolge per lo più nella piazza centrale (certo, anche nelle chiese), in genere detta piazza del mercato (o altrove, piazza delle erbe).



Colle di Val d'Elsa (clicca qui per l'autore della foto)



5. Gli edifici


Gli edifici hanno importanza in primo luogo per la loro funzionalità.
Il palazzo più importante è quello in cui si tengono le assemblee per il governo della città. Sono luoghi laici; la chiesa ormai è solo il luogo delle messe.
Poi ci sono i palazzi delle corporazioni dei mestieri e i palazzi dei governatori della città e dei capitani militari in tempi di rivolte (bargello).







Firenze, Museo del Bargello


Gubbio (Perugia), Palazzo del Bargello



In una celebre novella (VI, 9) - quella che ha come protagonista Guido Cavalcanti - ci sono due elementi interessanti:

1. l'esattezza della topografia

2. la descrizione di usi e costumi cittadini.


Elissa descrive il tratto di strada percorso da Guido: orto di S. Michele > corso degli Adimari > San Giovanni. Descrive poi le tombe presso S. Giovanni, le colonne di porfido e in particolare i sepolcri di marmo che oggi - dice la narratrice - cioè, all'epoca delle novelle - si trova in Santa Reparata. Tutto ha inizio quando la brigada di Messer Betto Brunelleschi, risalendo per la piazza di S. Reparata, decide di dar fastidio a Guido Cavalcanti (1255-1300).


come si ipotizza fosse il complesso di Santa Reparata

[immagine prelevata dal sito http://www.rose.uzh.ch]

Notate la ricostruzione di Boccaccio: quando scrive il Decameron (siamo verso la metà del XIV secolo), la chiesa di Santa Reparata esiste ancora, seppure parzialmente (sta per essere conglobata, inghiottita dal Duomo), ma all'epoca di Guido - che morirà nel 1300, - il Duomo non esiste ancora.

La chiesa di S. Reparata martire viene definitivamente demolita nel 1375, la cupola del Brunelleschi è del 1420; la nuova chiesa che sarà chiamata S. Maria del Fiore è detta ugualmente DUOMO.


Firenze, Santa Maria del Fiore (cupola, facciata e campanile di Giotto)


Della chiesa di cui parla Boccaccio, oggi è visibile (e visitabile) la cripta:

Per quanto riguarda il tragitto di Guido, esso è precisissimo: da Orsanmichele passa per corso Adimari (oggi via Calzaioli); le colonne di porfido sono ancora visibili (clicca qui) e si è così ricostruito il percorso di Guido:


per quest'immagine sono debitrice del sito dell'università di Zurigo (http://www.rose.uzh.ch)

II PARTE:

6. Veniamo ora alla descrizione degli usi e costumi propri dei cittadini.
Per fare questo, passiamo dal concetto di urbano (cioè, della città, cittadino) a quello di urbanità (cioè, al complesso di regole che disciplina i rapporti tra i cittadini - i cosiddetti vicini, nell'opera boccacciana).

6.1. La civilité florentine (e non solo fiorentina)
Fortuna (nel senso latino), amore, onore, ma talvolta i valori sono forze convergenti - quali l'onore e il denaro (il denaro che comincia a divenire molto importante, soprattutto a Firenze e a Venezia) -.
Il fattore primario di urbanità è la condivisione dei beni comuni (le partage des biens) anche se di già vediamo la figura degli usurai nella novella ambientata in Borgogna [I, 1] , in cui muore ser Ciappelletto: "riparandosi in casa di due fratelli fiorentini li quali quivi ad usura prestavano [i il avait élu domicile chez deux frères florentins, établis usuriers dans le pays]". In terra francese, ma gli usurai sono fiorentini.

6.2. I valori urbani
Un esempio alto di urbanità (cortese, ancora medievale) è rappresentato in due novelle, quella che ha come protagonista Federigo degli Alberighi [V, 9] e quella che ha come protagonista Nastagio degli Onesti [V, 8]. Controversa è la questione se tale urbanità "paghi" (cioè, sia redditizia): sì, nelle novelle boccacciane, ma si raccomanda una maggiore prudenza e oculatezza (senza diventare avari).
6.2.1. Federigo: "acciò che egli l'amor di lei acquistar potesse, giostrava, armeggiava, faceva feste e donava, e il suo senza alcun ritegno spendeva; ma ella, non meno onesta che bella, niente di queste cose per lei fatte né di colui si curava che le faceva" [=].
6.2.2. Nastagio: "Perseverando adunque il giovane e nello amare e nello spendere smisuratamente, parve a certi suoi amici e parenti che egli sé e 'l suo avere parimente fosse per consumare; per la qual cosa più volte il pregarono e consigliarono che si dovesse di Ravenna partire" [= ].
Vale a dire: l'amore non è "acquistabile" e il valore [valeur < virtus latine] dei due giovani, - sia di Federigo che di Nastagio -, questo valore - dicevamo - ha un bel mostrarsi "magnifique, généreux et digne d'éloge, une telle conduite loin de le servir, semblait plutôt lui nuire auprès de on aimée" (V, 8).

L'onor mondano (spendere e spandere) si oppone alla miseria e all'avarizia e contribuisce al modernissimo concetto della circolazione dei beni (il far girare l'economia) è una virtù.

Altro valore importante che ha un suo spazio è la discrezione, come compromesso tra la legittimità dell'amore e della vendetta. Precetto indispensabile da seguire - in materia amorosa - e quello secondo il quale tanto il marito tradito quanto la donna traditrice: a) eviteranno lo scandalo; b) preverranno la gelosia e c) combatteranno la collera.

6.3. Il senso di appartenenza: caratteristica tutta fiorentina della civilité (intesa come savoir-vivre) che coincide con l'identità del cittadino. Spesso tale identità passa attraverso la beffa, ma anche attraverso il campanilismo (esprit de clocher).

6.4. Che cosa significa essere cittadino nel Decameron di Boccaccio.
Il concetto non è mai individuale né individualistico. Si ricorre spesso alla parola brigata (= brigade come compagnia, gruppo, comitiva unita da uno stesso interesse o passione). E significativamente - in senso fisico e metaforico - le mura (esistono più cerchie di mura) cittadine unificano la struttura urbana.

7. Se intendiamo la città come spazio geografico, esso non è immobile nel Decameron. Ci si sposta, come ad esempio nella novella II, 9 che ha inizio a Parigi, si sposta a Genova, poi ad Alessandria d'Egitto, Acri e ritorno ad Alba (oggi: Albisola).
Questa mappa dell'università di Zurigo è eloquente:

Il Mediterraneo attorno al 1360. Il viaggio di Ginevra, protagonista della novella


8. E ancora: una città non è soltanto qualcosa di urbanistico, topografico o geografico. Una città non è solo uno spazio meramente fisico. Città è una nozione anche narrativa.
E in questo senso, il Decameron è una "città" provvista di varie cinte murarie.

CINTA MURARIA ESTERNA (detta anche super-cornice): quella in cui chi parla è l'autore (Giovanni Boccaccio) che collega tra loro i racconti o che difende la sua opera, per esempio.
CINTA MURARIA INTERMEDIA (MEDIANA, detta anche cornice): quella in cui chi parla è il narratore (sono 10: 7 donne e 3 uomini). Serve a introdurre la novella.
CINTA MURARIA INTERNA le 100 storie, le novelle, con i loro luoghi, personaggi e temi.

Questo tipo di spazio è detto narrativo: ripetiamo 1. spazio dell'autore; 2. spazio dei narratori; 3. spazio delle novelle. Ci sarebbe un quarto spazio, quello illustrativo, clicca qui per il video sulla casa di Boccaccio e i suoi disegni autografi




Video youtube su Certaldo


Concludendo, rifletteremo altresì sul fatto che:

a) il décor urbain presente nel Decameron è di due tipi: quello che rappresenta (nel senso di: mette in scena) la città moderna (coeva = contemporanea a Boccaccio) e la città del passato (anche la Firenze di Dante Alighieri, morto 20 anni prima della stesura del Decameron) e che Boccaccio guarda le due città con uno sguardo, con un sentimento diverso;

b) alle volte le informazioni storico-geografiche date dall'autore sono conformi alla verità (= véridiques), altre volte sono false ma verosimili (cfr. novella II, 1 - in cui si parla di alcune cose cittadine di Trivigi = Treviso che gli storici ritengono false);

c) spessissimo, le città [oltre a quelle già citate: Palermo, Bologna, Ravenna, Trapani, etc.] sono solamente menzionate, ma non descritte. Questo perché Boccaccio è sì un realista, ma non un "paesaggista", se mi è consentito il termine. Quindi la città è un décor funzionale a situare la scena, con qualche elemento realistico per attrarre e trattenere l'attenzione di chi legge la storia.
Non dimentichiamo che la società boccacciana (nonché la stessa estrazione sociale del Boccaccio) è di tipo mercantile: do ut des (tutto è funzionale a un dare e a un ricevere, c'est donnant-donnant).

Jacqueline Spaccini
Saint-Cloud, le 17-18.10.2009

©Jacqueline Spaccini - Université de Caen -
Tous droits réservés 2009


___________
* Traduction de Jean Bourciez (Paris, Bordas, 1988)

John William Waterhouse, The Decameron, 1916
(Liverpool, Lady Lever Art Gallery
)


giovedì 1 ottobre 2009

Una poesia di Pablo Neruda


Mi piaci quando taci

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell'anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla turbante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.


Pablo Neruda


* * *


Parla al cuore di tutti. Non occorre commento, basta mettersi all'ascolto.


lunedì 28 settembre 2009

Di te che dico piano


DI TE CHE DICO PIANO
una poesia di
DALE ZACCARIA


Di te che dico piano
di te che non dico al mondo

che hai occhi d'azzurro d'Agosto
sai di rughe di perle di anni
chiuse come due laghi
in filature di fiori di biondo

di te che odori di buio e silenzio
e sei l'acqua e la terra
la parola matura
la verde schiuma lontana

sei la paura e l'amore
il ricco bagliore di tempi
e di giorni

di te solo -

la bellezza che spaccio
il sogno che cucio
il timore e l'azzardo.


* * *
Nota di Jacqueline Spaccini

Questa è una poesia antica che sussurra al sé poetante più che alla persona amata, come in punta di piedi, la materia del suo amore.
Vale a dichiarazione, a complice condivisione, di quel che fa che un sentimento sia nato e che cosa lo renda unico nella personificazione dell'Altro.

E dunque, lo sappiamo solo tu ed io - scrive l'io poetante - di quegli occhi e di quelle rughe, di tutte le metafore che rimandano alla quieta brillantezza dei laghi e di capelli biondi, per poi passare alle sinestesie sempre più segrete, l'odore del buio e del silenzio.

E se la donna di Pavese era la terra e il sangue, l'essere amato di Dale è acqua e terra, matura come un campo di grano è la sua voce e lontana come la schiuma di un'onda marina.
Amore è insicurezza: si palesa nella paura della perdita; amore non è durata (speranza sì, consapevolezza pure, certezza mai) ma abbaglia come un lampo lasciando ricordi come flashes.

Amore è distribuzione di parole a tutti perché tutti vorremmo (ri)conoscessero la sua beltà. Impalpabile, morbido velluto etereo, è il sogno, il timore.

Il giocatore innamorato - anzi, la giocatrice - tesse la tela come un'immemore Penelope e intanto si gioca tutto puntando sul rosso.

Incognita suprema, l'amore. Meravigliosa incognita.




sabato 26 settembre 2009

Slow down (poesia)


Monet Nymphéas


Slow down

(Testamento poetico)

di

Jacqueline Spaccini



Sto finendo di attraversare la vita:


vai piano mi dico

vai piano, quanto tempo

ti sarà concesso ignori.

Sprechi non fare

e impara a economizzare.


Voltarti indietro?

È un gioco baro

gli anni perduti più

nessuno a te

- mai più -

renderà.


Nello sguardo innocente

d’un bimbo quasi uomo

si condensa la vita:

libero dalle tue apprensioni

libero camminerà.


Chi divide il tuo letto

talvolta

la schiena ti porge

e la coscia smagrita

a medicar ferite

senza importanza.


Diffida del passato e

traghetta il futuro nell’oggi

non confidare nell’amore

muro di calce esso è

al primo rèfolo crollerebbe.


Vorresti smarrirti tra

le foglie amiche immemori

della passata stagione.

Non come te.

Ma loro danzano e tu sei

(cioè io sono)

pesante.


Bùttati allora il sale

dietro le spalle polite

da un colpo

di spazzola deciso.

Meno male farà.


Trascura i timori

accompagnando i giorni

come fossero immortali:

credendo d’esser viva

narcotizza di netto la sera.


Ricorda solo il bello

qualcosa ci sarà pur stato

da salvare nel cuore.

E poi getta tutto

nell’immondizia.


Non aver più speranze

cui solo un animo stolto

sa credere.

Fuori dal gioco eri, mia cara,

da prima che lo sapessi.

(Ma questa è la vita.)


Sia come sia

Edward Hopper Room in New York (1932)



Sia come sia

di Jacqueline Spaccini




Sogni ne avevo


ma pochi.

Progetti nessuno

magari un lavoro

dignitoso che docile

la formica avrebbe

coltivato.

Bella non ero o meglio

d’esser non sapevo:

alle parole di un ciarlatano

credetti un giorno

perdendo il poco senno.

Per ordine ne arrivò

un altro. A lui detti ancor

meno peso, pür d’esser

viva m’era lieto il pensiero.

Invano soffrii, ma

il cor spesso s’è detto

che un temporale pure

rende più vera la schiarita.

Fu un inganno di parole ché

potessi portarle a testimoni

di un processo interiore

vincerei tutte le cause se

nella vittoria non vi fosse

di già la sconfitta.


Dei pochi sogni giovanili

serbo uno solo – e manco c’era:

guidare del figlio la cordata

e lasciare a lui la cima.

Il verdetto emesso esecuzione

di sentenza alfine non prevede

di ripartire altrove giuro

anzi non se ne parla:


sia come sia io resto qui.


Una poesia del disamore (Cesare Pavese)

Estate



E' riapparsa la donna dagli occhi socchiusi

e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell'ímmobile luce del giorno lontano
s'è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d'allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d'allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

E' tornata l'angoscia dei giorni lontani
quando tutta un'immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. E' tornata l'angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s'accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Era calmo il ricordo
alla luce sommessa del tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s'annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l'estate e i tepori sotto il vivido cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.



Cesare Pavese, che non amava questa poesia, la buttò via.

domenica 20 settembre 2009

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere




POSSIBILITA'

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l'umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l'intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d'altro.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l'inferno del caos all'inferno dell'ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori a fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino
[la possibilità
che l'essere abbia una sua ragione.


VESTIARIO

Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, cotone, misto di lana,
gonne, calzoni, calze, biancheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
ritorni fra tre, sei mesi, un anno;
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
-sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi- la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.


SCRIVERE UN CURRICULUM


Che cos'è necessario?

E' necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto

il curriculum dovrebbe essere breve.


E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e malcerti ricordi in date fisse.


Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.


Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all'estero.

L'appartenenza a un che, ma senza perché.

Onorificenze senza motivazione.


Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.


Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.


Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.


Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.

E' la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.


LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE'

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l'alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell'orca pesa cento chili
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c'è nulla di più animale
della coscienza pulita
sul terzo pianeta del Sole.


Le poesie di Wislawa Szymborska - qui sopra riportate - sono tratte dal volume La gioia di vivere. TUTTE LE POESIE (1945-2009). Milano, Adelphi, 2009. La traduzione è quella di Pietro Marchesani.

lunedì 24 agosto 2009

Come ti zoomorfizzo un essere umano: Saba e Montale a confronto

Carlo Levi, Umberto Saba (al centro) e Lina, sua moglie

Saba e Montale: due poeti lontani quando sembrano vicini e vicini quando sembrano lontani.
Mi spiego: amici, erano amici. Anzi, il più giovane Montale sarà colui che accoglierà a Firenze, sotto il suo tetto, il fuggiasco Saba durante gli anni delle persecuzioni razziali (Felicita Rachele Cohen, sua madre, proveniva da una famiglia di piccoli commercianti ebraici), dopo le sue peregrinazioni a Parigi, a Roma (protetto da Ungaretti, che era colluso col potere). Due poeti a parte intera, senza alcun dubbio, due uomini che vivevano di poesia. Lontani dalle mire di potere, dagli intrighi di palazzo, da adesioni al Regime; quindi due uomini che vengono "messi da parte".
Non essendo vati, i riconoscimenti poetici tardono ad arrivare.

Non ha ancora 30 anni, Umberto Saba, quando la sua prima raccolta di versi viene stroncata dal concittadino Slapater e la Voce gli rifiuta il saggio Quel che resta da fare ai poeti[1]. Montale, invece, già nel 1925 viene pubblicato ed è colui che in Italia ha dato il giusto posto in letteratura a Italo Svevo. Però è una persona che ha conosciuto l'amarezza del non essere allineato e durante il Fascismo [nel 1938] dovrà abbandonare il prestigioso incarico di direttore del Gabinetto Vieussieux per non essersi tesserato.

Scegliamo di comparare tra loro due poesie che in comune sembrano avere un solo elemento: la presenza di animali. Ma vedremo meglio più avanti.
La prima lirica, di Saba, è dedicata a Lina, al secolo Carolina Wölfler, la moglie che Umberto Saba (all'epoca ancora Umberto Poli, suo vero nome) ha sposato due anni prima, nel 1909.
A mia moglie (1911)

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.

E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.

Canzoniere, Torino, Einaudi, 1961
***
A prima vista parrebbe poco rispettoso perché paragona (come = analogia) la donna a una gallinella. Ma è solo perché è molto giovane. Infatti, man mano che si prosegue nella lettura, ci si accorge che il suo passo è regale, e il suo atteggiamento fiero e per nulla intimorito. La moglie-pollastra aiuta l'uomo (-gallo?) a farsi più vicino a Dio (Saba definì religiosa questa poesia). Anche se poi, lei, alle galline simile, è unica come donna. Della giovenca ha la mitezza, e lo sguardo dolcemente maliconico, ma è una santa che arde e mugge e questo grido sordo che a volte si detesta, poi strazia il cuore, poiché il suo è amore santo e nel contempo passionalmente geloso. Da superba ch'era, talvolta somiglia a una coniglia, timorosa nella sua gabbia persino quando le si porta il cibo. E la tenerezza che procura allo sguardo è così grande che c'è da chiedersi come si possa farla soffrire (domanda che non esclude il fatto che la si faccia comunque soffrire). Della rondine, la moglie ha le movenze, e anche il fatto che - come una rondine - abbia portato la primavera al poeta che si considerava già vecchio (perlomeno rispetto a lei), ma a differenza della rondine che riparte quando l'autunno s'appressa, lei resta accanto a lui. E' laboriosa anche come un'apetta (pécchia) e prudente come la formica. A tutti gli animali assomiglia lei, ma a nessun'altra donna, giacché è unica agli occhi del poeta che la ama[2].

Montale con la moglie Drusilla (la Mosca)

Montale ci ha abituati alla mosca, alla volpe o ai gatti di Liuba[3]. La mosca è il soprannome che il poeta dette (sin da prima che diventasse la sua compagna) a Drusilla, in ragione dei vistosissimi occhiali da vista di lei. Ma il poeta ama giocare con le parole: gli occhiali dalle lenti tanto spesse si limitano a testimoniare la sola miopia "biologica" della donna, giacché negli ultimi versi Montale ribalta tutto. Leggiamo prima e analizziamo poi:



Ho sceso, dandoti il braccio
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue. (Satura, Xenia II, n°5 )

Quando Montale scrive questa poesia (bellissime tutte quelle di Xenia, dominate dal sentimento della morte), la moglie è morta da un anno [siamo agli antipodi della poesia di Saba, scritta poco dopo il matrimonio; lì nella convivenza, qui nel ricordo].
E solo ora il poeta si rende conto come il rito di darle il braccio per aiutarla a scendere le scale che Drusilla non vedeva bene, significasse "altro", solo ora che lei non c'è più, ora che scende le scale da solo, e capisce che il cieco è lui, e che a ogni gradino incontra il vuoto (vuoi come assenza di lei, vuoi come baratro).
Ma più ancora ha capito che lei vedeva ben oltre l'orizzonte fisico, riuscendo a scorgere la verità laddove gli occhi non servono, laddove l'istinto vince. Sicché ora lui è davvero completamente cieco. La moglie assume la stessa funzione (benché a posteriori) della donna di Saba: le mogli, per l'uomo, sono guida, conforto, stabilità, punto di appoggio, saggezza istintiva, animale.
E come gli animali esse sono fedeli.
E come per gli animali, di loro ci si accorge soprattutto quando non ci sono più.

Lo stile di Saba è volutamente teso alla quotidianità della parola, verso la semplicità più banale. Saba rifugge volutamente dagli arzigogoli, cerca la poesia pura e assoluta, ricerca la verità nella parola. Ne consegue che a una prima lettura i suoi testi possano apparire come involontariamente infantili, con dei toni che bruscamente passano dall'alto al basso e viceversa.

Lo stile del Montale di Satura (o più particolarmente delle liriche di Xenia) è quello tristemente disincantato di chi prende distanze dalla vita di tutti i giorni, di chi prepara il suo congedo.

Notevole è comunque rimarcare come la zoomorfizzazione delle persone (care) non squalifichi l'essere umano; al contrario, lo eleva. In passato, penso a Esopo, Fedro e a La Fontaine, per dir cose belle, intelligenti, argute o elevate si antropomorfizzava l'animale. Qui avviene il contrario: una vera e propria metànoia (= capovolgimento di valori).

Non ho video di Saba, ma ce n'è uno breve, in cui il regista Giorgio Strehler legge (benissimo) una poesia di Saba su Trieste e sul destino di essere triestini, sempre inquieti, sempre inappagati.





_______
[1] Da questo saggio, due frasi: La letteratura sta alla poesia come la menzogna alla verità; Ai poeti resta da fare la poesia onesta.
[2] Non sarà superfluo ricordare che per il dolore, nove mesi dopo la scomparsa della moglie il poeta la seguirà nella tomba. Dico questo non per ridimensionare la portata dell'omosessualità di Saba, bensì per non rimpicciolire l'amore che sempre nutrì per la sua Lina.
[3] Non il grillo ma il gatto/del focolare/or ti consiglia, splendido/lare della dispersa tua famiglia./La casa che tu rechi/con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,/sovrasta i ciechi tempi come il flutto/arca leggera - e basta al tuo riscatto.