giovedì 23 giugno 2016

Quadri per arredare... un romanzo










Utilizzare quadri per creare lo sfondo di un romanzo ovvero: come usare l'arte per «arredare» un romanzo

di Jacqueline Spaccini











Quando un autore ambienta il suo romanzo in un'epoca passata ha spesso l'obbligo di documentarsi storicamente non solo sugli ambienti, ma anche sugli abiti e gli oggetti.
Ma se questo stesso scrittore ricorre a quadri del periodo prescelto, di quelli che descrivono atmosfere, persone,  animali e ambienti di quell'epoca lontana, egli vedrà il suo compito di molto facilitato: basterà infatti che faccia prima una selezione di dipinti e che poi si metta a descrivere quel che vede.
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Facciamo un esempio:
In Oceano Mare (1993) di Alessandro Baricco, leggiamo che una delle protagoniste Anne Deverià passeggia lungo la spiaggia insieme con Elisewin, una ragazzetta di sedici anni con il suo ombrellino bianco.


Sai cos'è bello qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. ma domani, ti alzerai, guarerai questa grande spiaggi e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. [...]
Si parla nel romanzo di una località, Skagen. Esiste e si trova in Danimarca.
C'è anche una pittrice famosa di Skagen che si chiama Anne Ancher (come uno dei personaggi di Oceano Mare)
E allora è probabile che la passeggiata che Baricco descrive diffusamente nel romanzo, sia ispirata a questo quadro di Peder S. Kroyer, Mattino d'estate sulla spiaggia di Skagen (1893).

Del fatto che Baricco abbia nascosto tanti quadri all'interno del suo romanzo più famoso, scrissi diffusamente sulle pagine di Stilos, supplemento del quotidiano La Sicilia, nel 2000 e poi l'ho riportato fuggevolmente anche qui, su questo blog.










Non bisogna credere però che soltanto la letteratura ricorra a questi stratagemmi. in questo caso, il cinema la fa da padrone: si pensi solo al Francesco Hayez rielaborato in  Senso di Luchino Visconti (clicca qui).

In genere, però, i dipinti entrano nei romanzi in altri modi.
Vediamone uno poco noto.
Mi riferisco a un racconto di Daniele del Giudice, Nel museo di Reims, pubblicato per Mondadori nel 1988 (ripubblicato nel 2010 da Einaudi)












Il romanzo è interamente basato sulla descrizione di quadri. Grazie a un escamotage: il personaggio principale che è anche il narratore, è quasi cieco.
Si ricorda (e vuole rivedere), per esempio, di una tela amata, quella di Delacroix che ha per tema Desdemona (quella di Otello, per intenderci) e il padre di costei, furioso per la scelta amorosa della figlia che è fuggita col Moro, si è con lui congiunta e sposata. Ora nel quadro ella implora il perdono paterno e lui, il padre, la maledice.
Vedo il vestito scuro rigonfio, vedo l'incarnato bianco subito sopra il seno, vedo i capelli lunghi scarmigliati, vedo lei che solleva un braccio e incontra il braccio del padre.
[...] il padre mi appare confuso forse ha le mani per respingere la figlia, forse la sta maledicendo [...]. Che cosa ricorderò di questo quadro? Il fatto che una donna chieda di essere tollerata e amata dal padre così com'è, anzi proprio perché è così?
Il protagonista del racconto di Del Giudice, si chiama Barnaba e si trova in un piccolo (ma incantevole) museo francese. Distingue in maniera sfocata i particolari dei dipinti, quindi occorre che qualcuno gli descriva i quadri (e questo è un secondo escamotage dell'autore per introdurre un secondo personaggio, una donna, affinché il monologo diventi un dialogo), perché lui non può (o non può più) vederli.











Tuttavia, questa stessa trovata dà adito a un interrogativo: saranno proprio così, i quadri descritti? Viene introdotto il tema della menzogna.
Il fatto è che i quadri di questo museo hanno tutti un rapporto psicologico col protagonista del racconto e quindi sono incaricati di spiegare il rapporto conflittualedi Barnaba col padre, ma anche il senso di colpa che il giovane si porta appresso: prima quando incontra durante la visita al museo il dipinto di Edouard Chaise dal titolo Le figlie di Pelia chiedono a Medea il ringiovanimento del padre
(clicca qui per vedere il quadro)









e poi, soprattutto, quando si trova davanti al quadro di Théodore Chassérieu, Lo spettro di Banquo.











Gli insegnanti approfitterano a questo punto delle due citazioni precedenti per rievocare il mito di Medea e la storia di Banquo.

Sembrerebbe dunque che i quadri,oltre a ispessire la materia del narrare, abbiamo anche una funzione di certo non terapeutica, ma sicuramente epifanico,anzi di agnizione.
Avrebbe dunque ragione la psichiatra Graziella Magherini dell'ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, la quale nel 1977 ha coniato il termine LA SINDROME DI STENDHAL, per un particolare malessere che provano le persone davanti a uno specifico quadro.











Al molto da approfondire - e ce n'è - non posso dedicare altro tempo, per oggi.

Vi lascio con la lettura di una novella di Antonio Tabucchi, La traduzione, tratta da I volatili del Beato Angelico (1987).
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È una splendida giornata, puoi starne certo, anzi, direi che è estate, è impossibile non riconoscere l’estate, lascia che te lo dica, io me ne intendo. Vuoi sapere da cosa lo deduco, oh, beh, è facilissimo, come dire?, basta guardare quel giallo. Come sarebbe a dire? Dunque, stammi bene a sentire, hai presente il giallo? Sì, il giallo, e quando dico il giallo intendo proprio il giallo, che non è il rosso o il bianco, ma proprio il giallo, esattamente giallo. Il giallo, quello là a destra, quella macchia a stella di giallo che si espande sulla campagna come se fosse una foglia, un bagliore, insomma qualcosa di questo tipo, dell’erba seccata dalla calura, mi faccio capire? Quella casa pare proprio che stia sopra il giallo, che sia retta dal giallo. È strano che se ne veda poca, solo un pezzo, mi piacerebbe saperne di più, chissà chi ci abita, magari la signora che sta attraversando il ponticello. Sarebbe interessante sapere dove sta andando, può darsi che stia seguendo la carrozzella, forse il barroccino che si vede vicino ai due pioppi del fondo, dalla parte sinistra. Potrebbe essere vedova, dato che è vestita di nero. E poi ha anche un ombrello nero. Comunque quello le serve per ripararsi dal sole, perché ti ripeto che è estate, non ci sono dubbi. Ma ora vorrei parlare di quel ponte, anzi, chiamiamolo ponticello, è così grazioso, tutto fatto di mattoni, avanza con le fondamenta fino a metà del canale. Sai che ti dico? Che la sua grazia consiste in quel marchingegno di legno e corde che lo copre come l’armatura di una pensilina. Sembra un giocattolo per un bambino intelligente, hai presente quei bambini che sembrano degli ometti e che giocano sempre con i meccani o cose del genere, una volta se ne vedeva nelle case perbene, ora forse un po’ meno, comunque hai capito. Ma è tutta un’illusione, perché quel grazioso ponticello che apparentemente ruota con cortesia per lasciar passare i barconi nel canale, secondo me è una trappola bell’e buona. La vecchia signora non lo sa, poverina, nemmeno se lo immagina, ma ora muoverà un altro passo e sarà un passo fatale, credi a me, sicuramente metterà il piede su un perfido meccanismo, ci sarà un clic inavvertibile, le corde si tenderanno, le assi sospese a leva si stringeranno come mandibole e lei resterà lì dentro come un topo, nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore tutte le sbarre che uniscono le assi, quelle pale un po’ sinistre, se ci pensi bene, scatteranno per combaciare con esattezza millimetrica e lei, zàcchete, resterà schiacciata come una frittella. Il vetturale non se ne accorgerà neppure, magari è anche sordo, e poi quella signora non gli interessa niente, credi a me, lui ha altro a cui pensare, se è un contadino penserà alle vigne, i contadini pensano solo alla terra, sono abbastanza egoisti, per loro il mondo finisce col campicello; se è un veterinario, perché potrebbe anche essere un veterinario, sta pensando a qualche vacca malata nella fattoria che deve trovarsi là in fondo, anche se non si vede, le vacche sono più importanti delle persone per i veterinari, ognuno fa il suo mestiere a questo mondo, cosa ci vuoi fare, e gli altri che si arrangino. Mi dispiace che tu non abbia ancora capito, ma se ti sforzi sono certo che ci arriverai, tu sei una persona intelligente, non ci vuole poi molto a indovinare, o meglio, forse ci vuole un po’, ma mi sembra di averti dato sufficienti informazioni; ti ripeto, probabilmente devi solo collegare gli elementi che ti ho fornito, ad ogni modo guarda, il museo sta per chiudere, vedo il guardiano che ci sta facendo dei cenni, questi guardiani non li sopporto, hanno sempre una spocchia che non ti dico, ma semmai torniamo domani, tanto anche tu non è che abbia troppe cose da fare, no?, e poi l’impressionismo è affascinante, ah, questi impressionisti, così pieni di luce, di colore, dai loro quadri viene quasi un profumo di lavanda, eh sì, la Provenza… io ho sempre avuto un debole per questi paesaggi, non ti dimenticare il bastone, sennò poi qualche automobile ti investe, l’hai appoggiato qui a destra, un po’ più in là, a destra, ci sei quasi, ricordati, a tre passi sulla nostra sinistra c’è un gradino.










Allora, avete trovato?

Compito per gli studenti.
Scegliete uno dei quadri qui di seguito proposti e utilizzatelo come meglio ritenete per scrivere una novella di minimo 3300 - max 4000 caratteri spazi inclusi
I quadri sono tutti di Edward Hopper.








venerdì 1 gennaio 2016

Una delle meravigliose poesie di Pedro Salinas


domenica 14 dicembre 2014

Analisi e commento de IL VIAGGIO di Luigi Pirandello

IL VIAGGIO 
di Luigi Pirandello

Tradizionalmente, questo racconto pirandelliano inizia con darci  un gran numero di informazioni sul personaggio principale. 
Adriana Braggi, sposatasi a 18 anni, vive reclusa in casa, senza mai uscire, da ben 13 anni (ora ne ha dunque 35) cioè da quando è rimasta vedova dopo soli 4 anni di matrimonio. Nemmeno si avvicina - come fosse sepolta viva - alle finestre di casa, e per di più in una casa lontana dal centro abitato, il quale è comunque definito come «alta cittaduzza dell'interno della Sicilia», dove la terra è arsa dalle zolfatare. 
Tutto sa di chiuso, di angusto, di limitato. Fin dall'incipit del racconto, manca l'aria, si respira appena.
Anche se il mondo è "fuori" e non ha modo di controllare il contegno di lei, la donna veste accuratamente di nero (come converrebbe a una vedova), con anche un fazzoletto che le nasconde i bei capelli castani che non presentano vanità alcuna.
Lo sguardo è mesto ma sereno e dolce; giacché se non è felice, perlomeno non è più tormentata dal marito, gelosissimo, ch'ella aveva sposato senza amore. Ma i «rigidi costumi» non si interessano alla sua condizione; infatti,  pure da vedova, ella ha un codice da osservare: dev'essere invisibile, «quasi morta per il mondo».
Gli uomini hanno modo di distrarsi, le donne no: per loro ci sono le faccende domestiche e un allenamento fin da bimbe a diventar le serve dei loro futuri mariti. Unica "distrazione" possibile per loro: stringere tra le braccia un bimbo o in assenza di esso, recitare il rosario.
Com'era questo marito geloso scomparso nei primi anni del matrimonio? «Debole di complessione». Vale a dire debole, malaticcio, fisicamente poco attraente (al contrario di un altro ben più noto personaggio, quel Renzo Tramaglino, protagonista de I Promessi Sposi, il quale ha preso come tanti altri la peste, ma che, grazie alla sua «buona complessione», vincerà il male). 
E Adriana non lo ama. Non l'ha mai amato. Da lui ne è oppressa a causa della gelosia che è ancora più forte in quanto rivolta verso il fratello maggiore, cui ha fatto un grave torto.
Secondo le regole non scritte di questa società siciliana (tuttavia sempre lontana nel racconto) che non entra dentro il microcosmo pirandelliano, perché le regole sono introiettata fin dalla nascita e anche da prima, nella famiglia Braggi, un solo uomo avrebbe dovuto sposarsi («perché le sostanze del casato non andassero sparpagliate»), secondo il diritto di maggiorasco, vale a dire il primogenito.

E il demerito (il «tradimento», dice il narratore) del defunto marito è quello di essersi sposato. E già, perché in questa storia non è lui il primogenito, bensì il fratello Cesare. Ma l'avente diritto a tutto il patrimonio nonché al diritto alle nozze, Cesare Braggi, non si è - all'apparenza - offeso, giacché il comune padre aveva disposto che il capofamiglia sarebbe rimasto lui, cui il fratello minore, seppure ammogliato, doveva comunque obbedienza, vita natural durante. Non poteva però più sposarsi, il figlio maggiore, appunto per non dividere a metà i beni familiari.

In tutto questo, Adriana si sente umiliata, giacché lei deve obbedienza al marito nonché al cognato. Non solo, ma ha appreso dal suo stesso sposo - e fin dall'inizio - che Cesare l'avrebbe chiesta in sposa, se il fratello minore non si fosse mosso in anticipo in tal senso.
Ancora più in imbarazzo si sentirà Adriana, allorquando si rende conto che il cognato la tratta come una «vera sorella»; è gentile, non esercita il suo potere su di lei, neppure dopo la morte del legittimo marito.
E anzi, l'imbarazzo che poteva instaurarsi a vivere, loro due da soli tra le pareti domestiche (Adriana ha comunque avuto due figli dal coniuge), è annullato dalla premura di Cesare che fa accorrere in casa la mamma di Adriana, ufficialmente affinché l'anziana donna le faccia compagnia.

Cesare non è descritto fisicamente, bensì solamente nel suo incedere interpersonale: è di una «squisita signorilità naturale» al contrario della ruvidezza dei paesani; di modi gentili, contro l'ordinaria rozzezza degli uomini del suo tempo, con giusto un po' di «rilassata pigrizia» a fare da contraltare a tanta virtù. 
E che sia un vero uomo, un uomo vero in tutti i sensi, lo capiamo dal fatto che una volta all'anno - anche per più di un mese - il maggiore dei Braggi vada a «tuffarsi nella vita», a prendere «un bagno di civiltà»:  a Palermo, Napoli, Roma, Firenze, a Milano. Quando ne ritorna è sempre come ringiovanito.
Invece Adriana  non è mai uscita dal paese. 
E ogni volta che lui torna, la donna ha un «segreto turbamento»: non sappiamo bene dire se sia dovuto all'incontro rinnovato col cognato oppure al vagheggiamento del viaggio di lui. Forse entrambe le cose?

Quale sia l'interesse segreto rivolto al cognato dovrebbe indicarcelo il fatto che all'epoca in cui il marito era ancora in vita, Adriana si sdegnava nel sentirsi raccontare dal fratello minore le avventure galanti del fratello maggiore e provava ribrezzo nel dover poi assecondare le voglie sessuali del marito sovraeccitato...
Una timidezza, quella di Adriana, che lei stessa imputa al marito geloso (il pensiero le si è inculcato nel profondo o già non esisteva?). 

Con l'arrivo della madre di lei, tutto il suo amore si riversa sui figli e vive solo come mamma e non più (non mai) come donna. Il pretesto per sentire - senza colpe - l'assenza di Cesare è dato dalla paura che le donne avrebbero a stare di notte da sole, senza la protezione di un uomo, in casa.  Tutto ciò rivela in realtà che lei non avrebbe voluto che lui se ne andasse neanche per una volta all'anno. In verità, a parte le vacanze annuali di un mese, il maggiore dei Braggi è uno zio attento, quasi un padre. 

Ma poi anche la madre, divenuta una sorella, muore. E con essa muore in Adriana l'idea di essere ancora una figlia. Ora si sente vecchia, con quei due figli maschi di 16 e 14 anni, alti quasi quanto lo zio.

Finché a dare una svolta alla storia che finora è stata resoconto del passato, ecco che giunge la malattia di Adriana («un vago malessere, una stanchezza, una oppressione un po’ a una spalla, un po’ al petto; un certo dolor sordo che le prendeva talvolta anche tutto il braccio sinistro e che di tratto in tratto diventava lancinante e le toglieva il respiro»). Un malessere alla pleura, il suo, che si manifesta chiaramente fin da subito come un male fatale. E che si rivelerà essere un cancro.

Occorre partire per avere nuovi e più ottimistici consulti, ma Adriana non ha abiti per viaggiare. E poi non può lasciare i figliuoli da soli... Per carità, per carità. Occorre ora a Pirandello una distrazione, un ralentissement, una deroga al finale. Ed ecco dunque i vestiti. Servono anche per ricordare - se mai ve ne fosse bisogno - che Adriana è bella. E se non sembra tale è solo perché si trascura.

Si ordinano i vestiti e i cappelli a Palermo, e quando arrivano dalla città, apprendiamo che sono neri da lutto, ma eleganti. I figli per primi vogliono vedere la loro mamma - che ora  guardandosi allo specchio si vergogna per quegli abiti aderenti che la rendono fanciulla, giovane e bella. Anche i figli lo notano. E poi anche Cesare la vede e si complimenta con lei, dandole del tu. 
Agitata ma sensuale, Adriana si pettina i lunghi e tanti capelli...

Finalmente si lascia la cittaduzza, si va a Palermo, poi si lascerà anche Sicilia, dirigendosi verso il Continente. Per altri consulti ancora, forse per un rimedio. Perché si tenta il tutto per tutto. E perché Cesare, soprattutto, non vuole darsi per vinto.

«Sola con lui». 
Questo è il pensiero di Adriana. Torna il turbamento, all'apparenza ancora non riprovevole, ma in realtà portatore del vero significato dei suoi sentimenti fin lì soffocati.
Il viaggio si farà  in treno. 
Piacere e pene di quel viaggio: la meraviglia dei luoghi che ci sono sempre stati e sempre continueranno a esserci, anche senza di lei. 
Adriana guarda fuori dal finestrino, per non guardare negli occhi di lui.


A Palermo, riceve la sentenza di morte attraverso lo sguardo di «costernazione» di Cesare Braggi e l'eccessiva gentilezza («la premura affettata») del primario che li ha ricevuti in casa e che ha dato ad Adriana una mistura composta di veleni che funzionano da medicinali. Ma che non servirebbero a guarirla. 

Adriana vive la sua malattia come un'estranea, come se la morte non dovesse colpirla più di tanto, come se non già la morte di per sé non fosse interessante quanto piuttosto la sua stessa persona che ne è colpita. 
Lei si sente infatti sempre e ovunque «estranea e di passaggio», come lo siamo tutti noi, ma in lei questa modestia che è la sua qualità principale, è anche la sua catena più grande.

Tuttavia, ora Adriana sa che non c'è più nulla da fare, che non potrà guarire e tornare alla vita di sempre, che non potrà più svolgere il suo ruolo di mamma, giacché il tempo della morte si appressa, dentro di sé «appiattata là sotto la scapola sinistra»... ora, che tutto è chiaro anche per lei, ora sì, Adriana può lasciarsi andare - insieme con le lacrime liberatorie - può concedersi finalmente alla VITA.

E di città in città, a cominciare da Napoli - ora che non c'è più nessuna onorabilità da salvare o decenza da osservare, lontano da sguardi bigotti, ecco alfine che vediamo quest'amore che è sempre rimasto protetto in un alone di non-detto, di non-pensato, finanche, divellere ogni regola. 

Non c'è più posto, nel finale del racconto, per l'ironia iniziale proposta da Pirandello; non ci son più padroni uomini che rincasano, né donne sottomesse ad attendere. Ora ci sono un uomo e una donna che si amano liberamente, «senza memoria, coscienza né pensiero, in un'infinita lontananza di sogno».
Anche se ora - in quei pochi giorni vissuti felicemente -, ora che ha conosciuto tanti posti meravigliosi e l'amore a lungo taciuto di Cesare ormai condiviso, Adriana soffre perché non vorrebbe più morire. E poiché la fine è ineluttabile, allora sì, morire sì, ma nella frenesia, nella passione del vivere gli ultimi giorni della propria vita.


Non c'è via d'uscita: a Milano  la nostra protagonista ha compreso chiaramente che è finita, ma vuole concedersi - romanticamente - un' ultima tappa, Venezia: il giorno di velluto, della gondola e della bara.

L'indomani prenderà la mistura di veleni. È il momento della precipitazione degli eventi, siamo giunti alle ultime righe della storia: Adriana beve tutta la boccetta dei medicinali. Un veleno che era anche un farmaco, un farmaco che è un veleno, estremo atto con cui andarsene silenziosamente dalla vita di tutti, anticipando l'attesa dell'irrevocabile sua dipartita.

Un Pirandello forse anomalo, questo de Il viaggio, per chi è abituato a leggere il suo amaro umorismo, puntuale soprattutto nelle chiose finali come è proprio della novella. Qui, l'autore siciliano aveva iniziato a fare del sarcasmo sociale, a proposito della condizione delle donne sottomesse ai mariti-padroni, ridotte a situazioni di schiavitù psicologica, s'è detto, in una Sicilia in cui esiste un sistema di valori interiorizzato che vale più della legge dei tribunali.

Ma poi il personaggio di Adriana mette le ali e nel momento in cui esce dall'angusto luogo in cui è nata e vissuta, si apre al mondo - come una Cenerentola o una Pretty Woman - assaporando la vita, il gusto leggero e felice e gioioso della vita, che tanto più è cara quando la sentiamo venire meno. Il finale, pur tragico, è delicato, è un suicidio razionale non disperato, senza commenti né da parte della protagonista né da parte del narratore; Pirandello non deve dimostrare, né proteggersi dalla censura. Scrive nei primi anni del Novecento, pubblica sul finire degli anni '20, Non è Flaubert, non ha tra le mani Emma, bensì Adriana.  [Jacqueline Spaccini]


IL VIAGGIO film del 1974
di Vittorio De Sica
con Sophia Loren & Richard Burton
liberamente ispirato al racconto


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Il testo integrale del racconto si trova qui
L'audiotesto che consiglio è la lettura di Margaret Collina (la migliore)

venerdì 31 ottobre 2014

MONUMENTI - L'ALTARE DELLA PATRIA IIC RABAT

L'Autel de la Patrie à Rome : symbole monumental de l'Italie unieL

Letteratura :giovedì 25 settembre 2014
L'Altare della Patria a Roma: simbolo monumentale dell'Italia unita
a cura della Prof.ssa Jacqueline SPACCINI, Lettrice di italiano
Alla morte del Re Vittorio Emanuele II, nel 1878 fu indetto un concorso per la realizzazione di un’opera grandiosa, in omaggio al padre della Nazione. Il Vittoriano ( o Altare della Patria) sarà chiamato a rappresentare anche l’Italia Unita. Storia di un monumento.

Informazioni

Data: giovedì 25 settembre 2014

Orari: 18,30

Luogo: Rabat-Istituto Italiano di Cultura

Organizzato da: Istituto Italiano di Cultura-Rabat

In collaborazione con: Dipartimento di italiano-Università Mohammed V - Rabat

TABLE RONDE A RABAT - PLURILINGUISME, MULTICULTURALITÉ, BILINGUISME

Institut Cervantès: Le plurilinguisme au cœur du débat

Ranya Zoubairi
24/10/2014 13:04
langue-311012-1
Du Mercredi 29 au jeudi 30 octobre, à 17h30, l’Institut Cervantès accueille un séminaire transnational autour du plurilinguisme et de la multi-culturalité
Selon un communiqué de l’Institut Cervantès, un séminaire multinational sera organisé du 29 au 30 Octobre. Des experts internationaux seront conviés à débattre du « phénomène complexe du plurilinguisme européen et marocain, et comme chaque pays, depuis ses différentes perspectives, le Maroc l’affronte dans son propre territoire et dans son espace plurilingue». La problématique sera ainsi traitée en tant que défi partagé entre l’Europe et le Maroc.
Cette manifestation scientifique vise, entre autres, à « acquérir une meilleure compréhension des multiples dimensions du plurilinguisme et de son rôle dans la gestion des connaissances, en particulier dans le contexte de l’apprentissage des langues. » tout en œuvrant pour « la conception d’un paysage complet de la culture (plurilinguisme =diversité culturelle) » ajoute le communiqué, soulignant que la rencontre a également comme objectif de promouvoir « le développement des compétences interculturelles chez les formateurs / enseignants ».
Une table ronde autour de la diversité linguistique se tiendra donc mercredi 29 et jeudi 30 Octobre. Les participants y traiteront la question de « l’apprentissage d’une nouvelle langue face à une réalité plurilingue». Ils y exposeront des « modèles de gestion de la diversité linguistique et identitaire, qui pourraient s’appliquer à d’autres réalités ». Les experts tenteront ainsi de repenser des notions telles que la région, la nationalité, l’identité ou le territoire à travers le prisme de la diversité culturelle.
Participeront à cette rencontre, Jan Hoogland, linguiste et directeur du NIMAR, Institut néerlandais au Maroc ; Yamina El Kirat, professeur d’anglais à l’Université de Rabat; Aïcha Bouhjar, directrice du Centre de l’Aménagement Linguistique, de l’Institut Royal de la Culture Amazighe (IRCAM), ainsi que Ieme Van der Poel, professeure de littérature française, Pays-Bas et Jacqueline Spaccini, représentante de l’Italie.pLI

martedì 8 luglio 2014

Dettagli. Non smettere di guardare un quadro.

DETTAGLI
Le cose che Daniel Arasse mi ha fatto scoprire.

Filippo Lippi, Annunciazione, Londra, National Gallery

Bella quest'opera, sì, stupenda. In origine era posta in alto, a lunetta, sopra a una porta (dessus de porte). 

Cliccate sulla foto e ingranditela.

C'è un buco sulla veste della Vergine. L'avevate visto?

Proprio davanti allo Spirito Santo, rappresentato come tradizione da una colomba, c'è una boutonnière, un'asola, come quelle che portavano alcune donne molto pie, dopo il matrimonio; insomma, un buco nella stoffa della camicia da notte per congiungersi e concepire, ma senza mostrarsi - neppure al coniuge - nella propria nudità. Certo, l'occhiello è poco sotto l'ombelico; non dimentichiamo che qui siamo inanzi a un'immacolata concezione.

Daniel Arasse qualifica questo dettaglio come segreto del pittore [1].



Quel che non si vede... appunto.

Ora fate attenzione e guardate bene questo quadro:

Francesco del Cossa, Annunciazione, Dresda, Gemäldegalerie

Cliccate sopra e ingranditelo. Sì, avete visto la chiocciola (Arasse dà una spiegazione incredibile di questa chiocciola)... ma il cane, l'avevate visto?



e quella gente che osserva dal balcone?





Dettagli, appunto.
Quante storie contiene un quadro!

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[1] Daniel Arasse, Histoire de peintures, 2004 (postumo). Come lo stesso Arasse scrive, il dettaglio fu rilevato per primo da Samuel Edgerton Jr., storico dell'arte americano.

domenica 29 giugno 2014

La Compagnia delle Poete a Rabat (12/06/2014) con lo spettacolo MADRIGNE


La Compagnia delle Poete è stata ospite dell'Istituto Italiano di Cultura a Rabat in Marocco il 12 giugno 2014.

Invitata dalla dott.ssa Pastore in fine mandato e confermata dalla dott.ssa Fortunato, attuale Direttrice, la Compagnia si è prodotta nella sala teatrale del Centre Culturel de l'Agdal grazie all'amabile disponibilità della sua Direttrice, Mme Menaouar.

Lo spettacolo che si è messo in scena sotto la direzione della fondatrice e  poeta, Mia Lecomte, è Madrigne - più volte sperimentato nella versione ridotta - che ha visto 5 poete in scena (Maria Candelario Romero, Mia Lecomte, Vera Lucia de Oliveira, Barbara Serdakowski e la sottoscritta, Jacqueline Spaccini) e 1 musicista (Pape Kanouté). Si avvale anche di video raffiguranti momenti di donne e di voci off, voci fuori campo di poete assenti.
Fondamentale l'aiuto tecnico del pittore e amico Cesare Oliva.







Le voci delle poete sono (come facilmente intuibile dai loro nomi e cognomi) multiculturali, anche se la lingua veicolare in cui si esprimono è l'italiano che tutto accoglie e che tutto sa modulare. La Compagnia è attiva dal 2009.



Il Signor Pirandello è desiderato al telefono




Quest'anno con i miei studenti di 1°, 2° e 3° anno ho costituito un gruppo teatrale, I Teatranti di Rabat. Nel secondo semestre ho allestito un adattamento de «Il signor Pirandello è desiderato al telefono», una pièce del compianto e amatissimo Antonio Tabucchi (scomparso il 25 marzo 2012) da presentare ai professori e agli altri studenti del Dipartimento di Studi italiani presso la facoltà Mohammed V di Rabat, in Marocco.

La maggior parte dei miei studenti era del primo e secondo anno; quasi tutti alla prima esperienza assoluta di teatro... e non è facile:

a) imparare la dizione corretta di un testo cerebrale come questo; 

b) imparare a memoria un lungo testo (con intanto corsi ed esami da affrontare. E qualche studente lavora anche!);  

c) imparare a recitare, vale a dire a dare un senso di verità a quel che si dice, a interpretarlo come fosse vita vera e muoversi sul palco, imparando a gestire la paura.

Paura di che? Di non essere all'altezza, di essere ridicoli. Paura di non credere in sé stessi.

La complicazione per me - complicazione che poi non si è rivelata tale - era 1. l'alta percentuale femminile (quando a teatro si scrive sempre al maschile) e 2. il controllo dei contenuti morali che debbo sempre tenere in considerazione (controllo di cui non ho mai tenuto conto in Europa).

Per non parlare della presenza del "velo". Perché? 
Perché il ruolo principale è di un uomo e quando è stata una donna a interpretarlo, era una donna che si presentava sotto fattezze "maschili".

Affinché il pubblico dimenticasse che un ruolo maschile era interpretato da una donna e per giunta da una donna velata, la recitazione doveva assolutamente essere non dico impeccabile, ma almeno credibile.

2 mesi di lavoro e una importante scissione di ruoli. 

Il personaggio unico dell'attore che recita il ruolo di Pessoa in un manicomio (= il pubblico - inconsapevole d'essere parte integrante del testo - per larga parte della pièce) è stato scisso e interpretato da 4 attori (3 donne e 1 uomo). 

Grazie ai diversi stati d'animo del personaggio, ho estrapolato un attore/Pessoa intimo e sensibile, uno più virile, uno cinico e uno più razionale. Li ho differenziati con l'introduzione di un noeud papillon di colore diverso.

Il coro greco è stato composto da 4 ragazze in nero, irregimentate come militari (la coscienza del popolo, la coscienza perbenista) e Pirandello al telefono - seguendo l'esempio che fu già di mio marito, regista di questo spettacolo 18 anni fa con un altro gruppo studentesco, ma in Croazia - l'ho convocato in scena.

All'interno della pièce, ho introdotto due momenti di omaggio a Tabucchi, ma anche a Maria José de Lancastre con la lettura in due parti (per forza di cose ridotta) di Libri mai scritti, viaggi mai fatti (tratto da Si sta facendo sempre più tardi).

E poi musica, tanta, un po' di ballo e canto (in portoghese) di Cançao do Mar da parte di una studentessa dalla voce di usignolo.

Non dico altro. Metto qualche foto delle prove (anche in un parco, anche a casa mia, per mancanza di palchi), dell'attimo prima dello spettacolo vero e proprio, così come del dopo.

Capirete dagli sguardi, com'è andata.
















domenica 16 marzo 2014

Questionario La Locandiera di Goldoni


QUESTIONARIO per studenti che seguono il corso M22 Histoire du théâtre

I parte: dall'Atto I all'Atto II Scena 18 (inclusa) fino a: 1h 43' 25"

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Pièce di Carlo Goldoni rappresentata per la prima volta durante il Carnevale, a Venezia, nel 1753. Si tratta di una commedia in tre atti.

Come ogni opera, c'è un dedicatario: in questo caso, Giulio Rucellai, fiorentino, professore di diritto all'università di Pisa. Da non dimenticare che Goldoni, laureato in giurisprudenza, aveva esercitato l'avvocatura anche a Pisa.

Il testo per intero, libero da copyright, è consultabile qui (wikisource, progetto teatro).

Per questo questionario, si prende come riferimento, l'allestimento di Franco Enriquez. 
Eccone la scheda tecnica:

LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
(1965)
regia: Franco Enriquez
scene e costumi: Emanuele Luzzati
interpreti:
Valeria Moriconi (Mirandolina)
Paolo Graziosi (cavaliere di Ripafratta)
Glauco Mauri (marchese di Forlipopoli)
Giuseppe Porelli (conte di Albafiorita)
Luciano Melani (Fabrizio)
Adriana Innocenti (Ortensia)
Silvana De Santis (Dejanira)
Alessandro Esposito (servitore del Cavaliere)
Alfredo Piano (servitore del conte)
produzione: Teatro Stabile di Torino
debutto: Venezia, Campo San Zaccaria, 19 agosto 1965

La pièce qui di seguito è una ripresa televisiva dello spettacolo:



ATTO PRIMO
  1. Dove ci troviamo? (a) descrizione della scena e b) personaggi che aprono la scena
  2. Goldoni mette da subito in scena due personaggi. A) dire chi sono; B) dire in che cosa si distinguono (abbigliamento etc.)
  3. Perché il marchese è altezzoso con il conte? 
  4. Per quale motivo i due nobili soggiornano in quel luogo? 
  5. Da quanto tempo?
  6. Com'è possibile che una donna sia la padrona di una locanda?
  7. lessico: perché il marchese si adira quando Fabrizio lo chiama «Illustrissimo»? Come dovrebbe rivolgersi a lui?
  8. Qual è la morale dei "quattrini"? Che cosa è degno di stima?
  9. Qual è la caratteristica più importante del cavaliere di Ripafratta?
  10. Da quanto tempo è arrivato alla locanda?
  11. In che cosa Mirandolina è diversa dalle altre donne?
  12. In quale modo Mirandolina riesce a conquistare definitivamente il cuore del cavaliere?
  13. Rileggete questo scambio di battute tra Fabrizio e Mirandolina (Atto I sc. 10) e analizzatelo, dando la vostra interpretazione.

ATTO II 

  • lo svenimento di Mirandolina. Perché la donna finge di svenire?
  • quale effetto produce sul cavaliere?
  • qual è il suo (di lui) peccato di presunzione?
RIFLESSIONI

  1. Nobiltà spiantata vs ricchezza del parvenu
  2. Borghesia vs nobiltà (2 borghesi - Mirandolina e Fabrizio vs tre nobili - marchese, conte e cavaliere)
  3. commentare questo passaggio, quando - a proposito dell'amore verso Mirandolina che condivide col marchese - il conte dice al cavaliere: « Egli (Forlipopoli) pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io (Albafiorita) la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni». (Atto I Sc IV)

  4. La dichiarazione femminista ante litteram di Mirandolina (ma è un uomo che scrive il suo testo):
La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

Il cavaliere interpretato da Pino Micol (Mirandolina è Carla Gravina) 1986





I due condottieri a confronto: Antonello e Leonardo






Tutti conoscono il condottiero di Antonello da Messina.  Si dice sia opera del 1475. Si può ammirare al museo del Louvre, a Parigi, dove attira tutti gli sguardi sul suo, magnetico, con anche quel mento volitivo, quel naso importante e quella cicatrice cui si fa attenzione solo dopo aver posato gli occhi sulle labbra virili.
Ha il mento con fossetta - come certi attori americani -; gli occhi non sono verdi, bensì di un nocciola chiaro (forse l'occhio destro è glauco), ostenta una mascella virile sotto una cascata di capelli rossi, tipo il rosso mogano dell'ORÉAL.

Lo scrittore francese Georges Perec gli dedicò un romanzo, Le Condottière (pubblicato postumo), di cui si perderà ogni traccia durante un trasloco e la cui copia carbone dattiloscritta verrà ritrovata nel 1992 da un amico dello scrittore, dieci anni dopo la sua prematura scomparsa (dopo vari rifacimenti, il romanzo è stato pubblicato nella sua forma definitiva nel 2012).

Leggendo Linea di terra (ove il protagonista è il pittore Vittore Pisanello), non ho potuto fare a meno di vedere i tratti del Condottiere di Antonello nelle fattezze del sedicente Cosmo, personaggio a dir poco avventuriero e ambiguo del romanzo di Eduardo Rebulla, palermitano di nascita e di vita.

E poi...
Poi c'è Leonardo. Anzi, Leonardo è prima, ma solo di 2 anni.

Non è granché noto, non come l'altro. È un profilo di testa di guerriero - anzi, di condottiere - con tanto di elmo.

È datato (o databile?) intorno al 1472 ed è conservato a Londra, al British Museum.
Ecco la legenda: LEONARDO da Vinci Profile of a warrior in helmet. Silverpoint on prepared paper, 285 x 207 mm. British Museum, London


La cicatrice è sempre sul labbro, ma quello inferiore. Le guance si sono scavate e la pelle è scesa. Un doppio mento evidente circonda il mento all'americana. Il naso si è appesantito e nello sguardo, pur sempre virile, c'è un non so che di spento, di disilluso, di guardingo. Non pensa più a sedurre.

L'elmo, bizzarro, e l'armatura si fanno carico di annunciare la ferocia senza pari, la crudeltà, la forza senza pietas, che nel condottiero più giovane era tutta espressa dal volto.


Sembra lo stesso condottiere di Antonello da Messina, ma 20 anni dopo.