lunedì 2 febbraio 2009

Di tutto quanto, che cosa resta?

Premio Grinzane Cavour La Stampa
Dialoghi con Cesare Pavese
Di tutto quanto, cosa resta?

Dicesti: «Sono a casa». Ma poi delle viti, non n’era rimasta alcuna che conoscevi. Ti affannasti, con quel tuo naso da tartufo, quella tua faccia da segugio, a rintracciare gli odori, a seguire le antiche tracce, muovendoti a scatti, sguardo in alto, sguardo in basso, per ritrovare la sintonia. Quella con te stesso fanciullo – che fanciullo per davvero non fosti mai.


Ora non sei più così convinto d’aver fatto bene a prendere la via del ritorno, seguendo il dialetto di quel camionista di Bubbio. E in fondo, a parte la noia, non stavi tanto male ad Oakland. Solo che quello a casa sua non poteva tornare e tu non t’eri ancora rassegnato. Ora fai il gradasso per le vie del paese e dentro tremi, temendo che qualcuno possa vederti qual veramente sei. Hai fatto i soldi (ma li hai fatti sul serio, i soldi? A frigger lardo dietro a un bancone?); ti senti un padreterno. O almeno, così ostenti sulla piazza cittadina. Come ci tieni a dir che sei alto e grosso! Dài, che sotto sotto ti senti un po’ come Edmond Dantès… Ma qui son tutti morti (o quasi) e Nuto ha appeso il clarino nell’armadio della sua casa odorosa di gerani e oleandri…


Lui un mestiere, almeno ce l’ha; tu, neanche sai vivere. Sei andato a cercare la macchia di nocciòli, quella da cui tu sai NON esser nato, ché fossi stato femmina, dall’orecchio della capra di casa avresti visto per la prima volta il mondo. Lasci credere che comprerai casa qui, magari una grande, magari la villa della Mora. Ti piace quando ti dicono l’Americano; mica lo sanno, loro, che te ne stai a Genova. Oppure sì, lo sanno, ma se un compaesano come te, è Americano, sì, certo, pur sempre straniero è, ma tutti si fa miglior figura. Un po’ come si godesse di luce riflessa, come aver fatto fortuna tutti assieme. Essere tutti un poco Americani. E dimenticare il passato.


Che cosa cerchi? Te stesso? Tutto quel peregrinare per cascine… la casa tanto non la compri, quelle che ti mostrano, le guardi appena. Queste visite ti piacciono per il bicchiere di vino che gusterai nell’aia, su un tavolaccio e sotto l’ombra fresca d’un albero primitivo. Per quel bicchiere e per le chiacchiere sul tempo andato, sperando che per caso si parlerà di te o della Mora, di qualcosa insomma cui senti di appartenere, per questo poco tanto ti sposti, tu. E ci giri attorno, a quel ricordo rimosso, vero?


La guerra c’entra, ma di striscio. Non è che tu non ricordi: è che non vuoi ricordare. Eppure sei incolpevole. La storia della luna e i falò, l’hai messa su perché temevi che il resto non bastasse a giustificare lo scritto. Erano altri tempi, per la letteratura. Senti, Anguilla: non puoi ritrovarti nemmeno qui, lo capisci? Ché se uno non ha messo radici a quarant’anni non le mette più, ché se ne hai, poi, son radicette aeree, come quelle delle mangrovie. E poi che sto a dire a te, che tu sei me, Anguilla? E il tuo posto nel mondo è in un nessun altro altrove. E stiamo bene così, tutti e due. Torna a Genova, il cerchio è chiuso: casa per me, per te, davvero, non ce n’è.
JACQUELINE SPACCINI
(NON HO VINTO)

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Le foto sono prelevate dal sito www.parcoletterario.it

2 commenti:

Paolo Pantaleo ha detto...

E avresti meritato (di vincere)

Jacqueline Spaccini (Artemide Diana) ha detto...

Lo stesso vale per il tuo testo.