martedì 26 gennaio 2010

Le parole tra noi



Le parole tra noi, soltanto se affilate.
(E. De Luca)


I paesaggi di Piero della Francesca in natura

Occorre solo guardare. E ritrovare i paesaggi di Piero della Francesca.

lunedì 25 gennaio 2010

Quando i figli parlano almeno 3 lingue

ODDIO, MIO FIGLIO È POLIGLOTTA!

Avvertenza: mi limito a stimolare alla lettura, il libro è ricco di suggestioni. Lascio a voi il piacere e il gusto di scoprire quelle che vi interessano!

Raffaele De Rosa, Riflessioni sul plurilinguismo. Un dialogo privato su un fenomeno pubblico in espansione. Bellinzona (Canton Ticino, CH), edizioni Casagrande, 2009, p. 135, 18€,
ISBN 9788877135384


Premessa: Chi ha scritto questo libro non è soltanto un linguista, filologo e germanista. Chi ha scritto questo libro è anche e soprattutto un padre che parla in italiano coi suoi figli, i quali parlano in svizzero-tedesco con la mamma e all'occasione in spagnolo, inglese e quant'altro con amici e/o partner.




Quella che lui, l'autore, vede come una benedetta babele linguistica, sta diventando una realtà sempre meno fantascientifica e sempre più visibile nei nostri territori, in ragione di due fattori: 1) ci spostiamo di più, in Europa e nel mondo, sposando (andando a convivere con) un autoctono del Paese che ci accoglie; 2) trasmettiamo ai figli la nostra lingua di appartenenza (un tempo, il genitore "ospite" amputava la propria lingua, convinto che i figli dovessero incontrare il minor numero di ostacoli nell'apprendimento della lingua e "scegliendo" di non trasmettere la propria).

Chi scrive qui, la sottoscritta insomma, si è interessata al libro di De Rosa non tanto come linguista di un tempo che fu, quanto come genitrice di un ragazzo che gestisce tre lingue, parlandole in un giornata standard secondo questa percentuale: l'italiano (40%), il francese (10%) e l'americano (50%); sapendo leggere e scrivere in tutte e tre le lingue.

Le domande che De Rosa si pone e alle quali intende rispondere nel corso del suo testo riguardano l'educazione plurilingue in famiglia, i meccanismi atti ad apprendere più lingue (in situazione; qui NON si parla dello studente che impara una lingua in maniera "artificiale" - cioè non vivendo sul luogo - oppure "non viscerale"- cioè non appartenente ad almeno uno dei due genitori -). Non è dunque il caso di leggere questo post, se si vogliono risposte per il nostro fanciullo che studia inglese due ore alla settimana (ma in fondo, sì, perché il libro di De Rosa apre a varie riflessioni).

costruzione della Torre di Babele in una miniatura tratta dal "Bedford Book of Hours" del 1424

Qui si parla di una persona (bambino/a, adolescente, ragazzo/a) che si trova ad apprendere una o più lingue perché si trova a VIVERLA in un determinato luogo o perché essa È la lingua del genitore. O che addirittura si trova in entrambe le situazioni.

Ciò detto, cominciamo dalla prima domanda, la più ovvia: Che cos'è il plurilinguismo?

Si parla di *plurilinguismo* quando si capiscono, parlano, leggono e scrivono (le cosiddette 4 abilità di base) più lingue contemporaneamente.

Facciamo subito la seconda domanda: c'è differenza tra plurilingue e bilingue?

Be', si capisce: *bilinguismo* si ha quando ci sono due lingue acquisite/apprese (non sono sinonimi!), *plurilinguismo* in altre occasioni. Lo spiego meglio con un aneddoto autoriale.

De Rosa ha raccontato un evento al quale ha partecipato e durante il quale più persone parlavano più lingue con persone diverse (a Schaffhausen, credo. Comunque nella Svizzera tedesca). Lui per primo, ad esempio, s'era ritrovato a parlare in italiano col figlio, in italiano e svizzero-tedesco con la fidanzata del figlio, in italiano e portoghese con il padre della fidanzata del figlio, in italiano, spagnolo e svizzero-tedesco con i docenti della fidanzata del figlio (svizzeri, ma proff di spagnolo); il figlio parlava in svizzero-tedesco con la fidanzata e il padre di lei, in italiano con suo padre, in spagnolo, svizzero-tedesco e italiano coi docenti, in spagnolo con l'amica della fidanzata, etc.

Per dire. Diciamo allora che tutti quanti si arrangino con almeno tre lingue possono definirsi plurilingui(1). L'importante è che si sappia capire bene quanto viene detto e agevolmente quel che si va a comunicare.


Passiamo alle istruzioni per l'uso.

Mettiamo un papà e una mamma di lingua diversa che allevano un figlio nel Paese di uno dei due oppure in un terzo Paese, la cui lingua non appartiene a nessuno dei due.
Che fare?

Trasmettere (non si tratta di insegnare!) le proprie lingue (e - eventualmente - lasciare che la scuola e la società - i sistemi extrafamiliari, insomma - si occupino di insegnare quella del territorio)?
De Rosa (ed io con lui) non ha dubbi: .
Sì, anche se molti genitori temono di "sovraesporre" i loro figli a un eccesso di informazioni. Ci son passata anch'io, ma la risposta è: state tranquilli, il cervello di un bimbo sa molto bene riceverle, queste informazioni, ma soprattutto sa bene [dove] stoccarle (ogni cosa al suo posto in un cassetto o dossier che dir si voglia virtuale) e riutilizzarle al momento giusto.

Ha solo bisogno di tempo. Un po' più di tempo di un altro bimbo che apprende una sola lingua. Per questo motivo (qui parlo io, non De Rosa), i bambini esposti a più lingue simultaneamente spesso parlano più tardi degli altri. Ma non hanno ritardi intellettuali!

Alcuni bimbi poi sembrano non apprendere nulla della lingua del genitore-ospite. Non è così, è che il bimbo non trova "ragione" di utilizzare una lingua che non condivide con nessun altro (a parte il genitore). Il figlio di due miei amici, ad esempio, è stato esposto al francese fin dalla nascita, ma viveva a Roma. A sei anni, si è stabilito per un periodo di vacanza nel paese dei nonni paterni, in Francia. I nonni parlavano esclusivamente francese (anche volendo, non capivano l'italiano). Il bimbo si espresse in perfetto francese. Ma sia plauso anche alla nonna, che decise qualche anno dopo di apprendere l'italiano in una età non confortevole per l'apprendimento delle lingue.

Se un bambino apprende simultaneamente due lingue, quale sarà la lingua madre?

Qui De Rosa non ha dubbi (io, qualcuno, sì): quella della madre. Quella del padre sarà la lingua padre. Ma entrambe saranno da considerarsi "prima lingua". In realtà, come scrive lui stesso poco dopo, c'è sempre una delle due lingue che sarà considerata forte e l'altra debole, cioè quella più e quella meno condivisa. Questo per i bilingui.
Per i tri- o quadri-lingui, esiste anche e soprattutto la nozione di lingua sociale. La lingua diventa una sorta di meccanismo intercambiabile.


La lingua cosiddetta debole dev'essere sempre sostenuta anche quando è parlata soltanto all'interno delle pareti domestiche?

, certo. Non deve assolutamente regredire, mai. Alcuni anni fa, una mia coetanea figlia di un'italiana e di un francese, mi confidò - con eccessiva fierezza - che sua mamma non le aveva insegnato una parola di italiano (noi due parlavamo in francese).
Provai molta pena per lei. Aveva perso una grande opportunità.

Le persone spesso non si rendono conto che l'acquisizione di una lingua non prevede l'immagazzinamento e sfruttamento di un patrimonio lessicale e basta. Non si tratta di saper salutare qualcuno, parlare al telefono o acquistare i biglietti di aereo senza problemi.
Insieme con la lingua si prende un pacchetto di emozioni, cultura, modi di pensare, di fare, di gestire e gesticolare, un humour, un carattere, punti di vista.

Come si fa a educare i propri figli in modo plurilingue, e soprattutto in maniera armonica?

Nemmeno per l'autore, Raffaele De Rosa, esistono ricette magiche. Tuttavia vi sono alcune linee di condotta che possono essere messe concretamente in atto. Cito:

"In tutte le famiglie esistono delle lingue usate per le relazioni primarie fin dai primi mesi di vita del bambino da persone che in qualche modo hanno un ruolo affettivo importante. Ecco una serie di lingue importanti per le relazioni primarie tra adulti e bambini nei primi 3-4 anni di vita:

- la lingua materna. Secondo alcuni studi il bambino è in grado di distinguere il tono della voce e gli stati d'animo della madre fin dai primi mesi dopo il concepimento in grembo.

- la lingua paterna. Anche il padre può interagire con il bambino fin dai primi mesi dopo il concepimento, in ogni caso fin dalla nascita il bambino è in grado di distinguere anche la sua voce.

- la lingua dei nonni. Essa subentra in genere in un secondo momento ed è influenzata dall'intensità dei contatti tra il bambino e i nonni stessi.

- la lingua della baby-sitter. Essa è generalmente legata a una figura presente nella vita del bambino piuttosto precocemente ed è subordinata alla presenza o meno dei genitori e dei nonni.

- la lingua dei fratelli/delle sorelle. Generalmente si tratta delle lingua adottata dai fratelli e dalle sorelle più grandi.

- la lingua della maestra/del maestro. Si tratta della prima lingua scolastica, spesso il primo contatto linguistico con una persona estranea alla famiglia del bambino" (p. 46).


Aneddoto finale


Ultimamente, mentre riempiva il suo dossier di candidatura per l'ESEC (l'École Supérieure d'Études Cinématographiques de Paris), mio figlio mi ha chiesto (in italiano): "Mamma, mi viene chiesto di dire che cosa penso di apportare con la mia persona al corso di studi. Che rispondo?"
Gli ho detto: "Scrivi: MA DIFFÉRENCE CULTURELLE".

La mia differenza culturale.



_______
(1) Secondo i puristi dell'Accademia della Crusca, il plurale di plurilingue è ammesso per il sostantivo, ma non per l'aggettivo. Clicca qui.





domenica 24 gennaio 2010

PAUL AUSTER il viaggio di Anna Blume et alia















Ludwig Meidner, Paysage d'Apocalypse (Berlin, Nationalgalerie, 1913)
La foto è prelevata dal sito internet www.madinin-arte.net

Cose che avevo scritto un po' di tempo fa...
Non è stato facile, questo libro (in italiano: Nel paese delle ultime cose). L'ho dovuto riprendere in mano tre volte, per entrarci dentro.
Iniziavo, leggevo le prime righe e qualcosa in esso mi respingeva.
Complice forse la copertina della versione francese (il titolo originale è In the Country of Last Things), sentivo che mi attendeva qualcosa di forte, di ostico, qualcosa che richiedeva ben più dell'amorevole attenzione cui dedico alla lettura.

Frettolosamente, dicevo: Non mi prende, stavolta, Paul Auster (foto).

Ma poi, a distanza di qualche mese mi imponevo di riaprire le pagine di questo romanzo: Non è possibile. Non può NON piacermi. Amo tutto, di Auster...

Ho preso una scorciatoia dell'intelletto. Ho deciso di leggerlo come se dovessi tradurlo in italiano. E il primo incanto s'è sciolto come un grappolo d'uva moscato in bocca: le parole. Curate, precise, per nulla arzigogolate. Parole che non lasciavano scelta: prendere o lasciare. Auster non giocava con la metaletteratura com'era solito fare; non faceva il verso compiaciuto a se stesso dell'estrema sua intellettualità.

Questa Anna Blume, a dire il vero, non è per nulla simpatica. E la quasi totale assenza di dialoghi (il romanzo è narrato sotto forma di diario su un improvvisato quadernetto destinato a un suo ex amore ancora nel suo cuore - a noi lettori -) all'inizio infastidisce.

Ma è nella crudezza del taglio semantico, nella totale riluttanza a commuoverci che sta la carta vincente di questo anomalo romanzo. All'inizio ci si chiede se non ci si debba attendere la rivelazione di un Paese nascosto, qualcosa da scrostare dietro la storiella del Paese senza nome in cui vive prigioniera Anna: sarà la rappresentazione dell'URSS staliniana? O forse un qualunque Stato ove governi dittatoriali si avvicendano affamando i loro cittadini? Tutto è surreale? Una fiaba amara? Fantapolitica? Esse est percipi, alla Berkeley? Nulla è esistito se svanisce?

Macché, macché. Non ha nessuna importanza tutto ciò.
Che questa storia sia nata da un evento reale o da un incubo austeriano, quel che conta è Altrove.
E' nell'essenza stessa dell'umano esistere. E delle relazioni terrene.
E' una sorta di ipotesi ragionata sull'homo hominis lupus: in un Paese in cui si uccide per una crosta di pane e che quando il pane non c'è più, si mangiano topi con ancora i peli addosso e quando anche i topi vengono meno si smembrano corpi umani che non sono ancora cadaveri, c'è ancora posto per la filosofia, l'amore, l'Idea?

Si può restare uomini e donne degni di questo nome?

Se no, che cosa si diventa? L'abisso ha una fine o è incalcolabile?
E se, invece, a dispetto di ogni logica, c'è spazio per un sì, come avviene ciò - e soprattutto attraverso quale forza eversiva, tale da superare la insopprimibile prepotenza della fame e dell'abbrutimento, la sopraffazione prevaricatrice della sopravvivenza (nel romanzo ci sono anche le sette suicide, ma non anticipo troppo) -?

Il romanzo ha una trama forte, spiazzante, ma perfettamente coerente. Ad Anna si affiancheranno numerosi compagni di viaggio (la maggior parte di essi si perderà per strada): Isabella, Sam, Victoria, Boris, Willy, Bogat, Ferdinand (notate l'eterogeneità dei nomi. Attraverso di loro, Auster abbraccia lingue e Paesi a noi noti). E' un mondo in cui i libri sono buoni per riscaldare e vanno bene per il braciere, tanto vi fa freddo.

Ma nonostante tutto, sopravvivono solo coloro che coltivano una speranza: quella di andarsene, ma anche quella di sentire di non appartenere a nessun luogo.

In un passaggio del libro, Anna dice di Boris Stepanovich: "assumeva il ruolo del clown, del brigante e del filosofo, ma più lo conoscevo, più percepivo tali ruoli come aspetti di un'unica personalità che sfruttava le sue svariate armi nel tentativo di riportarmi alla vita. Siamo diventati cari amici, e verso Boris conservo un debito grande per la sua compassione, per gli attacchi obliqui e persistenti che lanciava contro i bastioni della mia tristezza" (traduco all'impronta).

Oppure, altrove: "Era come essere un confessore, diceva [Sam, n.d.r.], e poco a poco si è messo a misurare tutto il bene che si fa quando si permette alla gente di sfogarsi - quel salutare effetto di pronunciare le parole, di lasciarle uscire. Parole che raccontano quel che è successo a ciascuno di noi. [...] Farsi passare per un dottore gli aveva improvvisamente dato accesso ai pensieri intimi degli altri, e questi pensieri cominciavano ora a far parte di lui. Il suo mondo interiore è diventato più vasto [...]".

La speranza fa ripartire. Anche se tutto non è null'altro che illusione.

La fine è solo immaginaria, una destinazione che inventi per continuare ad andare avanti, ma arriva il momento in cui ti rendi conto che non ce la farai mai. Può darsi che tu sia costretto a fermarti, ma allora sarà perché hai poco tempo davanti a te. Ti fermi, ma questo non significa che sei arrivato fino in fondo.

E il romanzo non finisce qui. Non con questa frase finale.

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Mi accorgo, rileggendo, che non sono riuscita minimamente a restituire la graffiata dolorosa con la quale questo libro mi ha lacerata. Darò la colpa a Chopin, che mi ha fatto compagnia mentre buttavo giù queste righe.





photo by @rteJS - dipinto di Alice Nieri

Io l'avrei tradotto così, In the Country of Last Things, il romanzo di Paul Auster. Invece qui in Francia si è optato per Le voyage d'Anna Blume.

E' la terza volta che riprendo in mano questo libro: l'incipit è difficile, duro, pieno di muri ad angolo e anche un poco sbrecciati, di quelli che ti feriscono le mani.

E allora faccio esercizio di traduzione on line, all'impronta, per invogliare chi legge a prenderlo in mano (magari otterrò l'effetto contrario, chissà).

* * *
"Sono le ultime cose, ha scritto lei. Una dopo l'altra svaniscono e non riappaiono mai. Posso parlarti di quelle che ho visto, di quelle che non ci sono più, ma temo di non avere tempo. Accade tutto troppo in fretta, ora, e non riesco più a seguirle.
Non mi aspetto che tu capisca. Non hai visto nulla di tutto ciò e anche se ci provassi non sapresti immaginartelo. Sono le ultime cose. Un giorno, una casa si trova qui e l'indomani è scomparsa. Una via che hai percorso ieri, oggi non c'è più. Persino il clima cambia di continuo. Un giorno di sole seguito da uno di pioggia, un giorno di neve seguito da uno di nebbia, il caldo e poi il fresco, prima il vento e poi la calma piatta, a un periodo di freddo terribile segue oggi - in pieno inverno - un pomeriggio di luce profumata, calda abbastanza per indossare appena un pulloverino. Quando si abita in città si impara a non contare su nulla. Chiudiamo gli occhi per un attimo, ci voltiamo per guardare qualche altra cosa ed ecco che quel che avevamo davanti, d'improvviso è svanito. Nulla dura, capisci, nemmeno i pensieri che ci portiamo dentro. Non ti venga in mente di perdere tempo a ricercarli: quando una cosa è andata, è per sempre.
E' così che vivo, proseguiva nella sua lettera. Non mangio quasi; appena il giusto per continuare a mettere un piede avanti all'altro, non di più. Talvolta la mia debolezza è tale che ho l'impressione che non riuscirò mai a fare il passo successivo. Ma ci riesco. Nonostante i cedimenti, continuo ad andare avanti. Dovresti vedere come me la cavo bene."
(traduzione dal francese che traduce dall'americano a mia cura)

* * *

Ho trovato - più tardi - lo stesso incipit in traduzione italiana dall'americano (a cura di Monica Sperandini). Paul Auster, Nel paese delle ultime cose. Torino, Einaudi, 2003, 8€50.

E allora lo posto qui, a confronto.

* * *
Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano piú. Posso raccontarti di quelle che ho visto, di quelle che non esistono piú, ma temo di non averne il tempo. Tutto sta accadendo cosí velocemente ora, che non riesco a tenervi dietro.

Non mi aspetto che tu capisca. Non hai mai visto niente di tutto questo, e anche se ci provassi non potresti neppure immaginarlo. Queste sono le ultime cose. Una casa un giorno è li e il giorno dopo è sparita. Una strada lungo la quale solo ieri camminavi, oggi non esiste piú. Persino il tempo è in un flusso costante. Un giorno di sole seguito da un giorno di pioggia, un giorno di neve seguito da un giorno di nebbia, il caldo e poi il freddo, il vento e poi la calma, un periodo di freddo pungente e poi oggi, nel mezzo dell'inverno, un pomeriggio di luce fragrante, caldo al punto da far sudare. Quando vivi in città impari a non dare nulla per scontato. Chiudi gli occhi per un attimo, ti giri a guardare qualcos'altro e la cosa che era dinnanzi a te è sparita all'improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te. E non devi sprecare tempo a cercarli. Quando una cosa sparisce, finisce.

Ecco come vivo, continuava la sua lettera. Mangio poco. Quel tanto che basta per tirare avanti passo dopo passo, e niente piú. Talvolta mi assale la debolezza, e sento che non riuscirò a muovere il prossimo passo. Ma me la cavo. Nonostante gli sbandamenti riesco a tirare avanti. Dovresti vedere come me la cavo bene.

* * *


Mr. Vertigo.
Questo è uno dei tanti libri di Paul Auster che ho amato.

All'epoca (1994), non scriveva proprio nel suo stile inconfondibile (penso al Libro delle illusioni e alla Trilogia newyorkese, ad esempio), ma era già lui.

Di questo romanzo, serberò per me una frase, scritta su di un bigliettino, da Maestro Yehudi alla sua Mrs Witherspoon che sposerà un altro:

Dovunque andrai, ci sarò anch'io.



giovedì 19 novembre 2009

SOLDATO GIUSEPPE UNGARETTI, ZONA DI GUERRA

... La morte / si sconta / vivendo
(San Michele, vigilia della 6a battaglia 1916)





Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

Ti abbraccio, il tuo Ungaretti*



Eleonora Conti (a cura di), Giuseppe Ungaretti. Lettere a Giuseppe Raimondi 1918-1966. [conn dodici lettere di Raimondi a Ungaretti]. Bologna, Pàtron editore, 2004 (V ristampa, 2009), p. 160, 16€.
ISBN 9788855527811


Ungaretti soldato

Nella sua introduzione, Eleonora Conti racconta che Ungaretti e Raimondi iniziarono a scriversi nel 1918, incontrandosi anche, durante una delle licenze ungarettiane dal fronte. Il poeta lucchese che aveva avuto i natali ad Alessandria d'Egitto era all'epoca un trentenne, mentre il giovane intellettuale bolognese ne aveva appena 20, di anni, essendo nato nel 1898.


Il libro raccoglie 81 lettere dell'epistolario Ungaretti-Raimondi, riproducendo perloppiù quelle inviate dal poeta lucchese. La curatrice si chiede giustamente come sia possibile che questo corpus di lettere sia rimasto finora per buona parte inedito. In realtà, le lettere - mi scrive Eleonora Conti, a parziale rettifica di quando da me scritto qui [n.d.r. del 6 gennaio 2010] - "furono in parte esposte e per assaggi pubblicate durante una mostra dei carteggi raimondiani nel 1979 e presentate sommariamente negli atti del convegno di Urbino del 1979, come indico nel libro."

Giuseppe Raimondi
(1898-1985)


Il fatto è che, per molti anni, Ungaretti non ha conservato le lettere che riceveva (almeno fino agli anni '50), ecco perché ci sono solo dodici lettere di Raimondi.

Oltre a ciò, questo libro prevede due appendici: nella prima ci sono tutti gli articoli tratti da L'Italiano (quelli citati nel carteggio), incentrati sulla polemica intorno alla rivista internazionale 900, di Massimo Bontempelli; nella seconda appendice, ci sono i ritagli della rassegna stampa dell'archivio Raimondi riguardanti Ungaretti, tutti del '26.
Qua e là, ad illustrare il libro, delle foto, alcune davvero rare (particolarmente quelle che ritraggono Raimondi).

Se è superfluo soffermarsi sulla biografia di Giuseppe Ungaretti, non sarà forse inutile spendere qualche parola per introdurre Giuseppe Raimondi, l'amico bolognese.
Fondatore nel marzo del 1918 della rivista La Raccolta, stringe amicizia con pittori e poeti, ma soprattutto con Giuseppe Prezzolini e Vincenzo Cardarelli. Sul suo foglio, ci sono contributi anche di Bacchelli, Saffi; importantissimo sarà lo spazio che Raimondi dà alla produzione straniera, francese in primo luogo. E proprio un saggio dedicato a Carlo Carrà sarà l'iniziale motivo di corrispondenza tra lui e Ungaretti. Quel Carrà che il poeta lucchese aveva caro e tanto stimava e nel cui atelier Raimondi aveva visto Ungaretti per la prima volta nel '17.

Il mensile letterario che dava spazio a riproduzioni di opere pittoriche e aveva una rubrica fissa dedicata ai contributi provenienti da altri Paesi cesserà le pubblicazioni appena un anno dopo. Raimondi, allora, si dirige a Roma ove per un po' di tempo sarà segretario de La Ronda.
Scrittore, giornalista, autore di monografie, traduttore e critico d'arte, è il curatore delle Opere complete di Cardarelli per I Meridiani.

Qual è l'importanza di tale carteggio?
Anche se spesso non son altro che brevi passaggi vergati su di una cartolina spedita da una zona di guerra, l'attenzione è sempre portata al dibattito culturale in Italia e in Francia, anzi, direi politico-letterario, ma nel senso che quel che conta - per Ungaretti e Raimondi - è una politica del pensiero letterario.

Sicché Ungaretti, di stanza a Parigi[3], si fa ben presto mediatore, vuol "svecchiare" la cultura italiana, proporre buoni testi ai francesi di Commerce e della Nouvelle Revue Française (NRF). E Raimondi gli farà da sponda a Bologna, a raccogliere gli altrui suggerimenti, talvolta a promuoverne di suoi, dalle pagine della rivista La Raccolta.

La lettura scivola appassionata e veloce lungo cinquant'anni di lettere.

Guillaume Apollinaire

Nel 1918 Ungaretti è in zona di guerra e nelle sue brevi missive non vi fa quasi accenno: parla semmai di Apollinaire, fonte di ispirazione, amico e nume tutelare, degli incontri con lui, prima dell'improvvisa sua morte[1]. Oppure commenta la decisione dell'amico Raimondi di tradurre (e scrivere su) Baudelaire.

Filippo T. Marinetti, Ugo Ojetti, Aldo Palazzeschi

Nel '21, Ungaretti è ancora avverso alla politica. Scrive a Raimondi:

Ma in Italia è vero che non c'è più libertà?
Butta al diavolo la politica
[...]. La politica è
fatta di bassi interessi, quasi sempre, anzi, sempre.

Ma nella seconda sezione delle lettere, troviamo altra situazione. Come scrive Eleonora Conti, "Quando il carteggio riprende (il silenzio è rotto nel 1922 e nel 1924), la situazione è decisamente mutata. Dapprima l'avvento del fascismo, poi l'irrigidimento del regime seguito al delitto Matteotti, nel 1924, hanno spazzato via ogni possibilità di compromesso per gli intellettuali, che sono ora costretti ad assumere una precisa posizione anche politica" (pp. 16-17).

Raimondi collabora al giornale fondato da Leo Longanesi, L'Italiano (e la scelta del nome parla da sé). Ungaretti vive all'estero, ma poi quando rientrerà in Italia si farà fascista (come molti altri suoi colleghi, persino l'odiato Bontempelli). Ho messo in corsivo, perché le loro fedi fasciste mi sembrano molto opportunistiche, molte "chiacchiere" e poca azione.

Quel che più conta per Ungaretti è di far conoscere l'arte contemporanea oltralpe: Papini, Soffici, Carrà, Jaher, Palazzeschi, Cardarelli, Campana... tra gli altri. Ma anche far conoscere i francesi - attraverso la traduzione - in Italia (e in questo Raimondi sarà utilissimo).

Sebbene negli anni a venire affermerà che i suoi maestri sono stati Leopardi e Mallarmé, nelle missive del '18 che invia al giovane Raimondi parla piuttosto di Apollinaire, di cui è chiaramente entusiasta. Quando poi Apollinaire muore, viene sostituito da Paul Valéry come faro poetico.

Ma torniamo alla funzione del poeta italiano nelle riviste culturali francesi.
Commerce volle Ungaretti (vi collaboravano anche Saint-John Perse, Paul Valéry e Valéry Larbaud) che si fece mediatore della letteratura italiana in Francia. Sicché in qualità di passeur Ungaretti si fece in primo luogo selezionatore.

Ardengo Soffici

Ardengo Soffici Palazzeschi e Papini sono i responsabili della prima pubblicazione delle sue poesie su Lacerba, di cui Soffici era il fondatore. Ungaretit prova affetto soprattutto nei confronti dei primi due e stima sincera nei confronti del terzo.


Vincenzo Cardarelli, Massimo Bontempelli, Alberto Savinio

Nelle lettere del '26, si delineano con piglio virulento i dissapori di Ungaretti: una certa amarezza contraddistingue la sua rottura unilaterale con Cardarelli, indicato come un uomo falso (Non mi fido non mi fido non mi fido, scriverà persino dopo essersi con lui riappacificato.) Invece lo sberleffo e il fastidio sono riservati a Massimo Bontempelli e alla di lui rivista, (900), attacchi dalle pagine di un giornale che culmineranno in un duello.

Jean Paulhan

La sua amicizia con Jean Paulhan [direttore di Commerce e dei Cahiers de la Pléiade, capo spirituale della Resistenza francese] sarà propizia per attaccare Bontempelli e sbarrargli la strada Oltralpe.

Valéry Larbaud

Grande è la cultura del poliglotta Valéry Larbaud, italianisant e non solo, traduttore e non solo, autore di quell'opera mirabile che va sotto il nome di Sous l'invocation de Saint Jérôme, tradusse non solo Ungaretti ma anche Svevo.

Io sono una bontempelliana, ma Ungaretti era un vero Poeta. Lo ricordo quasi ridicolo introdurre l'Odissea televisiva con una voce come d'oltretomba, ma quando parla di poesia, SA DI CHE COSA PARLA.

Pasolini e Ungaretti

Ho fatto il poeta nei ritagli di tempo - Ungaretti parla della sua vita e di Parigi (I parte) [1961]



Ungaretti parla di Apollinaire (II parte)




_____________

*Cartolina postale autografa in franchigia, 19° fanteria, zona di guerra
[1] Ferito alla tempia dallo scoppio di un obice, nel 1916, dopo una lunga convalescenza Apollinaire muore a causa dell'influenza spagnola, nel novembre del 1918.
[2] Ungaretti si era iscritto alla Sorbona, seguì i corsi di Bergson per due anni (1912-1914) ma non si laureò mai. Tornerà a Parigi nel 1918, restandovi fino al '21 (e sposando la francese Jeanne Dupoix). Poi tornerà a vivere in Italia. Riposa nel cimitero del Verano, a Roma.
[6 gennaio 2010] Correggo altresì una mia imprecisione al riguardo degli studi incompiuti del poeta con l'osservazione seguente di Eleonora Conti :"in realtà si laureò nel 1914, in Sorbonne, con un mémoire su Maurice de Guérin che Gemma-Antonia Dadour rese pubblica alla fine degli anni 80 [...]e su cui io stessa ho scritto in un saggio uscito su "Filologia e Critica" del 1993 [...]".

venerdì 30 ottobre 2009

Le figure di stile più ricorrenti

Jacqueline Spaccini ©2009

-->N.B. Premesso che c'è differenza tra figure di stile e figure retoriche, qui per comodità utilizzeremo un unico termine, figure di stile. Ce ne scusiamo con i puristi.

Alcune figure di stile

di
Jacqueline Spaccini


destinato ai miei studenti di:
L1 - IT3A Méthodologie documentaire universitaire
LV2 - non spécialistes - IT8 Littérature italienne contemporaine


 


VIDEO da IL POSTINO [Massimo Troisi e Philippe Noiret], soprattutto a partire da 2'55" [se non si apre, clicca qui ]

Ho iniziato con una figura di stile semplice. Forse la più usata da tutti noi, tutti i giorni, senza nemmeno accorgercene.

Nell'estratto del film, Philippe Noiret (che interpreta il ruolo del poeta cileno Pablo Neruda) dice a Massimo Troisi (il postino) che quando usa l'espressione "come una barca sbattuta dalle (sue) parole" ha fatto una METAFORA. Non è vero, la sua è una SIMILITUDINE (o ANALOGIA). Ma si assomigliano parecchio, basta togliere il *come*.
Es.:

Tu es le soleil de ma vie (You're my Sunshine) = metafora
Tu sei bella come il sole = analogia

Troisi dice anche che "il mondo intero (eccetera eccetera) è la metafora di qualcosa". Figura anche questa, ma non metafora. Lo vedremo dopo.

E continuo con queste due figure e con lo stesso film (capolavoro di poesia)


 



VIDEO
da IL POSTINO [Maria Grazia Cucinotta (Beatrice, la ragazza amata da Mario) e la zia]
Se non si apre, clicca qui.


 
Qui, l'anziana signora dice alla giovane Beatrice - che ha nel cuore la poesia scritta dal postino (in realtà è una famosa poesia di Neruda) - di diffidare delle parole e delle metafore, quando "un uomo vuole toccarti con le parole". Ecco questa sì, è una metafora!

Torniamo alla poesia del postino e rintracciamo le figure di stile in essa contenuta (sono due, in realtà)


Il tuo sorriso si espande come una farfalla sul tuo volto;
il tuo riso è come una rosa, una lancia che si sfila, un'acqua che prorompe;
il tuo riso è un'onda d'argento repentina


Ho sottolineato in qualche modo le figure che voglio sappiate ritrovare da soli, alla fine di questa lezione.
Per adesso, questo brano di poesia lasciamolo qui, solo soletto. si farà compagnia da sé.

Vado per ordine alfabetico
(MA METTO ACCANTO GLI AFFINI E GLI OPPOSTI).



ALLEGORIA
:
Allegoria in greco significa "dire altro".
C'è allegoria quando un'immagine (evocata figurativamente o testualmente) esprime un concetto ideale, morale o religioso. Ovvero, c'è allegoria quando un'immagine, un'opera o un'espressione vuole esprimere altro.
Es. di allegoria:

Letteratura: Le Roman de la Rose (metà del XIII secolo)
Il poema ha la forma di un sogno allegorico. Il poeta si sveglia un mattino di maggio (la primavera è la stagione topica dell'amore) e si addentra in un giardino meraviglioso - un locus amoenus - dove attraverso lo specchio di Narciso, vede riflessa la rosa di cui si innamora.


photo Jacqueline Spaccini ©2009
-->
Tutto il poema narra le imprese dell'amante per conquistare la rosa, allegoria della donna amata. Alla fine con l'aiuto di Venere, egli riuscirà a penetrare nel castello e a consumare l'atto d'amore.

Pittura.
Es. L'allegoria della pittura di Jan Vermeer




Vienna, 1666

Sintagma: antica lupa = avarizia; piede straniero = occupazione della patria da parte del nemico; laddove il sole non batte = il fondoschiena (derrière, postérieur, fesses).


ALLITTERAZIONE:
-->Allitterazione in latino significa “allineare le lettere”. Significa ripetere una lettera, una sillaba o un suono all’inizio o all’interno della parola successiva [esempio: Marilyn Monroe (lettera *m*), Coca-Cola (sillaba -co) fascismo fashion (suono =
-->).
Esempi di allitterazioni in letteratura (poesia)
E caddi come corpo morto cade. (Divina Commedia, Inferno, canto V)
quello spirto guerrier ch'entro mi rugge (Ugo Foscolo, Alla sera, verso finale)
3. effetti (voluti) dell’allitterazione
le consonanti dal suono secco (g, c e s) evocano una sensazione di durezza.
le consonanti dal suono dolce (v e l) evocano una sensazione di morbidezza, piacere.
La consonante r evoca un senso di ribellione, ribollimento dell’anima
la vocale a evoca un senso di ampiezza.
la vocale u evoca un senso di gravezza.
la vocale i evoca un senso di chiarezza.

ANAFORA:
Ripetizione di parola o di gruppo di parole all'inizio di una frase o di un verso
Es. Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente (Divina Commedia, Inferno)

ANALESSI
(riguarda la sintassi):
in greco significa “prendo nuovamente”
L’analessi o retrospezione (la parola inglese flashback è impropria perché è un’analessi cinematografica), consiste nell’evocazione di un evento o fatto precedente al momento in cui si racconta, avvenuto nel passato. È molto frequente.
Esempio: numerosissimi nei romanzi (soprattutto autobiografici, ma non solo)
Quand’ero bambino… Durante la mia infanzia…Ero nato ad Alba…
Esempio illustre: A la Recherche du temps perdu di Marcel Proust:

Longtemps je me suis couché de bonne heure.
Parfois, à peine ma bougie éteinte,
mes yeux se fermaient si vite ù
que je n'avais pas le temps
de dire : "Je m'endors".

PROLESSI
(riguarda la sintassi):
in greco significa “ prendo prima”. Poco frequente nella narrativa.

Anticipa un evento, un’azione che dovrebbe venir dopo rispetto alla storia che si sta narrando. È anche detta flash-forward.
Esempi: vent’anni dopo, avrei rincontrato quell’uomo che da bambino non avevo capito essere mio padre…

 


15° SECONDO: LA ARRESTO PER IL FUTURO OMICIDIO DI SARAH...

VIDEO: Minority Report [Je vous arrête pour le futur meurtre], 2002 Se non si apre, clicca qui

CATACRES
I:
1. In greco significa “abuso, uso improprio”.
C’è catacresi quando si usano parole (figurate) non adeguate al sostantivo di riferimento, ma che ormai sono entrate nell’uso comune.
2. Esempi di catacresi:
I bracci del candelabro
Il dorso della montagna/collina
Il collo della bottiglia
La gamba del tavolo
I denti della forchetta

ELLISSI:
in greco significa “mancanza”
L’ellissi consiste nell' eliminazione all' interno di un particolare enunciato, di alcuni elementi (che il lettore può solo immaginare o di cui può anche non rendersi conto).
Effetto: di sorpresa, e quindi sveglia l'attenzione del lettore che è portato a soffermarsi maggiormente sul testo (soprattutto se il testo è un giallo [noir, policier o un thriller]. Serve principalmente a mettere in rilievo una parte importante.




VIDEO : LA VITA E' BELLA (1997) USO DELL'ELLISSI (morte non mostrata)

EUFEMISMO
:
in greco significa “dolce suono”
figura retorica adoperata per attenuare una espressione ritenuta troppo cruda, irriguardosa o volgare come ad esempio, quando si parla di morte
esempio: ieri è scomparso…; annunciamo la perdita di…; è venuto meno all’affetto dei suoi cari…
esempio: personale in esubero cioè in numero eccessivo, cioè lavoratori da licenziare


IPOTIPOSI:
in greco significa “effigie, immagine + sotto”
descrizione talmente efficace di una cosa che a chi ascolta (o legge) pare di vederla davanti agli occhi. (cfr. il brano Omertà di Sciascia, incipit di Il giorno della civetta)
in pittura:




 


IRONIA:
In greco significa “dico il contrario di quello che penso”
consiste nell' affermare una cosa che è esattamente il contrario di ciò che si vuole intendere. Si tratta di un tipo di comunicazione che richiede nel lettore e nell'ascoltatore la capacità di cogliere l'ambiguità sostanziale dell'enunciato.
esempi: Sei furbo, tu! (invece si vuole dire all’altro che non è per niente furbo)

LITOTE:
in greco significa “semplicità”
Consiste nell’attenuazione di un concetto mediante la negazione del contrario, come nella frase non ti odio (ti amo?) - non è male (è bene/è cosa buona) - non è bello (è brutto)– non essere un’aquila (= essere sciocco). A differenza dell’eufemismo, esige sempre il “non”.

METAFORA:
in greco significa “(io) trasporto”
(trasposizione) sostituzione di un termine con una frase figurata legata a quel termine da un rapporto di somiglianza, ad esempio:
la verde età (l’infanzia); la signora in nero (la morte); la fiamma (passione) del mio amore; sei una volpe (furbo); siete il sale della terra (dal Vangelo: il senso). Spesso quando sogniamo il nostro inconscio/subconscio/super-Io ricorre alla metafora. Da qui, l’analisi dei sogni.

SIMILITUDINE (o ANALOGIA):
in greco significa “rapporto proporzionato”
Consiste in un paragone tra immagini, cose, persone e situazioni, attraverso la mediazione di avverbi di paragone o locuzioni avverbiali (come, simile a, a somiglianza di, quasi).
Es. È furbo come una volpe.

METONIMIA:
in greco significa “invece del nome; cambiamento del nome”
Consiste nell'usare il nome della causa per quello dell'effetto, per esempio:
- l’autore per l’opera: leggere Manzoni
- il produttore per il prodotto: bere un Martini; indossare un Armani;
- la materia per l’oggetto: mettere la città a ferro e a fuoco (usare le spade e incendiare tutto)
- il simbolo di colore (per appartenenti a un partito o a una squadra di calcio): i Verdi (coloro che credono nel partito degli ecologisti), i giallorossi (i giocatori o i tifosi della squadra di calcio della Roma che hanno le divise giallorosse)
- il luogo per l’istituzione: la Farnesina (il ministero degli affari esteri); l’Eliseo (il presidente della repubblica francese); il Vaticano (il Papa), etc.

SINEDDOCHE:
in greco significa “prendo insieme”
Esprime: la parte per il tutto (vela invece di nave); il tutto per la parte (una borsa di foca, per indicare una borsa fatta di pelle di foca); il singolare per il plurale e viceversa (l'italiano è molto sportivo; l’Europa tutta va in guerra – T. Tasso La Gerusalemme liberata); il genere per la specie (mortale per l'uomo).

OSSIMORO:
in greco significa “acuto[=intelligente]-sciocco”
Consiste nel mettere insieme, nell’unire, nell’avvicinare due concetti discordanti.
Esempi: paradiso infernale, ghiaccio bollente, un silenzio assordante, dolcemente amaro, un vento immoto, un urlo silenzioso, etc.

PARONIMIA:
in greco significa “vicino al nome”
Indica l’accostamento tra due (o più) parole dal suono simile ma dal significato differente.
Esempio: traduttore traditore (traducteur = traître, ma in francese non c’è paronimìa)
In generale, la paronimia è spesso non voluta. E dà luogo a fenomeni di comicità… (sbagli di parole) Esempio: istigare (= inciter, pousser à une action - avec un sens négatif) una certa curiosità (invece di: instillare [= instiller, inspirer – avec un sens positif] una certa curiosità)

PRETERIZIONE:
in greco significa “passare oltre; omettere; passare sotto silenzio”
Consiste nel fingere (= feindre) di voler tacere ciò che in realtà si dice.
Esempi: Non ti dico il calore, l'affetto, la cordialità con cui siamo stati accolti. Non ti dirò: avevo ragione io…
È inutile (superfluo) sottolineare il valore/l’importanza del…

PROSOPOPEA O PERSONIFICAZIONE:
in greco significa “aspetto di/della persona”
Consiste nel far parlare un personaggio assente (cf. video “in abstentia”) oppure morto (nell’Odissea, per esempio) o anche cose astratte (Gloria, Natura, Morte) e inanimate (Sole, Luna) come se fossero persone reali.

La danza macabra (Pinzolo, particolare)

Nel cinema:
Ingmar Bergman Il Settimo Sigillo (personificazione della morte)


 


VIDEO: IL SETTIMO SIGILLO (1957)
ANTROPOMORFIZZAZIONE:
in greco significa “con forma umana”
in questo caso sono gli animali che parlano e sono rappresentati come esseri umani.
Esempi tipici: nelle favole di Esopo (greco), Fedro (che traduce in latino le favole di Esopo) e La Fontaine (che traduce in francese le favole che Fedro ha tradotto da Esopo).


 

La cicala e la formica
La Cicala che imprudente
tutto estate al sol cantò,
provveduta di niente
nell'inverno si trovò,
senza più un granello
e senza una mosca in la credenza.
Affamata e piagnolosa
va a cercar della Formica
e le chiede qualche cosa,
qualche cosa in cortesia,
per poter fino alla prossima
primavera tirar via:
promettendo per l'agosto,
in coscienza d'animale,
interessi e capitale.
La Formica che ha il difetto
di prestar malvolentieri,
le dimanda chiaro e netto:
- Che hai tu fatto fino a ieri?
- Cara amica, a dire il giusto
non ho fatto che cantare
tutto il tempo. - Brava ho gusto;
balla adesso, se ti pare.
ma anche:

 


QUI
il discorso (in francese, ma si può avere anche in inglese o in tedesco)
tra la volpe e il Petit prince di Saint-Exupéry




VIDEO: La storia infinita (1984)




(Se non si apre, clicca qui )

ZOOMORFIZZAZIONE:
in greco significa “con forma animale”
è il contrario dell’antromorfizzazione: è l’uomo che è rappresentato come un animale.


Esempi: Rosso Malpelo (1880, novella di Giovanni Verga)
Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po' di ricreazione, egli andava a
rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po' di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c'ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell'asino grigio, senza osar di lagnarsi


SINESTESIA:
in greco significa “percepire insieme”
Consiste nell’avvicinare un sostantivo e un aggettivo che esprimono due sensazioni (mi riferisco ai 5 sensi: vista, olfatto, udito, tatto, gusto) diverse.
Esempi: fredde luci (tatto + vista); oscura voce (vista + udito); urlo nero (udito + vista)

E torniamo alla poesia di Pablo Neruda:


Mi piaci quando taci perché sei come assente, e mi ascolti da lontano, e la mia voce non ti tocca. Sembra che si siano dileguati i tuoi occhi e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.


Siccome ogni cosa è piena della mia anima tu emergi dalle cose, piena dell'anima mia. Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima, e assomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante. Sembri lamentarti, farfalla che tuba. E mi ascolti da lontano e la mia voce non ti giunge: lascia che io taccia con il silenzio tuo.

Lascia che ti parli anche con il tuo silenzio chiaro come una lampada, semplice come un anello. Sei come la notte, silenziosa e stellata. Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente. Distante e dolorosa come se fossi morta. Poi basta una parola, un sorriso.

E sono felice, felice che non sia vero.








Jacqueline Spaccini ©2009
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giovedì 22 ottobre 2009

Il BLU di Michel Pastoureau

LE GRAND BLEU
(no, non il Mediterraneo)


More about Bleu

SPROLOQUIO INIZIALE.
Meraviglioso libro, piccolo nel numero delle pagine e voluminosissimo per densità di informazioni, gradevole per stile di argomentazione; un piccolo tesoro che purtroppo - e per fortuna - è stato già tradotto in italiano (purtroppo, perché avrei voluto tradurlo io).
Ultima premessa: qua e là tra le cose scritte che riassumono il libro di Pastoureau, ci sono cose dette da me (studiate ai tempi lontani di Glottologia e del compianto prof. Giorgio Raimondo Cardona).


* * *



Michel Pastoreau qui un'intervista di Radio Canada (12'58")

Chi di voi pensasse che il blu è un colore da sempre presente nella nostra (nel senso di occidentale) cultura, sbaglierebbe di grosso.

Ricordate la bella tenuta di Russell Crowe alias Maximus il Gladiatore (sì, quello del film zeppo di errori storici), tutto bello in blu (cfr. foto)? Impossibile.
Impossibile perché per i Romani il blu non esisteva.
Spiego meglio. Non erano certo ciechi, come noi non siamo ciechi se ci addentriamo nella foresta amazzonica e vediamo tutta una sorta di marroni e di verdi e di rossi. Ma tutt'al più possiediamo una gamma di 3-4 forse 5 tonalità o sfumature per indicarli, noi miseri mortali. Così, i Romani vedevano il blu e tutte le sfumature (ciano e ceruleo sono in fondo parole latine), ma si limitavano a indicarlo con un (per noi) troppo vago glauco (etimologicamente, significa "scintillante" ed è un colore tra l'azzurro e il verde).
Tant'è che la parola blu (bleu, blau, blue) viene dal germanico blavus mentre azzurro viene dall'arabo (che non so scrivere correttamente e dunque tralascio).
Ma non era unicamente una questione di visione corretta o di nominalizzazione (per quanto si dica esse est percipi, per dirla volgarmente: esiste solo ciò che è percepito). Il colore blu non gode del gradimento romano, perché [traduco io]: "[esso] è soprattutto il colore dei Barbari, Celti e Germani, che a detta di Cesare e Tacito hanno l'abitudine di tingersi il corpo di questo colore per spaventare i loro avversari. Ovidio aggiunge che, invecchiando, i Germani si tingevano i capelli con il guado [la guède: di questo colore, ottenuto da una pianta che non esiste più, ho parlato qui, n.d.r)], per scurire i capelli bianchi" .
Per un Romano, anche avere occhi azzurri (per non parlare dei capelli rossi e riccioluti) era un deplorevole difetto.



Durante l'Alto Medioevo, il blu resta un colore discreto, appannaggio delle classi contadine o comunque delle persone di basso rango. Il rosso, il bianco e il nero la fanno da padroni nelle classi agiate.

Anche quando nascono i cosiddetti colori liturgici - osserva Pastoureau - il blu ha poco o per nulla spazio: la superiorità cristologica appartiene al bianco. E dopo il bianco, ancora il rosso e il nero.


Ma ecco che nel IX secolo, nell'impero carolingio, comincia a farsi strada questo colore come attributo della Vergine Maria. Prima del XII secolo, tuttavia, il colore ufficiale della Madonna resterà il bianco; blu, tutt'al più, (ma anche azzurro o celeste) sarà il suo mantello. Inizialmente colore di lutto (per la morte del Cristo in croce), il blu si fa via via più luminoso, meno funebre: fintantoché non finisce sulle vetrate delle chiese. A quel punto, il blu mariano si farà luce.


Vitrail au fond et à gauche de la Cathédrale Saint-Pierre de Montpellier

Diventerà in seguito il colore dei Re e segretissime saranno le formule per riprodurre tale o taltaltra nuance di blu. Quel che è più difficile - nei tessuti - sarà mantenere il tenore (insomma, il blu sbiadisce ben presto). Finché non si scopriranno le virtù dell'indaco (ma bisognerà giungere al XVII secolo).

A questo punto, siamo arrivati a poco prima della Riforma, il blu è un colore morale, secondo solo al nero. La Riforma però gli preferirà il nero, il grigio, il bruno o ancora il bianco (il colore della purezza); un piccolo spazio sarà concesso al blu purché sia senza brillantezza, severo, smorto.


Tutte le gradazioni del blu (clicca qui)

A partire dal XVIII sec., il blu è il colore preferito nell'Occidente, soppiantando il rosso. Il colore più noto è quello che chiamiamo blu di Prussia, poco stabile alla luce ma con forte potere colorante (nessuno ha mai voluto i blu délavé, evidentemente, almeno fino ai jeans), inventato per sbaglio - perché è un colore artificiale, contrariamente ai blu ottenuti a partire da lapislazzuli, azzurrite, smalto o piante vegetali (come il girasole o il succitato guado).


Il blu diventa alla moda durante il Romanticismo ; responsabile sarà la marsina di Werther. La sua severa redingote blu (sempre accompagnata da un panciotto giallo) detterà moda e decreterà il successo del blu presso i giovani europei nei 15 anni successivi.

All'epoca della Rivoluzione francese, il blu passa dalla coccarda alla bandiera, divenendo un colore politico e nazionale (ancora oggi, i calciatori francesi vengono detti i Bleus.)
Colore princeps delle uniformi (assieme al grigio), sarà il colore di un'altra uniforme - questa volta, passatemi l'ossimoro, civile - che da oltre 50 anni a questa parte non conosce declino : i jeans.
E se la parola in questione rivela l'origine italiana del termine (letteralmente: di Genova), la variante sopravvenuta nel tempo, il denim, proverrebbe dall'espressione de Nîmes (città della Francia meridionale). Nel 1853 Levi Strauss comincia a produrne; nel 1902 i suoi pantaloni prendono il nome commerciale di blue jeans (erano tinti con l'indaco). E nel 1926 la ditta concorrente Lee, apporterà una modifica introducendo la zip al posto dei bottoni.

Dall'inizio del XX secolo il blu è in testa a tutti i sondaggi circa le preferenze: è di gran lunga il colore più amato. Paradossalmente, oggi può apparire come un colore neutro. Scrive Pastoureau [traduco]:
"[Per il fatto che sia il colore preferito], qualunque sia il sesso, le origini sociali, la professione o il bagaglio culturale, il blu stritola tutto ". Da un lato, cancella le differenze, ma dall'altro - aggiungo io - crea eserciti di divise laiche perfettamente conformi (e conformate). Doppipetti blu, auto blu.

Poeticamente, il blu evoca il cielo e il mare, certo.
Quanto a me, preferisco il nero e il viola.

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Michel Pastoureau, Bleu. Histoire d'une couleur. Paris, Seuil, 2006 (tr. it. BLU. Storia di un colore. Milano, Ponte Alle Grazie, 2008. 12€. Traduzione di Fabrizio Ascari).

©Jacqueline Spaccini - Université de Caen -
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