domenica 12 settembre 2010

Presentato il libro Aveva il viso di pietra scolpita alla Biblioteca Vallicelliana di Roma

photo by Julien Pouplard


Riporto qui di seguito l'articolo di Lorella Angeloni, pubblicato dopo la presentazione del mio libro alla Vallicelliana di Roma.

Ringrazio tutti i convenuti per la loro amabile presenza.

photo by Federico Spaccini

domenica 5 settembre 2010

La musica del nostro amore

lunedì 30 agosto 2010

Premio Speciale Saggistica Cesare Pavese 2010

Colgo l'occasione per ringraziare la giuria del Premio Cesare Pavese  nonché  le autorità del luogo per avermi conferito il Premio Speciale Saggistica Cesare Pavese 2010.

Ringrazio altresì il pubblico presente alla premiazione, avvenuta il 29 agosto 2010 nella casa natale dello scrittore langarolo sita in Santo Stefano Belbo (Cuneo).

L'illustrazione della copertina è della disegnatrice Carla Massimetti.



GR1 del 27.08.2010  a partire dal 23esimo minuto (un po' prima, circa)

mercoledì 14 luglio 2010

Leggendo «On n'y voit rien» di Daniel Arasse




Dedicato a mio figlio Romain
che questo libro lo deve studiare
  


Gli occhiali inebriati di Daniel Arasse

Vous y voyez beaucoup trop
 
 Portava gli occhiali, Arasse? Penso di no, oppure come me, sì, di quelli da lettura per veder bene le immagini, magari aggiungendo una loupe, una lente di ingrandimento, come faccio io quando voglio vedere per bene un certo dettaglio che mi era completamente sfuggito fino a un attimo prima. E infatti, eccola, l'ho trovata una piccola foto che lo ritrae con quei tipici occhiali da presbite.

Vorrei parlare di un suo libro che pochissimi avranno letto in Italia. L'originale s'intitola On n'y voit rien (non si vede nulla) ed è stato pubblicato nel 2000.


Daniel ora non può replicare a nessuno, è morto nel 2003, a soli 59 anni, a causa della SLA [1].

Era uno storico dell'arte irriverente, ostinato, simpatico, entusiasta, curioso, colto e appassionato, a tratti delirante, o come amava autodefinirsi (accusando gli altri di definirlo così, ma in realtà gongolandoci dentro): sur-interprétant, qualcuno che non si limita a interpretare un quadro, bensì travalica, va oltre: sovrainterpreta. Come chi nello sport si allena troppo e va in sovrallenamento. In genere, in questi casi, l'atleta che ha esagerato si rompe qualche legamento o un osso. Chissà...

Questa premessa per onestà nei confronti di chi legge. A Daniel Arasse do il grande merito di appassionare chi legge quel che scrive. Se chi legge è appassionato di suo.

(prima copertina: davvero non si vede niente!)


E entriamo finalmente nel libro, che ha come sottotitolo l'eloquente Descriptions.

  *  *  *

Due sono le bugie che accompagnano questo saggio: la prima è che è un libro di poche pagine e quindi velocemente archiviabile; la seconda è che è scritto in uno stile talmente semplice da sembrare quasi superficiale. 


Questo invece è un libro breve e densissimo. E lo stile è volutamente accattivante, proprio perché tale era la personalità dell'uomo Arasse, ma anche perché i contenuti che ci offre sono come quei vinelli che trangugiamo pensando che non potranno farci nulla di male e che all'indomani ci lasciano la testa pesante, pensante e dolorante. 
(seconda copertina: qui si vede qualcosa, ma poco)



Lui ha diviso il libro in 6 parti, ognuna di esse corrisponde a un quadro; ognuna di esse presenta un soggetto diverso (je/io, tu/tu, il/lui, on/si, nous/noi); sta da solo, parla con qualcuno, parla con se stesso, qualcuno gli parla...

Elenco dei quadri e degli autori (laddove ve ne sono) per capitolo (ognuno con un titolo allusivo):
  1. Cara Giulia (Marte e Venere sorpresi da Vulcano del Tintoretto)
  2. Lo sguardo della lumaca (L'Annunciazione di Cossa) 
  3. Un occhio nero (L'adorazione dei magi di Bruegel)
  4. Il vello di Maddalena
  5. La donna nel baule (La Venere di Urbino di Tiziano)
  6. L'occhio del maestro (Las Meninas di Velazquez).




Non mi interessa fare il riassunto dei capitoli, per quello, comprate il libro, esiste in versione italiana [lo raccomando a priori, ignoro se abbia una buona traduzione oppure no, comunque a cura di (cito come sta scritto) Dell'Ariccia A. (sic)]. Ecco, vi metto la copertina del libro pubblicato da Editore Artemide. 

Quel che mi interessa è nemmeno di spiegare, bensì di attirarvi alla pittura, al suo godimento, attraverso lo sguardo e il sentire di Daniel Arasse a proposito di certi dettagli che sfuggono ai più. 


[E che si tratti di vista, lo provano i reiterati lemmi appartenenti allo stesso campo semantico (sguardo e occhio ripetuto ben due volte)].


Daniel Arasse non amava annoiare gli altri. Probabilmente per non annoiarsi lui per primo. Sicché struttura i suoi capitoli in modo diverso.

Il primo è scritto sotto forma di lettera indirizzata a una sedicente collega romana, denominata sotto il nome di Giulia (una lettera affettuosa in apparenza; in realtà, lui le dà della « cieca », peggior insulto per chi fa della vista lo strumento numero uno del proprio mestiere, non ne vedo). 

Nel secondo capitolo, si rivolge direttamente al pubblico - o perlomeno a coloro, tra i suoi lettori che gli muovono rimproveri. Tira in ballo anche un amico, eminente studioso di semiologia e medievalista, tale Umberto (vi ricorda nessuno?).Per farlo convenire con lui su un argomento che poi lui stesso svelerà essere una solenne cantonata. 


La prestigiosissima École française de Rome  
di cui Arasse è stato membro (1971-19743) 
occupa il secondo piano di Palazzo Farnese a Roma

Nel terzo capitolo parla di sé in terza persona; nel quarto reintroduce un prepotente e aggressivo*io* contro un dispettosissimo *voi* (che non prende mai la parola, sia esso singolare o plurale).


E se nel quinto capitolo inscena una lite continua con uno studioso d'arte palesemente italiano, ma di cui non viene mai fatto il nome (Federico Zeri, forse?), nell'ultimo si dà bellamente del *tu*. 


L'Istituto francese di Firenze 
che Arasse ha diretto dal 1982 al 1989


Di che sfiorare la schizofrenia artistica. Ma sono escamotage stilistici, come dicevo, per ravvivare la fiamma del suo dire.


Il suo dire. Personalmente, dal basso delle mie conoscenze storico-artistiche non sono sempre (per dirla tutta: quasi mai) d'accordo con le conclusioni di Arasse (alcune delle quali vado a esporre), ma mi piace il ragionamento, la logica sia pure deragliante, la passione, l'invito - anzi lo strattone - che dà al lettore per ficcargli sotto al naso il dettaglio che NESSUNO DI NOI AVEVA VISTO (oppure non in quel modo).


Prendiamo il primo quadro (Marte e Venere sorpresi da Vulcano): Arasse conviene con la sua destinataria (e collega) Giulia, che del quadro del Tintoretto s'ignorano finanche le origini e le condizioni della committenza. 
Eppure, si lancia in una serie di argomentazioni che lo portano a concludere che tale dipinto sarebbe stato posto dal suo proprietario (a tutt'oggi anonimo, 1550 ca., si trova ora a Monaco di Baviera), forse - dice lui -  la cortigiana di un giovane Gonzaga, in un salone, sotto gli occhi di tutti, per condividere con gli ospiti la vena ironica - anzi, la vis comica - del suo soggetto. E il quadro è rimasto pressoché sconosciuto fino al 1682... Si guardi il dipinto in questione. Dov'è che fa ridere? Secondo Arasse, Marte è  - tra l'altro - ridicolmente nascosto sotto il tavolo (come un amante moderno in un armadio), ma il gioco passerebbe, visto che un Vulcano verdognolo è tutto preso a scoprire la fessura della coniuge...
 
E così via. Ventisette pagine in cui il lettore si compiace di seguirlo e compie un continuo andirivieni tra le sue parole e le immagini che il quadro del Tintoretto propone (e noi ridiamo insieme con lui ma anche con Amorino, Cupido, Eros  che se ne sta adagiato in una culla sotto alla finestra).


E perché è così importante la capigliatura lunghissima della Maddalena? In realtà, Daniel principia con il suo vello e non con la sua criniera e muove argomentazioni un tantinello faziose tra pilus et capillus. 


Però è interessante il suo confronto laddove dice che la virilità della donna passa per la lunghezza dei capelli. 

In realtà la parola giusta sarebbe un'altra... se questa parola esistesse. Infatti, esiste maschio e femmina, maschile e femminile, uomo e donna. Ma che cosa fa da contraltare alla parola virilità? Muliebre vuol dire altro. Al massimo, è stato coniato virago (da vir, uomo) ma con senso nettamente dispregiativo.
Vabbè, andiamo oltre. 

Che i capelli rappresentino in qualche modo lo statuto della forza (non nel senso dei muscoli, ovviamente, per quello si vedano Dalila & Sansone), non è campato in aria. 
Ricordate che cosa facevano alle donne che andavano a letto col nemico, alla fine della guerra? Alle  collaborazioniste, si rasava il cranio. Si toglieva loro tutti i capelli. Le si spogliava della loro dignità (altro che la nudità!).

Due comunque sono le caratteristiche della Maddalena: una, l'abbiamo vista, l'altra è che piange. 

Piange sempre. Chi ricorda la cantilena: Vengo da Gerusalemme, senza ride' e senza piagne, giochino infantile che consisteva nel ripetere sempre queste parole senza ridere mai? Ecco la Maddalena batterebbe tutti. Lei non ride mai, lei piange sempre. Non a caso, le poche fontanelle parigine che distribuiscono acqua gratuitamente, le fontane quelle verdi, le Wallace (dal nome del suo inventore) e che sembrano piangere come delle Maddalene,  hanno dato lo spunto a Jean-Pierre Jeunet, il  regista di Amélie Poulain, di chiamare il personaggio della portiera, eternamente in lacrime, Madeleine Wallace. 


Tornando ad Arasse, lo storico inferisce che la Maddalena - quale ella è nell'immaginario sociale e collettivo - non esiste. Si tratterebbe di una figura composita attorno alla quale avrebbero poi edificato una leggenda con anche una chiacchiera, quella  del suo reale rapporto col Cristo. 
Leggenda che ha ben attecchito, d'altra parte, commedie musicali, romanzi danbrowniani... e così via.



È un dogma, un mistero. È la riparazione che la Chiesa prevede per le donne, a parziale risarcimento dell'immagine di Eva. Anche se resta una figura ancillare (ma perché se accorga, per questo, bisognerà attendere ancora secoli).

Tenetevi pronti, vi sforno un altro quadro, ma solo per un flash. Che cosa? (eh sì, sono stata contagiata dalla tecnica di Arasse)... State dicendo «uffa, un altro quadro che è arcinoto, l'ennesima variazione dell'Adorazione dei Magi (1564, la trovi a Londra), stavolta nella salsa di quel matto di Bruegel... Il Vecchio o il Giovane, boh, chi li sa distinguere». 

Sì, sì. Intanto è Pieter Bruegel il Vecchio. Ma voi lo sguardo di Gaspare, il suo occhio nero, l'avevate notato? Io no. Anzi, nemmeno l'avevo notato, Gaspare. Ho dovuto prendere una lente e poi rimettermi a leggere quel che scrive in proposito Daniel Arasse: l'unico Nero tra Bianchi, l'unico che (Madonna e Bambino a parte) non viene ridicolizzato. 

Il brivido me l'ha dato però una chiocciola, quella che Francesco Cossa inserisce nella sua Annunciazione tedesca (1470, si trova a Dresda). Che ci sta a fare una minuscola chiocciola sul bordo di un quadro? E neanche ci sta tutta! Ecché, gli mancava lo spazio?

Ebbene, lo storico dell'arte si muove tutte riserve (si fa le domande e si dà le risposte): «Ma si sa che cosa significa un escargot, una chiocciola, posta in limine del quadro! ... che vai cercando? La chiocciola è il simbolo della fecondità e sta a indicare il momento in cui avviene l'immacolata concezione, lo sanno tutti!

Pensate si sia lasciato intimorire dalla risposta? Macché. 
A colpi di argomentazione, Arasse spiega che essa, la chiocciola, ci invita a entrare in un altro universo, lasciando il nostro mondo, ma soprattutto ci ammonisce che «non dobbiamo lasciarci catturare dall'illusione di quel che vediamo, non dobbiamo crederci», insomma.

Finiamo in bellezza con la Venere di Urbino e Las Meninas. Non mi soffermo, il mio post è già lunghissimo così. 


Posso dire che delle suggestive ipotesi dello storico al riguardo del letto che non è un letto e del drappo che non è un drappo della Venere di Tiziano me ne straciccio insieme con il delirio del cassettone (che belle pagine, però) e che trovo comunque interessante la sua lettura diversa ma non iconoclasta delle meninas secondo Foucault (che volete, siamo sempre più postmoderni!). 

Consiglio l'acquisto del libro, ne sollecito la lettura che ha il grande pregio di essere gradevole e, quel che più conta, stimolante. E si sa che stimolare il cervello mantiene giovani (agili, perlomeno).

P.S. Saluto il nobiluomo sullo sfondo dell'ultimo quadro (e con esso rimembro immediatamente un celebre racconto di Tabucchi).
          Saint-Cloud, le 14 juillet 2010


 All rights reserved
Jacqueline Spaccini©2010



___________

[1] SLA: la sclerosi laterale amiotrofica [quella di Stephen Hawking, Luca Coscioni, del bassista Mike Porcaro, di David Niven e di molti calciatori, come Stefano Borgonovo (attualmente, sono 35 i casi di morti per SLA tra i calciatori italiani)].


giovedì 8 luglio 2010

Le poesie, la parola. Capolavoro di parole e di poesia di Roberto Benigni



Su su.. svelti eh, veloci, piano, con calma…
Non v’affrettate, poi non scrivete subito poesie d’amore, eh, che sono le più difficili, aspettate di avere almeno un’ottantina d’anni.
Scrivetele su un altro argomento… che ne so… sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo… ecco, che non esiste una cosa più poetica di un’altra!
Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro… Cos’è la poesia, non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu…... E vestitele bene le poesie, cercate bene le parole… dovete sceglierle!
A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola!
Sceglietele…che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.
Da Adamo ed Eva… lo sapete Eva quanto c’ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta!!!
"Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa.." ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innamoratevi, se non vi innamorate è tutto morto… morto! Tutto, eh!
Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto… dilapidate la gioia, sperperate l’allegria e siate tristi e taciturni con l'esuberanza!
Fate soffiare in faccia alla gente la FELICITÀ! E come si fa? …fammi vedere gli appunti che mi son scordato… questo è quello che dovete fare…non son riuscito a leggerli! Ora mi son dimenticato!
Per trasmettere la felicità, bisogna essere FELICI e per trasmettere il dolore, bisogna essere FELICI.
Siate FELICI!!!
Dovete patire, stare male, soffrire.. non abbiate paura di soffrire, tutto il mondo soffre! Eh?
E se non avete i mezzi, non vi preoccupate… tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria… tutto!
Avete capito?
E non cercate la novità… la novità è la cosa più vecchia che ci sia…
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, beh buttatevi in terra! Mettetevi così!
Eccolo là… ohooo… è da distesi che si vede il cielo…
Guarda che bellezza…perché non mi ci sono messo prima… Cosa guardate?
I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole… Se la parola ‘muro’, muro, non vi dà retta, non usatela più…per otto anni, così impara! Che è questo? Boh, non lo so!
Questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre…
Forza, cancellate tutto ... e dobbiamo cominciare!
La lezione è finita.
Ciao ragazzi ci vediamo mercoledì o giovedì…
Ciao arrivederci.

sabato 26 giugno 2010

Omaggio a Ernst Lubitsch

 Lubitsch, chi era? Chi è? 
Un tedesco, anch'egli ebreo come l'austriaco Billy Wilder, che fece fortuna a Los Angeles (pare fosse stato invitato in America da Mary Pickford, nel '22) e che era apprezzato anche da Wilder (cfr. post sottostante).

Ecco, di tutti i film loufoques che di lui si ricordano (e sono tanti), io scelgo di non parlare di nessuno di loro, bensì dell'unico film drammatico suo (l'ho visto iersera in DVD): Broken Lullaby/ The Man I killed (1932, L'homme que j'ai tué/L'uomo che ho ucciso).

Vi propongo l'unico brano del film disponibile su youtube, in cui è chiara l'opinione che il regista si è fatto dei conflitti bellici (anche se mette in scena la prima e non la seconda guerra mondiale):



E vi racconto il plot:

La guerra è finita da un anno. Bene o male, la vita riprende per coloro i quali sono sopravvissuti. Ma Paul, un giovane musicista parigino (Philip Holmes) non riesce a darsi pace: ha ucciso un solo uomo, un inerme soldato tedesco in trincea, mentre costui era intento a scrivere una lettera alla fidanzata Elsa sull'insensatezza della guerra.
In preda ai rimorsi cui la fede non riesce a porre riparo, Paul decide infine di recarsi in Germania e di chiedere perdono ai genitori (Lionel Barrymore, nel ruolo del padre tedesco, il Doktor Holderlin). Inutile dire che non vi riuscirà e che si innamorerà - ricambiato - di Elsa (Nancy Carrol).
Paul prende piano piano il posto del giovane soldato nel cuore dei genitori e della ragazza.
Ma la coscienza non gli dà tregua...

____________________

P.S. Credo che Broken Lullaby significhi note spezzate (violinista Paul e il giovane ucciso, pianista Elsa. Nessuno dei tre - il secondo per evidenti motivi - riesce più a suonare il benché minimo brano musicale: La musica se n'è andata via, urla Paul al suo confessore).


Pubblicato da Artemide Diana in altro blog nel 2008

venerdì 25 giugno 2010

Anna de Noailles

 Anna de Noailles (1876-1933 )





Esempi di traduzione

Ignoro se vada ancora  di moda la parafrasi nella traduzione delle poesie. Voglio fare un esperimento qui.
Metto:
1.      Un poema d’amore nella versione originale
2.      La sua parafrasi (molti la chiamerebbero la traduzione), non rispetta la rima
3.      La traduzione in una poesia (che è altra, ma comunque una poesia)
4.      Rispetto le rime, rispetto il senso dei contenuti, aggiungo due sole zeppe.


1. Anna de Noailles – Un cœur lent et sans colère (Poème d'amour)

J'ai travesti, pour te complaire,
Ma véhémence et mon émoi
En un c
œur lent et sans colère.

Mais ce qui m'importe le plus
Depuis l'instant où tu m'as plu,
C'est d'être un jour lasse de toi !

- Je perds mon appui et mon aide,
Tant tu me hantes et m'obsèdes
Et me deviens essentiel !

Je ne vois la vie et le ciel
Qu'à travers le vitrail léger
Qu'est ton nuage passager.

- Je souffre, et mon esprit me blâme,
Je hais ce harassant désir !
Car il est naturel à l'âme
De vivre seule et d'en jouir...

RIMA: ABA CCB DDE EFF GHGH



2. Un cuore lento e senza ira (traduzione parafrasi)

Ho camuffato per compiacerti
Veemenza e furia
In un cuore lento e senza rabbia
Ma quel che per me più conta
Dall’istante in cui mi sei piaciuto
È d’esser stanca di te un giorno!
Perdo sostegno e aiuto
Per quanto mi assilli e mi ossessioni
E diventi  essenziale
Vedo la vita e il cielo
Solo attraverso la vetrata leggera
Che è la tua nuvola passeggera.
Soffro e la mente mi rimprovera
Odio questo sfibrante desiderio!
Poiché è proprio dell’anima
Viver sola e rallegrarsene.


3. Un cuore lento e senza rabbia (traduzione poesia)

Per compiacerti ho trasformato   A
Impeto e movimento    B
In un cuore lento e senza fiato   A

Ma quel che per me più conta   C
Dacché mi piacesti è l’esser pronta   C
A stancarmi di te un bel momento   B

Perdo soccorsi e speroni   D
Per quanto mi assilli e mi ossessioni   D
E diventi  mio fondamento     E
Vedo la vita e il firmamento E
Solo attraverso la vetrata leggera   F
Che è la tua nuvola passeggera.   F

Soffro e la mente mi biasima   G
Odio cotal sfibrante desiderio!  H
Poiché è proprio dell’anima   G
Viver sola e goderne sul serio.  H

Jacqueline Spaccini

domenica 13 giugno 2010

AVEVA IL VISO DI PIETRA SCOLPITA

30.08.2010
Colgo l'occasione per ringraziare la giuria del Premio Cesare Pavese  nonché  le autorità del luogo per avermi conferito il Premio Speciale Saggistica Cesare Pavese 2010. Ringrazio altresì il pubblico presente alla premiazione, avvenuta il 29 agosto 2010 nella casa natale dello scrittore langarolo sita in Santo Stefano Belbo (Cuneo).
======================================================================


13 giugno 2010
È appena uscito il mio ultimo libro (nel momento in cui scrivo non ho ancora le copie tra le mani), Aveva il viso di pietra scolpita per i tipi di Aracne editrice.

Si tratta di una raccolta di saggi sull'opera di Cesare Pavese che riguardano la poesia e la prosa, privilegiando quel che lo scrittore aveva scartato, senza però dimenticare capolavori come La luna e i falò o come Tra donne sole.

Per acquistarlo o chiedere copia omaggio per recensione, cliccare qui.
Oppure ordinare su ibs o bol.

Metto di seguito prima e quarta di copertina:


È ancora attuale Pavese oggi? I suoi libri sono sempre significativi? E
se sì, che cosa trasmettono? In questo viaggio all’interno di cinque
opere dello scrittore piemontese, questo saggio affronta alcune problematiche
proprie del vivere moderno, come ad esempio la ricerca della
propria identità, il disincanto degli affetti, il rapporto tra i sessi, ma
anche le trasformazioni ideologiche e le asperità linguistiche che interessano
chi affronta la letteratura pavesiana. Uno studio, questo, che si rifà
al metodo narratologico e alla critica testuale, corredato da una fredda
passione verso l’autore delle Langhe divenuto nel tempo un classico del
XX secolo letterario. Per descriverlo, potremmo usare le sue stesse parole:
«Tutto accogli e scruti / e respingi da te / come il mare».


Jacqueline Spaccini insegna Lingua e letteratura italiana
presso l’Università di Caen. Come traduttrice ha pubblicato,
tra l'altro, Né sogno né cigno della croata Vesna Parun (Spring,
1999) e La Ripudiata della franco-algerina Leïla Marouane (Spring,
2001). Ha curato una raccolta di testi dedicati a Massimo
Bontempelli (PUC, 2008) e pubblicato un saggio sui rapporti
tra letteratura e pittura (Sotto la protezione di Artemide
Diana, Rubbettino, 2009). Dal 2009 fa parte della Compagnia
Internazionale delle Poete.

ISBN 978-88-548-3226-8
cinque saggi sull’opera di Cesare Pavese
In copertina:
Illustrazione di Carla Massimetti.

mercoledì 9 giugno 2010

Valori e assenza di valori del dopoguerra nel cinema di De Sica

Valori e assenza di valori del dopoguerra nel cinema di De Sica

di Jacqueline Spaccini





Vittorio De Sica (1901-1974) è un regista italiano (che prenderà la cittadinanza francese nel 1968), il quale ha ottenuto 4 premi Oscar (un record mondiale, ex-aequo con John Huston e inferiore solo a Federico Fellini che di Oscar ne ha vinti 5).

Quando De Sica diventa regista (nel 1939), è già molto conosciuto come attore (e continuerà a recitare anche dopo esser diventato regista). Ha iniziato con il cinema muto, ma poi è diventato famoso grazie ad alcune commedie disimpegnate, quelle dei telefoni bianchi, come Gli uomini che mascalzoni (1932), diventato film immortale per la canzone Parlami d'amore Mariù (cantata dallo stesso De Sica). Con il film Il signor Max diventa un divo.

I film di cui tratteremo qui sono considerati 3 capolavori del neorealismo, anzi: tre capolavori in assoluto, ma, a onor del vero, De Sica è il regista di molti altri film degni di ammirazione (per esempio: I bambini ci guardano 1943, Miracolo a Milano 1950, L'oro di Napoli 1954, La ciociara 1960, Ieri, oggi e domani 1963, Matrimonio all'italiana 1964, Il giardino dei Finzi Contini 1970), di cui – per accrescere la propria cultura e farsi un piacere personale - si consiglia vivamente la visione.

* * *


Quel che interessa De Sica sono gli ambienti popolari e soprattutto i bambini e i vecchi, cioè gli esseri indifesi.

Il film Sciuscià si ispira a due ragazzini, soprannominati Scimmietta e Cappellone, che De Sica aveva conosciuto per davvero, mentre spendevano il loro denaro al galoppatoio (= allée cavalière) di Villa Borghese (Roma) noleggiando un cavallo da cavalcare. La sceneggiatura è di Cesare Zavattini e Sergio Amidei (quello di Roma città aperta).

Il soggetto di Ladri di biciclette è vagamente ispirato all'omonimo romanzo di Luigi Bartolini, ma giusto come spunto (= suggestion) , riletto da Zavattini e sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico; mentre sia il soggetto che la sceneggiatura di Umberto D. sono interamente di Zavattini.



LOCANDINA SCIUSCIÀ 1946


Che cosa significa Sciuscià?

Accademia della Crusca:


Sciuscià è «una delle creazioni lessicali più famose dell'ultima guerra mondiale, non meno pop

olare, fra i contributi americani, di okay e di segnorina.

A Napoli, e in altri centri dell'Italia centro

-meridionale, i ragazzi si servivano di questo termine per offrirsi come lustrascarpe [=cireurs de souliers]
ai militari alleati dopo la loro venuta in Italia, nel 1943.
Una forma di

accattonaggio, una piaga sociale, quella di questi ragazzi laceri, sporchi, affamati e privi di qualsiasi appoggio.
La parola sciuscià, così pronunciata a Napoli, Roma ecc., riflette

l'americano shoeshine, […] ma è stato nella forma sciuscià che la voce si è rapidamente imposta attraverso tutta la penisola, diventando SUCCESSIVAMENTE sin

onimo di "giovane vagabondo, accattone" e persino di "ladro". Si legge in un giornale dell'aprile 1947: «Poteva diventare sciuscià, forse diventerà marinaio.


Oggi, e specialmente dopo l'interesse suscitato dal film omonimo di Vittorio De Sica (1946), sciuscià è venuto a identificarsi, per molti italiani, col tradizionale

scugnizzo, sostituendolo nell'uso che se ne fa fuori di Napoli».

Trama

Protagonisti sono due ragazzini (uno dei due, Pasquale, diventerà – crescendo

– un attore abbastanza famoso) che si arrangiano a vivere in «un'Italia triste e senza sole - come dirà un altro

regista famoso, Dino Risi, dalle pagine del quotidiano Milano sera nel '46 -, un'Italia uscita da una guerra lacerante; Sciuscià è un atto di accu

sa, ma è soprattutto un bel film senza pietismi, senza declamazioni, con poche lacrime. Il film di un intelligente uomo di cuore con il quale si può cominciare a rifare il no

stro (e non solo il nostro) cinema».


LOCANDINA LADRI DI BICLETTE 1948

Ladri di biciclette, tradotto in francese Un voleur de bicyclettes (mais les voleurs sont deux). E insisto sul fatto che le altre lingue abbiano rispettato il plurale del film, perché in caso contrario sembrerebbe che la storia sia quella di un ladro (di biciclette, all'occorrenza), mentre lui – a differenza dell'altro – lo è solo in un attimo di disperazione. E De Sica vuol sottolineare la differenza, tra due espressioni della povertà romana all'indomani del dopoguerra: il ladro «professionista» vive in un quartiere che è una sorta di «corte dei miracoli» romana, spalleggiato da altri delinquenti come lui, con una madre aggressiva che lo protegge e lo difende. Ma quella è gente che è malavitosa (= délinquante, qui appartient à la pègre) anche senza dopoguerra e fame. Lo è da generazioni e lo è di mentalità. Qui l'essere più indifeso sembra essere il padre, dal momento che il bambino Bruno ha sempre ben chiare le cose e sa come bisogna agire e reagire e soprattutto rapportarsi agli altri. È un bambino piccolo, che lavora, aiuta i genitori, ha un rapporto di timore e di complicità con il padre e nel momento in cui suo padre sembra perduto è quello che sa ricomporre l'eticità del genitore, porgendogli il cappello. Il bimbo è il futuro di quell'Italia un po' perduta, smarrita (désemparée) – come Antonio - cui farà seguito un inaspettato boom economico.



LOCANDINA UMBERTO D. 1952

Umberto D. è da un certo punto di vista il più neorealista dei film di De Sica. Forse il più neorealista dei film italiani. Il protagonista si chiama Umberto Domenico Ferrari, un pensionato sui 70 anni, che vive in una camera d'affitto insieme con il suo cagnolino Flick. In seguito a un ricovero ospedaliero perde tutto e pensa al suicidio.

Di questo film ha detto André Bazin: «Jusqu'au jour où je vis Umberto D., je considérais Voleur de bicyclettes comme l'extrême limite du néo-réalisme en ce qui concerne la conception du récit. Aujourd'hui il me semble que Voleur de bicyclettes est encore loin de l'idéal du sujet zavattien. Non que je considère Umberto D. comme supérieur, [mais dans ce film] on entrevoit à plusieurs reprises ce que serait un cinéma véritablement réaliste quant au temps. Un cinéma de la "durée"» (Qu'est-ce que le cinéma, IV, Éditions du Cerf, 1962).


E ora buona visione dei film…


Jacqueline Spaccini©2010

martedì 8 giugno 2010

Marie-Christine COUSIN analizza il giallo secondo Tabucchi




Analisi de La testa perduta di Damasceno Monteiro

di Antonio Tabucchi

di Marie-Christine Cousin

étudiante en DUIT2 Université de Caen


 

Un romanzo detto poliziesco che non corrisponde al romanzo a enigma, né al noir né al thriller (secondo la tipologia di Todorov), ma prende a prestito un po' da tutti, e nasconde dietro il suo titolo parecchi approcci di un omicidio.

L'aspetto criminale , l'indagine e la scoperta dell'identità dell' uomo ucciso e dei suoi assassini si svolge parallelamente a quella di un incontro tra un giovane giornalista Firmino e un avvocato descritto non attraverso la sua età ma attraverso un aspetto piuttosto sgradevole da cui il soprannome Loton (il riferimento è per Charles Laughton, l'attore che interpretava l'avvocato nel film Testimone d'accusa).

Il romanzo presenta continuamente un dualismo nell' ambiente, nei personaggi, nello stile, nel linguaggio ; dimostra una trasformazione e una evoluzione sia dei personaggi che delle situazioni e dello stile ; e presenta l'organizzazione di un sistema.


 

Si può ovviamente leggere il romanzo con interesse per la « suspense» ma l'enigma non è troppo difficile da risolvere, una telefonata anonima rivela ben presto al giornalista-detective come trovare l'assassino e le motivazioni del delitto. La storia segue una linearità cronologica : scopriamo che il ragazzo ucciso voleva rubare la droga nascosta nei containers della Stones of Portugal e ha perso la vita perché è stato scoperto dal sergente della guarda National : il Grillo Verde - capo dei trafficanti e dai suoi complici  : « Lui voleva fregarli… ma loro hanno fregato lui ».

Come detto, il romanzo non è neanche un vero thriller  : il giornalista-detective non è in pericolo. L'avvocato « non vuole che (lui) si senta Philip Marlowe. »

Dal momento del loro incontro, un'altra storia comincia, quella di un apprendimento - l'educazione civica e culturale di Firmino, in riferimento all'educazione sentimentale di Flaubert citato da Loton nel romanzo.


 

La dualità nel romanzo


 

Questa nozione appare dall'inizio, ne parla Loton : « non so se si è reso conto che il mondo è binario »…

- nel campo geografico : tra le città di Lisbona dove vive Firmino e quella di Oporto dov' è mandato e che trova antipatica. Qui, vediamo la rivalità Nord-Sud.

- nel linguaggio : descrittivo quando si parla di cibo, una cosa molto importante per Firmino e anche per Loton; didattico quando l'avvocato espone la teoria del diritto : la Grundnorm, o insegna a Firmino : « l'oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell'essere umano, e poiché non c'è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali »; enfatico nella sua arringa.

- nello stile : poliziesco con immagini crude per parlare delle torture che subiscono le persone nelle mani di un qualsiasi potere arbitrario,

propagandista nei servizi mandati da Firmino al suo giornale : « con molti dettagli pittoreschi, … patetici e drammatici, come un bel fotoromanzo » .

La dualità, la si trova ancora :

- nel contrasto tra Firmino, giovane giornalista ambizioso ma inesperto che conosce poco all'infuori dei suoi studi letterari, e Loton, un « genio » secondo Dona Rosa, un vero pozzo di scienza, che conosce la letteratura francese e tedesca, i filosofi e i teorici e che ha scelto di diventare l'avvocato dei disgraziati;

- tra i potenti : i poliziotti, i nuovi ricchi opportunisti del salazarismo, « che se la intend(ono) bene con tutti i partiti dell'arco costituzionale, dai comunisti alla destra »;

e gli sciagurati. I gitani, i poveri come i genitori di Damasceno, le prostitute come Wanda ; « una di quelle povere creature che si aggirano sulla crosta del mondo e alle quali non è promesso il regno dei cieli »;

- nella nozione del tempo considerato dal punto di vista dei giovani : « per lei, il tempo è un nastro che le si dispiega davanti, come un automobilista che corre su una strada ignota e il cui unico interesse è ciò che verra dopo la prossima curva. », e degli anziani : il passato evocato da Loton con nostalgia , « a volte sogno mia nonna… o so che lei è mia nonna, ma allo stesso tempo è bambina come io sono bambino …. »;

- nella contraddizione tra la stampa libera e democratica che può avvertire l'opinione pubblica ma che nello stesso tempo deve fare sempre piu soldi vendendo più copie;

- nel dualismo tra la vita reale dove si soffre e si muore e il fantastico « una bella parola e anche un concetto su cui meditare » o i giochi come il Milligan che ha « un meccanismo simile a questa insopportabile logica che condiziona la nostra vita »


 

Trasformazioni e evoluzioni nel romanzo


 

L'obiettivo dell'autore particolarmente nella seconda parte del suo romanzo non è più solo di divertire ma anche di fare riflettere :  
« Riflettere su come in diverse plaghe della nostra civilissima Europa, ancora oggi, il termine giustizia non abbia un significato univoco. Su come, tramite l'uso arbitrario del potere poliziesco, sia permesso perpetrare la più umiliante mortificazione dei diritti dell'individuo. Soprattutto riflettere su come una persona, prima di tutto, sia una persona. » [fonte: lettera.com]

Per illustrare queste tematiche Tabucchi sceglie di costruire una relazione maestro-allievo tra Loton e Firmino. Loton vuole insegnare a Firmino a guardare dietro lo specchio.

Da giovane un po' superficiale all' inizio, Firmino seguirà un percorso iniziatico, incontrerà la morte quando sarà confrontato alla testa ritrovata di Damasceno e metterà in dubbio le sue certezze e i suoi riferimenti grazie a Loton che ha saputo criticare con indulgenza le sue scelte.

Ora, si appoggia su Lotman « per quanto riguarda la decifrazione del messaggio occulto »… ma conserva Lukàcs « per quanto riguarda le ragioni politiche ».

Dopo l'esperienza che ha vissuto, non sarà mai più la stessa persona. Questo potrebbe essere un messaggio ottimistico di Tabucchi, nonostante il male nel mondo, la tortura, l'abuso e la violenza: «  non possiamo sopprimere le pulsioni distruttive dell' uomo ».

Tuttavia, quando ci sono delle persone coraggiose che si levano contro l'ingiustizia e soprattutto che non accettano di sottomettersi a qualsiasi potere dittatoriale o disonesto, sia esso militare, politico, economico o intellettuale, le cose possono cambiare. Il processo che Loton e Firmino credevano perso, sarà riaperto grazie alla testimonianza di un « border-line », Wanda.

Un brano nel quale possiamo indovinare l'intenzione di Tabucchi di far capire i cambiamenti che possono accadere nella vita : quello del camaleonte –nome dato con una strizzatina d'occhio sapendo l'ammirazione di Tabucchi per Pessoa di cui è il traduttore e lo specialista riconosciuto mondialmente, a un ristorante « Camaleonte Pessoa » perché Pessoa « era un uomo dalle mille maschere » .

A livello di un paese, sebbene una dittatura come il Salazarismo nel Portogallo duri per anni alla fine è rovesciata, le idee politiche possono passare . Loton da l'esempio seguente : « London fu torturato dai comunisti, Alleg fu torturato perché era comunista ». Nessuna ideologia è buona in sé.

Il riferimento continuo alla Norma Base contiene un avvertimento. Non dire mai « che il fine giustifica i mezzi » questo non è la conclusione di Loton che dice invece  : « con questa frase l'umanità ha commesso le peggiori atrocità. »

Tabucchi mette queste parole in bocca ai suoi personaggi perché è la sua visione del mondo, è un autore polemista, molto impegnato nella vita politica.


 

L' approccio sistemico del romanzo


 

E illustrato principalmente nella metafora della ragnatela : «  il mondo da dietro la finestra … forma una ragnatela, un sistema fatto di sotterranee congiunzioni, di legami astrali, di inafferrabili corrispondenze. »

La funzione dell' intellettuale è di spiegare questo sistema complesso. « Tabucchi rivendica la creatività della conoscenza artistica. Le sue argomentazioni si fondano su una solida consapevolezza : quella dello scrittore che, in quanto scrittore, ha il dovere di mettersi nella pelle degli altri e di guardare il mondo da tanti punti di vista, non solo dal dritto ma anche (anzi soprattutto) dal rovescio » [fonte: Di Stefano Paolo. Corriere della Sera. 8/03/1997].


 

Conclusione


 

La testa perduta di Damasceno Monteiro è un romanzo camaleontico che utilizza diverse tecniche narrative : il giallo, il saggio filosofico, il romanzo politico. Tabucchi ha creato una galleria di ritratti credibili, fa un po' la promozione turistica del Portogallo, mette in scena situazioni plausibili –la storia dell'omicidio è stata confermata poco dopo la pubblicazione del libro. Il suo scopo era di denunciare le derive della giustizia e « l'uso abusivo del potere poliziesco che si permette di perpetrare la più umiliante mortificazione dei diritti dell'individuo » lettera.com

Questo fatto di cronaca potrebbe accadere in qualsiasi paese del mondo contemporaneo. Pensiamo a quello che è accaduto nella prigione di Guantanamo.


 

Marie-Christine Cousin

DU2