domenica 10 marzo 2019

Tra repressione e assimilazione. Gli schiavi a Roma


Tra repressione e assimilazione. Gli schiavi a Roma

Lezione del prof. Andrea Giardina per l'Archeomitato
Riassunto autorizzato dall'autore
10/03/2019 Roma


La schiavitù a Roma è durata secoli. Attraverso una violenta, terrorizzante, repressione. Certo, di sicuro, ma non solo; per dirigere e controllare gli schiavi per secoli violenza e terrore non bastano: c'è un'altra faccia della schiavitù.

Iniziamo dalla fine: siamo nel 449 d.C., trent'anni prima della fatidica data della caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Ci troviamo nell'accampamento di Attila. È un aneddoto, quello che segue, narrato da un ambasciatore romano, Prisco, che attende di essere ricevuto dal re. Siamo probabilmente in area danubiana, in un grande accampamento fatto di tende.

Per chi non lo ricordasse, Attila è re di un regno, quello degli Unni, che va dall'Ucraina al Reno. Nella mente e negli occhi, i lettori avranno di sicuro l'affresco di Raffaello, l'incontro di papa Leone Magno che ferma Attila:

Raffaello, Incontro Leone Magno e Attila, 1513-1514 Stanze Vaticane

Mentre l'ambasciatore Prisco passeggia nervosamente per l'accampamento un unno, un barbaro, si rivolge a lui con questo saluto:  Khaire  [χαίρε], salve in greco. E di lì nasce un dialogo.

- Come mai parli greco?
- Perché io ero greco.

Lo schiavo prende a spiegare: era commerciante in Grecia, quando era stato catturato in seguito a un combattimento, eseguito sotto la bandiera dell'Impero Romano d'Oriente. Come schiavo, aveva poi combattuto nell'esercito unno e in seguito ottenuto una parte del bottino. Con questo aveva riscattato la libertà, si era in seguito sposato con una donna del luogo ed era divenuto Unno lui stesso.

E conclude: ora io sono molto più felice tra gli Unni che un tempo tra i Romani. E perché mai? Perché la società degli Unni è giusta (= equa), quella dei Romani è ingiusta, come il suo Codice che per uno stesso reato punisce con la morte uno schiavo e con una semplice ammenda un cittadino romano.
Allora Prisco cerca di difendere la giustizia romana nei confronti degli schiavi e dice: I Romani trattano meglio gli schiavi. E ribadisce, l'ambasciatore: tra i Romani molti sono i modi di ottenere la libertà

Nel nostro immaginario collettivo, quando pensiamo alla schiavitù al tempo dei romani, ci viene in mente subito un celebre film di Stanley Kubrick: Spartacus (1960), quello con Kirk Douglas.

Spartacus crocifisso




locandina del film


Il favoloso Spartaco kubrickiano è uno schiavo ribelle protosocialista, merita di essere (ri)visto, se capita.

In realtà, noi poco sappiamo della condizione di vita degli schiavi a Roma ed è anche chiaro perché. L'arte antica non ci dà che poche rappresentazioni della schiavitù, se non ancillare (Pompei). Perché non era soggetto degno di interesse. Anche se andiamo a vedere le rivolte, ce ne saranno due in tutto.



Invece la pittura contemporanea, dall'800 in poi, si è interessata alla schiavitù romana. Eccone alcuni esempi del pittore francese Jean-Léon Gérôme:

Gérôme, Mercato degli schiavi a Roma (1884)

Gérôme, Mercato di schiave


Gérôme, Vendita delle schiave a Roma, 1886

È una pittura con un elemento (neanche troppo, NdR) ambiguo: sono quadri sensuali e morbosi insieme (l'attardarsi sul nudo integrale femminile che la scena "storica" consente), un côté voyeuristico nel mostrare la schiavitù femminile che presuppone un dominio sessuale che va al di là del rapporto padrone-schiavo.

Tornando agli antichi Romani, per loro liberare gli schiavi è tutto sommato facile.

Lo schiavo liberato ottiene la cittadinanza (sia pure di serie B): può votare ed eleggere magistrati, ma non può essere votato né eletto magistrato. Si tratta di un elettorato passivo. Il figlio del «liberato», invece, potrà godere dell'elettorato attivo: votare ed essere votato (ed eventualmente eletto console, perché no?).

CITTADINO ROMANO vuol dire libero e cittadino di Roma: non è poca cosa. 
Uno schiavo romano poteva divenire libero anche a seguito di un esecuzione testamentaria, post mortem. Oppure per manumissio oppure semplicemente invitato alla mensa del suo padrone

Questa è una particolarità della Roma antica: un cittadino può rendere uno schiavo cittadino a sua volta. È un UNICUM nella storia. 
In Grecia, infatti, per rendere cittadino uno schiavo liberato occorreva una delibera dell'assemblea. A Roma no, si è individuali, ONE TO ONE (i Romani sono quelli del quisque faber non del fatum, come i Greci, NdR).
Ma qual è il mondo degli affrancati? A differenza degli schiavi, il mondo dei liberti è rappresentato nell'arte: ci sono disponibilità finanziarie e quindi ci si può far erigere un mausoleo, un sarcofago, etc.
In fin dei conti, si tratta di parvenus che imitano il mondo dei ricchi romani. È un'imitazione sociale. 

tomba del fornaio liberto arricchito, il fornaio Eurisace
monumento funerario di liberto

Petronio Arbitro lo fa assurgere a protagonista nel suo Satyricon con il personaggio di Trimalcione nella celeberrima cena. Essere liberto è uno status, non una classe sociale. Si può essere poveri o ricchissimi.
Ecco l'interpretazione dell'opulenza dell'ex-schiavo ora ricchissimo liberto - ma sempre uomo a metà, nel film di Federico Fellini:

Fellini Satyricon - 1969

Il fatto è che pur libero, un liberto non riesce mai a essere un vero romano, così come il borghese non avrà mai modi aristocratici.

Assistiamo dunque all'assimilazione dello schiavo che porta a un arricchimento di culture, dal momento che gli schiavi provenivano da tutte le parti del mondo.

Lo dicevano anche i nemici dei Romani: per esempio, in una lettera [epigrafe] inviata nel 217 a.C. dal re di Macedonia Filippo V, nemico dei Romani e alleato di Annibale nella Seconda Guerra Punica. 
Filippo V è un uomo colto che scrive prima della più grave tragedia della storia romana, prima della battaglia di Canne: Se volete essere potenti dovete fare come i Romani, quelli che quando liberano gli schiavi li fanno cittadini e per questo sono diventati potenti.


Filippo V di Macedonia

Perché il re macedone scrive questo? 
Perché nel mondo antico gli schiavi non combattono. Gli eserciti sono composti dai cittadini.
Tanti cittadini, grandi eserciti.

Anche se ci furono battute d'arresto - come durante la guerra sociale -, sconfitte con decine di migliaia di morti, avvenute duecento anni prima della nascita di Cristo, come quelle che Roma subisce nella battaglia del Ticino, della Trebbia, del Trasimeno e soprattutto di Canne (attuale Barletta, Puglia) avrebbero messo in ginocchio qualunque potenza, che avrebbe visto distrutto il suo esercito. Ma Roma no.

Immaginiamo Annibale convinto ogni volta di aver vinto e che invece si ritrova davanti a sé, ogni volta, nuovi eserciti. Se Roma non avesse avuto il rimpiazzo dato dagli schiavi liberati, e dunque cittadini, tutto questo non sarebbe stato possibile.

Così si capisce meglio anche la Constitutio Antoniniana, la cittadinanza romana elargita a tutti da parte dell'imperatore Caracalla nel 212 a. C.


ritratto di Caracalla


Scrive Tito Livio: sembrava che da Roma un fiume umano scorresse incessantemente per riempire i campi di battaglia. 

La capacità di resistere all'avversa sorte (e non solamente la capacità di offendere, nel senso di attaccare) è uno degli elementi che arricchiscono l'automythology romana).

Scrive Plutarco in Vita di Romolo (9,3) che i primi Romani dettero asilo a tutti gli schiavi fuggitivi:

IL PROF. ANDREA GIARDINA LEGGE UNO STRALCIO DI VITA DI ROMOLO

Se questo luogo sacro intitolato al Dio Asilo è anche il primo nucleo della città eterna, allora vuol dire che probabilmente erano schiavi fuggiti dai loro padroni. Ecco un altro elemento che differenzia i Romani dai Greci.
Per i Greci i romani erano bastardi (etimologicamente parlando); per sé stessi loro rivendicavano invece ascendenze divine. I Greci erano ossessionati dall'idea della stirpe, della razza. Mentre  i Romani erano immigrati promiscui. Eppure Atene passa per democratica e Roma no.

Altro  tema, a questo proposito, da approfondire sarebbe quello della consanguineità: importante per i Greci, riprovevole per i Romani.

Erano razzisti, i Romani? Xenofobi?

Scrive Giovenale (I sec. d.C.) di essere insofferente nei confronti degli stranieri (Satire, vv. 58-125); la sua non è xenofobia (paura degli stranieri), bensì xenopatia (fastidio, insofferenza).
Tutti questi forestieri che vengono dalla Siria, dall'Egitto, dalla Tracia etc, non sono pericolosi, bensì fastidiosi.

Ma i Romani non sono forse quelli che distrussero Gerusalemme, deportarono gli Ebrei in quanto ribelli? Non vi vede forse la Menorah* nell'arco di Tito a Roma?


MENORAH - ARCO DI TITO - ROMA

©Jean-Christophe Benoist ARCO DI TITO

Tacito si chiede se i Romani fossero antisemiti, provassero disgusto verso gli Ebrei. Eppure, non esistevano ghetti presso i Romani. Il ghetto è un'invenzione medievale in terra italica (XIV sec., a Venezia).

I Romani non hanno discriminazioni etniche.

Cornelio Nepote ci dice di comprendere le usanze altrui, quelle non romane. A proposito del matrimonio tra consanguinei tra i Greci è normale, scandaloso per i Romani; per i Greci  scandaloso ammettere le donne al banchetto, mentre per i Romani è normale.
Questo relativismo culturale fa grande Roma.

Ma i Neri? I Romani li chiamano tutti Etiopi. Se a una donna romana nasce un figlio nero è perché ha avuto rapporti sessuali (consenzienti oppure no) con un uomo dalla pelle nera. Per i Greci, invece, se una donna greca mette al mondo un bimbo «nero» è perché ha incontrato sulla sua strada un uomo di colore e ne è rimasta «impressionata». Come nella celebre Tammuriata nera:





In un epitaffio funebre di un padrone che ricorda il suo schiavo nero, c'è scritto che se la sua pelle era come quella del bronzo di Corinto, aggiunge che la sua anima era composta di candidi fiori e «per questo non ho mai smesso di amarti».

Ci ricorda una poesia, Bimbo nero, di William Blake: [...] I am black, but O! my soul is white... [sono nero ma la mia anima è bianca].

In verità, i Romani provano repulsione anche verso i nordici, a causa della loro pelle troppo bianca, gli occhi troppo chiari. Allora il razzismo presso i Romani? Beh, di sicuro non è questione di pelle, dal momento che hanno schiavi bianchi.

E concludiamo con il simbolo di Roma: la lupa.

Simbolo di ferinità, di animale selvatico, simbolo di potenza, lupa imperiale.
Emblema di accoglienza.
Ha allattato Romolo e Remo.
Animale accogliente.

lupa capitolina


In Siria, esisteva un mosaico del VI sec. d.C. che ora non esiste più. Forse è stato distrutto, forse smantellato  e trasportato altrove, inserito in qualche ricca villa. Non lo sappiamo. Era una sorta di tappeto musivo all'interno di un ospedale della Siria romana. Era un'immagine consolatoria, una favola bella e accogliente. Come dire:


Sarai accolto qui come un tempo la lupa accolse Romolo e Roma.



mosaico del VI sec. d.C. in Siria

Trascrizione della lezione del prof. Giardina 
a cura di Jacqueline Spaccini
Roma, 10 marzo 2019
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*La menorah era posta all’interno del Tempio di Gerusalemme fino al sacco della città da parte di Tito (70 d.C.) il quale la fece scolpire nella scena di processione trionfale su un altorilievo del proprio arco nel foro (fonte: https://www.archart.it/menorah.html)



4 commenti:

Alessandro Iovinelli ha detto...

Un'ottima conferenza trascritta perfettamente. Si apprendono molte cose interessantissime.
Molto bella la parte illustrativa - nella quale spiccano i quadri di Geròme.

Vittallek ha detto...

bella la parte illustrativa

Jacqueline Spaccini (Artemide Diana) ha detto...

Grazie

Jacqueline Spaccini (Artemide Diana) ha detto...

Grazie