domenica 15 gennaio 2012

Tra un treno e l'altro (racconto)



Tra un treno e l’altro


racconto di Jacqueline Spaccini

L’ha vista seduta nello scompartimento C carrozza 193 d’un treno di dieci anni fa che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito un paesaggio alpino, stanco e un po’ pieno di sé. Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano… Sarà che Goethe aveva ragione (l’eterno femminino ci attira verso l’alto) e che lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esiste allacciata ai nostri tendini fin da bimbi, sarà per quello che volete voi, Edoardo si innamorò di lei prima che potesse arrivare a scorgerne le gambe avvolte in calze 10 den. La prima cosa che pensò, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensò, ma non disse nulla.
Non la rivide nei successivi dieci anni.

Ed oggi all’improvviso quando lei era null’altro che spina conficcata nell’intestino (da allora aveva inspiegabilmente sofferto di colite), è entrato nel caffè di questo hôtel che costeggia la strada ferrata e l’ha rivista. LEI. Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Ancora non vede il colore dei suoi occhi. Edoardo è entrato per caso, è sceso dal treno per prendere una coincidenza… Non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna, una versione miniaturizzata di lei: si capisce subito che l’altra tenta di imitarla in tutto e per tutto. Infatti anche l’amica porta una cloche. Hanno ordinato un tè in coppette cinesi (che arroganza, quest’albergo!) e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “SUE”. “Sue che? Susan, forse dovrei chiamarla Susanna, Susie, Sue… Che nome insulso! No, non può essere il suo”, pensa e non dice nulla Edoardo, bloccato all’ingresso del caffè. Pensa che forse è la sua ultima occasione per fermare questa donna (di tempo ne ha perso fin troppo), prima che sia troppo tardi: a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà sui cinquanta e certo neanche lui è più un fanciullo…
“Ora o mai più. Mi butto” pensa, e si dirige verso il tavolo dove siedono le due donne. Nessuno sembra fare caso a lui, la coppia del tavolo affianco è intenta a parlare sommessamente; fumano, e l’uomo si guarda le unghie. Brutto segno.
“Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…”
“Pardon?” fa lei.
“Oddio, è pure straniera!”, pensa terrorizzato Edoardo e subito vorrebbe recuperare gli anni di scuola in cui non volle mai approfondire lo studio delle lingue straniere.
“Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?” Edoardo ha l’impressione d’essere caduto di piatto nelle pagine d’un romanzetto rosa. Dieci anni che la cerca con gli occhi e tira fuori una frase da cliché. Con lei! Si può essere più banali? Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero. “Che dico ora? E se dalle toilettes sbuca un marito?” è solo un attimo, Edoardo conclude tra sé: “E se sbuca un marito, chissenefrega!”


Nessun marito sbucò per i successivi quindici anni. Siamo nel futuro e Sue si affaccia alla finestra: il tempo ha concesso una tregua. Ha sciacquato e riposto la tazzina del caffè ed ora metterà il suo cappello di paglia; va bene per agosto. Va bene per andare a trovare Edoardo, laddove riposa in pace da un mese. Poi prenderà un treno che la porti via da Cap Cod.
     
                                                                  Jacqueline Spaccini © 2003


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Edward Hopper:
1. Scompartimento C carrozza 193; 
 2. Suey’s Chop;
 3. Mattino a Cap Cod

2 commenti:

cristina ha detto...

Mi piace molto!
Non so perchè mi ispira pensieri del passato portandomi un po' di nostalgia!

Artemide Diana ha detto...

Grazie mille, Cristina.