lunedì 5 aprile 2010

1952-1956: IL CINEMA ITALIANO MOSTRA LO SMARRIMENTO DEL SUO POPOLO




 



GLI ANNI DELLO SMARRIMENTO
di Jacqueline Spaccini



Nella prima metà degli anni '50, tre grandi film appaiono sugli schermi (non solo) italiani: 

1952: UMBERTO D. di Vittorio De Sica

1953: I VITELLONI di Federico Fellini

1956: IL FERROVIERE di Pietro Germi

Tre film per molti versi assai dissimili tra loro, ma che a ben guardare sono legati tra loro da un sottile fil rouge di cui parlerò alla fine di questo testo.

Ma andiamo come al solito per ordine cronologico. 

UMBERTO D.

Anche stavolta, il soggetto e la sceneggiatura sono dell'onnipresente (e bravissimo) Cesare Zavattini, che aveva già collaborato con De Sica tanto in Sciuscià (1946) che in Ladri di biciclette (1948)
Per tutti e tre questi film, Zavattini avrà la nomination agli Oscar, senza purtroppo vincere mai.


È la storia di Umberto D(omenico) Ferrari, pensionato sui 70 anni che vive a Roma, abita  in una camera affittata che divide con il cagnolino Fllick o Flike (pronuncia: Flaik). In seguito a un ricovero ospedaliero, perde tutto e pensa al suicidio. Poi...





 Il film è dedicato alla memoria del padre di De Sica. Non è una dedica che nasce in seguito ad una scomparsa recente, no. Il papà di De Sica - il signor Umberto - è morto già da 20 anni, quando il regista gli dedica il film. Ma si chiama Umberto ed è stato un pensionato (ex impiegato di banca), ma soprattutto è colui che ha voluto che il figlio Vittorio diventasse un artista. La dedica quindi equivale a un «Grazie, papà per aver avuto fiducia in me. Ti voglio bene».





Il film si apre su una scena di protesta, un corteo di persone si muove compatto per le vie di Roma (via IV Novembre, poi piazza della Pilotta e infine piazza SS. Apostoli). Leggendo quel che v'è scritto sui cartelli, si capisce che si tratta di persone arrivate all'età della pensione che chiedono di avere un aumento perché non riescono ad arrivare alla fine del mese con i pochi soldi percepiti.


("Anche i vecchi devono mangiare")

Come anche negli altri film di De Sica, anche qui si avverte quell'affetto, quello sguardo pieno di compassione, della macchina da presa che si attarda senza troppe parole (solo quelle indispensabili), su scene come ad esempio quella in cui il vecchio signore rinuncia al suo pasto in una mensa pubblica per passarlo sottobanco al cagnolino.


Ma neppure la stanza nella quale alloggia da 20 anni è più la sua. In sua assenza, la padrona di casa la subaffitta infatti a coppie clandestine o a prostitute con clienti. Lui non paga gli arretrati e se non consegna le ventimila lire di debito, sarà sfrattato a fine mese (quindi deve stare zitto). 
Vende l'orologio da panciotto, vende i libri - altro non ha; d'altronde, era un professore.


Ma si è ammalato e l'unica persona che lo segue un po' è la giovane servetta (Maria Pia Casillo, moglie del famoso doppiatore Giuseppe Rinaldi). 


Neppure all'ospedale si ha compassione per la sua età e soprattutto per la sua dignità. Anzi, se vogliamo dirla tutta è proprio la sua dignità a perderlo.
I medici sono frettolosi, vanno per le spicce (= n'y vont pas par quatre chemins) e gli danno del «tu». Non c'è pieta per gli anziani indigenti. La cosa che implicitamente viene chiesta ai vecchi è di togliersi di mezzo. E in fretta.


La disperazione lo spingerà a chiedere (per un attimo soltanto) l'elemosina:



Metto uno spezzone di video che rende la liricità ma anche il fortissimo contrasto tra l'anziano professore che trema nello stendere la mano (sinonimo gestuale di richiesta di carità) e il décor dietro e attorno a lui di una Roma sontuosa e solare, magnifica capitale, con  il Pantheon  romano e le sue possenti colonne di granito del pronao.



Insomma, più che mai in questo film, di doman non c'è certezza...[*]
Ed ora veniamo al secondo film che ci interessa. 

I VITELLONI
Qui il soggetto e la sceneggiatura sono a quattro mani, di Federico Fellini e dello scrittore Ennio Flaiano
I protagonisti sono uomini, anzi giovani *vitelloni*, che nel dialetto pescarese  di Flaiano negli anni '50 stava a indicare dei giovanotti nullafacenti e con nessuna voglia di fare... 

il termine “vitellone” era usato ai miei tempi per indicare un giovane di famiglia modesta, magari studente, ma o fuori corso o sfaccendato; comunque dedito più alle sue compagnie, alla frequentazione del caffé o del circolo locale, nonché della casa di tolleranza, che a tutto il resto. Si sentiva spesso dire nelle famiglie al ragazzo senza voglia di studiare: «Che vu’ fa? Lu vitellone?». Ma credo che il termine sia una corruzione di «vudellone», grosso budello, persona portata alle grosse mangiate e passato in famiglia a indicare il figlio che mangia a ufo, che non produce, un budellone da riempire. Ecco tutto.” E scus’se è poche! [1].

E allora questi vitelloni, sono 5. E sono riminesi, anche se la storia non si svolgerà a Rimini (Emilia-Romagna).

Con accento leggermente emiliano, la voix off (il narratore che non si vede, ma che dice "noi" e quindi impersona tutti e cinque i giovani), fa le presentazioni.

Inizia da Alberto (Alberto Sordi, uno degli attori-registi più importanti del XX secolo)



Leopoldo, l'intellettuale (Leopoldo Trieste, lo incontreremo in altri film)


Moraldo (Franco Interlenghi. Lo abbiamo già incontrato, lo ricordate?)



Riccardino (Riccardo Fellini, fratello di Federico)




Fausto (Franco Fabrizi, attore che si specializzerà in ruoli di sfaccendato, truffatore, infìdo, sbruffone e vigliacco), il capo e guida spirituale (inteso in senso eminentemente ironico)




 Incipit: l'incoronazione di Miss Sirena 1953. Vince Sandra, sorella di Moraldo (Leonora Ruffo, in seguito apprezzzata attrice di film peplum).


Ma scoppia all'improvviso un temporale estivo, durante il quale la giovane miss sviene. È incinta. Di Fausto, naturalmente. Il quale Fausto, altrettanto naturalmente - dal suo punto di vista - pensa bene di svignarsela.


Ma c'è il padre che ha sentito tutto del dialogo tra Moraldo (ingenuo) e Fausto ed è allora il confronto tra due mondi: quello dell'anteguerra e quello del dopoguerra che la guerra la vuole dimenticare. E Fausto vuole divertirsi, vivere senza faticare, senza sacrifici.
Il padre (il babbo cui Fausto si rivolge dando del *voi*) è uomo di onore  (uomo d'altri tempi) e costringerà il giovane a sposare Sandra, la sorella di Moraldo.

Sono personaggi questi dei giovani vitelloni che vorrebbero essere grandi: vivono di sogni,  ma non fanno nulla per realizzarli per davvero -. In realtà, sono piccoli provinciali, embrioni dei futuri figli di papà (qui non lo sono ancora, perché i loro papà sono onesti lavoratori che guadagnano ben poco e i cosiddetti fils à papa, invece, sono figli di borghesi).

Senza cadere in facili stereotipi, tuttavia, il regista fa intendere che non intende contrapporre le nuove leve (i giovani) agli uomini maturi (i loro genitori). Quasi subito vediamo messi a confronto il giovane Moraldo con un ancor più giovane ragazzino (Guido) che alle 3h è in piedi per andare a lavorare [Moraldo perché fa sempre tardi a bighellonare (= traîner, paresser)]. Il piccolo Guido, il ragazzino, non è interessato al tipo di lavoro che svolge; non ha sogni nel cassetto, né grilli (= lubies) per la testa, lui (assomiglia al Bruno di Ladri di Biciclette, da questo punto di vista).


Che tipo di lavoro fai? 
Te l'ho detto: lavoro.

E se Alberto può permettersi di fare il vitellone grazie al denaro che gli passa la sorella,  la sua mentalità resta quella di un provinciale, quando la sorprende sulla spiaggia di Rimini (in realtà, è la spiaggia romana di Ostia) in compagnia di un uomo sposato:

Ma vado avanti, ché dovete lavorare su questi film e non voglio dire tutto io.
Mi limito solo ad aggiungere la bande-annonce francese dell'epoca (cliccare sulla parola sottolineata)..


Passiamo ora al terzo film.

IL FERROVIERE

Questo film potrebbe - non senza qualche ragione - essere escluso dalla filmografia neorealistica, ma che a mio modo di vedere, lo è.


Il film inizia all'1'40"


 Colpisce da subito la scena iniziale del film che ineluttabilmente rimanda a Ladri di Biciclette.
Qui abbiamo la figura di un  bambino, maschio come Bruno (ricorderete  la bimba Maria Cecconi della Bellissima viscontiana). A differenza di Bruno, questo avanza sorridendo. Sandrino - così si chiama il bimbo - non lavora. Nell'Italia del '56, un bambino è finalmente nient'altro che un bambino che può vivere la sua infanzia. Tuttavia, come vedremo, non per questo soffre di meno.


Nel film di Germi, l'interesse si sposta sulla famiglia. Mai tranquille, le famiglie di Germi. 
Qui abbiamo una famiglia tipo: il padre, la madre, la figlia e il figlio più grandi e  Sandrino, il figlioletto. Li vediamo riuniti davanti al desco (= table) serale. Ma di già il figlio e la figlia disertano la tavola o l'abbandonano dopo un litigio con il padre. E a tavola si ritrovano in 3, anzi in 2, perché la donna serve gli altri a tavola e mangia per ultima.


Ma se il film ha per titolo Il Ferroviere (= le cheminot), un motivo ci sarà. 

In effetti, tutta l'attenzione è inizialmente e idealmente concentrata su Andrea Marcocci, macchinista delle Ferrovie dello Stato, ruolo interpretato dallo stesso regista [2]. Uno dei problemi del ferroviere Marcocci è che beve. Ha sempre con sé il suo fiasco di vino e spesse volte si ritrova a far notte nell'osteria sotto casa, insieme con il suo collega Gigi. Persino la notte di Natale...


Inviato dalla mamma, Sandrino è incaricato di far rincasare il babbo ubriaco. 

Non è una realtà anomala, quella che Germi rappresenta. Perlomeno non è anomala  nel ceto operaio - o addirittura sottoproletario - nell'Italia di quegli anni (e dei precedenti). 

Nella famiglia c'è un solo lavoratore, il padre, che si comporta da marito tiranno e da padre-padrone all'interno della famiglia, credendo di governare la casa. La realtà è che non capisce nulla di quel che accade all'interno della sua famiglia e che è la madre a capire e a cercare di risolvere i problemi che l'uomo rifiuta - più o meno incosciamente - di affrontare.


Nel film il narratore-commentatore capiamo essere Sandrino (Edoardo Nevola)[3].
Ma la voce del bimbo è inascoltata.


È ancora la periferia romana quella che fa da sfondo alla storia di Germi: si intravede sulla sinistra, la cupola cilindrica della basilica di Santa Maria Regina degli Apostoli alla Montagnola, che ai tempi del film era stata appena edificata (1945-1954), nel quartiere Ostiense.

(photo by Lalupa; cliccare qui per i diritti)

Per ora basta. Mi fermo qui per permettere a voi di riflettere e di continuare a lavorare su queste pellicole.

Riflettiamo sul fatto che tre film apparentemente diversi, con focalizzazioni diverse (un vecchio, dei giovani, una famiglia) hanno in comune:
1. la perdita di punti di riferimento; 
2. la  caduta della spinta propulsiva di stampo ottimistico che aveva caratterizzato l'immediato dopoguerra (e con ciò il cinema); 
3.  il vuoto morale; 
4. la confusione dei ruoli sociali. 

Questi tre film, ognuno a suo modo, indicano che a partire da quel momento storico (metà degli anni '50) gli italiani dovranno (ri)0cercare e  (ri)costruirsi una nuova identità, trovare nuovi valori o recuperarne di vecchi. 

La famiglia, la gioventù, la vecchiaia, l'uomo, la donna e i bambini, i rapporti sociali e interpersonali: tutto scoppia come una bomba nella società italiana che vuole gettarsi alle spalle un passato ma ignora ancora come progettare il proprio futuro.


Jacqueline Spaccini©2010
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[1] Dalla corrispondenza tra E. Flaiano e G. Rosato (Lanciano, Rocco Carabba ed., 2008)
Che vu' fa? Lu vitellone? = Che cosa vuoi fare, il vitellone? (fainéant ; pour le sens, mais il ne faut pas traduire le mot, accepté tel quel en français).
E scus'se è poche! = E scusa se è poco.
[2] Ricordo che al Centro Sperimentale di Cinematografia, Germi si diplomò dapprima attore e in seguito regista.
[3] Per seguire l'intervista al bambino Sandrino, al secolo Edoardo Nevola, divenuto uomo adulto che ricorda il film e P. Germi, clicca qui.
* di doman non c'è certezza (è il verso conclusivo di una famosa poesia di Lorenzo dei Medici detto il Magnifico ed è un'esortazione al carpe diem rivolta alla giovinezza: Quanta bella giovinezza/che si fugge tuttavia/ [...] chi vuol esser lieto sia/di doman non c'è certezza, Canzone di Bacco, Canti carnacialeschi) .




venerdì 2 aprile 2010

analisi del film BELLISSIMA di Luchino Visconti


ai miei studenti del corso IT12B2


BELLISSIMA DI LUCHINO VISCONTI
LA STORIA DELLA CRISI DI UNA DONNA
STORIA DELLA CRISI DEL NEOREALISMO
Inizio campo medio-lungo, confusione, vociare di folla, la speranza, il miraggio, l’illusione di fare cinema anche se non si è attori, grazie al cinema neorealista che vuole attori presi dalla strada. Nella ressa, una donna (Anna Magnani), vestita di scuro (tutti gli altri son vestiti di chiaro) – e con una certa eleganza – si mette in evidenza. È evidente che ha perduto sua figlia, Maria Cecconi.
Intanto ci siamo spostati all’interno degli studios della Stella film, nel capannone [detto Teatro n.5], arriva il regista (riconoscibile Alessandro Blasetti).
Assistiamo subito dopo, all’inizio di quello che un tempo si chiamava “provino” e che oggi va di moda chiamare casting (insomma: la prima selezione).
Le bimbe, tutte con madri agguerritissime, debbono dare prova di saper fare qualcosa: cantare, ballare, recitare.
Intanto la mamma della piccola Maria ha ritrovato la sua bambina. Arrabbiatissima e preoccupatissima, rimprovera la figlia e le dà un ceffone (mentre le dice: io te pijerebbe a schiaffi = ti prenderei a schiaffi…). Parla in romanesco. E i capelli si fanno scarmigliati, da popolana, con la borsetta aperta e di plastica.
Arriva un giovane, Walter Chiari, sottobraccio a una ragazza che si interessa alla scenetta. Dopo un po’, facendo intendere che è uno che lavora nel cinema, fa una battuta equivoca (anzi, a dire la verità, per nulla equivoca, tanto essa è chiara) sul fatto che lui – alle bambine – e preferisca le madri. Alberto Annovazzi, questo è il suo nome, dà alla donna varie indicazioni per come superare un provino.
Nel teatro 5, le bambine insieme con le loro mamme continuano a esibirsi. I volti che qui sotto potete vedere sono quelli della gente di strada, probabilmente del quartiere. Non sono di certo “comparse” professioniste (come ad esempio le mamme delle bimbe che si sono esibite).
Fanno numero e basta (juste pour qu’on soit [plus] nombreux).

Con prepotenza, la mamma di Maria (ignoriamo ancora il suo nome) passa avanti a [= passe avant, double] tutte le altre arrivate prima di lei. Questa azione dimostra già che tipo di persona è.
La scena dell’immedesimazione, in cui la bimba deve credere di vedere tante fragole da cogliere ai piedi una quercia immaginaria, è fondamentale e rende bene l’idea della finzione e dell’illusione che sono la materia del cinema. Maddalena rimprovera la figlia che si sottopone all’artificio della sedicente maestra di recitazione, ma ci accorgeremo poi che lei non è poi tanto diversa dalla bambina.
E come in Ossessione, Visconti ripete la sequenza dell’immagine nell’immagine, mentre Maddalena si mette gli orecchini ripetendo il birignao (= accent traînant) della sedicente maestra di recitazione (la signora Sperlanzoni), dice: «Recitare. In fondo che è recità? Se io mo’ me credessi d’esse n’antra, se facessi finta d’esse n’antra, ecco che recito [=Recitare. E già, in fondo che cos’è recitare? Se adesso io credessi di essere un’altra, se facessi finta di essere un’altra, ecco che recito]».

Sicché lo spettatore capisce che il desiderio che Maria diventi attrice (o comunque venga scelta per il film Bellissima) nasce non già dal suo orgoglio di essere mamma di una bella bambina, bensì dalle frustrazioni di Maddalena che attraverso la figlia espone se stessa e realizza il suo sogno. 


Ecco perché, durante un’intervista, Visconti dirà che è la storia di una donna in crisi. In crisi rispetto a quel mondo cui appartiene ma che le «va stretto», in un condominio in cui le altre donne la definiscono una fanatica (= una matta superba con manie di grandezza). 

Il dominìo che lei esercita sulla figlia e che è fatto di amore, dolcezza, crudeltà, nervosismo e comando [Tu devi dare retta (= écouter, croire, obéir) solo a mamma], non smette di ammonire la figlia (anche con l’indice alzato) a essere come la mamma e a fare quel che la mamma non ha fatto (Io pure, se avessi voluto…). Il confronto è continuo e serrato, anche i capelli che le pettina debbono stare tutti indietro, come sta mamma, perché altrimenti è brutta.
Alla balbuzie, si aggiunge il fischio e Maddalena, dopo averla portata dal fotografo, decide di far studiare la dizione alla piccola Maria, il cui unico desiderio sarebbe quello di tornare a scuola (ma la madre non se ne accorge nemmeno).
Dal fotografo, la m.d.p. torna a riproporre il gioco dell’immagine nell’immagine. Stavolta all’ennesima potenza (giacché si triplica e il fotografo è nella postura propria di certi pittori che si autoritraggono nei loro quadri):

Maddalena non capisce di arte: tutto è finalizzato al film, sicché pretende che sua figlia impari a ballare la danza classica in poche ore e da una battuta capiamo che la bimba non ha 7 anni, come lei ha dichiarato al regista Blasetti, bensì 5.
Ma esiste anche un padre, nel film. Se in Ladri di biciclette tutto il rapporto è tra Bruno e Antonio, qui è tutto tra Maria e Maddalena, con la differenza che Maria non ha la forza né l’età di Bruno.
Di Spartaco (nome romanissimo, molto diffuso all’epoca), sappiamo poco: non conosciamo il suo lavoro, ma apprendiamo che ha appena comprato una casetta (un appartamento, in realtà). Lo vediamo affettuoso con la bambina, ma poco presente in casa (all’epoca non c’erano orari prestabiliti: si partiva la mattina per andare al lavoro e si rientrava la sera tardi, verso le nove).
Maddalena: “Lo vedi Montgomery Clift, simpatico eh...”
Spartaco: “Ah Maddale’, e lascia sta’ ‘l cinema”
Maddalena: “ ‘A Spartaco, nun me capisci tu. Guarda che bei
posti... guarda noi ‘ndo’ vivemo. Io quando vedo ‘ste cose
qua, ma...”
Spartaco: “Maddale’, so’ tutte favole...”
Maddalena: “ ‘n so’ favole, ‘n so’ favole... “
I coniugi Cecconi commentano Il fiume rosso
Dissolvenza incrociata, nuova sequenza: Cinecittà. Maddalena è preoccupata che la piccola Maria non venga scelta e che al suo posto venga presa un’altra. Cerca una raccomandazione e ricerca Annovazzi. La bimba viene condotta dal parrucchiere.

E intanto le chiede 50.000 lire (che sono tante). 
Di fronte alle perplessità di Maddalena, fa capire che potrebbe bastare un approccio sessuale, ma la donna si nega e preferisce pagarlo. Con il denaro, lui compera una lambretta.

Tutto precipita: la bimba lasciata dalla madre in custodia alla Sperlanzoni, si ritrova coi capelli corti corti, Spartaco non trova mai a casa la moglie e vi trova estranei, la sua esasperazione lo spinge a picchiare (mi ammazza di botte, dirà la donna alle vicine) Maddalena, la quale ha paura dello scandalo, ma determinata ad arrivare fino alla fine, mentre contende al marito il vestito di tulle che ha pagato con le iniezioni. La sua volontà è quella che muove anche oggi chi non ha un vero talento o una disponibilità finanziaria ma in compenso vuole diventare subito in quattro e quattr’otto, ricco e famoso: vuole che sua figlia diventi qualcuno.

Secondo provino, seguito da un pranzo alla trattoria della suocera di Maddalena, lungo il Tevere, ma in una zona poco romantica (altro che Belvedere – il nome della trattoria):

Film critico sul cinema e le illusioni che dà, emblematico
1. nella scena della montatrice che un tempo è stata attrice di un film neorealista (alla domanda di Maddalena Perché non fa più film? Signora, io non sono un’attrice, risponderà la ragazza)
FOTO
2. nella scena in cui Maddalena assiste insieme con Maria al provino in cui tutti ridono della bambina

Il film si chiama Oggi, Domani, Mai.  Alla fine scatta la ribellione di Maria che parla con Blasetti anche se ancora chiede che venga scelta sua figlia, ma poi quando la sceglieranno,  per davvero, fino a chiederle di firmare il contratto in caso, rifiuterà i 2 milioni di lire e chiederà al marito Spartaco di cacciare gli intrusi da casa loro.



Jacqueline Spaccini©2010





venerdì 5 marzo 2010

OSSESSIONE di Luchino Visconti : analisi del film (parte I)

PARTE I


«Storie di uomini (e donne) vivi»


PER I MIEI STUDENTI DI CIVI L2 IT12B2 (e non solo)


I valori umani e le problematiche civili e sociali del secondo dopoguerra nel cinema neorealista



Del 1943 è un film che sarà considerato l'antesignano, il primissimo punto di riferimento, del cinema neorealista: si tratta di Ossessione del regista Luchino Visconti (1906-1976).

La pellicola è proiettata il 16 maggio 1943 come première (nel 1959 in Svezia, nella Germania dell'Ovest e in Francia. Negli Stati Uniti, uscirà solo nel 1976, al New York Festival) in una sala cinematografica romana che non esiste più.

Fin da subito, si accendono dibattiti e polemiche; c'è chi grida allo scandalo e chi dice che è un film che fa riflettere. Ma in generale, c'è uno storcimento di nasi (et pour cause !) della critica imbavagliata dal regime.

Visconti che dà istruzioni a Clara Calamai (Giovanna) e a Massimo Girotti (Gino)

Ben presto, però, la censura fascista boicotta l'opera e - secondo la testimonianza di uno degli sceneggiatori, Gianni Puccini - «i fascisti di Salò trafuga[...]no il negativo [e] lo tagliuzza[...]no» [1] . Sicché le copie in circolazione - a partire dal 1957 - anno dello sdoganamento ufficiale del film - sono tratte da «un controtipo di cui Visconti si era fornito fin dal '43» [2].


Vita dura per questa pellicola che nel 1946 conoscerà anche una denuncia per plagio da parte del regista francese Pierre Chenal, autore di Le dernier tournant, uscito nel 1939. Dieci anni di processo, al termine del quale, Luchino Visconti verrà assolto per non aver commesso il fatto [3]. In realtà, Ossessione di Visconti, si rifà non già a Il postino suona sempre due volte (1934), che tanto successo avrà nel cinema, anche posteriormente (penso al film del 1981, quello con Jack Nicholson e Jessica Lange, per esempio), bensì a un dattiloscritto di Jean Renoir[4], traduzione e/o adattamento del romanzo americano in questione.

Fatte le dovute citazioni, passiamo ora al cast e poi al film vero e proprio.
Sappiamo che la protagonista femminile doveva essere Anna Magnani, ma nel 1942 era indisponibile, in quanto incinta del figlio Luca (che nascerà nell'ottobre di quell'anno). Visconti si volge allora a una apparentemente giovane attrice, Clara Calamai.

Nata nel 1915, ufficialmente - in realtà nel 1909 - la pratese Calamai approda al film Ossessione, che ha già 33 anni (ufficialmente 27). All'epoca, ciò vuol dire fattezze di donna matura o quasi. E d'altronde, così dev'essere: la Magnani - classe 1908 - nel '42 ha già 34 anni. E dunque, la protagonista femminile (vorrei dire: assoluta) è lei, Giovanna Bragana.


Massimo Girotti - lui sì giovane: ha 24 anni - interpreta Gino Costa, un vagabondo senza arte né parte. Sa fare un po' di tutto, non ha fissa dimora e non possiede denaro sufficiente neanche a pagarsi un pasto in trattoria. Girotti è scelto da Visconti per il fisico prestante (è stato un campione sportivo in diverse discipline).


Allo spagnolo Juan de Landa (doppiato da Mario Besesti) è attribuito il ruolo di Bragana, l'attempato e grasso marito di Giovanna. Nel film dovrebbe avere intorno ai 60 anni, in realtà l'attore all'epoca aveva 48 anni... Gli altri due personaggi degni di nota sono Giuseppe Tavolato alias lo Spagnolo, interpretato da Elio Marcuzzo (di Treviso) e la giovane Anita, che ha le fattezze della romagnola Dhia Cristiani.


Veramente c'è da chiedersi perché Visconti sia ricorso a un romanzo americano per descrivere la zona del Ferrarese compresa tra la S.S. 16, quella che un po' più in là prende il nome di Romea. Strada battuta continuamente da camion (come si vede nel film), con quella locanda fantomatica in mezzo alla strada e la sua pompa di benzina. Pochi gli avventori e sembrano quasi figuranti privi di vita. Sempre immobili. Se l'aria è pesante e calda (s'ode il frinire delle cicale), se l'umidità buona solo per le zanzare malefiche si incolla al corpo e brucia pensieri e speranze trasuda dalla pellicola, che cosa c'entra il libro di James Cain?

Tutto sommato, non aveva poi così tanto torto quel critico italiano che, recensendo il film nel '43, scrive: « anche nelle opere di Bacchelli, di Piva, di Govoni [...] che - con buona pace dei raffinati - precedono le narrazioni filmiche di Renoir, di Carné, di Duvivier - vi sono gli autocarri, le osterie, le armoniche, le biciclette, le sbornie, i vagabondi, le donne calde»[5].

E dunque, la storia del film e la storia che la pellicola narra. Un film (in questo caso, felicemente) imbrigliato dall'intento autoriale (e di tutto il gruppo di «Cinema»[6]) di farne un manifesto. Scriverà Visconti: «Al cinema mi ha portato soprattutto l'impegno di raccontare storie di uomini vivi: di uomini vivi nelle cose, non le cose per se stesse.»[7].

Gli uomini vivi stanno in un Paese vivo, dove «vivo» sta per reale, autentico, verace. Diametralmente opposto alla produzione antecedente dei telefoni bianchi[8], ma anche dissimile da peraltro interessanti commedie atemporali come il simultaneo Campo de' Fiori[9].


La cruda realtà (sia pur estetizzata dalla macchina da presa, aggiungo io): statale polesana, dalle parti di Codigoro (a un'ora di bicicletta), zona del Polesine. O meglio, zona del Polesine all'epoca. Oggi è la provincia di Rovigo (e non la provincia di Ferrara) che rientra nel Polesine, parola che significa Palude, da cui il primo titolo del film, poi mutato in Ossessione). un camion si arresta davanti a una trattoria. Un clandestino a bordo viene scaraventato giù, in malo modo. Lui non sembra prendersela per nulla e in silenzio si avvia verso la taverna.

All'interno, supera il bancone ed entra direttamente nella cucina; una voce di donna che canta lo attrae come un canto di sirene: Fiorin fiorello, l'amore è bello vicino a te. Mi fa sognare, mi fa tremare chissà perché. Fior di margherita, cos'è mai la vita, se non c'è l'amore che il nostro cuore fa palpitar?
Giovanna è annunciata dalle sue gambe:


Orbene, la disperazione di Giovanna dev'essere grande. Bragana è grasso e vecchio (come lei sottolineerà più volte, esasperata, all'orecchio di Gino), l'osteria non è un granché (e l'ostessa - cioè lei - non dirige con ordine adamantino lo spaccio), ma il giovane seppur bello è un poveraccio, neanche tanto pulito, a giudicare dagli indumenti e dall'orlo scuro sulla canottiera sporca e sdrucita sotto le ascelle.
Tant'è, la passione non guarda a queste cose e la disperazione non è igienica.

Ben presto, s'instaura un gioco di sguardi, cui fa séguito, alla prima sortita del Bragana, il rapporto sessuale (la musica di Giuseppe Rosati è da thriller, ma non è un giallo, quello di Visconti):


Dopo l'amplesso che non ci viene mostrato e per il quale Visconti ricorre a una cauta ellissi, ma che ci viene generosamente suggerito attraverso il torso nudo di lui, la macchina da presa induce in un virtuosismo. Sul lato sinistro dell'immagine vediamo Gino/Girotti che dopo aver rapidamente immerso il proprio pettine in una bacinella ricolma d'acqua (la metafora è chiara, ritengo), si passa il pettine tra i capelli come si faceva una volta usando la brillantina. Sulla parte inferiore destra, c'è un piccolo specchio quadrato che «sorprende» Giovanna/Calamai sdraiata sul letto nuziale, alquanto irrealmente vestita, che chiede:



- Quando ti sei accorto che mi piacevi?
- Subito. Quando ti ho domandato da mangiare.

Riporto qui sotto il fotogramma arrestato sullo sguardo di lei mentre lui le chiede se si può mangiare in quel posto (grazie al quale Gino ha subito capito di piacerle):


L'immagine nell'immagine (parlo dello specchio cui ho appena accennato), con la quale van Eyck ci ha deliziato e ci delizia ancora, credo omaggi (la cultura raffinata di Visconti era smisurata) la Venere e Cupido di Velázquez...

E lo specchio torna, nel dualismo del film, stavolta è Giovanna che si guarda senza forse riconoscersi o anche solo per veder rivelato a se stessa per prima il pensiero omicida:


Giovanna teme il passaggio degli anni (cioè di invecchiare), vuol che Gino resti accanto a lei per sempre, che la ami per sempre. Sicché mentre strabuzza gli occhi come avesse visto un fantasma (eredità espressiva del cinema muto), comincia a istillare il veleno nelle orecchie dell'amato che stringe a sé: lo spettatore assiste alla scena del bacio drammatico tra i due attraverso lo specchio dell'armadio.

Il debito di Visconti nei confronti del romanzo di Cain, è maggiore di quanto il regista non voglia ammettere, ma quel che è magistrale nel film italiano è come la passione incateni a sé due persone che sono lontanissime nel loro modus vivendi ma che poi attueranno lo stesso modus operandi. Con una differenza, però: dopo l'assassinio (che noi non vediamo, altra ellissi), Gino proverà rimorso, Giovanna no; Gino vorrà abbandonare la trattoria che vede ormai come luogo maledetto, Giovanna invece no.



Gino cerca di evadere una seconda volta, fuggendo da Giovanna (lo aveva già fatto una volta, quando era partito per Ancona - splendide le immagini), prova a farlo a Ferrara con Anita, la giovane per metà ballerina per metà prostituta (?).


>>>>>>>>>SEGUE >>>>


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[1] Gianni Puccini, «Come nacque Ossessione. Il 25 luglio del cinema italiano» in Cinema Nuovo, anno II, n. 24, 1° dic 1953.
[2] Lino Micciché, Visconti e il Neorealismo. Venezia, Marsilio, 1990, p. 50, n. 47.
[3], [4] Luchino Visconti era stato assistente di Jean Renoir e da lui aveva ricevuto la traduzione del romanzo americano. Tale traduzione - secondo la testimonianza di Micciché - il regista francese l'aveva ricevuta da Julien Duvivier, il cui sceneggiatore, Charles Spaak (padre di Catherine Spaak), era lo stesso di Pierre Chenal.
[5] Il giornalista si firma Lunardo, pseudonimo di Eugenio Ferdinando Palmieri. La citazione è tratta da qui: Cappello in testa, "Film" (rivista di cinema), Roma, 26.06.1943. Nell'articolo in questione si cita non dicendo che parla di sé (io ho tagliato).
[6] «Cinema», rivista cinematografica fondata nel 1935, ha come direttore Gianni Puccini (tra gli sceneggiatori di Ossessione) nel 1943.
[7] «Il Cinema antropomorfico» in Cinema, sett.-ott. 1943, p. 108.
[8] Per una visualizzazione veloce dell'argomento, clicca qui.
[9]Film diretto da Mario Bonnard e distribuito nelle sale cinematografiche nel 1943. Ha come protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi che ritroveremo di lì a poco in Roma città aperta di Roberto Rossellini.
Jacqueline Spaccini©2010