sabato 30 maggio 2009

Cinquanta non bastano

photo by Jacqueline Spaccini

Cinquanta non bastano

Non ho imparato la lezione
che la vita propone in allegato.
Trascrivo qui in ritardo il decalogo
a futura memoria per chi verrà.

Spaiare nella gerla paglia e pula
dalle spighe di grano fragrante,
cernendo l'oro dall'ottone, il vino
dalla feccia e il torsolo dalla scorza.

Riconoscere la stretta del falso
amico per la sua eccessiva forza,
gli osanna a oltranza e il consenso iperbolico.

Contrastare le rovinose ondate
del desiderio prima che la furia
condannasse la barca al naufragio
contro le scogliere del disincanto.

Resistere alla vanità più forte
malgrado le sue lusinghe appaganti,
quando ti sembra stringere la sorte
in pugno col plauso della folla.

Spogliare la rosa dai fatui petali
cui il profumo si scambia per promessa
come se davvero esistesse in sé
e non fosse creatura poetica.

Attendere al termine della notte
più oscura la chiarità dell'alba
con i colori di speranza in cielo.

Arare tra le pietre fino al gusto
della zolla che si frange dolce e tenera
se lo fu per una buona causa.

Cogliere nello sguardo il fondo vero
che celano gli umani nei vestiboli
della coscienza, ma sotto la maschera.

Evitare la lama delle trappole
senza sporcarsi con il sangue ingenuo
e stolto di chi ignora le regole
per cui dall'onta deriva il successo.

Tacere la voce delle sirene,
quel lieto inganno che diceva il volo
della farfalla durasse di più
di un'unica giornata di solleone.

Cinquant'anni non mi sono bastati
a svelare il segreto della vita,
né ad apprendere il severo codice
per fare di me un uomo giusto e saggio.

Forse neanche un altro mezzo secolo
basterebbe a superare l'esame
arduo nel corso di sopravvivenza
del resto, è soltanto un rischio teorico:

per quel che avanza lo scialo è finito.

Alessandro Iovinelli

_____________
Pubblicato ne: Il banco di lettura, Trieste, 36/2008, pp. 87-88


lunedì 25 maggio 2009

Los Abrazos Rotos, Etreintes brisées, Abbracci di Pedro Almodovar : uno sguardo esterno


Abrazos rotos, étreintes brisées, Abbracci spezzati,
l'ultimo film di Pedro Almodovar (2009)

ovvero: Lo sguardo esteriore

Vivendo in Francia ho potuto vedere il film di Pedro Almodovar il 20 maggio 2009.
Non parlerò della bellezza né della profondità del film; non mi attarderò sulla trama ché non mi interessa. Naturalmente, per me è un film bello come sono belli tutti o quasi tutti i film dello spagnolo della provincia di Estremadura.

Regia, sceneggiatura e soggetto di Pedro Almodovar

Ciò detto, quel di cui voglio parlare qui è di una serie di elementi a latere, magari neanche importanti da rilevare, ma che per una studiosa dell'intertestualità e della contaminazione tra le arti non può passare inosservato.

Mi riferisco a tutte quelle micro o macrocitazioni, a quei trepidi omaggi, a riferimenti letterari, filmici, pittorici e quant'altro che non avrò saputo riconoscere a causa della mia formazione non ispanofona.

Navigazione a vista, procederò dalla prima cosa che mi viene in mente, via via allargandomi e dispiegandomi, srotolandomi, come l'onda di un mare. Cercherò qua e là di aiutarmi con le foto e con il trailer del film.

Ripeto, il mio sarà uno sguardo "esteriore", nell'accezione fisica dell'aggettivo.

Il protagonista maschile
[
Lluís Homar]


Mi ha colpita enormemente, il protagonista maschile, perché Mateo Blanco - divenuto in seguito Harry Caine - è cieco e somiglia in modo sorprendente a Borges, cieco anch'egli. Con in comune il fatto d'essere divenuti tutti e due ciechi nel tempo.

Sono certa inoltre che i due nomi, Blanco e Caine, debbano avere una qualche intrinseca motivazione (e dunque sono alla ricerca di una estrinseca spiegazione) in qualche opera dello scrittore argentino (e dunque chiedo ausilio ai lettori).


Intanto lui, Mateo o Harry che dir si voglia, è un regista che a un certo punto della sua vita vive il suo eteronimo (ecco che fa capolino l'ombra di Pessoa), in origine suo pseudonimo. Un eteronimo, infatti, non è un nome d'arte, non un nom de plume.
Un eteronimo è qualcuno che possiede un corpo, un'anima, una personalità (insomma, una vita sua) - anche se poi non è stato generato da una donna - completamente diversa da quella del suo creatore (l'autore).


La protagonista femminile
[Penelope Cruz]

Se in Volver, Almodovar trasformava la sua attrice feticcio nella Sophia Loren pizzaiola dell' Oro di Napoli, qui il risultato approda a un "interscambio visuale" tra Audrey Hepburn e la Marilyn Monroe di Wahrol.


Non nel senso che somiglia ai cliché dell'artista americano, bensì in questo: come in Wahrol la Monroe è cliché, così Almodovar rappresenta in Penelope (con parrucca alla Monroe) la copia delle copie di Marilyn, come si conviene nell'epoca postmoderna in cui nulla si crea dal nulla, tutto si costruisce sul già esistente.


Una Marilyn dunque, che puzza di falso lontano un miglio, quella almodovoriana con la parrucca di scarsa qualità, ma appositamente, per creare l'effetto (non come quella più ambiziosa di Lindsay Lohan).

Qual è la vera? E ce n'è, una vera?

(Certo, tutte queste foto hanno lo scopo deliberato di confondervi).


I luoghi, i quadri


Questa scena non vi ispira nessun quadro? infatti.
Il quadro che evoca sta poco prima di questa scena. Ma per mostrarvelo, debbo inserire un brevissimo video. Quel che mi interessa accade tra il nono e il decimo secondo.



Li avete riconosciuti?


Sì, sono loro: Les Amants di Magritte. D'altronde, andiamo a vedere quali altri quadri - stavolta espliciti - sono nel film, appesi alle pareti. Si intravvede il dettaglio ingrandito di una natura morta barocca, poi un quadro post-impressionista che fa il verso a Modigliani o forse a Cézanne, un altro moderno, pop, che rappresenta un revolver e anche uno che sta al di sopra del letto matrimoniale, sul quale campeggia la frase "Je t'aime"... ma quanto è più interessante ritrovare un quadro nel film, quale forma elevata di finzionalità, di arte come artificio. Andiamo, allora.

Penso per esempio alla scena qui sotto:


Nel film si vede meglio: c'è il colore verde e il bianco surreale delle lampade, e quel modo "abbandonato", disperatamente ma pacatamente rassegnato, che hanno i personaggi di stare seduti al tavolo rimanda inevitabilmente ai quadri di Edward Hopper.


E poi c'è il mare. Uno strano mare, con una spiaggia ora desertissima, ora popolata di animali, oggetti e persone.


Nel film la località in questione è Famara, Lanzarote, isole Canarie. Qualcosa della spiaggia bianca ricorda (e rimanda al)le spiagge normanne di certuni pittori impressionisti.
Come queste, per esempio (Eugène Boudin) :



Domanda: l'intertesto può essere inintenzionale? Sì.
Non solo può esserlo, ma addirittura il lettore/lo spettatore può scovarne uno lontano anni luce dalle intenzioni (dal mondo onirico, culturale e immaginifico) dell'autore/scrittore/regista.
La critica ha anche questo ruolo.
E il pubblico ha anche questa prerogativa: appropriarsi, fare suo quel che in origine non gli apparteneva, quel che non era a esso destinato.
C'è quella che chiamo l'opzione reinterpretazione metabolizzata.

Ci sono cose, tuttavia, che non possono (né vogliono) essere inintenzionali.

1) L'autobiografia

Nel personaggio di Ernesto jr/Ray, il ragazzo poi uomo, figlio del potente Ernesto sr. - che per non dispiacere al padre si è sposato 2 volte ma è gay, Ernesto che vuole a tutti i costi fare il regista, che riprende tutto e tutti con la sua telecamera (e al quale tutti dicono "Togliti di mezzo... Sei pesante"), quell'Ernesto lì, antipatico allo spettatore per 3/4 del film, è il giovane Pedro, neanche tanto nascostamente.





2) Gli omaggi


A Hitchcock


A Truffaut

Al cinema amato (film e registi), facendo il verso a altri registi che nei loro film hanno citato i film che amavano (vuoi con le parole vuoi con le immagini).

3) La mise en abyme

C'è una scena in cui Mateo, col pretesto di indicare al giovane Diego dove si trova un DVD che vorrebbe vedere insieme con lui (Ascensore per il patibolo con Jeanne Moreau), menziona tutti quelli che gli stanno accanto (c'è Il settimo sigillo di Bergman, c'è Otto e mezzo di Fellini e altri ancora).

E intanto mentre parlano il televisore riproduce Stromboli di Rossellini in v.o. con sottotitoli in spagnolo...

Poi c'è tutto il tema del padre e del figlio, anzi, dei padri e dei figli. E degli amori: ricambiati, ignorati, perduti, rigettati, interrotti, spezzati.
Ma questi non sono temi esteriori.

E quindi mi fermo qui.


domenica 17 maggio 2009

Senso di Camillo Boito. Analisi del racconto.

per gli studenti del corso IT12B2 CIVI
Allinea a sinistra

Senso di Camillo Boito.
Analisi del racconto

Jacqueline Spaccini

Ho già parlato qui di Senso di Camillo Boito.
Ma in quel post mi soffermo di più sul film e su alcuni richiami pittorici voluti da Luchino Visconti.

1. Oggi invece analizzeremo il racconto. Voi leggete qui e poi studiate, rispondendo alle domande che troverete qui disseminate (dalla lettera A alla lettera R).
2. Vi chiederò poi di andare a verificare le somi/dissimi/glianze con il film (vedete il film e leggete il post cui faccio riferimento più sopra).
3. In classe, infine, mi direte - preparatevi un canovaccio scritto - qual è il vostro parere circa l'icasticità[1] dell'uno e dell'altro Senso.

Fase 1. Sia data la lettura del racconto. Cliccate qui.

Qualche cenno biografico.

Camillo Boito (1836-1914), architetto, fratello maggiore del compositore e poeta Arrigo, figlio di una contessina polacca, sarà per 48 anni professore di architettura presso l'Accademia di Brera (Milano).
Se il fratello minore Arrigo è uno scapigliato (come lui, d'altronde), mazziniano patriota e garibaldino (ma contro la rivoluzione e tutto sommato abbastanza conservatore), che dire di Camillo, sposato in seconde nozze con la marchesa Madonnina Malaspina?
Nel 1848, a soli 12 anni , combatte accanto al padre Silvestro (un pittore dedito al gioco e forte bevitore che morirà in circostanze misteriose) nella difesa di Venezia. Inizierà a lavorare come professore giovanissimo, potendo così mantenere il fratello Enrico (che ha mutato il suo nome in Arrigo) negli studi musicali. Frequentano entrambi un salotto di artisti in cui fanno la conoscenza di Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni e Aleardo Aleardi (nonché quegli artisti che costuiranno insieme con i due fratelli il movimento artistico-letterario della Scapigliatura[2] milanese). Ma basta con la biografia, serviva solo per contestualizzare l'autore. Passiamo direttamente all'analisi del testo.

Padova Museo Civico del Santo
lo scalone d'accesso progettato da Camillo Boito
photo by Michele Zambon (clicca qui)

FASE 2 e 3. Respectez les consignes.

Reperite:
A. tutti i nomi dei personaggi
B. i luoghi in cui si svolge l'azione
C. il contesto sociale

Ciò fatto, andiamo all'analisi del testo.
Dopo aver appreso la descrizione fisica della protagonista nonché la sua età, il lettore si trova confrontato a questa frase che Boito le mette in bocca:

Alla inquietudine, che rode la mia anima e che lascia quasi intatto il mio corpo, s'alterna la presunzione della mia bellezza: né trovo altro conforto che questo solo, il mio specchio.

Riecheggerà in voi - o perlomeno in coloro che lo hanno letto - il concetto base del romanzo The Picture of Dorian Gray (il ritratto di Dorian Gray) di Oscar Wilde. Da una parte, l'estetica che prende il sopravvento e mette a tacere l'etica; dall'altra la sottolineatura - da parte dell'autore Boito - della superficialità e della morbosa volontà di autoaccentramento su di sé di colei che racconta la storia (e di cui ancora il lettore ignora tutto, eccezion fatta per il nome).

Quando la storia prende finalmente l'avvio, il lettore si rende conto che in realtà si tratta di un flashback (in termini di analisi narratologica, di un'analessi), giacché la protagonista racconta un evento avvenuto sedici anni prima ["addietro", dice il testo; cioè, seize ans plus tôt].

D. Controllate qual è l'escamotage narrativo, l'artificio, cui ricorre Boito per giustificare il fatto che la protagonista metta per iscritto l'evocazione del passato.

E. Ora andate a commentare il seguente passaggio (vi darò un piccolo aiuto):

Il mio sguardo non teme nessuno spettacolo; c'è nella mia debolezza una forza audace; somiglio alle Romane antiche, a quelle che giravano il pollice verso terra, a quelle di cui tocca il Parini in una ode... non mi rammento bene, ma so che quando la lessi mi sembrava proprio che il poeta alludesse a me.

In questo breve passaggio ci sono alcune figure di stile (metafora, ossimoro, analogia...), ma v'è anche un'allusione a Parini che dovete andare a ricercare per comprendere la frase finale (... che il poeta alludesse a me).
Indizio: A Silvia (quella del Parini, non del Leopardi, ovviamente).
Poi tornate qui.

Boito esagera e Verga aborirebbe (per non parlare di Flaubert): l'autore giudica, mettendo in bocca alla donna parole che la [auto]condannano (moralismo pretestuoso, lo avevano già fatto Laclos, Baudelaire e lo stesso Flaubert - e per ciò stesso - non avendo ingannato per nulla i censori, erano stati condannati).
Del resto, è la cosiddetta regola del gioco per narrare una storia per quei tempi (e non solo) licenziosa, sensuale (d'altronde il titolo del racconto... ne suggerisce di già l'idea).

La descrizione del coniuge (fisicamente, ricorda la figura corpulenta di Vittorio Emanuele II, ma di certo è un caso), per quel che è delle sue buone e cattive qualità, contiene un passaggio importante laddove dice che egli (il marito di Livia) è violento verso i timidi e pauroso in faccia ai violenti.
Chi di voi ha letto o studiato i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e letta la descrizione del curato, quel vaso di coccio tra vasi di ferro qual è Don Abbondio[3], capirà subito a che cosa voglio alludere. Voialtri studenti, limitatevi a:
F. osservare attentamente come i due coniugi sono descritti dall'autore - fisicamente e moralmente - nonché quale è lo sguardo della moglie sul marito (per comprenderne il successivo tradimento).

A completare il ritratto psicologico della contessa Livia, c'è un passaggio che la apparenta in qualche modo alla celeberrima Marquise de Merteuil di laclosiana memoria, una sorta di femminista avant la lettre. Ce lo proverebbe quella sua affermazione in cui paradossalmente per acquistare la sua libertà, decide di sposare il primo (con qualche soldino, ovvio) che la chieda in moglie.
Non è un controsenso: se studiate gli usi e costumi civili del XVIII e soprattutto - per le donne borghesi - del XIX secolo, capirete perché tutto ciò è addirittura logico.

Nel film di Visconti si fa un gran parlare di Risorgimento, di ideali, dell'Italia unita, di battaglie, di nemico austriaco... ma nel racconto?
C'è ben poco. E quel che c'è, è quasi derisorio.
Esempio:

A sedici anni avevo assodata già la mia fama scherzando con l'affetto di un bel giovane del mio paese e disprezzandolo poi, sicché il misero tentò di uccidersi e, guarito, scappò da Trento [luogo in cui risiedeva Livia, n.d.r.] in Piemonte, e si arruolò volontario, e in una delle battaglie del '59, non mi ricordo quale, morì. Ero troppo giovane allora per sentirne il rimorso; e dall'altra parte i miei genitori e parenti e conoscenti, tutti affezionati al governo dell'Austria, che servivano fedelmente quali militari e impiegati, non avevano trovata altra orazione funebre al povero esaltato se non questa: - Gli sta bene [4].

Giovanni Fattori

Naturalmente, quando un autore fa parlare in questo modo un suo personaggio, ha una duplice mira: da una parte restituirne l'abiezione, dall'altra suscitare presso il lettore un ribrezzo prepotente verso tali sentimenti.

La giovane donna ha fatto (e farà) della sua bellezza un'arma. A mezza strada tra Artemide (Diana), la dea che allontana da sé gli uomini e Crimilde, la strega di Biancaneve, Livia passa il suo tempo a rimirarsi allo specchio e a far soffrire i suoi soupirants.
Boito convoca per lei tutta una serie di metafore: sole/satelliti, fortezza inespugnata, regina/corte e così via.

Alida Valli, interprete della Livia del Senso viscontiano

Quale altra abiezione possiede questa donna? Tra tutti gli uomini che la attorniano, a lei piacciono quelli abietti come lei, preferibilmente belli e vigliacchi. Ecco così fare il suo ingresso nel racconto il giovane ufficiale austriaco Remigio Ruiz.
G. Rilevate a quali personaggi storici o mitologici viene apparentato Remigio, per comprendere le similitudini tra i due protagonisti del racconto[5].
H. Rilevate il primo atto di viltà di Remigio (quello che spiace persino agli occhi di Livia).
I. In base al testo, potreste dire se quello che muove Livia verso Remigio è amore? In caso di risposta negativa, a quale altro tipo di sentimento si apparenta?
J. Perché Remigio viene destinato in Croazia? Il testo vi fa allusione, ma chiede al lettore di interpretarne il senso. E allora chiedo anch'io a voi di interpretarlo.
K. Ricorre una certa parola, più volte. La parola è *dea*. Vi siete fatti un'idea del tipo di rapporto che Livia vuole instaurare (o addirittura instaura) con gli uomini? In che cosa Remigio fa eccezione? E perché?
L. Altra parola che ricorre è *galante*, con significato spregiativo. Mi spiegate l'origine etimologica della parola?
M. Spiegate il rapporto che esiste tra estetica ed etica in Livia, a partire da questo suo pensiero: quanto più il suo [di Remigio, n.d.r.] cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello.
N. Garibaldi e i suoi demonii rossi, dice la contessa Livia [che prende il cognome Serpieri nel film di Visconti]: i pensieri di Livia sono patriottici?

Remigio giunge all'atto più codardo della sua vita, anzi ne condensa parecchi assieme (ricordate quando è ambientato il racconto e quando è scritto. Rammentate che Boito a 12 anni partecipava alle barricate con suo padre); non soltanto subdolamente non parte per la guerra, ma:
1. non vuole apparire come disertore (sennò lo fucilano);
2. chiede i soldi a una donna (Livia, appunto);
3. per ottenere il denaro giura alla donna di amarla. Livia lo considera un vero uomo (lo dice nel racconto) in realtà, lei confonde la nozione di uomo con quella di maschio (sessualmente parlando e solo sessualmente parlando);
4. umilia questa stessa donna con un'altra (di rango inferiore: doppio scacco per una donna, all'epoca).

Lo sguardo umiliante per Livia:
O.
rintracciate quel che è scritto del mozzo di stalla e dello sguattero, delle famiglie nobili trentine, dell'ufficiale boemo.
Quando Livia, ormai consapevole degli inganni di Remigio si appresta a fare il suo dovere di suddita fedele dell'Austria[6], incontriamo la figura del generale Hauptmann.
P. Dite quale scena viene evocata e spiegate perché fa da contrasto con quella di Remigio (e del ménage della stessa contessa)
Q. Livia passa dalla condizione di dea a quella di Messalina. Spiegate la differenza.


A distanza di 16 anni, dopo la fucilazione di Remigio (che nel film di Visconti dà àdito a ben altro finale), la contessa Livia viene così apostrofata da un suo spasimante: Livia sei un angelo!
R. Commentate il sarcasmo con il quale Camillo Boito chiude la novella.

Jacqueline Spaccini
_____________
Per i cenni biografici:
cfr. Camillo Boito, Storielle vane (1876). Bologna, Pendragon, 2007 (a cura di Chiara Cretella) o anche la versione di La Repubblica (cfr. foto in alto).
________
[1] La parola *icasticità* e l'aggettivo *icastico* non hanno a propriamente parlare un aderente corrispettivo in francese. Sostituite con i sinonimici *efficacité*; *efficace*, *incisif*, *vigoureux*, etc.
[2 ] Scapigliatura è l'adattamento italiano, il tentativo di corrispondere al termine francese «bohème», da intendersi come vita disordinata e anticonformista di quei personaggi artistici e parigini contenuti nel romanzo Scènes de la vie de Bohème (1847-1849) di Henri Murger e ne La Bohème galante (1852) di Gérard de Nerval. Trattandosi di artisti che vivevano senza regole, al di fuori delle strutture borghesi, scapigliato (cioè coi capelli non perfettamente pettinati) dava l'idea di questo disordine intellettuale. Comunque Scapigliatura fu la traduzione che lo scrittore, giornalista e patriota Cletto Arrighi dette della parola Bohème. Il movimento fu un fenomeno essenzialmente milanese.
[3] Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno s'era accorto, prima quasi di toccare gli anni della discrezione, d'essere in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.
[4] Come se uno dicesse: Tant pis pour lui ! ça lui apprendra...
[5] Non dimenticate la grande differenza che c'è tra la versione letteraria (e originale) di Boito e la versione cinematografica di Visconti: l'età della protagonista.
[6] che contrasta con la delazione, considerata un'infamia e l'opera sua [la denuncia di Livia, n.d.r.] un assassinio.

martedì 12 maggio 2009

Romanzo epistolare e patriottismo: Ugo Foscolo

IT12B2 CIVI
Cieca è la mente e guasto il core, ed arte. L'umana strage, arte è in me fatta, e vanto [1]

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo: analisi dell'incipit del romanzo

Niccolò Ugo Foscolo (1778-1827)

Il testo da analizzare è qui (per chi ha il testo: le lettere dell'11 e del 13 ottobre 1797)

Analisi dall'esterno verso l'interno:

Genere:

Romanzo epistolare, genere che conobbe la sua piena fortuna nel Settecento.
Il fatto che Le Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione del 1802) [2] siano costruite in maniera tale da apparire come frutto di una corrispondenza, richiede in genere una pluralità di emittenti e di destinatari o perlomeno che vi siano due protagonisti del romanzo. In realtà, già Johann Wolfgang Goethe nel I dolori del giovane Werther (1774) aveva introdotto il monologo epistolare (con l'aggiunta delle considerazioni dell'editore, escamotage cui gli autori ricorreranno fino alla prima metà del XX secolo).

Anche nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis(1796-1798), il lettore ha a disposizione le sole missive di Jacopo (dalle quali intuiamo alcuni contenuti delle epistole del suo interlocutore, Lorenzo), ad eccezione della nota Al Lettore in cui Lorenzo Alderani si presenta come "editore" del "giovane infelice".

In questa nota si legge:
Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consacrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime (sic), che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell'eroismo di cui non sono eglino (sic) stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.
A questo punto, se avete fin qui tralasciato di chiedervi chi sia Jacopo Ortis, occorrerà che andiate a documentarvi. Se poi vi leggerete in simultanea il romanzo di Goethe, sarà anche meglio, per una visione almeno in parte comparativa.

E torniamo al romanzo epistolare e al suo successo.
Quali opere vi vengono alla mente? Distinguiamo per nazione:

Inghilterra: Pamela o la virtù premiata (Pamela, or Virtue Rewarded, 1740) di Richardson;
Francia: La nuova Eloisa [3] (La nouvelle Héloïse, 1761) di Rousseau e naturalmente Le Relazioni pericolose (Les Liaisons dangereuses, 1782) di Choderlos de Laclos;
Germania: I dolori del giovane Werther (Die Leiden des Jungen Werther, 1774) di Goethe;
Irlanda: Dracula (Id., 1897) di Stormer

Perché ebbe tanto successo il romanzo epistolare?

Ci si scrivono tesi di dottorato su un tale argomento. E poi esulerebbe da questa lezione.
Dirò brevemente che in un'epoca in cui l'individualità (non l'individualismo, attenzione!) comincia a richiedere un posto per sé anche in letteratura - insieme con una ossimorica richiesta di intimità esibita, da parte dei lettori -, il romanzo epistolare risponde a entrambe queste esigenze.

Ma sull'individuo e sull'egotismo ante Stendhal, tornerò più avanti, se ho tempo.

Torniamo a Jacopo, alle sue lettere, al contenuto, insomma.

La prima lettera è datata 11 ottobre 1797 e redatta nella zona dei Colli Euganei.
Ricordate che le categorie spaziotemporali sono fondamentali per analizzare un testo, dunque ora è tempo di contestualizzarlo storicamente e geograficamente.
Tempo: 1797
Foscolo data la lettera di Jacopo con qualche giorno di anticipo sul trattato tristemente celebre, vale a dire il Trattato di Campoformio (17.10.1797: Napoleone cede Venezia all'Austria).
Luogo: Veneto
Jacopo si trova a Teolo, sui Colli Euganei, una zona collinare nei pressi di Padova: giovane patriota, tradito e iscritto nella lista dei proscritti, ha abbandonato Venezia (cosa della quale apparentemente si vergogna) per compassione alle lacrime della madre.

Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl'italiani. Per me segua che può.

A Lorenzo risponde che aspetta la morte e la prigione, ché non ha più fede in questa Patria non ancora nata e già venduta da bocche apparentemente fraterne (a distanza di 200 e passa anni, le cose non sembrano essere cambiate, n.d.r.).

Non basta. Gli storici del Risorgimento usano ormai far iniziare da questa data quel periodo che fu la Rivoluzione più rivoluzionaria della terra italica, ma anche la più stravagante (s'è mai visto un combattente in marcia che dopo aver conquistato mezz'Italia si ferma a pochi km dalla vittoria totale?). E ancora leggiamo parole amare (ma quante volte vere nella lunga storia dello Stivale), quando Japoco metaforizza così il suolo patrio: terra prostituita premio sempre della vittoria.

E nel furore dell'ira dispiegata, Jacopo attacca finanche la Chiesa o meglio i suoi Papi che usarono a fini personali le Crociate, e si sente come quei morti sepolti vivi, che si risvegliano, nel sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati del dolce lume della vita, e costretti a morire fra le bestemmie e la fame.

Chiude la lettera della seconda giornata (13 ottobre) con un'allusione obliqua a Bonaparte, di cui era stato un osannatore (cfr. A Napoleone liberatore) :. E perché farci vedere e sentire la libertà, e poi ritorcerla per sempre?

Andiamo ad analizzare lo stile, ora.
Nelle lettere di Jacopo paratassi e ipotassi hanno lo stesso spazio, c’è posto anche per il parlato familiare fiorentino; si passa dal registro sublime a quello comico.
In quello di Alderani, invece, prevale l’ipotassi.
Riguardiamo la differenza tra ipotassi e paratassi.
Siano date due propozioni. Una principale e una coordinata, per esempio, in cui la seconda dipenda dalla prima.
chiudere il libro ---- spengere luce
Paratassi Ho chiuso il libro e ho spento la luce
Ipotassi dopo aver chiuso il libro, ho spento/spensi la luce.
L’ipotassi (dal greco hypó, “sotto” e táxis, “disposizione”) ha lo scopo di mettere in evidenza, in modo più o meno esplicito, le relazioni logico-temporali che intercorrono tra le varie proposizioni. È questo il modo di periodare elaborato dalla prosa classica e più comune nella cosiddetta prosa d’arte : il risultato è un taglio stilistico elaborato, lontano dal livello colloquiale.
Al contrario, la paratassi (il greco pará significa “vicino”) è la strutturazione sintattica per cui in un periodo le proposizioni vengono coordinate, risultando in tal modo equivalenti tra loro e non interdipendenti (“chiusi il libro e spensi la luce”). È tipica del linguaggio semplice e popolare, e crea l’effetto stilistico di velocità e immediatezza comunicativa.
Questo ha lo scopo di focalizzare l’attenzione sul protagonista assoluto, Jacopo, di farlo sentire meno distaccato e quindi più vicino, c’è un tono di “vissuto”, di immediatamente raccontato, di totale coinvolgimento in quel che si narra. La premessa di Alderani serve per ristabilire una distanza “oggettiva”, la precisione di una cronaca distaccata, come hanno scritto vari critici.

La delusione che spesso comporterà la realtà politica darà agli artisti del XIX secolo una visione negativa del mondo esterno. Il fallimento che ne deriva investe la persona che si ripiega su se stessa in una sorta di egotismo, di inquietudine esistenziale. Ma c'è da chiedersi se l'egotismo ( si può parlare di egocentrismo prima di Freud?) non preceda tale ripiegamento, se talora non spieghi finanche gli slanci eroici di patriottismo o se questo ragionamento non sia di tipo anacronistico.
Quel che mi appare un'evidenza è che tutta questa individualità (basta leggere l'Alfieri) è il sostrato, il lastricato sul quale si muoverà la
quête du bonheur di Stendhal.

A volte si ritiene - e a torto - che la letteratura non abbia alcuna influenza sulla storia. Che sia un errore, lo prova ad esempio quel che racconta Mazzini al riguardo del romanzo di Ugo Foscolo.
Mazzini, studenti miei, non uno qualunque.


«Sui banchi dell’Università – v’era allora una Facoltà di Belle Lettere che precedeva di due anni i corsi legali e medici e ammetteva i più giovani – ero cupo, assorto, come invecchiato anzi tempo. Mi diedi fanciullescamente a vestir sempre di nero: pareva di portar il lutto della mia patria. L’Ortis che mi capitò allora fra le mani, mi infanatichì: lo imparai a memoria. La cosa andò tanto oltre che la mia povera madre temeva di un suicidio»[4].
Patriottismo, inquietudine, amori clandestini, malinconia, malattie, egotismo: tutto concorre a fare di Ugo Foscolo un preromantico.
Quanto all'automitologia dell'Io, perché sia efficace la vita artistica e quella reale debbono essere strettamente correlate. Foscolo, in tal senso è esemplare. Il sonetto che vi metto di seguito Avverso al mondo (1800-1801), fa il verso all'Alfieri di Sublime specchio di veraci detti (1786). Confrontatelo, questo autoritratto poetico (e compiaciuto) con il ritratto dipinto da François-Xavier Fabre.


Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,
Crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
Labbro tumido acceso, e tersi denti,
Capo chino, bel collo, e largo petto;
Giuste membra; vestir semplice eletto;
Ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
Sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
Avverso al mondo, avversi a me gli eventi:
Talor di lingua, e spesso di man prode;
Mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
Pronto, iracondo, inquieto, tenace:
Di vizj ricco e di virtù, do lode
Alla ragion, ma corro ove al cor piace:
Morte sol, mi darà fama e riposo.
.
_____
[1] da:
I Sonetti
[2] Per un approfondimento delle edizioni del romanzo et alia, cfr. Massimo Carlini,
Il problema dell'originalità nell'Ortis foscoliano. Torino, Seneca
edizioni, 2007.

[3] Nuova Eloisa? E chi è l'Eloisa primigenia? Andate, cercate, trovate.

[4] Giuseppe Mazzini, Note autobiografiche, 1861-1866.