domenica 29 giugno 2014

La Compagnia delle Poete a Rabat (12/06/2014) con lo spettacolo MADRIGNE


La Compagnia delle Poete è stata ospite dell'Istituto Italiano di Cultura a Rabat in Marocco il 12 giugno 2014.

Invitata dalla dott.ssa Pastore in fine mandato e confermata dalla dott.ssa Fortunato, attuale Direttrice, la Compagnia si è prodotta nella sala teatrale del Centre Culturel de l'Agdal grazie all'amabile disponibilità della sua Direttrice, Mme Menaouar.

Lo spettacolo che si è messo in scena sotto la direzione della fondatrice e  poeta, Mia Lecomte, è Madrigne - più volte sperimentato nella versione ridotta - che ha visto 5 poete in scena (Maria Candelario Romero, Mia Lecomte, Vera Lucia de Oliveira, Barbara Serdakowski e la sottoscritta, Jacqueline Spaccini) e 1 musicista (Pape Kanouté). Si avvale anche di video raffiguranti momenti di donne e di voci off, voci fuori campo di poete assenti.
Fondamentale l'aiuto tecnico del pittore e amico Cesare Oliva.







Le voci delle poete sono (come facilmente intuibile dai loro nomi e cognomi) multiculturali, anche se la lingua veicolare in cui si esprimono è l'italiano che tutto accoglie e che tutto sa modulare. La Compagnia è attiva dal 2009.



Il Signor Pirandello è desiderato al telefono




Quest'anno con i miei studenti di 1°, 2° e 3° anno ho costituito un gruppo teatrale, I Teatranti di Rabat. Nel secondo semestre ho allestito un adattamento de «Il signor Pirandello è desiderato al telefono», una pièce del compianto e amatissimo Antonio Tabucchi (scomparso il 25 marzo 2012) da presentare ai professori e agli altri studenti del Dipartimento di Studi italiani presso la facoltà Mohammed V di Rabat, in Marocco.

La maggior parte dei miei studenti era del primo e secondo anno; quasi tutti alla prima esperienza assoluta di teatro... e non è facile:

a) imparare la dizione corretta di un testo cerebrale come questo; 

b) imparare a memoria un lungo testo (con intanto corsi ed esami da affrontare. E qualche studente lavora anche!);  

c) imparare a recitare, vale a dire a dare un senso di verità a quel che si dice, a interpretarlo come fosse vita vera e muoversi sul palco, imparando a gestire la paura.

Paura di che? Di non essere all'altezza, di essere ridicoli. Paura di non credere in sé stessi.

La complicazione per me - complicazione che poi non si è rivelata tale - era 1. l'alta percentuale femminile (quando a teatro si scrive sempre al maschile) e 2. il controllo dei contenuti morali che debbo sempre tenere in considerazione (controllo di cui non ho mai tenuto conto in Europa).

Per non parlare della presenza del "velo". Perché? 
Perché il ruolo principale è di un uomo e quando è stata una donna a interpretarlo, era una donna che si presentava sotto fattezze "maschili".

Affinché il pubblico dimenticasse che un ruolo maschile era interpretato da una donna e per giunta da una donna velata, la recitazione doveva assolutamente essere non dico impeccabile, ma almeno credibile.

2 mesi di lavoro e una importante scissione di ruoli. 

Il personaggio unico dell'attore che recita il ruolo di Pessoa in un manicomio (= il pubblico - inconsapevole d'essere parte integrante del testo - per larga parte della pièce) è stato scisso e interpretato da 4 attori (3 donne e 1 uomo). 

Grazie ai diversi stati d'animo del personaggio, ho estrapolato un attore/Pessoa intimo e sensibile, uno più virile, uno cinico e uno più razionale. Li ho differenziati con l'introduzione di un noeud papillon di colore diverso.

Il coro greco è stato composto da 4 ragazze in nero, irregimentate come militari (la coscienza del popolo, la coscienza perbenista) e Pirandello al telefono - seguendo l'esempio che fu già di mio marito, regista di questo spettacolo 18 anni fa con un altro gruppo studentesco, ma in Croazia - l'ho convocato in scena.

All'interno della pièce, ho introdotto due momenti di omaggio a Tabucchi, ma anche a Maria José de Lancastre con la lettura in due parti (per forza di cose ridotta) di Libri mai scritti, viaggi mai fatti (tratto da Si sta facendo sempre più tardi).

E poi musica, tanta, un po' di ballo e canto (in portoghese) di Cançao do Mar da parte di una studentessa dalla voce di usignolo.

Non dico altro. Metto qualche foto delle prove (anche in un parco, anche a casa mia, per mancanza di palchi), dell'attimo prima dello spettacolo vero e proprio, così come del dopo.

Capirete dagli sguardi, com'è andata.
















domenica 16 marzo 2014

Questionario La Locandiera di Goldoni


QUESTIONARIO per studenti che seguono il corso M22 Histoire du théâtre

I parte: dall'Atto I all'Atto II Scena 18 (inclusa) fino a: 1h 43' 25"

* * *

Pièce di Carlo Goldoni rappresentata per la prima volta durante il Carnevale, a Venezia, nel 1753. Si tratta di una commedia in tre atti.

Come ogni opera, c'è un dedicatario: in questo caso, Giulio Rucellai, fiorentino, professore di diritto all'università di Pisa. Da non dimenticare che Goldoni, laureato in giurisprudenza, aveva esercitato l'avvocatura anche a Pisa.

Il testo per intero, libero da copyright, è consultabile qui (wikisource, progetto teatro).

Per questo questionario, si prende come riferimento, l'allestimento di Franco Enriquez. 
Eccone la scheda tecnica:

LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
(1965)
regia: Franco Enriquez
scene e costumi: Emanuele Luzzati
interpreti:
Valeria Moriconi (Mirandolina)
Paolo Graziosi (cavaliere di Ripafratta)
Glauco Mauri (marchese di Forlipopoli)
Giuseppe Porelli (conte di Albafiorita)
Luciano Melani (Fabrizio)
Adriana Innocenti (Ortensia)
Silvana De Santis (Dejanira)
Alessandro Esposito (servitore del Cavaliere)
Alfredo Piano (servitore del conte)
produzione: Teatro Stabile di Torino
debutto: Venezia, Campo San Zaccaria, 19 agosto 1965

La pièce qui di seguito è una ripresa televisiva dello spettacolo:



ATTO PRIMO
  1. Dove ci troviamo? (a) descrizione della scena e b) personaggi che aprono la scena
  2. Goldoni mette da subito in scena due personaggi. A) dire chi sono; B) dire in che cosa si distinguono (abbigliamento etc.)
  3. Perché il marchese è altezzoso con il conte? 
  4. Per quale motivo i due nobili soggiornano in quel luogo? 
  5. Da quanto tempo?
  6. Com'è possibile che una donna sia la padrona di una locanda?
  7. lessico: perché il marchese si adira quando Fabrizio lo chiama «Illustrissimo»? Come dovrebbe rivolgersi a lui?
  8. Qual è la morale dei "quattrini"? Che cosa è degno di stima?
  9. Qual è la caratteristica più importante del cavaliere di Ripafratta?
  10. Da quanto tempo è arrivato alla locanda?
  11. In che cosa Mirandolina è diversa dalle altre donne?
  12. In quale modo Mirandolina riesce a conquistare definitivamente il cuore del cavaliere?
  13. Rileggete questo scambio di battute tra Fabrizio e Mirandolina (Atto I sc. 10) e analizzatelo, dando la vostra interpretazione.

ATTO II 

  • lo svenimento di Mirandolina. Perché la donna finge di svenire?
  • quale effetto produce sul cavaliere?
  • qual è il suo (di lui) peccato di presunzione?
RIFLESSIONI

  1. Nobiltà spiantata vs ricchezza del parvenu
  2. Borghesia vs nobiltà (2 borghesi - Mirandolina e Fabrizio vs tre nobili - marchese, conte e cavaliere)
  3. commentare questo passaggio, quando - a proposito dell'amore verso Mirandolina che condivide col marchese - il conte dice al cavaliere: « Egli (Forlipopoli) pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io (Albafiorita) la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni». (Atto I Sc IV)

  4. La dichiarazione femminista ante litteram di Mirandolina (ma è un uomo che scrive il suo testo):
La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m’innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura.

Il cavaliere interpretato da Pino Micol (Mirandolina è Carla Gravina) 1986





I due condottieri a confronto: Antonello e Leonardo






Tutti conoscono il condottiero di Antonello da Messina.  Si dice sia opera del 1475. Si può ammirare al museo del Louvre, a Parigi, dove attira tutti gli sguardi sul suo, magnetico, con anche quel mento volitivo, quel naso importante e quella cicatrice cui si fa attenzione solo dopo aver posato gli occhi sulle labbra virili.
Ha il mento con fossetta - come certi attori americani -; gli occhi non sono verdi, bensì di un nocciola chiaro (forse l'occhio destro è glauco), ostenta una mascella virile sotto una cascata di capelli rossi, tipo il rosso mogano dell'ORÉAL.

Lo scrittore francese Georges Perec gli dedicò un romanzo, Le Condottière (pubblicato postumo), di cui si perderà ogni traccia durante un trasloco e la cui copia carbone dattiloscritta verrà ritrovata nel 1992 da un amico dello scrittore, dieci anni dopo la sua prematura scomparsa (dopo vari rifacimenti, il romanzo è stato pubblicato nella sua forma definitiva nel 2012).

Leggendo Linea di terra (ove il protagonista è il pittore Vittore Pisanello), non ho potuto fare a meno di vedere i tratti del Condottiere di Antonello nelle fattezze del sedicente Cosmo, personaggio a dir poco avventuriero e ambiguo del romanzo di Eduardo Rebulla, palermitano di nascita e di vita.

E poi...
Poi c'è Leonardo. Anzi, Leonardo è prima, ma solo di 2 anni.

Non è granché noto, non come l'altro. È un profilo di testa di guerriero - anzi, di condottiere - con tanto di elmo.

È datato (o databile?) intorno al 1472 ed è conservato a Londra, al British Museum.
Ecco la legenda: LEONARDO da Vinci Profile of a warrior in helmet. Silverpoint on prepared paper, 285 x 207 mm. British Museum, London


La cicatrice è sempre sul labbro, ma quello inferiore. Le guance si sono scavate e la pelle è scesa. Un doppio mento evidente circonda il mento all'americana. Il naso si è appesantito e nello sguardo, pur sempre virile, c'è un non so che di spento, di disilluso, di guardingo. Non pensa più a sedurre.

L'elmo, bizzarro, e l'armatura si fanno carico di annunciare la ferocia senza pari, la crudeltà, la forza senza pietas, che nel condottiero più giovane era tutta espressa dal volto.


Sembra lo stesso condottiere di Antonello da Messina, ma 20 anni dopo.




mercoledì 5 febbraio 2014

Preludio. Viaggi mai fatti (da Antonio Tabucchi)

Per Silvia, a proposito della poetica del viaggio...

AIX, Tabucchi riceve il dottorato honoris causa - photo by JSpaccini




In ricordo di Antonio Tabucchi



 
Amore mio,
ti ricordi quando non siamo andati a Samarcanda? Scegliemmo la migliore stagione dell’anno, l’inizio dell’autunno, i boschi e i cespugli intorno a Samarcanda, laddove scendono le colline aride e spunta la vegetazione, si infiammano di foglie rosse e giallo ocra, e il clima è dolce, diceva la nostra guida, ti ricordi la nostra guida? L’avevamo comprata in una piccola libreria dell’Ile Saint-Louis, Ulysse, specializzata in libri di viaggio […].
A Samarcanda si può arrivare in vari modi, diceva la guida, e il più rapido è l’aereo, ma certo è anche il più banale. Per esempio potete partire da Parigi, da Roma o da Zurigo e volare direttamente su Mosca, ma qui dovete pernottare, perché non esiste una coincidenza aerea per l’Uzbekistan che vi consenta di arrivare in serata. E: ci conveniva pernottare a Mosca? […]
Ma era la scelta più banale, perciò la lasciammo perdere di comune accordo. Era molto preferibile il viaggio via terra, il treno, e fu per quello che decidemmo: Orient-Express e poi o Transiberiana o via Teheran. L’Orient-Express, si sa, esercita il suo fascino anche sugli intellettuali più snob, come noi non ci consideravamo magari essendolo, ed è per questo che ci dicemmo: in treno, in treno. […]
Da dove si prendeva l’Orient-Express? Ma dalla Gare de Lyon, dalla Gare de Lyon! E in quella meravigliosa stazione, che cosa c’è? Ma il Train Bleu, il più affascinante ristorante di Parigi! Te lo ricordi? Certo che te lo ricordi, non puoi non ricordartelo. Il Train Bleu sono tre enormi sale con affreschi pompiers alle pareti, divanetti di velluto rosso, lampadari di Boemia e camerieri col giacchino e un tablier immacolato che ti dicono “Bienvenus, Messieurs Dames» con l’aria di chi non gliene frega niente. Tanto per cominciare ordinammo ostriche e champagne, perché due che non partono per Samarcanda con l’Orient-Express avranno pure diritto di cominciare così, no?  […]
(…) Il vero viaggio da non fare era Samarcanda. Io ne serbo un ricordo indimenticabile, e così nitido, così dettagliato come possono darlo solo le cose vissute davvero nell’immaginazione. Sai, leggevo un filosofo francese che ha osservato come l’immaginario obbedisca a delle leggi rigorose come quelle del reale. E l’immaginario, amore mio, non è affatto l’illusorio, che è davvero un’altra cosa. Samuel Butler era proprio un bel tipo, non solo per i fantastici romanzi che ha scritto, ma per la sua maniera di vedere la vita. Mi viene in mente una sua frase: «Posso tollerare la menzogna, ma non sopporto l’imprecisione». Amore mio, menzogne ce ne siamo dette molte nella nostra vita, e tutte le abbiamo accettate reciprocamente, perché erano così vere davvero nel nostro immaginario desiderante. Ma ce n’è stata una, o, se preferisci, una multipla intorno allo stesso fatto reale, che ci ha perduti per sempre, perché era una menzogna falsa, perché era l’illusorio, e l’illusorio è necessariamente impreciso, esiste solo nella nebbia dell’autoillusione.
Nei nostri sogni avevamo sempre fatto come Don Chisciotte che spinge il suo immaginario fino in fondo, un immaginario che presuppone la follia, purché essa sia esatta: esatta nella topografia del paesaggio reale che egli attraversa con la sua immaginazione. Avevi mai pensato che il Don Chisciotte è un romanzo realistico? E invece, un giorno, ecco che all’improvviso da Don Chisciotte tu diventi Madame Bovary, con la sua incapacità di delineare i contorni di ciò che desiderava, di decifrare il luogo in cui si trovava […] Non si può dire «era un premuroso signore che mi teneva compagnia», oppure «non credo fosse amore, piuttosto una specie di tenerezza». Non si possono dire cose così, amore mio, o almeno non potevi dirle a me (…): lui era solo un uomo di una certa età con cui andavi a letto. era un tuo amante che credevi fatto d’aria, ma che era di carne. È per questo che ti ricordo il viaggio che non facemmo a Samarcanda, perché quello sì che fu vero e nostro e pieno e vissuto. […]
Ti ricordi le ultime parole di Cechov? Certo che te ne ricordi, restammo entrambi strabiliati, fra l’altro né io né te avevamo mai saputo che Cechov morendo avesse detto «Ich sterbe». Già morì in una lingua non sua.  Che strano, vero? Amò sempre in russo, soffrì in russo, odiò (poco) in russo, sorrise (molto) in russo, visse sempre in russo e morì in tedesco.  […]
Ah, l’uso improprio che facemmo a Samarcanda delle ultime parole di Cechov! […] La prima volta fu in quella specie di torre di Babele chiamato Siab Bazaar: gli odori, le spezie, i copricapi, i tappeti, l’urlìo, la calca, la folla dove si mescolavano il Turkestan, l’Europa, la Russia, la Mongolia, l’Afghanistan e io mi fermai esterrefatto e gridai: «Ich sterbe!». E “sterbere” fu da allora una parola d’ordine, un obbligo, quasi un vizio. […]
Chissà perché decidemmo di non andarci, tu te lo ricordi?, io sinceramente no. Eravamo stanchi, questo è sicuro, e poi quel viaggio era stato così intenso, e pieno di emozioni e di immagini e di volti e di paesaggi, che ci sembrò di esagerare, è come quando entri in un museo troppo grande e troppo ricco e decidi di saltare alcune sale affinché il bello non si sovrapponga al bello già visto e diventando troppo annulli il ricordo del precedente. E poi la vita ci richiamava alla realtà, la vita quotidiana a volte concede alcune fessure, ma si richiudono subito.
Mi si è riaperta solo ora, quella fessura, dopo tanti anni. E così mi sono messo a ripensare alle cose che non si sono fatte, è un bilancio difficile ma necessario, a volte può anche dare una sorta di leggerezza, come una contentezza infantile e gratuita. […]
Lo sai, amore mio, non ti avrei scritto tutto questo se non fosse così tardi, cioè se io non fossi nel rovescio dell’estate, nei giorni di sole di un dicembre. Ma le pagine di quel romanzo che non scrissi mi hanno risvegliato quel viaggio che non facemmo, forse perché parlano di stelle, e ha tante stelle il cielo che è piccolo danno che ne cada l’una o l’altra, e noi cercammo di capirne la topografia, quel ventiquattro settembre di tanti anni fa, perché una notte intera del viaggio che non facemmo a Samarcanda la passammo all’osservatorio di Ulug Beg. Che sciocchezza studiare le stelle, vero? Per terra bisogna guardare, per terra, perché la vita ci obbliga sempre ad abbassare il capo.
In questi ultimi giorni mi sono messo a studiare un po’ di uzbeko. Ma così per scherzare, come si studiano certe lingue sul manualetto del perfetto viaggiatore, e poi ho letto che studiare le lingue a una certa età previene il morbo di Alzheimer.
Ti ricordi come ci sembrava buffa questa lingua quando la sentivamo parlare? Per esempio, “arrivederci”, che poi vuol dire addio, è una parola buffa perché sembra addirittura spagnola, si dice alvido. Ma forse la formula più buffa è men olamdan ko’z yaemapman. Che tuttavia è espressione letteraria. Quella più semplice, cioè familiare, è men ko’z o’ljapman. Sai cosa vuol dire?
È un verbo. Vuol dire Ich sterbe, mio caro amore.
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Estratto ridotto da me e tratto da «Libri mai scritti, viaggi mai fatti» in Antonio Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere, Milano, Feltrinelli, 2001.
N.B. Se ne consiglia la lettura ascoltando il Preludio Atto I del Lohengrin di Richard Wagner

martedì 19 novembre 2013

Il Risorgimento spiegato in maniera semplice

È appena uscito per i tipi Le Càriti di Firenze il mio ultimo libro: Quei corpi in cielo senza più calore. Miti  e realtà del Risorgimento: passioni letterarie, illusioni e disillusioni pittoriche

Si tratta di un compendio delle lezioni dispensate, nel 2010, ai miei studenti di Master e a quelli del 2° anno specialisti di italiano presso l'università di Caen Basse Normandie.

Argomento dell'opera è il momento storico in questione, visto secondo un'ottica letteraria e pittorica.






NOTA DELL'AUTRICE

Mi son sempre chiesta perché nella meritevole  enciclopedia Conoscere dei Fratelli Fabbri Editori - destinata ai bimbi e ragazzini italiani, figli della classe operaia e piccolo-borghese degli anni Sessante del secolo scorso -, un'opera nella quale si parlava di tutto, ma proprio di tutto, mi son spesso chiesta, dicevo, perché non ci fosse nemmeno una pagina esplicitamente dedicata al Risorgimento.

Quand'ero liceale, laica e progressista com'ero e come son rimasta, ho continuato a chiedermi perché parlare di Risorgimento o di amor di patria fosse visto con sospetto.

Poi, all'università, approfondendo, tra l'altro, lo studio della storia d'Italia, è venuto il tempo in cui ne ho capito le ragioni. Cioè, le ho comprese ma non le ho fatte mie.

E allora, seppure per vie traverse - cioè, dal punto di vista letterario e pittorico che sono ormai da tempo i miei campi di ricerca -, ecco che propongo ai lettori un rapido sguardo e uno spunto di riflessione su un periodo così pieno di fermenti, ricco soprattutto di esempi positivi per quell'Italia che ancora oggi Franco Battiato - cui rendo esplicitamente omaggio nel titolo parafrasato del libro - definirebbe null'altro che Povera patria. 

Di questi tempi, poi, più che mai.

                                                                       Saint-Cloud, 1° aprile 2011 - 1° settembre 2013



mercoledì 6 novembre 2013

Giacomo Leopardi: l'anima in un abisso di pensieri indeterminati


Giacomo Leopardi nel 1820 (www.wikipedia.it)

16 Gen.1821
Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una descrizione, una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l'idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito: e ci pasce e ci riempie l'anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli, come una bella prospettiva, campagna, pittura ec. proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente ed essenzialmente vago e indeterminato. Il piacere di quella sensazione si determina subito e si circoscrive: appena comprendiamo qual fosse la strada che prendeva l'immaginazione nostra da fanciulli, per arrivare con quegli stessi mezzi, e in quelle stesse circostanze, o anche in proporzione, all'idea ed al piacere indefinito, e dimorarvi. Anzi osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; o in genere, o anche in ispecie; vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ec. perché ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. E ciò accade frequentissimamente.
Giacomo Leopardi (Zibaldone)

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È una paginetta celeberrima, tratta da quel diario intimo di riflessioni, annotazioni, scritti che è lo Zibaldone, inteso come miscuglio di cose, e che il poeta scriverà per tutta la sua breve vita. Il brano che riporto, scritto nel gennaio del 1821  è un ulteriore esempio - se mai ve ne fosse bisogno - della grandezza di Leopardi. Un classico è tale quando attraversa i tempi, apparendoci sempre moderno, perché parla ai nostri sensi, al nostro interiore, destandoci sentimenti di meraviglia, facendoci esclamare: è proprio così. Transepocale.

Giunta all'età che ho oggi, leggendo queste poche righe del poeta di Recanati, mi trovo a dire: «è vero».
È vero, spessissimo ho uno scoppio di felicità interiore (Leopardi non azzarda a tanto, dice "piacere") è quando mi trovo a ripercorrere, riprovare, rivedere, un sentimento, una sensazione, un'immagine che appartiene alla mia fanciullezza e che rivivo - sia pure solo per un attimo - nella sua interezza. Una sorta di transustanziazione laica.

Dice il poeta che solo nell'anima dei fanciulli, degli antichi o degli ignoranti può albergare la pienezza di un piacere. Quando si è colti (come Giacomo Leopardi) e/o adulti, la ragione, l'intelletto, la cultura inficiano, intorbidano, annacquano, affogano (usate la metafora che più vi aggrada) la pienezza, la purezza e la spontaneità di quel piacere.

Per questo amiamo la malinconia, da adulti, perché ci precipita l'anima in un abisso di pensieri indeterminati (lo scrive nel luglio del 1820), ciò a cui aspiriamo appare lontano, vago. Irraggiungibile, e per ciò stesso desiderabile. Perché nella natura dell'uomo, aggiungo io e non solo io, sta il lanciare se stesso OLTRE se stesso.

Immaginazione e illusione nutrono i nostri aneliti all'infinito, o meglio all'indefinito, all'insaisissable, dove l'anima si perde.

Leopardi dice tutto ciò all'età di 23 anni. Genio.

venerdì 18 ottobre 2013

Note a margine. La vita appassionata (gli amori) di Niccolò Ugo Foscolo


Ugo Foscolo



AUTORITRATTO

SONETTO 1802 
RIME ABAB BABA CDE CED 

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbro tumido acceso, e tersi denti,
capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra; vestir semplice eletto;
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
pronto, iracondo, inquieto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace:
morte sol mi darà fama e riposo(1).

A rischio di cadere nel pettegolezzo, nel gossip, nell'aneddotico, non si può fare a meno di constatare che quest'uomo, Niccolò Ugo Foscolo, morto ad appena 49 anni, ebbe una vita intensissima.
Non sto a parlare del suo impegno politico, che lo fece arruolare più volte, né del suo amor patrio. Non sto a parlare dell'altissimo esempio letterario che rappresenta.No. Rifletto un attimo proprio sull'uomo.
Un uomo eternamente innamorato. Possibile?



Teresa Pikler
Solo a far la lista delle sue passioni più note (per chi volesse addentrarsi nella fitta selva, consiglio di consultare questo sito):


  1. (LAURA?) vagheggiata in un poemetto, non sappiamo se reale o immaginaria. Direi che potremmo azzardare che il nome sia petrarchesco, ma che la persona fosse in carne ed ossa.
  2. ISABELLA TEOTOCHI ALBRIZZI, scrittrice (lui ha 17 anni, lei 35. Ha appena ottenuto l'annullamento delle sue nozze. In quel momento è una donna libera).
  3. TERESA PIKLER, attrice  (è la moglie di Vincenzo Monti). Ispiratrice del personaggio femminile Vera storia di due amanti infelici.
  4. ISABELLA RONCIONI, 18enne, promessa sposa al marchese Bartolommei, Ispiratrice del personaggio femminile delle Ultime Lettere di Jacopo Ortis.
  5. LUISA PALLAVICINI
  6. SOFIA EMERYTT, inglese, con la quale mette al mondo una figlia di nome Mary ma che lui chiama Floriana
  7. MARZIA MARTINENGO, contessa
  8. ELENA MADDALENA BIGNAMI
  9. ANTONIETTA FAGNANI-ARESE, marchesina (Ode all'amica risanata)
  10. FRANCESCA GIOVIO (rapporto platonico?)
  11. CORNELIA ROSSI-MARTINETTI
  12. ELEONORA NENCINI
  13. QUIRINA MOCENNI MAGIOTTI (amica, amante, madre e sorella)
  14. TERESA PESTALOZZA (terzo amante della donna, Foscolo spiffera tutto al marito, poi si pente)
  15. LUCETTA BATTAGLIA
  16. BARBERINA WILMOT
  17. CAROLINA RUSSELL
  18. varie locandiere, cameriere, etc. senza nome
Quirina Mocenni Magiotti

Non ho rispettato la cronologia e forse qualche amore sarà stato solo platonico, chissà.


Quanti amori! Si fa fatica a stargli appresso.
Ma come può un uomo amare così tante donne?
Alcune di esse simultaneamente. Si può, si può. Foscolo non era un uomo banale. Non era un uomo comune. E nutriva forti (forse brevi, ma intense) passioni.
Aveva bisogno di provarne... per sentirsi vivo, probabilmente. E il suo impegno politico, e il suo attivismo come soldato, e la sua innegabile arte, e  le lettere e gli spostamenti? Quante cose in appena 49 anni di vita terrena.

Luigia Pallavicini Ferrari

Isabella Teotochi Albrizzi


Marzia Martinengo















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(1) PARAFRASI:


Ho la fronte segnata dalle rughe, gli occhi scavati e intensi,
capelli di colore rosso, guance pallide, aspetto indomito,
labbra rosse e pronunciate, denti bianchi,
capo chino, un bel collo e un ampio torace;
membra ben proporzionate, modo di vestire semplice, ma decoroso;
passi rapidi, e così i pensieri, i gesti, il modo di parlare;
sono sobrio, umano, leale, prodigo e schietto;
io contro il mondo, il mondo contro di me;
talvolta sono ardimentoso a parole, spesso nelle azioni;
la maggior parte dei miei giorni me ne sto triste e solo,
sempre pensieroso, irascibile, inquieto, testardo:
ricco tanto di vizi quanto di virtù, elogio
la ragione, ma poi, di fatto, inseguo il sentimento:
soltanto la morte mi darà fama e riposo.

(questa parafrasi è copincollata da questo sito)