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domenica 14 dicembre 2014

Analisi e commento de IL VIAGGIO di Luigi Pirandello

IL VIAGGIO 
di Luigi Pirandello

Tradizionalmente, questo racconto pirandelliano inizia con darci  un gran numero di informazioni sul personaggio principale. 
Adriana Braggi, sposatasi a 18 anni, vive reclusa in casa, senza mai uscire, da ben 13 anni (ora ne ha dunque 35) cioè da quando è rimasta vedova dopo soli 4 anni di matrimonio. Nemmeno si avvicina - come fosse sepolta viva - alle finestre di casa, e per di più in una casa lontana dal centro abitato, il quale è comunque definito come «alta cittaduzza dell'interno della Sicilia», dove la terra è arsa dalle zolfatare. 
Tutto sa di chiuso, di angusto, di limitato. Fin dall'incipit del racconto, manca l'aria, si respira appena.
Anche se il mondo è "fuori" e non ha modo di controllare il contegno di lei, la donna veste accuratamente di nero (come converrebbe a una vedova), con anche un fazzoletto che le nasconde i bei capelli castani che non presentano vanità alcuna.
Lo sguardo è mesto ma sereno e dolce; giacché se non è felice, perlomeno non è più tormentata dal marito, gelosissimo, ch'ella aveva sposato senza amore. Ma i «rigidi costumi» non si interessano alla sua condizione; infatti,  pure da vedova, ella ha un codice da osservare: dev'essere invisibile, «quasi morta per il mondo».
Gli uomini hanno modo di distrarsi, le donne no: per loro ci sono le faccende domestiche e un allenamento fin da bimbe a diventar le serve dei loro futuri mariti. Unica "distrazione" possibile per loro: stringere tra le braccia un bimbo o in assenza di esso, recitare il rosario.
Com'era questo marito geloso scomparso nei primi anni del matrimonio? «Debole di complessione». Vale a dire debole, malaticcio, fisicamente poco attraente (al contrario di un altro ben più noto personaggio, quel Renzo Tramaglino, protagonista de I Promessi Sposi, il quale ha preso come tanti altri la peste, ma che, grazie alla sua «buona complessione», vincerà il male). 
E Adriana non lo ama. Non l'ha mai amato. Da lui ne è oppressa a causa della gelosia che è ancora più forte in quanto rivolta verso il fratello maggiore, cui ha fatto un grave torto.
Secondo le regole non scritte di questa società siciliana (tuttavia sempre lontana nel racconto) che non entra dentro il microcosmo pirandelliano, perché le regole sono introiettata fin dalla nascita e anche da prima, nella famiglia Braggi, un solo uomo avrebbe dovuto sposarsi («perché le sostanze del casato non andassero sparpagliate»), secondo il diritto di maggiorasco, vale a dire il primogenito.

E il demerito (il «tradimento», dice il narratore) del defunto marito è quello di essersi sposato. E già, perché in questa storia non è lui il primogenito, bensì il fratello Cesare. Ma l'avente diritto a tutto il patrimonio nonché al diritto alle nozze, Cesare Braggi, non si è - all'apparenza - offeso, giacché il comune padre aveva disposto che il capofamiglia sarebbe rimasto lui, cui il fratello minore, seppure ammogliato, doveva comunque obbedienza, vita natural durante. Non poteva però più sposarsi, il figlio maggiore, appunto per non dividere a metà i beni familiari.

In tutto questo, Adriana si sente umiliata, giacché lei deve obbedienza al marito nonché al cognato. Non solo, ma ha appreso dal suo stesso sposo - e fin dall'inizio - che Cesare l'avrebbe chiesta in sposa, se il fratello minore non si fosse mosso in anticipo in tal senso.
Ancora più in imbarazzo si sentirà Adriana, allorquando si rende conto che il cognato la tratta come una «vera sorella»; è gentile, non esercita il suo potere su di lei, neppure dopo la morte del legittimo marito.
E anzi, l'imbarazzo che poteva instaurarsi a vivere, loro due da soli tra le pareti domestiche (Adriana ha comunque avuto due figli dal coniuge), è annullato dalla premura di Cesare che fa accorrere in casa la mamma di Adriana, ufficialmente affinché l'anziana donna le faccia compagnia.

Cesare non è descritto fisicamente, bensì solamente nel suo incedere interpersonale: è di una «squisita signorilità naturale» al contrario della ruvidezza dei paesani; di modi gentili, contro l'ordinaria rozzezza degli uomini del suo tempo, con giusto un po' di «rilassata pigrizia» a fare da contraltare a tanta virtù. 
E che sia un vero uomo, un uomo vero in tutti i sensi, lo capiamo dal fatto che una volta all'anno - anche per più di un mese - il maggiore dei Braggi vada a «tuffarsi nella vita», a prendere «un bagno di civiltà»:  a Palermo, Napoli, Roma, Firenze, a Milano. Quando ne ritorna è sempre come ringiovanito.
Invece Adriana  non è mai uscita dal paese. 
E ogni volta che lui torna, la donna ha un «segreto turbamento»: non sappiamo bene dire se sia dovuto all'incontro rinnovato col cognato oppure al vagheggiamento del viaggio di lui. Forse entrambe le cose?

Quale sia l'interesse segreto rivolto al cognato dovrebbe indicarcelo il fatto che all'epoca in cui il marito era ancora in vita, Adriana si sdegnava nel sentirsi raccontare dal fratello minore le avventure galanti del fratello maggiore e provava ribrezzo nel dover poi assecondare le voglie sessuali del marito sovraeccitato...
Una timidezza, quella di Adriana, che lei stessa imputa al marito geloso (il pensiero le si è inculcato nel profondo o già non esisteva?). 

Con l'arrivo della madre di lei, tutto il suo amore si riversa sui figli e vive solo come mamma e non più (non mai) come donna. Il pretesto per sentire - senza colpe - l'assenza di Cesare è dato dalla paura che le donne avrebbero a stare di notte da sole, senza la protezione di un uomo, in casa.  Tutto ciò rivela in realtà che lei non avrebbe voluto che lui se ne andasse neanche per una volta all'anno. In verità, a parte le vacanze annuali di un mese, il maggiore dei Braggi è uno zio attento, quasi un padre. 

Ma poi anche la madre, divenuta una sorella, muore. E con essa muore in Adriana l'idea di essere ancora una figlia. Ora si sente vecchia, con quei due figli maschi di 16 e 14 anni, alti quasi quanto lo zio.

Finché a dare una svolta alla storia che finora è stata resoconto del passato, ecco che giunge la malattia di Adriana («un vago malessere, una stanchezza, una oppressione un po’ a una spalla, un po’ al petto; un certo dolor sordo che le prendeva talvolta anche tutto il braccio sinistro e che di tratto in tratto diventava lancinante e le toglieva il respiro»). Un malessere alla pleura, il suo, che si manifesta chiaramente fin da subito come un male fatale. E che si rivelerà essere un cancro.

Occorre partire per avere nuovi e più ottimistici consulti, ma Adriana non ha abiti per viaggiare. E poi non può lasciare i figliuoli da soli... Per carità, per carità. Occorre ora a Pirandello una distrazione, un ralentissement, una deroga al finale. Ed ecco dunque i vestiti. Servono anche per ricordare - se mai ve ne fosse bisogno - che Adriana è bella. E se non sembra tale è solo perché si trascura.

Si ordinano i vestiti e i cappelli a Palermo, e quando arrivano dalla città, apprendiamo che sono neri da lutto, ma eleganti. I figli per primi vogliono vedere la loro mamma - che ora  guardandosi allo specchio si vergogna per quegli abiti aderenti che la rendono fanciulla, giovane e bella. Anche i figli lo notano. E poi anche Cesare la vede e si complimenta con lei, dandole del tu. 
Agitata ma sensuale, Adriana si pettina i lunghi e tanti capelli...

Finalmente si lascia la cittaduzza, si va a Palermo, poi si lascerà anche Sicilia, dirigendosi verso il Continente. Per altri consulti ancora, forse per un rimedio. Perché si tenta il tutto per tutto. E perché Cesare, soprattutto, non vuole darsi per vinto.

«Sola con lui». 
Questo è il pensiero di Adriana. Torna il turbamento, all'apparenza ancora non riprovevole, ma in realtà portatore del vero significato dei suoi sentimenti fin lì soffocati.
Il viaggio si farà  in treno. 
Piacere e pene di quel viaggio: la meraviglia dei luoghi che ci sono sempre stati e sempre continueranno a esserci, anche senza di lei. 
Adriana guarda fuori dal finestrino, per non guardare negli occhi di lui.


A Palermo, riceve la sentenza di morte attraverso lo sguardo di «costernazione» di Cesare Braggi e l'eccessiva gentilezza («la premura affettata») del primario che li ha ricevuti in casa e che ha dato ad Adriana una mistura composta di veleni che funzionano da medicinali. Ma che non servirebbero a guarirla. 

Adriana vive la sua malattia come un'estranea, come se la morte non dovesse colpirla più di tanto, come se non già la morte di per sé non fosse interessante quanto piuttosto la sua stessa persona che ne è colpita. 
Lei si sente infatti sempre e ovunque «estranea e di passaggio», come lo siamo tutti noi, ma in lei questa modestia che è la sua qualità principale, è anche la sua catena più grande.

Tuttavia, ora Adriana sa che non c'è più nulla da fare, che non potrà guarire e tornare alla vita di sempre, che non potrà più svolgere il suo ruolo di mamma, giacché il tempo della morte si appressa, dentro di sé «appiattata là sotto la scapola sinistra»... ora, che tutto è chiaro anche per lei, ora sì, Adriana può lasciarsi andare - insieme con le lacrime liberatorie - può concedersi finalmente alla VITA.

E di città in città, a cominciare da Napoli - ora che non c'è più nessuna onorabilità da salvare o decenza da osservare, lontano da sguardi bigotti, ecco alfine che vediamo quest'amore che è sempre rimasto protetto in un alone di non-detto, di non-pensato, finanche, divellere ogni regola. 

Non c'è più posto, nel finale del racconto, per l'ironia iniziale proposta da Pirandello; non ci son più padroni uomini che rincasano, né donne sottomesse ad attendere. Ora ci sono un uomo e una donna che si amano liberamente, «senza memoria, coscienza né pensiero, in un'infinita lontananza di sogno».
Anche se ora - in quei pochi giorni vissuti felicemente -, ora che ha conosciuto tanti posti meravigliosi e l'amore a lungo taciuto di Cesare ormai condiviso, Adriana soffre perché non vorrebbe più morire. E poiché la fine è ineluttabile, allora sì, morire sì, ma nella frenesia, nella passione del vivere gli ultimi giorni della propria vita.


Non c'è via d'uscita: a Milano  la nostra protagonista ha compreso chiaramente che è finita, ma vuole concedersi - romanticamente - un' ultima tappa, Venezia: il giorno di velluto, della gondola e della bara.

L'indomani prenderà la mistura di veleni. È il momento della precipitazione degli eventi, siamo giunti alle ultime righe della storia: Adriana beve tutta la boccetta dei medicinali. Un veleno che era anche un farmaco, un farmaco che è un veleno, estremo atto con cui andarsene silenziosamente dalla vita di tutti, anticipando l'attesa dell'irrevocabile sua dipartita.

Un Pirandello forse anomalo, questo de Il viaggio, per chi è abituato a leggere il suo amaro umorismo, puntuale soprattutto nelle chiose finali come è proprio della novella. Qui, l'autore siciliano aveva iniziato a fare del sarcasmo sociale, a proposito della condizione delle donne sottomesse ai mariti-padroni, ridotte a situazioni di schiavitù psicologica, s'è detto, in una Sicilia in cui esiste un sistema di valori interiorizzato che vale più della legge dei tribunali.

Ma poi il personaggio di Adriana mette le ali e nel momento in cui esce dall'angusto luogo in cui è nata e vissuta, si apre al mondo - come una Cenerentola o una Pretty Woman - assaporando la vita, il gusto leggero e felice e gioioso della vita, che tanto più è cara quando la sentiamo venire meno. Il finale, pur tragico, è delicato, è un suicidio razionale non disperato, senza commenti né da parte della protagonista né da parte del narratore; Pirandello non deve dimostrare, né proteggersi dalla censura. Scrive nei primi anni del Novecento, pubblica sul finire degli anni '20, Non è Flaubert, non ha tra le mani Emma, bensì Adriana.  [Jacqueline Spaccini]


IL VIAGGIO film del 1974
di Vittorio De Sica
con Sophia Loren & Richard Burton
liberamente ispirato al racconto


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Il testo integrale del racconto si trova qui
L'audiotesto che consiglio è la lettura di Margaret Collina (la migliore)

domenica 23 settembre 2012

La rimpagliatrice di Maupassant



UNA NOVELLA DI GUY DE MAUPASSANT



La rimpagliatrice (ovvero, in lingua originale, La Rempailleuse) è una novella di Guy Maupassant pubblicata nel 1882 e appartenente al ciclo «Racconti della Beccaccia» (Contes de la Becasse).

foto prelevata dal sito www.3emme.it

Testo efficace, crudo e crudele, come sempre nello stile di Maupassant.

È la storia (come anticipa il titolo stesso) di una umile rimpagliatrice, cioè una di quelle artigiane - come forse oggi non ne esistono più - che si spostavano di città in città (o meglio da una cittadina all'altra) offrendosi di restaurare le sedie di paglia,  sostituendo o aggiustando la paglia che ne costituisce la base (dove poggiano i nostri glutei, insomma).

Secondo uno stile che rimanda sottilmente alle novelle decameroniane, la novella si apre su un argomento attorno al quale, alla fine di una cena presso un marchese di Bertrans, si sviluppa ben presto una discussione animata tra gli ospiti, undici uomini, otto donne e il medico del paese chiamato a fare da arbitro.


L'argormento è: 
si può amare una sola volta nella vita oppure più volte? 

Due partiti sostenitori dell'una o dell'altra tesi si oppongono ferocemente. Le donne sono piuttosto inclini alla tesi dell'unico grande amore, gli uomini - con in testa il padrone di casa - ritiengono che coloro che si sono tolti la vita per colpa di quell'unico amore disgraziato, se non avessero compiuto un atto così  idiota, si sarebbero ben presto innamorati di nuovo.

Come per l'alcolizzato, qui a bu boira, qui a aimé aimera; insomma, chi ha bevuto berrà di nuovo e chi ha amato di nuovo amerà, sentenzia e chiosa il marchese di Bertrans.

Guy de Maupassant
Tutti chiedono allora il parere, l'opinione che tranci il responso finale, all'uomo di mondo, il medico parigino che si è ritirato a vivere in campagna... il quale, però, non ha nessun'opinione tranchante in merito.
Dà ragione al marchese (è questione di temperamento), ma poi afferma di aver conosciuto un evento che darebbe ragione alle signore: una passione durata 55 anni, senza aver conosciuto battute d'arresto.  

Si permette dunque di raccontarne la storia che ha come protagonista una  rimpagliatrice. Era una donna che passava una volta all'anno da quelle parti, nei pressi del castello del marchese, una donna da sempre perdutamente innamorata del farmacista del borgo, M. Chouquet. Sicché tutti conoscono i due.

Seguono piccole, brevi e quasi soffocate, esclamazioni di disgusto (una rimpagliatrice, puah!), come se l'amore per essere tale dovesse toccare in sorte solo a coloro che appartengono ai ceti più abbienti.

Chiamato al suo capezzale e designato quale esecutore testamentario, il medico si sente narrare dalla donna agonizzante la sua vita che racconta ai commensali.

* * *

La storia ha inizio quando la nostra protagonista è appena una bimbetta, al seguito dei suoi genitori, sorta di gitani itineranti che viaggiano continuamente portandosi appresso una carrozza, una mobil home ante litteram (di cui questa è senz'altro una versione ridotta del 1907).

La sua figuretta cenciosa strappa talvolta qualche soldino al borsellino delle signore più caritatevoli e altre volte si fa lanciare addosso una gragnuola di ciottoli da ragazzini perbene. Quando tutto fila liscio, il padre la chiama furfantella e la gente del borgo stracciona. E questo è il massimo di affetto che la bimba conosca. 

Un giorno, all'età di 11 anni, passando dietro al cimitero del villaggio, la bimba intende piangere il nostro Chouquet, all'epoca bimbetto, che piange perché un compagno gli ha sottratto due monete per il valore di mezzo soldo. La bimba, commossa, regala al piccolo tutto quel che ha: 7 soldi, e lo bacia e lo abbraccia. L'altro si lascia fare, tutto intento com'è a contemplare quel tesoro. La ragazzina rimane talmente colpita da quel fanciullo che comincia a sottrarre denaro ai suoi genitori, fino a mettere da parte la bella somma di 2 franchi. Ma quando vorrebbe donarli a colui che occupa ormai la mente e il cuore, quello se ne sta tutto impettito nella bottega del padre, dietro al bancone. E lei lo può guardare solo di lontano.

Un anno dopo, lo rivede, nel cortile della scuola, e lo bacia subito. In cambio, gli regala 3,20 franchi. Lui li guarda e si lascia fare. La ragazzina è felice. 
 Così continuò nei 4 anni successivi: il denaro (finanche 5 franchi!) le consentiva di baciare l'oggetto del suo amore. 

Passa il tempo e il ragazzo viene inviato in collegio. La giovane non lo vede più. Dopo tre anni, riesce a scorgerlo, al paese, durante le vacanze scolastiche. Ma lui che cammina impettito nella sua giubba coi bottoni d'oro, finge di non vederla.  E tira innanzi.

Pianse la giovane. Cionondimeno, ogni anno tornava a rivederlo. E lui ogni anno fingeva di non riconoscerla. Un muro impenetrabile, era diventato.

L'unico uomo che abbia visto in vita mia, dottore - racconta la malata sul letto di morte - se ve ne fossero altri, io non me ne accorsi mai.

I genitori morirono e la donna continuò il loro mestiere, prendendo con sé due cani a sua difesa.
Una sera, tornando nel villaggio in cui era rimasto il suo cuore, passò davanti alla bottega del farmacista e lo vide uscirne con una donna al braccio. Si era sposato!

Non ci pensò su un minuto e andò a gettarsi nello stagno che stava sulla piazza del paese, volendo por termine alla sua vita.

Salvata da un ubriacone e condotta esanime nella bottega del farmacista, venne da questi rianimata e così apostrofata: «Pazza siete! Bisogna esser idioti per fare una cosa del genere!».

Per il solo fatto che le avesse rivolto la parola, la poveretta guarì e per molto tempo fu felice.

Si contentò, anno dopo anno, di recarsi nella bottega di lui e acquistargli medicine varie, continuando così a pagarlo senza più nulla pretendere, se non un suo fuggevole sguardo.


Il medico interrompe il suo racconto e annuncia ai commensali che la rimpagliatrice è morta nella passata primavera, lasciando a lui il compito di rimettere in eredità al farmacista le economie fatte in tutta una vita.
Recatosi l'indomani nella casa di quell'uomo così tanto amato e trovandolo nell'atto di pranzare con la sua sposa, raccontò loro tutta la triste storia, immaginando la loro pena nell'ascoltare la vicenda.

Ma la pena fu di diverso tipo: il farmacista e sua moglie furono disgustati dai sentimenti di quella «pezzente» e l'uomo si sentì addirittura insozzato nell'onore che, se lo avesse saputo, l'avrebbe fatta arrestare immediatamente fino a non farla uscire più di prigione, in fede sua!

Stupefatto, il medico era comunque in dovere di compiere la sua missione.
Dice loro che la povera donna ha lasciato al farmacista tutti i suoi averi, i quali ammontano a 2300 franchi. Tuttavia, vista la spiacevolezza della cosa, tale denaro sarebbe forse più opportuno donarlo ai poveri...

I due si guardano. Il medico estrae il gruzzolo, composto di monete di tutti i tipi e di tutte le contrade della Francia, e attende il responso. Ma ecco che i due decidono di accettarlo, quel vile denaro, «giacché sono le sue ultime volontà, difficile sarebbe rifiutarlo». Acquisteranno qualcosa per i bimbi, forse, dicono. 

Consegnato il denaro, il medico se ne va.
L'indomani, riceve la visita del farmacista, il quale gli chiede conto della carrozza della rimpagliatrice. È sua, se la vuole, risponde il medico. Allora l'altro la prende, per il suo orto, ma rifiuta i cani e il vecchio cavallo di cui non ha bisogno alcuno.

Con i 2300 franchi il signore e la signora Choquet acquisteranno  cinque obbligazioni delle ferrovie.

* * *
L'unico vero grande amore che il medico aveva incontrato nella sua vita era quello della rimpagliatrice verso il farmacista.
1925 ca.


JSpaccini©2012





domenica 15 gennaio 2012

Tra un treno e l'altro (racconto)



Tra un treno e l’altro


racconto di Jacqueline Spaccini

L’ha vista seduta nello scompartimento C carrozza 193 d’un treno di dieci anni fa che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito un paesaggio alpino, stanco e un po’ pieno di sé. Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano… Sarà che Goethe aveva ragione (l’eterno femminino ci attira verso l’alto) e che lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esiste allacciata ai nostri tendini fin da bimbi, sarà per quello che volete voi, Edoardo si innamorò di lei prima che potesse arrivare a scorgerne le gambe avvolte in calze 10 den. La prima cosa che pensò, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensò, ma non disse nulla.
Non la rivide nei successivi dieci anni.

Ed oggi all’improvviso quando lei era null’altro che spina conficcata nell’intestino (da allora aveva inspiegabilmente sofferto di colite), è entrato nel caffè di questo hôtel che costeggia la strada ferrata e l’ha rivista. LEI. Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Ancora non vede il colore dei suoi occhi. Edoardo è entrato per caso, è sceso dal treno per prendere una coincidenza… Non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna, una versione miniaturizzata di lei: si capisce subito che l’altra tenta di imitarla in tutto e per tutto. Infatti anche l’amica porta una cloche. Hanno ordinato un tè in coppette cinesi (che arroganza, quest’albergo!) e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “SUE”. “Sue che? Susan, forse dovrei chiamarla Susanna, Susie, Sue… Che nome insulso! No, non può essere il suo”, pensa e non dice nulla Edoardo, bloccato all’ingresso del caffè. Pensa che forse è la sua ultima occasione per fermare questa donna (di tempo ne ha perso fin troppo), prima che sia troppo tardi: a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà sui cinquanta e certo neanche lui è più un fanciullo…
“Ora o mai più. Mi butto” pensa, e si dirige verso il tavolo dove siedono le due donne. Nessuno sembra fare caso a lui, la coppia del tavolo affianco è intenta a parlare sommessamente; fumano, e l’uomo si guarda le unghie. Brutto segno.
“Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…”
“Pardon?” fa lei.
“Oddio, è pure straniera!”, pensa terrorizzato Edoardo e subito vorrebbe recuperare gli anni di scuola in cui non volle mai approfondire lo studio delle lingue straniere.
“Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?” Edoardo ha l’impressione d’essere caduto di piatto nelle pagine d’un romanzetto rosa. Dieci anni che la cerca con gli occhi e tira fuori una frase da cliché. Con lei! Si può essere più banali? Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero. “Che dico ora? E se dalle toilettes sbuca un marito?” è solo un attimo, Edoardo conclude tra sé: “E se sbuca un marito, chissenefrega!”


Nessun marito sbucò per i successivi quindici anni. Siamo nel futuro e Sue si affaccia alla finestra: il tempo ha concesso una tregua. Ha sciacquato e riposto la tazzina del caffè ed ora metterà il suo cappello di paglia; va bene per agosto. Va bene per andare a trovare Edoardo, laddove riposa in pace da un mese. Poi prenderà un treno che la porti via da Cap Cod.
     
                                                                  Jacqueline Spaccini © 2003


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Edward Hopper:
1. Scompartimento C carrozza 193; 
 2. Suey’s Chop;
 3. Mattino a Cap Cod