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mercoledì 6 novembre 2013

Giacomo Leopardi: l'anima in un abisso di pensieri indeterminati


Giacomo Leopardi nel 1820 (www.wikipedia.it)

16 Gen.1821
Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono ec. un racconto, una descrizione, una favola, un'immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l'idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito: e ci pasce e ci riempie l'anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli, come una bella prospettiva, campagna, pittura ec. proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente ed essenzialmente vago e indeterminato. Il piacere di quella sensazione si determina subito e si circoscrive: appena comprendiamo qual fosse la strada che prendeva l'immaginazione nostra da fanciulli, per arrivare con quegli stessi mezzi, e in quelle stesse circostanze, o anche in proporzione, all'idea ed al piacere indefinito, e dimorarvi. Anzi osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita, non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, si riferiscono a lei, dipendono e derivano da lei, sono come un influsso e una conseguenza di lei; o in genere, o anche in ispecie; vale a dire, proviamo quella tal sensazione, idea, piacere, ec. perché ci ricordiamo e ci si rappresenta alla fantasia quella stessa sensazione immagine ec. provata da fanciulli, e come la provammo in quelle stesse circostanze. Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un'immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. E ciò accade frequentissimamente.
Giacomo Leopardi (Zibaldone)

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È una paginetta celeberrima, tratta da quel diario intimo di riflessioni, annotazioni, scritti che è lo Zibaldone, inteso come miscuglio di cose, e che il poeta scriverà per tutta la sua breve vita. Il brano che riporto, scritto nel gennaio del 1821  è un ulteriore esempio - se mai ve ne fosse bisogno - della grandezza di Leopardi. Un classico è tale quando attraversa i tempi, apparendoci sempre moderno, perché parla ai nostri sensi, al nostro interiore, destandoci sentimenti di meraviglia, facendoci esclamare: è proprio così. Transepocale.

Giunta all'età che ho oggi, leggendo queste poche righe del poeta di Recanati, mi trovo a dire: «è vero».
È vero, spessissimo ho uno scoppio di felicità interiore (Leopardi non azzarda a tanto, dice "piacere") è quando mi trovo a ripercorrere, riprovare, rivedere, un sentimento, una sensazione, un'immagine che appartiene alla mia fanciullezza e che rivivo - sia pure solo per un attimo - nella sua interezza. Una sorta di transustanziazione laica.

Dice il poeta che solo nell'anima dei fanciulli, degli antichi o degli ignoranti può albergare la pienezza di un piacere. Quando si è colti (come Giacomo Leopardi) e/o adulti, la ragione, l'intelletto, la cultura inficiano, intorbidano, annacquano, affogano (usate la metafora che più vi aggrada) la pienezza, la purezza e la spontaneità di quel piacere.

Per questo amiamo la malinconia, da adulti, perché ci precipita l'anima in un abisso di pensieri indeterminati (lo scrive nel luglio del 1820), ciò a cui aspiriamo appare lontano, vago. Irraggiungibile, e per ciò stesso desiderabile. Perché nella natura dell'uomo, aggiungo io e non solo io, sta il lanciare se stesso OLTRE se stesso.

Immaginazione e illusione nutrono i nostri aneliti all'infinito, o meglio all'indefinito, all'insaisissable, dove l'anima si perde.

Leopardi dice tutto ciò all'età di 23 anni. Genio.

giovedì 22 ottobre 2009

Il BLU di Michel Pastoureau

LE GRAND BLEU
(no, non il Mediterraneo)


More about Bleu

SPROLOQUIO INIZIALE.
Meraviglioso libro, piccolo nel numero delle pagine e voluminosissimo per densità di informazioni, gradevole per stile di argomentazione; un piccolo tesoro che purtroppo - e per fortuna - è stato già tradotto in italiano (purtroppo, perché avrei voluto tradurlo io).
Ultima premessa: qua e là tra le cose scritte che riassumono il libro di Pastoureau, ci sono cose dette da me (studiate ai tempi lontani di Glottologia e del compianto prof. Giorgio Raimondo Cardona).


* * *



Michel Pastoreau qui un'intervista di Radio Canada (12'58")

Chi di voi pensasse che il blu è un colore da sempre presente nella nostra (nel senso di occidentale) cultura, sbaglierebbe di grosso.

Ricordate la bella tenuta di Russell Crowe alias Maximus il Gladiatore (sì, quello del film zeppo di errori storici), tutto bello in blu (cfr. foto)? Impossibile.
Impossibile perché per i Romani il blu non esisteva.
Spiego meglio. Non erano certo ciechi, come noi non siamo ciechi se ci addentriamo nella foresta amazzonica e vediamo tutta una sorta di marroni e di verdi e di rossi. Ma tutt'al più possiediamo una gamma di 3-4 forse 5 tonalità o sfumature per indicarli, noi miseri mortali. Così, i Romani vedevano il blu e tutte le sfumature (ciano e ceruleo sono in fondo parole latine), ma si limitavano a indicarlo con un (per noi) troppo vago glauco (etimologicamente, significa "scintillante" ed è un colore tra l'azzurro e il verde).
Tant'è che la parola blu (bleu, blau, blue) viene dal germanico blavus mentre azzurro viene dall'arabo (che non so scrivere correttamente e dunque tralascio).
Ma non era unicamente una questione di visione corretta o di nominalizzazione (per quanto si dica esse est percipi, per dirla volgarmente: esiste solo ciò che è percepito). Il colore blu non gode del gradimento romano, perché [traduco io]: "[esso] è soprattutto il colore dei Barbari, Celti e Germani, che a detta di Cesare e Tacito hanno l'abitudine di tingersi il corpo di questo colore per spaventare i loro avversari. Ovidio aggiunge che, invecchiando, i Germani si tingevano i capelli con il guado [la guède: di questo colore, ottenuto da una pianta che non esiste più, ho parlato qui, n.d.r)], per scurire i capelli bianchi" .
Per un Romano, anche avere occhi azzurri (per non parlare dei capelli rossi e riccioluti) era un deplorevole difetto.



Durante l'Alto Medioevo, il blu resta un colore discreto, appannaggio delle classi contadine o comunque delle persone di basso rango. Il rosso, il bianco e il nero la fanno da padroni nelle classi agiate.

Anche quando nascono i cosiddetti colori liturgici - osserva Pastoureau - il blu ha poco o per nulla spazio: la superiorità cristologica appartiene al bianco. E dopo il bianco, ancora il rosso e il nero.


Ma ecco che nel IX secolo, nell'impero carolingio, comincia a farsi strada questo colore come attributo della Vergine Maria. Prima del XII secolo, tuttavia, il colore ufficiale della Madonna resterà il bianco; blu, tutt'al più, (ma anche azzurro o celeste) sarà il suo mantello. Inizialmente colore di lutto (per la morte del Cristo in croce), il blu si fa via via più luminoso, meno funebre: fintantoché non finisce sulle vetrate delle chiese. A quel punto, il blu mariano si farà luce.


Vitrail au fond et à gauche de la Cathédrale Saint-Pierre de Montpellier

Diventerà in seguito il colore dei Re e segretissime saranno le formule per riprodurre tale o taltaltra nuance di blu. Quel che è più difficile - nei tessuti - sarà mantenere il tenore (insomma, il blu sbiadisce ben presto). Finché non si scopriranno le virtù dell'indaco (ma bisognerà giungere al XVII secolo).

A questo punto, siamo arrivati a poco prima della Riforma, il blu è un colore morale, secondo solo al nero. La Riforma però gli preferirà il nero, il grigio, il bruno o ancora il bianco (il colore della purezza); un piccolo spazio sarà concesso al blu purché sia senza brillantezza, severo, smorto.


Tutte le gradazioni del blu (clicca qui)

A partire dal XVIII sec., il blu è il colore preferito nell'Occidente, soppiantando il rosso. Il colore più noto è quello che chiamiamo blu di Prussia, poco stabile alla luce ma con forte potere colorante (nessuno ha mai voluto i blu délavé, evidentemente, almeno fino ai jeans), inventato per sbaglio - perché è un colore artificiale, contrariamente ai blu ottenuti a partire da lapislazzuli, azzurrite, smalto o piante vegetali (come il girasole o il succitato guado).


Il blu diventa alla moda durante il Romanticismo ; responsabile sarà la marsina di Werther. La sua severa redingote blu (sempre accompagnata da un panciotto giallo) detterà moda e decreterà il successo del blu presso i giovani europei nei 15 anni successivi.

All'epoca della Rivoluzione francese, il blu passa dalla coccarda alla bandiera, divenendo un colore politico e nazionale (ancora oggi, i calciatori francesi vengono detti i Bleus.)
Colore princeps delle uniformi (assieme al grigio), sarà il colore di un'altra uniforme - questa volta, passatemi l'ossimoro, civile - che da oltre 50 anni a questa parte non conosce declino : i jeans.
E se la parola in questione rivela l'origine italiana del termine (letteralmente: di Genova), la variante sopravvenuta nel tempo, il denim, proverrebbe dall'espressione de Nîmes (città della Francia meridionale). Nel 1853 Levi Strauss comincia a produrne; nel 1902 i suoi pantaloni prendono il nome commerciale di blue jeans (erano tinti con l'indaco). E nel 1926 la ditta concorrente Lee, apporterà una modifica introducendo la zip al posto dei bottoni.

Dall'inizio del XX secolo il blu è in testa a tutti i sondaggi circa le preferenze: è di gran lunga il colore più amato. Paradossalmente, oggi può apparire come un colore neutro. Scrive Pastoureau [traduco]:
"[Per il fatto che sia il colore preferito], qualunque sia il sesso, le origini sociali, la professione o il bagaglio culturale, il blu stritola tutto ". Da un lato, cancella le differenze, ma dall'altro - aggiungo io - crea eserciti di divise laiche perfettamente conformi (e conformate). Doppipetti blu, auto blu.

Poeticamente, il blu evoca il cielo e il mare, certo.
Quanto a me, preferisco il nero e il viola.

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Michel Pastoureau, Bleu. Histoire d'une couleur. Paris, Seuil, 2006 (tr. it. BLU. Storia di un colore. Milano, Ponte Alle Grazie, 2008. 12€. Traduzione di Fabrizio Ascari).

©Jacqueline Spaccini - Université de Caen -
Tous droits réservés 2009

martedì 4 agosto 2009

Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese


Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese (Sonnets from the Portuguese, 1846). Roma, Edizioni Il Labirinto, 2000, pp. 110.

Traduzione di Francesco Dalessandro. Nota critica di Annelisa Alleva. Testo inglese a fronte.

C’è un detto che detesto: Dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna. L’ho sentito ripetere spesso, nel corso degli anni. Mi è sempre sembrato profondamente ingiusto. E tanto più mi sembra tale al riguardo di una donna come Elizabeth Barrett Browning (1806-1861).

Di già il cognome maritale a seguire quello suo – quasi questo stesso non bastasse di per sé – a funzionare da neon intermittente per attirare l’attenzione del lettore sprovveduto (come a dire: leggi tranquillo, giacché è la moglie del poeta!). Per non parlare, poi, del titolo della raccolta poetica, Sonetti dal portoghese, che non era quello scelto da Elizabeth, bensì da Robert Browning.

E’ un fastidio momentaneo; poi passa. Passa nel momento in cui le pagine cominciano a dispiegarsi sotto gli occhi di chi intraprenda la lettura delle quarantaquattro poesie (tradotte in uno splendido italiano) raccolte nel libro.

Un amore ostacolato da dio, quello tra Barrett e Browning, ma meglio sarebbe dire dall’amore timorato di dio, se quando per caso si urtano con le ali/anche i nostri angeli custodi si guardano/stupiti, e se “Lui” mise la più nera/ maledizione sulle mie palpebre punendo/ la vista per averti visto. Fossi morta,/ i funerei sigilli non m’avrebbero esclusa/di più. Amico, il peggiore è il “no” di Dio.

Ma l’amore, quando è tale, non c’è divinità che lo arresti. Così, nel trascorrere della vita terrena, il sentimento prima epistolare, poi di sensi e di cuore, che scoppia tra Robert ed Elizabeth, conoscerà in sorte dopo una romantica fuga in Italia i sigilli del matrimonio.

Ha scritto Annelisa Alleva che “nella poesia di Elizabeth Barrett gli estremi sono sempre presenti: non c’è caduta senza stelle, non c’è salita vertiginosa d’amore senza dolore”. Perché? Probabilmente perché Elizabeth chiedeva tutto all’amore e tutto al suo Robert: se devi amarmi, sia solo per amore/ e nient’altro, scrive in una poesia. E prosegue: Non dire: “E’ per lo sguardo/ e il sorriso che l’amo, per il modo gentile/ di parlare, per una finezza di pensiero/ che risponde alla mia, perché un giorno mi fece sentire sereno.”

Una donna – a differenza degli uomini – intuisce il tramutarsi dei tempi e dei sentimenti, e attende guardinga il futuro e gli eventi, come un tradimento, come un gioco sleale. Sa che dovrà opporvisi, in una lotta impari. Ci si può battere, certo, ma non v’è speme di sopravvivenza. E allora, a Robert, lei chiede incondizionatamente: Amami solo per amore.

Per certi versi, Elizabeth Barrett mi riporta ad Emily Dickinson (di ventiquattro anni più giovane), ma a una Dickinson che avesse conosciuto l’épanouissement dell’amore, potendolo coltivare come i fiori che entrambe amarono, passione sospesa tra gioia e dolore, che regala alle pagine vergate scampoli di timori e felicità, che non si richiude su di sé come fanno le corolle quando s’appressa la sera.

Ma sempre persiste in Elizabeth la diffidenza e la ritrosia ad abbandonarsi alle promesse dell’impeto amoroso, se scrive: a te/ io guardo, a te, vedendo con l’amore/ la fine dell’amore, e al di là della memoria/ ascoltando l’oblio; come chi in alto/ sieda e fissi, oltre i fiumi, il mare amaro.

Si può combattere il prorompere ineluttabile dell’amore? Si può volerlo allontanare da sé, come fosse una maledizione? Sembrerebbe di sì: Go from me (Va’ via da me), fuggi da me, urla Elizabeth in incipit di una sua lirica; e non nel marmo fabbricherà i suoi sogni, bensì sulla sabbia. Nel suo Elogio de la sombre, Borges scriverà: Nada se edifica sobre la piedra, / todo sobre la arena, pero nuestro deber / es edificare como si fuera piedra la arena.

Non so se Elizabeth Barrett lo sentisse come un dovere, ma credo che il suo fosse un anelito inestinguibile, quello stesso di tutte le creature umane che non si arrendano alla vanità dell’esistenza (anche i credenti hanno dubbi feroci): proviamo a costruire sulla sabbia come se fosse pietra.

Ti ho trovato e sono salva, scrive grata al marito. Ma lei è donna difficile da amare e ciò malgrado ancora e ancora chiede: Dillo che mi ami! Perché lei, per suo conto, ha questo da dirgli: Beloved, I only love thee! let it pass (ti amo soltanto, caro. Questo è tutto).

Senza orgoglio, forse. Senza alternativa, di certo. Come tutte le donne barricadere, reattive – o, anche, battantes –, Elizabeth chiede (e si chiede): If I leave all for thee, wilt thou exchange/ And be all to me? Vale a dire: “se per te lascio tutto, sarai per me tutto?” Ovvero, se io credo nel nostro amore, basterà poi, questa mia fede in te, ad assicurarmi la dolce morsa della felicità? E sarò al riparo? Al riparo anche da me stessa, infine affrancata dalle stesse catene cui mi sono aggiogata?

E’ l’eterna richiesta, la sempiterna scommessa.

Jacqueline Spaccini

Roma, 2004

martedì 30 giugno 2009

Scrittrici italiane dimenticate. Un passo indietro.




Un passo indietro, un passo avanti e poi l'oblìo
di Jacqueline Spaccini


Francesco De Nicola e Pier Antonio Zannoni (a cura di). La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del primo Novecento. Venezia, Marsilio, 2002, 85 p., 11€50


Questo agile ma pregnante volume che contiene le relazioni presentate in un convegno genovese nell'ormai lontano 2001, mi dà l'opportunità di presentare (e soffermarmi su) alcune notevoli scrittrici italiane del primo Novecento. Sono otto e oggetto di studio da parte di specialisti, poco o per nulla lette da un più vasto pubblico.

Cominciamo con il citare quelle - sempre di italiane si tratta - che non sono dentro questo libro, in quanto famose (Poi vi porrò una domanda):


(Nella foto: una giovanissima Sibilla Aleramo)


Matilde Serao
Grazia Deledda
Ada Negri
Elsa Morante
Anna Banti
Sibilla Aleramo
Fausta Cialente
Alba De Cespedes
Gianna Manzini
Annamaria Ortese
Natalia Ginzburg
Maria Bellonci
Lalla Romano
Amelia Rosselli
Maria Luisa Spaziani
Margherita Guidacci
Dacia Maraini.

Non vi ho tirato fuori Gaspara Stampa e Vittoria Colonna. Vi ho fornito un elenco succinto di alcune delle maggiori scrittrici tra la fine dell'800 e la fine del '900. Rileggete i nomi.

Ed ecco la domanda: Chi leggete? Chi avete letto (magari a scuola, per obbligo)? Chi apprendete esistere qui, per la prima volta?

Ci sono buone possibilità che il 90% di voi abbia letto (o stia leggendo) almeno un romanzo di Elsa Morante e di Dacia Maraini, conosca i nomi della Serao, Negri e Deledda (premio nobel 1926) e/o le abbia lette nelle antologie scolastiche, abbia infine vagamente sentito parlare di Sibilla Aleramo, Lalla Romano e la Spaziani (magari in riferimento a Montale)...

Nel caso in cui le conosciate tutte, vorrà dire che:
a) avete più di 40 anni;
b) siete femministe (o lo siete state);
c) siete proff;
d) siete accanite lettrici;
e) tutte e quattro le cose qui sopra (o 3 su 4).

Scherzi a parte, si fa un gran parlare di scrittura femminile che non viene letta, di scrittrici italiane che vengono sacrificate, per poi accorgersi che noi per prime leggiamo Woolf, Dickinson, Austen, Lessing, Plath, Munro, Berberova, Allende, Serrano, Sebold, Nothomb, Duras, Fielding, Kinsella, Higgins Clark, Vargas, Kristof e chi più ne ha, più ne metta. Tutte straniere, insomma.



(il disegno Donna che prega è di Carla Massimetti clicca qui per vedere il suo album di chine)


Per cui adesso passo a parlare di scrittrici di cui probabilmente NON avete mai sentito parlare.
Quelle del libro, appunto. Piccolo riassunto degli interventi genovesi (mi limiterò a segnalare qualcosa, non riporterò approfonditamente le critiche altrui, né sicuramente metterò le mie, non avendo ancora letto i libri di cui si parla).
A me è venuta voglia di leggerle, queste scrittrici (alcune le conoscevo già, a dire il vero), e ho già ordinato alcuni romanzi.

Chissà che non venga la stessa voglia anche a voi, uomini o donne che leggete...

1. Annie Vivanti[1]

Intraprendente scrittrice (1868-1942), nata a Londra, figlia di un mantovano mazziniano e di una tedesca, poliglotta, a poco più di vent'anni va a conoscere Carducci. Gossip di fine Ottocento per la liaison (pare assolutamente casta) tra la minorenne e il Vate di trent'anni più anziano.
Lei gli sottopone le sue poesie, lui le confeziona la prefazione (Lyricae, 1890). L'affetto resterà per tutta la vita, ma lei sposa due anni dopo un giornalista irlandese, John Chartres, e con lui si trasferisce negli Stati Uniti. È la madre della celebre violinista Vivien Chartres, cui dedicò tutta la sua vita, sacrificandole il suo talento di romanziera. Pubblicò comunque varie opere, tra le quali I Divoratori e Naja tripudians. Già da tempo vedova, alla notizia della scomparsa della figlia sotto i bombardamenti londinesi, rientra in Italia. Perseguitata e come inglese e come ebrea, conosce a Torino una miserevole fine nel 1942.
A proposito di Naja tripudians (1921), nome di un cobra egiziano: è la storia di "due fanciulle giovani e ingenue, vissute in un chiuso ambiente di provincia [che] vengono convinte da una pseudo aristocratica a passare qualche giorno nella sua bella casa londinese. Ma quando le fanciulle arrivano cariche dei loro sogni e delle loro attese trovano ad aspettarle una ben diversa realtà. Imbottite di cocaina e seviziate capiscono di essere finite in una casa di piacere da cui per loro sarà impossibile fuggire" (p. 17).

2. Willy Dias (1872-1956) e 3. Flavia Steno (1877-1946) sono accomunate in un unico articolo [2] e il motivo è chiaro: hanno condiviso moltissime cose insieme. Intanto, hanno assunto tutte e due uno pseudonimo: Willy si chiama in realtà Fortuna (o Fortunata?) Morpurgo e Flavia altri non è che Amelia Cottini Osta; la prima è nata a Trieste, la seconda a Lugano, ma entrambe svolgono la loro attività a Genova.
Poi hanno lavorato come giornaliste e insieme fondato il settimanale femminile La Chiosa (1919-1927), che verrà chiuso dal regime fascista in quanto considerato "pericoloso". Scrivono anche una commedia a quattro mani, Il triste gioco (1918). Due donne coraggiose (riguardo alle vicende belliche), apparentemente le solite scritttrici di letteratura rosa, di romanzi d'appendice (a Il gioiello sinistro della Steno sarà ispirato il film omonimo, del '17, per la regia di Eleuterio Rodolfi). Il romanzo forse più significativo di Willy Dias è Il sentiero fra le pietre (1940) sull'inutilità della guerra, ma è anche una prova narrativa in cui si mettono in discussione le classi sociali (la protagonista, Novella, è un'orfana accolta per carità in una famiglia borghese che si scopre poi figlia di un nobile piemontese morto in combattimento). Per Flavia Steno, il romanzo più rappresentativo è Sissignora (ne fu tratto un film, nel '41 con la bellissima Maria Denis), la storia di Cristina. Melò rosa con lieto fine? Mica tanto, la protagonista muore improvvisamente. Scrive De Nicola: "questi due libri [...] raccontano senza remore e con forti accenti critici le ingiustizie e i malesseri di una società per nulla rosa" (p. 30).

4. Paola Drigo[3] (1876-1938) è soprattutto l'autrice di Maria Zef (che ho subito ordinato), da cui furono tratti due film (nel '53 e nell'81). Pubblicato nel 1937, un anno prima della sua morte, questo romanzo "racconta una tragedia avvenuta e consumata entro l'orizzonte di un contesto subalterno, misero, colpito in tutti i sensi dal bisogno" (p. 37). Si parla di violenza sessuale, da parte di uno zio (Barba Zef) sulla nipote, Mariute, la protagonista, dopo che costui aveva già abusato della madre della fanciulla. Si parla di malattie veneree e di uccisioni.

5. Amalia Guglielminetti (1881-1941) non è una sconosciuta.
Non come (non tanto quanto) coloro che la precedono qui sopra. Scrive di lei (mi riferisco sempre al libro che ha occasionato questo post) il cugino Marziano Guglielminetti, noto critico scomparso anzitempo, nel 2006. Definita scrittrice uterina, ma anche soave - a seguito della sua prima prova poetica, Vergini folli; di lei è nota innanzitutto la relazione (ignoro se sessuale, sentimentale o puramente letteraria: non ho letto le lettere) con Guido Gozzano. Poi c'è la sua storia con Pitigrilli , il processo, la falsificazione delle lettere, il Fascismo e l'Antifascismo, la contestazione di Amalia nei confronti di Gozzano cui rimprovera "una mascolinità non virile" (p. 44). Lascia la poesia, diventa narratrice; esce distrutta dal processo di cui sopra, solo Massimo Bontempelli le resterà accanto, come i veri amici fanno. Amalia anticipa Coco Chanel, Amalia scrive un romanzo, La rivincita del maschio, nel '23, in cui il maschio sadico e perverso viene ucciso da una delle sue amanti, lesbica. La Guglielminetti è debordante e non trova abbastanza spazio in questo mio post.


6. Marise Ferro (1907-1991) è un'altra ligure, sposatasi due volte con due mostri della letteratura italiana: prima con Guido Piovene e poi con Carlo Bo. Tanto per dire: le donne che stanno un passo indietro. È stata giornalista, saggista, traduttrice e narratrice. L'ultimo suo romanzo (pubblicato nel 1978) è La sconosciuta. Come pubblicista ha scritto un saggio dal titolo La donna dal sesso debole all'unisex (Rizzoli, 1970). Suo alter ego sarà il personaggio di Irene in un dittico di romanzi pubblicati tra il '72 e il '74.
Scrive di lei Monica Cedrola, relatrice dell'intervento genovese: "malgrado la Ferro tragga spesso ispirazione per le sue opere dalla vita reale, l'elemento autobiografico appare sottilmente filtrato dal garbo [...]; si tratta di un velato autobiografismo: quella stessa finzione velata destinata a non svelare la reale realtà dei personaggi e delle circostanze..."(p. 55). Cosa di cui ho più volte parlato in questo blog.

7. Paola Masino (1908-1989) Di Paola Masino[4], dirò pochissimo. Sta conoscendo una lenta ma indubbia risalita nell'olimpo letterario. Ciò è dovuto in gran parte a studiosi come Marinella Mascia Galateria, a Marina Morbiducci [5] e all'opera infaticabile del nipote, Alvise Memmo, ugualmente erede e curatore del patrimonio letterario di Bontempelli, compagno di Paola Masino.
Ricordo solo i suoi romanzi: Monte Ignoso (1931), Periferia (1933) e Nascita e morte della massaia (1945).
Di lei qui - vorrei scrivere qualcosa anch'io - prossimamente: dopo essermi lungamente e dettagliatamente occupata di Bontempelli, è tempo che passi a Paola. Mi limito a ricordare lo sprezzo delle convenzioni borghesi, quando ventenne andò a convivere con Massimo, di trent'anni più grande; quando condivise il bene e il male, la vita facile e quella da reclusa (soprattutto dopo il '48), l'assistenza prestata fino alla fine al suo compagno gravemente ammalato. Fino allo sfinimento.


8. Irene Brin [6]. Pseudonimo di Maria Vittoria Rossi (1914-1969). Colei che nel mondo della letteratura italiana ha avuto una "discontinua cittadinanza" (p. 65), cambiando molte volte nom de plume: Marlene, Oriane, Mariù, è stata anche la Contessa Clara Ràdjanny von Skévitch, maestra del bon ton negli anni Cinquanta dalle pagine di una rivista in cui si finse anziana nobildonna. Attenta osservatrice della quotidianità, ironica, intellettualmente curiosa, la ricordiamo per i racconti raccolti sotto il titolo Olga a Belgrado (1943).


[Jacqueline Spaccini, Saint-Cloud, 30.06.2009]

* * *
Rimando a questa biblioteca di scrittrici italiane di Donne e Conoscenza Storica.
Consiglio altresì questo bel sito dedicato alla letteratura rosa e alle scrittrici dimenticate.
_____________
[1] Riassumo dall'articolo di Mirella Serri.
[2] A firma di Francesco De Nicola (uno dei due curatori del libro).
[3] L'articolo è di Elvio Guagnini.
[4] Nel libro è presentata da Giuliano Manacorda.
[5] Di recente, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Grenoble (Francia), Marina Morbiducci ha parlato di Paola Masino (clicca qui).
[6] L'intervento nel libro è di Federica Merlanti.




martedì 23 giugno 2009

Aspetti del postmoderno letterario: quando l'autore diventa personaggio

Quando l'autore diventa un personaggio
(ovvero siamo tutti postmoderni)


di
Jacqueline Spaccini




Alessandro Iovinelli. L'autore e il personaggio. L'opera metabiografica nella narrativa italiana degli ultimi trent'anni.
Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2005, 472 p., 36€.
ISBN 9788849812282

* * *

Alessandro Iovinelli è un critico atipico. Nasce come poeta, si fa romanziere, poi novellista. Segue un corso di giornalismo, lavora per Avvenimenti, si fa critico. Ma anche professore, prima al liceo e poi nelle università croate e francesi. Intraprende un'attività di traduttore dopo aver fatto l'editore, finendo funzionario di Stato, vale a dire Addetto Culturale presso il MAE.
Scrive e legge. Legge e scrive. Organizza eventi culturali di spessore in Italia per l'Unesco (sua per esempio l'invenzione, ideazione e programmazione della Giornata mondiale della Poesia e il portale Babele poetica con poesie di tutto il mondo) e all'Estero per l'Ambasciata d'Italia. Ma ha un difetto: è un uomo schivo.


(Debbo proprio spiegare perché ho messo Corto Maltese?)

E allora quest'uomo che non usa i gomiti per farsi avanti e anzi preferisce nel caso fare un passo indietro, ha scritto un saggio dal quale non si può prescindere se si fa (o si vuole fare) critica letteraria. La domanda attorno alla quale fa perno tutto il libro è la seguente: che fine ha fatto l'autore, si chiede Iovinelli, è per davvero morto o non si è per caso trasformato in qualcosa d'altro?

Il fatto è che l'autore, signori miei lettori, è un mutante.

A. Iovinelli nel suo studio zagabrese

E il critico, il nostro, è un deduttivo.
Sicché come si conviene a un critico strutturalista (convertitosi narratologo) apre il libro con un capitolo che introduce al tema del dibattere: la teoria della morte dell'autore di Roland Barthes, il dibattito sulla biografia [sì, perché spessissimo un autore diventa personaggio quando si fa oggetto di una (auto)biografia], con tutta la problematica sulla metafiction e i paradigmi della nuova critica letteraria.
Iovinelli è critico coscienzioso: riporta tutto tutto tutto quanto - in merito - conti per davvero.

Nel secondo capitolo, Iovinelli passa ad analizzare profondamente i vari tipi di biografie letterarie - perché c'è stata una evoluzione considerevole negli anni -, soprattutto a partire dagli anni '70, quando il biografo di routine è stato sostituito dal giornalista-critico-futuro autore (altro mutante).

Davide Lajolo

È cambiato il taglio (basta con l'incipit alla "XY nacque a Vattelapesca nell'anno quello-lì"), la prosa si è fatta agile, a tratti divertita, la storia ha inizio in medias res, talvolta addirittura in punto di morte con la biografia che va à reculons. E allora abbiamo Davide Lajolo per esempio che fa la biografia del suo amico Pavese e inventa per il suo libro un titolo che avrà un successo straordinario: Il vizio assurdo (antifrasticamente, rispetto alla vicenda umana di Cesare - per esprimere l'amore per la vita).

Ma poi a volersi far biografo si prova anche il romanziere. Proiezione identitaria? Identificazione? Semplice ammirazione? Fatto sta che per un Tobino che idealizza Dante Alighieri c'è una Rasy che nella sua Ada Negri ritrova la nonna e la Ginzburg che prosegue la sua vita in quella da lei narrata della famiglia Manzoni...

Natalia e Leone Ginzburg

Ma come sono descritti poi questi autori? Come si fanno personaggi? Sono solo silhouette, stereotipi a memoria scolastica o riescono ad essere di carne e di sangue, a prendere persino un po' di adipe attraverso altrui parole? Diventano per davvero personaggi o l'effetto è lo stesso di quando vediamo un attore famoso e non smettiamo di pensare: Quello è George Clooney, George Clooney, Clooney e non riusciamo a memorizzare nemmeno il nome del personaggio - faccio un esempio - Fred Friendly? [1].


Dipende. Da che dipende?
Dipende da due cose, osserva Iovinelli. La prima condizione è che il biografato sia qualcuno con una forte sostanza di vita (i troppo eterei non funzionano); la seconda (conclusiva o disgiuntiva, come le congiunzioni) è quanto si sente libero il biografo. C'è quello che racconta la storia di un autore di cui si sa poco o nulla (largo margine di manovra) e quello che invece opta per un autore-personaggio dai mille aneddoti. Ce n'è per tutti i gusti.

Ma al nostro critico interessano le strategie narrative. Entrare nei segreti della narrazione. Il dietro-le-quinte linguistico. E allora un capitolo intero è dedicato a Pietro Citati: a lui come autore e critico, agli incipit delle sue opere (Citati ha scritto le biografie di Proust, Goethe, Kafka...), ai problemi posti dalla letteratura metaletteraria, cioè all'opera letteraria che parla della letteratura, che si cita addosso - direbbe Woody Allen, ma anche alla scrittura ipertestuale, al paratesto e l'intertesto, tutte cose affascinantissime - che si sia genettiani convinti, o che non si sappia nemmeno di che cosa sto parlando.

Perché la scrittura del critico prende. È colto ma non pedante, profondo senza annoiare.
E poi c'è tutta la seconda parte del saggio che farà la gioia degli studiosi (anche di quelli agli inizi di carriera, dei laureandi insomma); è talmente complessa che mi limito a dirvi: cliccate qui, c'è l'indice dei capitoli e dei paragrafi.

L'ultima parte poi, è un saggio nel saggio: tutto dedicato all'opera di Antonio Tabucchi (ma anche a Pessoa) e alle questioni del postmoderno letterario.


A. Iovinelli e A, Tabucchi a Aix-en-Provence
durante il conferimento del doctorat honoris causa
allo scrittore (2007)



Un libro di riferimento, da consultare di continuo. Un libro prezioso, insomma.
[Jacqueline Spaccini]

Saint-Cloud, 23.06.2009


_____________

[1] Non vi viene in mente? Si tratta del personaggio del giornalista in Good Night and Good Luck (2005) per la regia dello stesso Clooney.

Predrag Matvejevic, viaggiatore disperso?



Predrag Matvejevic. Tra asilo e esilio. Romanzo epistolare. Roma, Meltemi editore, 1998, 250 pp. Traduzione dal croato e dal russo di L. Costantini ed Egi Volterrani.
ISBN 88-11-86479-41-7


* * *

N
on ci si lasci ingannare dall'aspetto severo del libro, un saggio politico e sociologico che riflette in itinere le esperienze di viaggio dello scrittore nella ex-Unione Sovietica.
Non ci si lasci fuorviare dal numero di lettere e di evocazioni letterarie che quest'opera racchiude.

Certo, Tra asilo e esilio è anche questo.

Ma Predrag Matvejevic, metà russo metà croato, questo viaggiatore disperso, ha scritto un romanzo. Come una freccia che fa vibrare la corda del suo arco, esso trasporta anche noi nelle terre evocate da Lev Tolstoj e Fedor Dostojevskij, offrendoci lo struggente abbandono di luoghi, traditi dai governi, i partiti, le ideologie.

Come dimenticare infatti i passaggi che rievocano l'unica stanza, ambiente sporco e disadorno di Odessa, dinazi al cui mare Matvejevic, per non cadere vittima della disperazione, riesce infine a trovarle un argomento contro; quel mare raccontatogli dal padre esule Vsevolod Nikolajevic, il mare, l'unica cosa a essere rimasta immutata nel tempo?

gulag siberiano

Un romanzo epistolare post litteram, rivisitato, lontanissimo dal Settecento francese: qui, protagonisti sono i luoghi, gli alberghi, le lande sorvolate a bordo di un disagevole Yak 40, l'umanità varia - dagli zelanti di partito ai perdenti, quelli che non sono mai saliti sul carro dei vincitori -.

Ci sono poi gli amici e gli imbroglioni, quelli (come Piotr) che gli chiedono di scrivere qualche riga sul pane e quegli altri (come un fotografo giorgiano) che srotolano mazzette di rubli per ottenere da lui una camicia e un pullover di pura lana.

Ci sono poi le sue lettere aperte, scritte ai rappresentanti dei governi totalitari per chiedere di rispettare la libertà di opinione, la vita stessa di poeti e intellettuali del calibro di Josep Brodskij, di Solzenycyn (cui non risparmia le critiche per il suo acceso nazionalismo), di Vaclav Havel.

Aleksandr Solzenycyn

Pervade il libro la presenza (e la stima) di quel Karlo Stajner, che dopo vent'anni di gulag, scriverà 7000 giorni in Siberia (Napoli, ed. Tullio Pironti, 1985), ove la memoria ha questo di sovrumano: Ricorda quel che ognuno di noi si sforzerebbe di dimenticare. Forte l'amicizia di Danilo Kiš (un altro autore che non conoscete? Leggete i suoi libri), ingiustamente attaccato dalla società degli scrittori di Belgrado, che Matvejevic strenuamente difenderà affinché non venga allontanato dalla vita culturale per vent'anni e più. La morte civile.
Lettere, lezioni di stile.

Danilo Kiš

E ancora, e infine: Matvejevic riflette sul concetto di "russità" e sul peso dell'ortodossia religiosa. Ci racconta la Russia bianca e la Russia rossa, l'Oriente e l'Occidente, i tamizdat, i samizdat e i neizdat; e nelle librerie, lo sgradevole odore di colla; le domande inquisitorie, il traumatismo armeno, le mille e una identità di questi popoli e l'oblomovismo...

Aleksandr Sergeevič Puškin

Diceva Puškin: Dio mio, com'è triste quella nostra Russia!
Aggiungo io: E com'è affascinante. [Jacqueline Spaccini]

Pubblicato da Avvenimenti l'8.04.1998



domenica 14 giugno 2009

Giovanna Romanelli: Omaggio a Cesare Pavese

Pavese nel centenario della nascita

Torino

Giovanna Romanelli

Omaggio a Cesare Pavese.

Roma, Aracne editrice, 2008, pp. 139, 12€.

Presentazione di Eleonora Fiorani.

Prefazione di Gilles de Van.

ISBN 9788854815995



Il 2008 è stato l’anno in cui ricorreva il centenario della nascita di Cesare Pavese; l’editore Aracne l’onora con questo libro comprendente sei saggi che la studiosa Giovanna Romanelli ha scritti, tra il 2001 e il 2007, in occasione dei quaderni del CE.PA.M. voluti annualmente dall’Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo di Santo Stefano Belbo (di cui Romanelli è membro fin dai tempi in cui insegnava alla Sorbonne Nouvelle di Parigi). Ad essi si aggiunge un settimo contributo – inedito – su quella «trasversalità dei linguaggi» che negli anni sessanta permetterà a un musicista di avanguardia come Luigi Nono di trovare la sua ispirazione nei versi delle liriche pavesiane. In appendice, diciotto fotografie in bianco e nero e a colori – riguardanti Pavese, le persone a lui care e i suoi luoghi – corredano il volume.

Il fil rouge di questo Omaggio è facilmente rintracciabile, ed è la stessa Romanelli a indicarlo: «il progetto […] è pensato come un omaggio al grande scrittore piemontese attraverso la rivisitazione di un percorso […] con l’intento di sottolineare l’importanza e la complessità che la territorialità assume nella sua opera». Ai luoghi, reali e mitici, alle radici – le Langhe – di Cesare Pavese, al ruolo fondamentale della geografia letteraria (ma non solo letteraria) dell’autore piemontese sono dedicati tre capitoli del libro.

In Realtà e finzione, storia e mito nella geografia letteraria di Cesare Pavese, è detto in modo mirabile: «gli elementi dello spazio fisico in cui si svolge la narrazione non sono meri riferimenti geografici o descrittivi né metafore poetiche, ma si caricano di valenze simboliche e strutturano lo spazio di valori e sentimenti». Non luoghi divini o divinizzati, bensì spazi in cui la nostra esperienza si è forgiata, in cui la nostra personalità ha preso coscienza e consapevolezza di sé (la consciuousness di Cook, citata dall’autrice), universo (che sia di infima grandezza non conta) «modificato dalla nostra azione e dal quale siamo a nostra volta modificati» (p. 91).

L’acquisizione di tale presa di coscienza mi fa tornare alla mente l’Erlebnis traumatizzata, contrapposta all’Erfahrung (perduta e innocente), di Walter Benjamin. Si pensi alla collina come la vede il protagonista Corrado nell’incipit della Casa in collina (1948), luogo mitizzato, che fonde in sé l’immagine della sua infanzia e quella del suo presente – rifugio dalla guerra, i cui bagliori giungono sì, ma di lontano. Si vada poi alle ultime pagine, laddove palese è l’amara constatazione che tutto è illusione e se la collina rappresenta ancora l’antico conforto, nondimeno l’esperienza della guerra condurrà il protagonista – insieme con la riappropriazione della propria identità – a un senso di amara e solitaria (e perciò ancor più tristemente inutile) sconfitta. Tale è la guerra.

Nel 1949, Einaudi dà alle stampe la trilogia de La bella estate, grazie alla quale l’anno successivo Pavese vincerà lo Strega prima di suicidarsi. In Pavese e l’altrove impossibile, Giovanna Romanelli analizza ancora una volta la rappresentazione del territorio nella narrativa, ma per sottolinearne il valore in primo luogo «autonomo». Torino, poi le Langhe e poi ancora Torino: «Torino è dunque punto di partenza del percorso artistico ed esistenziale di Pavese, ma anche punto di approdo, come suggerisce lo stesso scrittore quando afferma che (…) è “luogo da cui si torna” e “luogo dove si tornerà”» (p. 52). Il fatto è che parlare del territorio significa parlare della propria identità, se in una pagina del suo diario troviamo scritto: «Che tutte le mie immagini non siano altro che uno sfaccettamento ingegnoso dell’immagine fondamentale: quale il mio paese tale io?» (Il mestiere di vivere, 11.X.1935).

Se la campagna appare come il luogo in cui è radicato il nostro essere (Oreste e Pieretto) e la città può rinviarci l’immagine di un territorio assolutamente estraneo, nemico – e per ciò stesso negativo (Ginia), la studiosa fa una riflessione che mi sento di condividere appieno: «Il viaggio verso la campagna si configura come un ritorno alle proprie origini in cerca d’identità e di “risposte”: “Noi siamo scemi, - diceva Pieretto – cerchiamo giorno e notte il segreto della campagna, e il segreto l’abbiamo qui dentro”; ma i luoghi sono ormai divenuti opachi e all’uomo che li interroga essi non comunicano più nulla. Il territorio non riesce più a mediare le relazioni sociali, perché l’individuo che vi ritorna è nel frattempo mutato, perciò i luoghi sognati da lontano, pur conservando una forte carica attrattiva, si presentano diversi allo sguardo, che non vi ritrova più le tracce familiari. L’uomo e il territorio non parlano più lo stesso linguaggio» (p. 60).

E Romanelli non può non approdare a La luna e i falò (1950). Lo fa nel saggio Ai confini della vita: paesaggio e viaggio nell’ultimo Pavese. In quello che fu l’ultimo romanzo dello scrittore, il protagonista Anguilla «opera attraverso tre livelli semantici che interagiscono» osserva Giovanna Romanelli « e che hanno nell’azione il riferimento unitario: a) “l’azione in atto”, cioè il ritorno di Anguilla dall’America; b) “l’azione ricostituita” ovvero la rievocazione di tutto ciò che egli ha fatto quando era ragazzo; c) “l’azione anticipata”, quello che il protagonista si accinge a fare o ha in progetto di fare» (p. 106).

E costui – personaggio poderoso, personaggio forte e insieme fragilizzato – cerca se stesso, per questo è tornato da Oakland, attraversando paesi e colline. Di tutto questo spazio che Anguilla «somatizza», l’unico espace heureux – lo spazio felice bachelardiano citato dalla studiosa – è costituito dalla casa di Nuto, il falegname del Salto, odorosa di gerani rossi e fresca di legno appena tagliato. Senza casa né radici; convoco appositamente parole che provengono da altre lingue: Anguilla finisce per riconoscere la sua posizione di outsider, di étrange étranger (strano straniero = estraneo). Sicché dopo aver chiuso il cerchio dei ricordi e della ricerca sospesa di sé e degli altri, ripartirà verso un altrove che ugualmente lo vedrà “impartecipe” attore e attento osservatore del mondo.

Un mondo che Pavese intende restituire grazie alla parola, è oggetto del saggio La “parola nuova” nella ricerca letteraria di Cesare Pavese in cui la studiosa milanese riflette mirabilmente sulla continua ricerca di una lingua letteraria aderente alla realtà e quindi riproducibile senza balbettii di sorta. Lo scopo dello scrittore è quello di costruire un nuovo mondo e migliore; per attuarlo, le parole debbono essere nette, solide e nude; il mestiere di scrivere è quello di scavarle fino in fondo, fino a farle divenire sostanza delle cose che esprimono. Romanelli compara la di lui ricerca a quella che fu dell’Alfieri – un altro piemontese – e ripercorre il problema del linguaggio pavesiano attraverso l’analisi di Ciau Masino (romanzo composto nei primi anni ’30, ma pubblicato postumo nel ’68). Dialetto avito e lingua italiana sono i due aspetti di un’unica realtà, ma il dialetto è percepito «come elemento di identità, di appartenenza e allo stesso tempo di distinzione» (p. 42), scrive la studiosa, anche se poi – aggiungo io – i personaggi che appartengono ai ceti umili tentano di esprimersi in lingua italiana per elevarsi dalla propria condizione, affinché si veda il meno possibile la loro subalternità sociale, mentre i personaggi abbienti non si fanno riguardo di passare dall’italiano al dialetto e viceversa.

In Walt Whitman: alle radici della poetica di Cesare Pavese, Giovanna Romanelli ci offre una personale rilettura di quella tesi di laurea, al fine di ri(n)tracciare l’itinerario poetico pavesiano. Innanzitutto, un po’ di storia: nonostante la bravura dello studente, la proposta di una tesi su Whitman viene subito rifiutata dal professore di letteratura inglese, mentre viene accolta da quello di letteratura francese. I motivi sono semplici: siamo nel 1930, il regime fascista non vede di buon occhio studi su letterature straniere – in particolar modo, anglosassoni –. L’analisi e l’interpretazione della poesia whitmaniana sono al centro della tesi, cosa di cui Pavese va molto fiero se ad Antonio Chiuminatto – un americano di origini piemontesi, cui s’era rivolto per avere materiale su Whitman in lingua originale – scriverà: «Lei non sa, sarò il primo italiano a parlare di lui distesamente e criticamente. Mi perdoni, quasi sarò io a rivelarlo all’Italia» (p. 19).

Il poeta americano non sarà un caso isolato; fin dall’anno successivo alla sua tesi di laurea, Pavese si dedicherà – e per il resto della sua vita – alla traduzione di testi inglesi e americani: Melville, Dickens, Dos Passos, Joyce, Steinbeck, Defoe – tra gli altri. Ma perché proprio Walt Whitman? Perché era conosciuto in Europa attraverso le traduzioni francesi, perché «in lui [Pavese] vede il poeta che meglio ha saputo interpretare l’esigenza dell’America che […] ricerca con consapevolezza e determinazione una propria identità culturale, politica, sociale. Egli incarna l’esigenza di democrazia e di libertà, anche quella del verso libero, libero anche dalle costrizioni della tradizione e della retorica classica» (p. 21). Non solo per questo, certo: Romanelli scopre infatti corrispondenze poetiche e proiezioni identitarie che consiglio di non perdere ai lettori di questo libro.

Solitario, Pavese, ma fino a un certo punto: quanti ricordano che lo scrittore piemontese scrisse un romanzo a quattro mani con la scrittrice Bianca Garufi? Ne La compiutezza di un incompiuto: intorno a Fuoco grande, Giovanna Romanelli ce ne racconta genesi e intreccio. Segretaria generale della casa editrice Einaudi a Roma, Bianca Garufi conosce Cesare Pavese nel 1945, e subito ne diviene la musa – come riscontrabile nel canzoniere La terra e la morte di quello stesso anno. Il romanzo sarà pubblicato nel 1959 su indicazione di Italo Calvino, con un titolo scelto dall’editore (Fuoco grande) che scarta l’originale pavesiano (Viaggio nel sangue). Undici capitoli, quelli pari – di azione – scritti da Garufi e aventi per narratrice autodiegetica Silvia, quelli dispari – di riflessione – scritti da Pavese e aventi per protagonista anche qui autodiegetico Giovanni. È la storia di una coppia e delle sue vicende, ma narrata seguendo i punti di vista contrastanti dei due personaggi sui medesimi fatti. È una storia i cui antefatti vanno indotti da quel che vien taciuto o da qualche velata allusione disseminata nel testo. Ma la maestria della studiosa milanese sta – parlandoci del romanzo – nel trasportarci verso altri lidi, ben più importanti: quelli di Eros e di Thanatos, attraverso una fine analisi testuale. Perizia che trova la sua più compiuta realizzazione nello stile di Romanelli, il quale rinuncia ad essere tradizionalmente didattico per farsi empaticamente esplicativo. Tant’è che la sua descrizione del rapporto osmotico in cui stanno vita e letteratura pavesiane scende pian piano verso un ade di pensieri lucidi sui contrasti aggrovigliati dello scrittore piemontese per riemergerne, risolutamente, dipanatrice di enigmi.

Chiude la raccolta di saggi uno scritto inedito, come si è detto, sull’estro che le liriche pavesiane hanno ispirato su certa musica di avanguardia: Trasversalità dei linguaggi: Luigi Nono e Cesare Pavese ovvero delle affinità elettive. La studiosa milanese riferisce della predilezione che attestano i numerosi volumi di e su Pavese conservati da Nono nella sua biblioteca veneziana e riporta finanche gli schemi del compositore a testimonianza delle affinità poesia-musica con lo scrittore. Eppure, si chiede Romanelli, quali motivazioni spingono Luigi Nono ad utilizzare la poesia di Pavese nelle sue composizioni? Intanto bisogna dire che il musicista soggiorna a Torino nel 1954, anno in cui ha occasione di conoscere e stimare Giulio Einaudi, Italo Calvino e Massimo Mila insieme con l’ambiente culturale che era stato quello frequentato da Pavese. Poi, proprio come Pavese, Nono ha un rapporto fortemente conflittuale con il PCI al quale è iscritto e come Pavese sente «la missione artistica come vero e proprio engagement, impegno a trasformare il mondo, a migliorarlo attraverso l’etica della Bellezza» (pp. 131-132); per tacere della sperimentazione linguistica per l’uno e musicale per l’altro.

E tanto altro vi sarebbe da dire, ma preferisco concludere con quest’osservazione del prefatore Gilles de Van: «Non abbiamo ancora esaurito il lavoro letterario di Pavese, e probabilmente come capita con i grandi, questa ricerca non finirà mai, ma intanto su questa strada, il lavoro di Giovanna Romanelli segna una utile e preziosa tappa».

Ben più che un semplice omaggio a Cesare Pavese, mi pare.

[Jacqueline Spaccini]



Pubblicato da Le colline di Pavese, Santo Stefano Belbo, Centro Pavesiano Museo casa natale, A. 32, n° 122, aprile 2009, pp. 9-11.

giovedì 9 aprile 2009

Fingo, Dipingo e Scrivo


Fingo, dipingo e scrivo

di Jacqueline Spaccini

La domanda di partenza è: che ci stanno a fare quadri e pittori in un testo letterario?
Mettiamo un limite, del tutto arbitrario, una data spartiacque, fittizia, scelta in base ad una nostra soggettivissima comodità: 1979.
È l'anno in cui Georges Perec pubblica Un cabinet d'amateur, histoire d'un tableau per le edizioni Balland. Libro minuscolo (nemmeno un centinaio di pagine), avente per oggetto la strana vicenda di un cabinet d'amateur, appunto, una tela che "rappresenta una stanza rettangolare, senza porte né finestre apparenti, i cui muri visibili sono interamente ricoperti di quadri"; oltre cento, nel caso specifico.

E quel genio di Perec ne fa rivivere le peripezie, anima il suo autore, tale Heinrich Kurz, americano di origine tedesca, descrive con perizia maniacale[1], i quadri ivi riprodotti: "n. 73: Charles M. Murphy che cerca di battere il record del miglio il 30 giugno 1899, di Bernie Bickford". Del quale riporta i tratti salienti della vita, come quando, trentenne, sul piroscafo verso gli Stati Uniti, Bickford fa la conoscenza "di un noto gangster, Michelangelo Merisi".

Non è un gioco difficile da scoprire questo, abbiamo fornito un esempio di pressoché automatico rihiamo di fonti (almeno per un italiano): Merisi... Questo è appunto il gioco di Perec, che così scriverà nell'ultima pagina: "La maggior parte dei quadri (descritti, n.d.r.) è falsa come falsa è la maggior parte dei dettagli di questo racconto fittizio, concepito per il solo piacere, e il solo brivido, di fare come se"...

Cos'è dunque questo - in fondo, immenso - desiderio di ingannare il lettore, prendendo in prestito lessico e sintassi propri della critica d'arte null'altro che per farlo cadere in un tranello? E il divertimento, consiste forse nel rivaleggiare con la critica, e anzi di batterla, giacché si lavora sulla pura finzione, come il Murphy di B. Bickford?

I quadri, inedite potenzialità narrative, sembrano avere una funzione di avvio di marcia, di embrayage, spazio organizzato in cui organizzare nuovi spazi, che essi siano falsi alla partenza, poco importa: per Perec la realtà è una semplice questione di esperienza personale, come per il pittore - divenuto a sua volta personaggio di un romanzo di Giovanni Orelli (Il sogno di Walacek, Einaudi, 1991) - Paul Klee. Il quale così argomentava, nei suoi scritti teorici: "Un'opera d'arte può falsificare la realtà per coglierne più profondamente l'essenza. In tal caso, la menzogna è solo una verità fuori posto".

Anche alla finzione si può dare un posto sbagliato: perché, per esempio, attribuirle il peggiorativo semantico (ma più spesso morale), che solo l'italiano accoglie?
Come mai non viene concesso alla finzione di rappresentare una realtà che essa stessa costruisce e perché non prestarla all'area della magia oppure a quella più umana del sogno? [2]

È quel che fa Sergej Roić, ticinese di origine croata, nel suo Innumerevoli uomini (Giampiero Casagrande editore, 1991). Non a caso il titolo rivela - e rivendica per così dire - ascendenze borgesiane.
I protagonisti dei suoi racconti sono Jan Vermeer, El Greco, ma anche Han Van Meegeren, il falsario più famoso noto solo perché fu lui stesso ad autodenciarsi come tale e a fornire quelle prove di inautenticità di cui i critici più prestigiosi non s'erano minimamente accorti. Ma i protagonisti sono tali o non è tutto un sogno? Il sogno di colui che scrive e si confonde e poi si ritrova: "Rifletterei che ogni cosa, a ognuno accade precisamente, e precisamente ora. Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell'aria, sulla terra o sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me", scriveva Borges nelle sue Finzioni.

A dire il vero, il termine conosce un grande consenso se tradotto in inglese, fiction. Fino ad alcuni anni fa, si accompagnava "naturalmente" a science (science-fiction), vale a dire fantascienza.
Ma oggi tutto è fiction, anche e soprattutto, il romanzo a intrigo (giallo o noir che dir si voglia). Pittura e delitto, per esempio [3]: chi scopre il mistero legato alla Partita a scacchi - un celebre quadro di Pieter Van Huys - scopre l'assassino. È in sintesi il tema proposto dallo spagnolo Arturo Perez-Reverte ne La Tavola fiamminga (Bompiani noir, 1994. Venne girato un film Uncovered, tratto da questo romanzo. Stendo, per soprassalto di bontà, un velo pietoso).

Esistono oppure no, Van Huys e il suo quadro? Non intendo di certo rivelarlo qui; quel che fa il peso specifico della storia è la presenza dell'elemento pittorico apparentemente lontanissimo da meccanismi siffatti, come pretesto iniziale di un thriller anomalo (non mi si citi La Nona porta di Polanski: altro romanzo, Il Club Dumas, di Perez-Reverte adatto a film).

Nell'Elogio della matrigna (Rizzoli, 1990), Mario Vargas Llosa ricorre a quadri e autori conosciuti, come il tabuizzato Candaule (re della Lidia marchiato come voyeur sado-masochista dalla psicoanalisi moderna) di Jordaens.

Una riproduzione della tela precede il racconto vero e proprio, e mostra le straripanti terga della regina, la quale ignora di essere oggetto dello sguardo compiaciuto del marito e di quello eccitato di Gige, guardiasigilli del re. Vargas Llosa parte dalla descrizione oggettiva di un dipinto, ma poi se ne allontana: rileggendolo, lo ri-dipinge; ne riscrive la storia, la ri-crea. Il romanzo erotico che narra i sentimenti di Lucrezia per suo marito e il di lui figlioletto risulta essere sorretto dalla storia dei quadri presenti nella stanza del sesso, cioè dalle storie che essi raccontano, e ne costituiscono per così dire il ponteggio mobile.


Di Duccio di Boninsegna si sa poco, come pure di Pisanello. Ci voleva la maestria di Eduardo Rebulla (tra le altre cose, medico e critico d'arte) per restituirci i loro dubbi, gli amori e i pensieri (Carte celesti, 1990 e Linea di terra, 1992, entrambi Sellerio).

Pittore protagonista è anche Fabrizio Clerici [4] ne Le pietre volanti (Rizzoli, 1992) di Luigi Malerba, il quale paga subito il suo debito: "questo libro è nato davanti a un quadro di Fabrizio Clerici...", rimanendo poi libero di lavorare senza assilli di autenticità o di verosimiglianza (per quanto).

Un'ultima sosta la faccio in un testo che sembra racchiudere tutti i precedenti, se non altro da un punto di vista spaziale. Mi riferisco a un racconto di Daniele Del Giudice, Nel museo di Reims (Mondadori, 1988, esaurito da anni): ambientato nel museo suddetto, va letto come metafora del labirinto e dell'istituzionalità. In esso, si incontrano quadri che esistono e altri no, quadri che assecondano l'amore (Barnaba e Anne, i due protagonisti), quadri descritti e che descrivono, che si raccontano accanto ad altri quadri che rimangono mistero...

Menzogna e realtà: ruoli e funzioni? Che importa, giacché "si può mentire non mentendo", dice il narratore delgiudiciano, ma - aggiungo io - mentendo si può non mentire. [Jacqueline Spaccini]

Pubblicato da Avvenimenti il 14.02.1999




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[1] Alla medesima operazione pare ispirarsi Alessandro Baricco: "24, Oceano mare, olio su tela, cm. 71,6 x 38,4 Coll. Bartleboom. Descrizione: Completamente bianco. È l'ultima opera realizzata durante ilsoggiorno alla locanda Almayer, località Quartel..." (da Oceano mare, Rizzoli, 1993)

[2] Si veda a questo proposito la raccolta di novelle di Paola Capriolo, La grande Eulalia (Feltrinelli, 1988), la cui atmosfera è quella della fiaba medievale o della realtà inesplicabile in quanto assurda e in cui i protagonisti possono solo accettare gli eventi o rifiutarli, senza possibilità di intervento.

[3] Procedimento simile ma più delicato, più sottile, ritroviamo in L'avvocata delel vertigini (Adelphi, 1994) di Piero Meldini. Qui abbiamo un vescovo, un bibliotecario, dei manoscritti; una beata, un quadro e, naturalmente, un delitto da risolvere. Cfr. anche Emilio Tadini, L'Opera (Einaudi, 1982): qui è il pittore a essere assassinato.

[4] Nel suo Retablo (Mondadori, 1992), Vincenzo Consolo rende omaggio al celebre artista prendendone a prestito il nome e il carattere per il suo Fabrizio Clerici, immaginario artista lombardo amico degli Illuministi nonché protagonista del romanzo. A Sciascia, Clerici ispirerà la trama di Todo modo. (Einaudi, 1974).