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sabato 27 novembre 2010

Friedrick Overbeck : ITALIA e GERMANIA. Il mito dell'Italia con gli occhi di un pittore tedesco


Friedrick Overbeck, Italia e Germania (titolo originario: Sulamith und Maria), 
1811-1828
olio su tela, 94 x 104 cm, Monaco di Baviera, Neue Pinakothek


Lezione per gli studenti di M2 
Cominciamo a vedere come si può descrivere un quadro. Naturalmente inizieremo dai dati più esterni, dai dati obiettivi.

Ecco le consegne:

1. Raccogliere informazioni sull'autore di questo quadro, F. Overbeck.
2. Chiedersi (e cercare risposta) sul perché il titolo originario sia stato modificato (può essere ininfluente, ma occorre documentarsi).
3. Verificare a quale corrente pittorica appartiene l'autore della tela (se appartiene a una corrente pittorica).
4. Il soggetto (e il titolo) del quadro fa capire che è una metafora pittorica riguardante l'Italia e il mito che di essa si aveva.
5. Chiedersi (e cercare di dare una spiegazione) perché è un tedesco che raffigura metaforicamente su una tela l'Italia (cfr. biografia del pittore)
6. Parlare del mito dell'Italia per chi non è italiano, inquadrando il discorso nell'ambito dell'Ottocento.
7. Dopo aver reperito le informazioni e trovato le risposte, scrivere. Se le risposte non sono state trovate (perché impossibili a trovarsi), fornire una propria ipotesi.



Inizio io, dandovi qualche indizio.



Il mito dell'Italia

Non esiste solo la letteratura, come arte rappresentativa e/o militante.
Sul piano del mito, per quel che è dell’arte figurativa, vorrei esporre la visione dell’Italia – visione idealizzata – quale la intendono i tedeschi che appartengono al gruppo chiamato per dispregio i nazareni[1]. Vedremo in un secondo momento qual è la visione dell’Italia per gli italiani del periodo neoclassico, quello che precede il romanticismo e i moti insurrezionali.
Dicevamo i tedeschi (uso anacronisticamente il termine) e l’Italia. Penso a due quadri dipinti nel primo decennio del XIX secolo, uno, di Franz Pforr[2], ha per titolo Sulamite e Maria (1811) e l’altro di Friedrich Overbeck[3], ribattezzato Italia e Germania (1811-1828). Entrambi i dipinti evocano in forma antropomorfa le due culture, quella italiana e quella teutonica, secondo i canoni romantici. Ma mettiamo da parte il quadro di Pforr (cui comunque invito a dare un’occhiata sui libri d’arte) e occupiamoci soltanto di quello di Overbeck.
Al di là dello stile tipico dei nazareni tedeschi che «medievalizzano» (quarant’anni prima dei preraffaelliti inglesi), e per tecnica e per soggetti le loro tele, è rilevante notare come si configuri, per un nordico, l’essenza di ciò che evoca l’italianità. 

Ecco allora che nella figura femminile (Italia non può che essere donna) di sinistra, ritroviamo idealizzati (anche se teutonicamente rigidi) alcuni caratteri «connotanti» la mediterraneità: bruna di capelli, ha una treccia raccolta a corona attorno al viso, un sottile cerchio rosso e foglie di alloro incorniciano il volto pudico e composto, quasi raffaellesco, di Italia. Gli abiti che indossa ricordano quelli delle madonne del Perugino e del Pinturicchio. Lo sguardo della fanciulla Italia è abbassato, sommesso, simbolo di armonica bellezza; la mano sinistra è posta sul grembo e quella destra – in pegno di amicizia (e fors’anche di abbandono, di affidamento) – è offerta alle (e trattenuta dalle) mani dell’altra giovinetta, Germania. 

Le figure sono talmente ravvicinate tra loro che quasi non si scorge paesaggio dietro il profilo delle due, complice una ciocca scomposta che sfugge alla corona di trecce della soave e timida Italia. Ai lati, invece, e precisamente a sinistra della spalla della giovane, scorgiamo un paesaggio che si vorrebbe mediterraneo e lo sarebbe se il pennello non fosse pur sempre teutonico. Le cime delle montagne evocano i paesaggi leonardeschi e il particolare della rovina-castello che sta in mezzo a quello che più che un mare parrebbe essere un lago mi induce a pensare che si tratti del Lago Maggiore. Gli alberi non sono stilizzati, né in senso medievale né in quello solitamente italianizzante (si pensi a certi quadri “italiani” di Poussin); una macchia verde scuro quasi informe che fa da sfondo a una sorta di chiesa minimale, come solitamente non sono le chiese italiane (ma ovviamente i nazareni, ricercano le chiese del Basso Medioevo e del primissimo Rinascimento).

Quanto a Germania, che qui mi interessa meno, dirò velocemente che la sua figura appare complementare: i capelli della seconda fanciulla sono color del miele, con lunghi boccoli disciplinati che scendono sul petto; la coroncina è di mirto, l’abito verde. Il manto rosso sembra un drappo che fugge verso la destra della tela. Un muro di mattoncini delimita verso destra lo spazio che è riempito da un villaggio aguzzo stretto da quelle che immaginiamo essere viuzze tedesche. Sebbene i centimetri di pelle esposta allo sguardo alla fin fine sembrano essere gli stessi, si ha come l’impressione che la fanciulla Germania sia più coperta e comunque il suo abito è più pesante con anche una pelliccetta a bordarle le spalle. E se Italia è silenziosamente assorta, Germania sembra parlarle e confortarla in un alito di dolce intimità.

Ho reso bene l’idea del mito del Nord che ama il Sud, e di come il Nord (la Germania) mitizza il Sud (l’Italia)? Quale ne siano le intenzioni, i clichés funzionano bene: chiunque osservi questo quadro dovendo individuare chi delle due fanciulle dipinte sia Italia e chi Germania non nutrirebbe il benché minimo dubbio al riguardo. Non è vero?

_________________________

[1] I Nazareni, cfr. per un'informazione rapida:  http://it.wikipedia.org/wiki/Nazareni

[2] Franz Pforr (1788-1812) è un pittore tedesco. A Vienna, fonda insieme con Overbeck la confraternita di S. Luca nel 1809, l’anno successivo si stabilisce a Roma. Rappresentante dei Nazareni, ricorre al disegno gotico, senza ombre né modellato. Morirà ad Albano Laziale (presso Roma). Il quadro cui faccio riferimento è un olio su tavola, abbastanza piccolo (34 x 32 cm), si trova a Schweinfurt, in Baviera, e fa parte della collezione Georg Schäfer.

[3] Friedrich Overbeck (1789-1869) è un pittore tedesco. Negli ambienti viennesi, la sua arte – debitrice di Giotto e di Masaccio – non piace. Si stabilisce a Roma dove vivrà per il resto della sua vita, proponendo un’arte che rievochi quella dei primitivi italiani. Pittura malinconica, la sua.

©2010 Jacqueline Spaccini

martedì 17 marzo 2009

Sciascia, il «giallo» e la pittura

Pubblicato da Stilos (La Sicilia) con il titolo «La
tentazione di Zefer compie otto movimenti»
il 27/11/2001

Si trova anche nel mio libro Sotto la protezione di Artemide Diana, Rubbettino, 2009.

Le regole del “giallo” e l’escamotage
della pittura in Sciascia

di Jacqueline Spaccini


Nel suo “Breve storia del romanzo poliziesco” (in Cruciverba, Adelphi, 1988), Leonardo Sciascia riassume le regole di un genere, il giallo classico, oggi ampiamente ibridato con l’horror, il fantastico e lo storico.
Nel momento in cui scrive il suo saggio, gli appassionati di questa letteratura sono ancora dai più considerati lettori (e scrittori) di serie B; se chi legge (e scrive) polizieschi è anche lettore/autore di narrativa “seria”, la sua appare essere un’eccentrica passione. A distanza di tredici anni [quest'articolo è del 2001, N.d.A.], è la letteratura che tira di più; chi la legge (e la scrive) non si sente più un infiltrato al desco, ed anzi esce allo scoperto, nobilitato: dalla serie cadetta è stato promosso in quella maggiore, può persino lottare per lo scudetto.
Non credo proprio che Sciascia si sentisse uno scrittore mortificante, anzi; quindi quando afferma che “la lettura di un poliziesco è, nel senso più proprio della parola, passatempo”, sembrerebbe non nutrire sentimenti di elemosina, limitandosi ad una mera constatazione. Ma se così fosse, tale affermazione riguarderebbe abbastanza lapalissianamente tutte le altre letture; senonché, Sciascia precisa che, allorquando il tempo non è più portatore di pensieri, il pensiero fugge, la mente diventa una sorta di tabula rasa, in una condizione di beata passività. Certo, giusto il lasso di tempo che la lettura occupa, poi si torna alla vita di sempre. Quindi il primo punto sembra essere questo: il giallo intrattiene, col suo giusto grado di tensione, ma non porta né riflessione né arricchimento.

Sciascia insiste sulla “condizione di assoluto riposo intellettuale”, da parte del lettore evidentemente, perché la lettura possa essere per davvero un passatempo. Infatti, se l’intreccio di un giallo si apparentasse troppo al reale quotidiano, la lettura si rivelerebbe meno divertente, comporterebbe elementi di pathos, di angoscia. Ne consegue che, a rigore, le opere di Stephen King o di Patricia Highsmith non rientrano nella categoria descritta dallo scrittore di Racalmuto.
Ora, un punto sul quale non mi sento per nulla in sintonia con la sua “anamnesi familiare” è proprio quello che riguarda lo stato di passività e di riposo intellettuale del lettore. Comincerei da ciò che sta a monte della convinzione sciasciana: la nozione di tempo. Per lo scrittore siciliano, durante la lettura di un giallo, il tempo “non è più scandito da condizioni e condizionamenti”. Orbene, si dà il caso che la prima condizione, canonica, direi sine qua non, di un giallo d.o.c. è il rinvenimento di un cadavere (e quindi l’esistenza di un assassino e di un assassinato). In Genesi di un poema, Edgar Allan Poe ha scritto che per la risoluzione del mistero, bisogna procedere “con la precisione e la rigorosa logica di un problema matematico”. Nel 1928, lo statunitense William Huntington Wright, più noto con lo pseudonimo di Van Dine, il fortunato autore di una serie di romanzi con protagonista il detective Philo Vance, stabilisce venti regole per il poliziesco, tra le quali il gioco intellettuale, e paziente, che lo scrittore ingaggia con il lettore, una sorta di partita a scacchi con regole prestabilite cui entrambi debbono sottostare. Oggi lo si definirebbe il “patto narrativo” che un autore scambia col suo lettore, condizione gravida di tutta una serie di condizionamenti. I romanzi di Van Dine si fondano su una serie di condizioni obbligatorie cui è costretto per primo lo scrittore di gialli: la precisione e il rigore matematici augurati da Poe, il nodo del romanzo consistente più nell’inchiesta che nel mistero, per esempio.

E. A. Poe
Nel momento in cui un lettore accetta le regole del gioco proposte dall’autore del giallo che sta leggendo, egli ha a sua disposizione giusto il tempo (cioè le pagine che restano) di risolvere l’enigma, prima che sia troppo tardi. Sta qui la posta in gioco, nella sfida che il giocatore 2 (il lettore) raccoglie, confidando nell’onestà del giocatore 1 (l’autore): risolvere il mistero con l’aiuto degli elementi che gli sono via via offerti.
E’ il motivo per il quale il lettore di Agata Christie s’appresta a leggere i suoi romanzi con un sentimento misto di sfida e di scacco: egli sa che l’autore è di quelli che tradiscono il patto, che imbrogliano le carte in modo da lasciare il lettore (in versione detective) totalmente disorientato e confuso, al contrario di quello naïf o passivo, lui, piacevolmente sorpreso. Ad ogni buon conto, siamo lontani da qualsivoglia nozione di “deregolamentazione” del tempo: non soltanto il tempo non è più un flusso emotivo e indistinto, ma è addirittura razionalissimo e contato.
La ricerca della Lettera rubata
Sciascia non accorda una grande importanza all’elemento “mistero”, che è invece principale in altri autori e che ha permesso, se mi è concesso di anticipare, la dilatazione odierna dei confini del genere. In principio era un racconto di Poe: di già, nella Lettera rubata, veniva affrontata la nozione di mistero come enigma da risolvere (chi non ricorda quello che aveva nell’orangutan la sua risoluzione?) con il solo ausilio del ragionamento, ma faccio allusione all’altrettanto famoso Ritratto ovale, in cui fa il suo ingresso l’elemento fantastico. Il potere orrifico che al protgonista del racconto suscita spavento è rappresentato da un dipinto che ritrae una bellissima fanciulla. La risoluzione dell’enigma misterioso che racchiude il ritratto è la lezione di Poe di cui occorre far tesoro: il quadro è elemento che nasconde un segreto; questo segreto fonda e struttura l’intreccio del racconto; sulla rivelazione del segreto, sull’agnizione finale (qui, la vita trasferita alla materia inerte), si chiude il racconto stesso con un coup de théâtre.
Appresa la lezione, sia pure in ritardo, l’elemento pittorico (che si tratti di quadro o di pittore) diventerà elemento di escamotage nei gialli, affiancandosi spesso ad un altro nuovo ingrediente: la storia. Fermo restando la continuazione di un filone classico (che la linea di Lucarelli rappresenta a buon diritto), dal 1988, anno di pubblicazione del Nome della rosa di Umberto Eco, si assiste a un fiorire di gialli a sfondo storico, soprattutto in Francia (Lebigre), in Inghilterra (Peters) e in Spagna (Perez-Reverte), ma ci sono eccellenti esempi anche in Italia (Evangelisti, Rebulla). Al definitivo imbroglio di frontiere, bisognerebbe altresì aggiungere il contributo dell’elemento fantascientifico con una conseguente precipitazione dell’intrigo verso il “noir”.
Derogazioni a parte, e tornando all’elemento pittorico – anche come segno di mystère – che più mi interessa qui, c’è da ritenere un’altra osservazione di Sciascia: “[vi sono] romanzi che di poliziesco hanno soltanto la tecnica: quella tecnica che non permette al lettore di abbandonare il libro a metà, di non chiuderlo se non dopo aver letto l’ultima riga”. E’ un’annotazione importante, perché essa mi permette di introdurre un romanzo di Sciascia, Todo modo (1974, Einaudi), per dimostrare che Sciascia è colui che continua il giallo (o poliziesco che dir si voglia) nel segno della tecnica per un finale a “soluzione aperta”. Almeno negli intenti.
Invero, non è la prima prova di quel che la critica francese ha definito “conte moral et policier”: erano già apparsi Il giorno della civetta (1961), Il consiglio d’Egitto (1963), A ciascuno il suo (1966) e il Il contesto (1971). Polizieschi, questi romanzi lo sono per il tessuto narrativo che si sviluppa come una lunga inchiesta, la maggior parte delle volte destinata a sfociare nel nulla. Il detective professionista (come il capitano del Giorno della civetta o il commissario Rogas del Contesto) o quello che lo è suo malgrado (come il filologo del Consiglio d’Egitto) sono alla ricerca della verità, ma una volta trovata non servirà a granché. Insomma, se sono polizieschi – sia pure alla lontana – lo sono per il carattere investigativo e per lo spirito di localizzazione e rivelazione che anima i protagonisti, ma essi hanno anche un carattere morale come sostrato didattico che rinvia allo Zadig di Voltaire, forse il primo poliziesco (se si esclude l’Edipo Re).
Prima di introdurre la materia narrativa di Todo modo, vorrei attirare l’attenzione di chi legge queste righe su di un elemento paratestuale, nient’affatto trascurabile, presente nella prima edizione italiana. Nel riquadro centrale della copertina einaudiana, vi è raffigurato un quadro del manierista Rutilio Manetti (1571-1639): La tentazione di sant’Antonio. Il lettore l’ignora ancora, ma in questo quadro è la chiave (simbolica) del romanzo di Sciascia. Vi si vede il santo occupato a leggere; dietro di lui, il diavolo sta tentandolo, ma è un diavolo atipico, con un paio d’occhiali, simbolo della più perniciosa delle tentazioni: il peccato del sapere, principale inganno dell’intelletto.


il pittore Fabrizio Clerici
Nel romanzo, il quadro si trova nella cappella dell’Eremo di Zafer (in Sicilia e non a Siena, dov’è realmente conservato; Sciascia l’aveva conosciuto grazie all’amico pittore Fabrizio Clerici) e rappresenta “san Zafer” (e non sant’Antonio). Così li descrive il narratore omodiegetico: “un santo scuro e barbuto, un diavolo dall’espressione tra untuosa e beffarda, le corna rubescenti, come di carne scorticata, (…) gli occhiali a pince-nez.” Il diavolo, cui gli occhiali attribuiscono “un che di misterioso e di pauroso”, rimanda all’altro protagonista, don Gaetano, gestore dell’Eremo. E’ proprio il sacerdote a spiegare il valore di quegli occhiali: “il santo non ha più buona vista; il diavolo gli porta in dono le lenti. Ma queste lenti hanno, ovviamente, una diabolica qualità: se il santo le accetterà, attraverso di esse leggerà il Corano o sant’Anselmo o sant’Agostino.” “Ahimè, che il puro segno delle tue sillabe si guasta in contorto cirillico si muta…”, conclude don Gaetano, citando alcuni versi del Diario d’Algeria di Vittorio Sereni.
Si tratta di una copia, naturalmente, ma giacché il quadro, che esiste realmente, viene spostato dall’autore in un luogo falso, anzi inesistente nel senso stretto del termine (Zafer è Zafferana Etnea), è evidente che il soggetto di questa Tentazione di Manetti dev’essere portatore di un significato, o per restare più vicini a Sciascia, d’un indizio rivelatore.

Per lo scrittore siciliano, quattro sono le regole fondamentali per la costruzione di un buon giallo: “il porsi del problema; la presentazione degli indizi essenziali alla sua soluzione; lo sviluppo dell’inchiesta fino alla soluzione; la discussione sugli indizi in quanto prove e la dimostrazione che attraverso quelle prove si arriva alla prova definitiva della colpevolezza di uno dei personaggi del libro”. Ricordo di sfuggita che Sciascia è però ammiratore di Gadda, autore del “più assoluto giallo che sia mai stato scritto, un giallo senza soluzione”, pensando a Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957, Garzanti). Al cinema il romanzo fu trasposto col titolo “Un maledetto imbroglio”, per la regia di quel genio che fu Pietro Germi; il regista genovese optò per il finale chiuso, con tanto di arresto di colpevole, scelta che mandò Gadda su tutte le furie.
dal film Todo modo di Elio Petri (1976)
Tornando a Todo modo, il protagonista di cui il lettore ignorerà finanche il nome, è pittore di fama. Fin dal suo arrivo all’Eremo, fa la conoscenza del gestore del luogo, don Gaetano, uno strano prete che esercita subito su di lui un’ambigua influenza: da una parte, il protagonista lo disprezza (in ragione dell’aspetto lucrativo e sordamente politico degli “esercizi spirituali” da lui gestiti nell’eremo); dall’altra, ne ammira l’intelligenza e la cultura. Ben presto, un primo delitto è commesso: qualcuno ha sparato al senatore Michelozzi, uccidendolo. L’arrivo della polizia non impedisce un secondo assassinio: è la volta dell’avvocato Voltrano, precipitato dalla sua camera situata all’ottavo piano. Due omicidi apparentemente inesplicabili. La polizia non riesce a trovare un solido “mobile” in grado di spiegarne la natura, mentre il prete e il pittore si lanciano messaggi velati, ciascuno volendo far comprendere all’altro di sapere chi ne è il responsabile. L’assenza di ogni indizio lascia però il lettore completamente all’oscuro. Un pomeriggio, al vecchio mulino, don Gaetano viene ritrovato cadavere, ucciso dal proiettile di una pistola. Suicidio o terzo delitto? In assenza di movente, il caso è archiviato.
In realtà, il romanzo è zeppo di indizi. Ma è indubbio ch’essi sono presentati sotto una forma più letteraria che poliziesca. Al lettore è richiesta una seconda lettura. Eccola, in otto movimenti: a) all’inizio del romanzo, il pittore dichiara, apparentemente a sproposito, d’essere “pronto a ripetere, a moltiplicare, quando sarebbe scattato, quando avre[bbe] potuto farlo scattare, il [s]uo atto di libertà”; b) don Gaetano porta occhiali che sono “la copia esatta di quelli del diavolo”; c) il primo omicidio segue una cena nel corso della quale la vittima (Michelozzi) e don Gaetano avevano avuto contrasti mascherati da “un rimbalzo di citazioni, come una partita di ping-pong”; d) la seconda vittima (Voltrano) si trovava alla sinistra di Michelozzi, nel momento in cui il senatore veniva ucciso ed aveva sospettato che “qualcuno si [fosse] insinuato tra lui e Michelozzi”, dando a intendere di aver riconosciuto l’assassino; e) a proposito dei primi cristiani, don Gaetano richiama Tertulliano, che voleva difenderli, concludendo in tal modo: “aveva torto Tertulliano a chiedervi [a voi non cristiani] di non temerci, a rassicurarvi”, perché il mondo “è l’orlo dell’abisso. L’abisso invoca l’abisso, il terrore invoca il terrore”. Al pittore, confessa altresì che la mancata scoperta dell’assassino gli è indifferente; f) il pittore afferma di aver trovato “la soluzione del problema netta e quasi ovvia” nella Lettera rubata di Poe; g) “che pasticcio”, dice il ministro al giudice Scalambri, quando viene rinvenuto il primo cadavere; “un pasticcio”, ripete il procuratore al ministro, facendo eco al romanzo di Gadda; h) il romanzo si chiude su un lungo brano, tratto da I sotterranei del Vaticano di André Gide.
Ne conseguirebbe – come ha ben osservato il critico letterario Nicolò Mineo – che il responsabile dei primi due omicidi è don Gaetano, ucciso a sua volta dal pittore. La risposta di quest’ultimo al procuratore Scalambri che gli chiede un alibi, “Dov’è che te ne sei andato?” “A uccidere don Gaetano”, a mo’ di boutade paradossale, sarebbe nei fatti una confessione.

Rutilio Manetti: La Tentazione di S. Antonio (1620, particolare)
La soluzione è dunque introdotta dal quadro di Manetti, come embrayeur o escamotage e spiegata alfine alla luce delle pagine di Gide, in cui Lafcadio uccide senza movente, in nome dell’atto gratuito, effetto senza causa, quell’atto che fa saltare l’anello della catena delle conseguenze: “un seul acte libre et, par contagion, tout ce qui est de l’homme est liberté”, concludeva Lafcadio. Fin dalle prime pagine, il pittore annuncia al lettore ch’egli è pronto a innescare il suo atto gratuito, in nome di quella libertà cui tutto ha sacrificato (“mi sentivo libero da tutto, comunque. E anche dalla pittura”). Che don Gaetano sia esplicitamente assimilato al demone peggiore, quello dell’intelligenza e della cultura, è detto più volte nel romanzo. Né manca una timida identificazione del pittore con il Cristo (laico, certo), e che come il Cristo viene tentato dalla cattiveria lucida del prete: “non vi tenterebbe l’idea di dipingere un Cristo?”, respinta dal pittore, sia pure a malincuore.
Ho detto prima che se l’avvio della narrazione giallistica, l’escamotage, cui ricorre Sciascia è il dipinto di Manetti, la conclusione/soluzione è però nella letteratura. E’ tempo di richiamare Poe e la sua Lettera rubata, cui ho accennato più sopra, non per ricordare l’arcinoto ragionamento seguito dal cavaliere Auguste Dupin per trovare la soluzione, ma per insistere sulla portata della letteratura in questo poliziesco sui generis, nel senso che è la letteratura che spiega tutto, anche se non va al di là della scoperta, della notifica insomma, giacché quand’anche rivelazione, epifania, la letteratura è assolutamente impotente nella risoluzione dei drammi della vita sociale. [Jacqueline Spaccini]
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Pubblicato da Stilos (La Sicilia) con il titolo «La
tentazione di Zefer compie otto movimenti»
il 27/11/2001

sabato 8 novembre 2008

Salomè & le sue sorelle

 
Ora, questo mio lungo articolo è possibile leggerlo, stampato, anche qui. 

Salomè & le sue sorelle
di Jacqueline Spaccini

Anno Domini 29: “Erode aveva fatto arrestare e incatenare Giovanni in prigione a causa di Erodiade, moglie di Filippo, ch’egli aveva sposata e per la qual cosa Giovanni aveva detto: Non ti è permesso prendere in moglie la moglie di tuo fratello”. In conseguenza di ciò, Erodiade odiava Giovanni e desiderava che morisse. Ma non poteva raggiungere il suo scopo a causa del rispetto che Erode nutriva nei confronti di Giovanni (…). Finalmente, giunse l’occasione propizia: nel giorno del suo compleanno Erode diede un festino al quale invitò i suoi cortigiani, gli ufficiali e gli amministratori della Galilea. Entrata nella sala, la figlia di Erodiade danzò, incantando Erode e gli invitati. Il re disse alla fanciulla: Chiedimi quel che vuoi ed io te lo darò. E aggiunse con un giuramento: Foss’anche la metà del mio regno. Lei uscì e chiese alla madre: Che debbo chiedere? La madre le disse: La testa di Giovanni Battista. Rientrando, la giovane si affrettò a rivolgere al re la sua richiesta: Voglio in un catino, disse, ora e subito, la testa di Giovanni Battista. Il re si rattristò, ma a causa del giuramento fatto e della presenza degli ospiti, non volle rifiutargliela: inviò perciò una guardia con l’ordine di portare la testa di Giovanni. La guardia andò a decapitare Giovanni nella prigione e portò la di lui testa in un catino; la porse alla giovane che la diede a sua madre.” (Vangelo secondo san Marco,VI, 17-29). Questa figlia di Erodiade (e del suo primo marito, Erode Filippo), mai nominata dai Vangeli se non attraverso l’ascendenza materna, è Salomè. I motivi per i quali resta “innominata” vanno probabilmente ricercati nel significato del nome Salomè: “la pacificatrice”; l’esatto contrario, dunque, di quel che la tradizione tramanda al suo riguardo. La vicenda per la quale è passata nel mito è stata ulteriormente tramandata dallo storico Flavio Giuseppe nelle sue Antichità giudaiche: ma lì, Salomè non balla e il Battista non è decollato. In verità, l’episodio evangelico ha un celebre modello nella storia del governatore della Gallia Lucio Flaminio, che Cicerone, Tito Livio, Seneca e Plutarco hanno riferito, con alcune variazioni sul tema. La scena è la seguente: Flaminio, invaghitosi di una cortigiana che non aveva mai assistito ad una decollazione, decise di conquistarla facendo decapitare un condannato nel bel mezzo di un ricco festino. Alcune fonti aggiungono che, mentre il boia portava a tavola la testa recisa del condannato in questione, Flaminio e la cortigiana si abbandonassero a danze voluttuose… Colpito dalla folgore oratoria di Catone il Censore, Flaminio fu allontanato dal Senato. Questo accadeva nel 184 avanti Cristo. Archeologia storica a parte, Salomè, l’adolescente sulfurea che leggende letteratura e pittura hanno successivamente trasfigurato in mito, non sembrerebbe essere altro che l’inconsapevole strumento della vendetta della madre Erodiade, il cui legame incestuoso con il cognato (la legge proibiva categoricamente tali matrimoni) aveva subìto la fustigazione morale da parte del profeta Giovanni Battista. Erodiade sarebbe dunque la vera protagonista dell’episodio dei vangeli, l’ombra nera, la gran burattinaia a muovere i fili delle decisioni altrui, di Salomè tra l’altro, ragazzina seducente e maliziosa ma inequivocabilmente poco perspicace. Naturalmente, i Vangeli non dicono altro sul susseguirsi degli eventi; una domanda che in genere nessuno si pone è la seguente: che fine fece la Salomè storica? Quella a cui la maggior parte dei lettori è interessata, è invece: com’è nato il suo mito? Quanto alla sua vicenda terrena è presto detto: rimasta vedova alla morte dello zio-patrigno Erode Antipa, divenuto nel frattempo suo marito, Salomè sposerà il re dell’Armenia minore ove, madre di tre maschi, terminerà i suoi giorni di regina verso l’anno 72.
Di lei possediamo un ritratto autentico, l’unico, inciso sulla faccia di una moneta di Nicopolis, coniata sotto il suo regno. Invero, la storia di Salomè, posteriore alla decollazione del Battista, non è di grande aiuto nell’edificazione del suo monumento mitico, tenuto anche conto della gran quantità d’inchiostro che il suo personaggio ha fatto asciugare sulle carte letterarie e musicali o della profusione di tubetti di colore posti a strato sulle tele dei pittori… Sta di fatto che, dopo essere stata bollata come “strumento del demonio” dai Padri della Chiesa, dopo aver subìto la legge del contrappasso nelle leggende greche del IV secolo che la vedono perire tra i flutti, decapitata da ghiacci simili a coltelli, Salomè se ne sta muta e immobile a prendere la muffa del tempo. Alla stregua della madre Erodiade (lei per davvero un’autentica dark lady) esiliata da Caligola in quel di Lugdunum (l’odierna Lione), Salomè vive l’esilio del mito sospeso, o meglio, abbandonato: vale a dire un silenzio ferale. La femme fatale, nel suo significato proprio, non interessa l’era medievale; giusto un’apparizione nel XII secolo (la Légende dorée di Jacques de Voragine la fa inghiottire dalla terra), una comparsata nel XVI e XVIII secolo (ma solo perché Giovanni Battista ha diritto a un momento di revival nella tragedia teatrale germanica). Poi di nuovo l’oblio. Nel XIX secolo, Salomè torna in pompa magna e anzi, imperversa in tutte le arti. Il suo ritorno nel campo culturale coincide però con uno strano fenomeno: scrittori, musicisti e pittori cominciano a pasticciare con i nomi dei personaggi storici. Sicché Salomè e sua madre Erodiade finiranno col fondersi sempre più in un unico essere, per confondersi poi definitivamente l’una con l’altra. E’ anche il momento in cui si riscopre che Bernardino Luini, un bravo pittore del primo Cinquecento, aveva immortalato Salomè in un ritratto di charme: la chioma fulva e gli occhi verdi come smeraldi disegnano i tratti di un’adolescente inquietante, una rossa ferina il cui sguardo, che si vorrebbe virginale, è reso inesorabilmente equivoco dal Luini. Comincia altresì a farsi strada l’idea – perlomeno tra i letterati, i pittori aspetteranno un poco, i musicisti ancor più – che Salomè sia l’incarnazione mitica della donna nociva all’uomo. Per il momento, mi limito a adoperare questo termine improprio (nociva), abbastanza vago e banale, in ragione del fatto che le aggettivizzazioni, via via creditate a Salomè, sono talmente variegate e ricche di sfumature da non poter essere riassunte in un unico vocabolo pregnante. Si è detto il ritratto, le fattezze fisiche di Salomè. Grazie al Luini, una parte importante del corpo è già abbozzata; agli occhi verdi e ai capelli rossi, universalmente accettati, vi è ora da aggiungere l’abbigliamento. Trattandosi di una lussuriosa (tale doveva considerarsi una danzatrice di un presumibile ventre nell’Ottocento, oppure una contorsionista quale la descrivono i Misteri tedeschi di san Giovanni Battista), i suoi abiti debbono essere succinti e sfolgoranti. Ecco allora la nostra rediviva Salomè-Erodiade incedere tra gli uomini scortata da belve feroci in guisa di cagnolino, in tenuta similorientaleggiante, i seni e le cosce ignudi o quasi, generosamente offerti allo sguardo, lambiti dagli abiti d’oro ed esaltati dai diamanti tra i capelli. La paccottiglia, insomma. Salomè – scriverà Flaubert nel suo Hérodias (1877) – è une fleur que la tempête agite [un fiore che agita la tempesta]; ma la sua è una strana baccante che va in giro calzata di pantofoline di colibrì coi pantaloni da odalisca tutti gemmati di mandragora… Interessato alla coppia Erodiade-Erode, Silvio Pellico aveva immaginato, nella sua Erodiade (1833), una Salomè poco più che bimba; ma non è di bimbe incolpevoli che il mito intende nutrirsi. E poiché il mito di una donna ideale è tutto fuorché un omaggio alla donna (non parliamo poi della donna reale), poiché un mito è l’esaltazione di un carattere portato alla sua estremità, il mito di Salomè finirà per assumere nel corso del tempo due diverse connotazioni, a seconda che esso palesi il giudizio etico-estetico che gli uomini portano sulla donna oppure sulla femminilità alle sue estreme conseguenze. La seconda metà del XIX secolo, soprattutto francese e inglese, è pervasa di una prepotente misoginia, in una atmosfera di raffinata decadenza e di esasperato estetismo, cui la donna non ha diritto di partecipare. In questo clima, non solo la figura femminile è ancillare, ma addirittura negativa se l’uomo cui si attacca è un artista. La belle noiseuse ideale che spingerà al suicidio il Frenhofer di Balzac e la modella Manette Salomon che disperderà il talento artistico del Coriolis goncourtiano, sono sorelle di Salomè nel loro agire. In A rebours (1884), Huysman fa della principessa giudaica la mostruosa “dea dell’immortale Isteria”, in simultanea con le osservazioni freudiane. A dare una svolta al mito è però Oscar Wilde: nel 1897 la sua Salomè è una creatura innamorata del Battista, ribattezzato Jokanaan, splendidamente (si fa per dire) riassunta dal bacio necrofilo che ella suggella sulle labbra appartenenti alla testa mozza del profeta (Wilde plagia Heine). Perché è così distruttiva? Se distrugge l’essere amato è a cagione della sterilità del suo desiderio non corrisposto. E’ questa un’idea base in Wilde: chi ama finisce per soffocare l’essere amato. La pièce del dandy inglese si preoccupa altresì di rincarare le dosi dell’ingrediente sensuale: prova ne è che egli scrive quest’opera in francese, lingua che l’Inghilterra vittoriana considerava propria dei romanzi licenziosi. La lascivia entra a far parte del personaggio-mito di Salomè: il carattere sensuale ma insieme ieratico dei quadri di Gustave Moreau (Salomé dansant devant Hérode e L’Apparition, 1876), così come lo sguardo minerale della vergine di Mallarmé (Hérodiade, incompiuto) che il poeta assimila al cigno, vengono spazzati via : cedono il passo ad una femmina “anguilla”, le cui pose lascive verranno impresse sulla pellicola filmica (Salomè,1922) da Alla Nazimova, diva del cinema muto di Charles Bryant.
Della definitiva sua trasformazione in ninfomane assetata di sangue, la musica di Richard Strauss è corresponsabile. La sua Salomè (opera del 1905, basata sulla tragedia wildiana), è un’eroina tutta impulso, sensi e capricci. Scompare definitivamente ogni forma, pur minima, di idealità in lei: Salomè ama il Battista? Non è il profeta che ammira in lui, bensì il maschio; tant’è che arriva a confessargli: Ich bin verliebt in deinen Leib (letteralmente: “sono innamorata del tuo corpo”, benché la parola Leib esprima anche un’ambiguità sessuale di tipo metonimico). E’ diventata una puttana volubile e sanguinaria, un animale predatore, come già nel 1870, Henri Régnault aveva dipinto la sua Salomé gitana, il cui sorriso rimanda a Carmen, la sigaraia, la bohémienne nata per essere il tormento degli uomini.
Vano e tardivo sarà il tentativo di Apollinaire e di Picasso di demitizzare, ironicamente, l’idea-ossessione della donna generatrice di guai, sposa di Satana e madre di Sifilide, secondo il Liebeskonsil (1895) di Oscar Panizza e non solo (si pensi ad Eva e a Pandora). Nell’immaginario maschile, la donna reale non esiste; in esso trova forma una figura ideale (non per niente Pigmalione è un uomo), duplice e dicotomica, della donna. Da una parte, sta l’angelo virtuoso, pilastro della famiglia, che fa dell’onestà, della cura del marito e dei figli, lo scopo della sua vita, come Andromaca; iperidealizzata, come la Beatrice dei Preraffaeliti; ardente e pudica, come la Pamina mozartiana; innamorata e incolpevole, come Desdemona ed Ester; ingenua e aggraziata, come la Biancaneve di Walt Disney. Dall’altra parte, si muove la tentatrice, irresistibilmente provocante nella sua libertà, ma insieme assolutamente inaccessibile e inarrivabile, quella che fa perdere la testa agli uomini, come Salomè (e, per altri versi, Giuditta); quella che dispone dell’uomo come di un oggetto privandolo della sua dignità, come Circe e la Viviana del mago Merlino; quella che lo spinge all’inganno, alla violenza e al tradimento, come Lady Macbeth, Carmen e Mata Hari. Questa seconda donna, quando si fa eccessivamente pericolosa agli occhi dell’uomo, si trasforma velocemente in una strega, il suo principale atout, la bellezza, si trasforma in sembiante meduseo: ecco Medea, la Regina della Notte e Crimilde, sorelle delle Parche, le Erinni e le Furie.

Per non parlare poi di certe figure femminili “a metà”, come Elena, Fedra, Cleopatra e Didone,
belle, incantatrici ma perdenti, degne del purgatorio, o come Antigone, Brunilde e Giovanna d’Arco, figure queste troppo virili, atroci vergini “falliche”, inclassificabili, e dunque buone per la zona “limbo”.
In alto, resta la donna perfetta, la Madre, che va respinta dall’uomo che non voglia essere accusato di amore incestuoso; in medias res, la moglie, che mantiene lo standard di una banale quietitudine. Altrove, giù negli inferi, non c’è scampo: la donna fatale è una femmina che castra, grande spettro della virilità maschile, ancora memore dello strazio di Atteone, dilaniato dai suoi stessi cani per aver sorpreso nella sua nudità Artemide Diana, dea inconoscibile per eccellenza, mitologica vendicatrice di Salomè e delle sue sventurate sorelle. Intanto, le scrittrici continuano a disinteressarsi di Salomè, persuase che gli uomini non capiranno mai nulla delle donne, fintantoché continueranno a costruire attorno alla sua specifica realtà un mito maschile, come quello di Salomè, assolutamente fasullo.


Jacqueline Spaccini
Parigi, feb. 2001


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Pubblicato da Stilos (supplemento letterario de "La Sicilia"), con il titolo Il mito di Salomé: anche la donna di Satana ha un'anima. 20/02/2001, p. 9