Un tedesco, anch'egli ebreo come l'austriaco Billy Wilder, che fece fortuna a Los Angeles (pare fosse stato invitato in America da Mary Pickford, nel '22) e che era apprezzato anche da Wilder (cfr. post sottostante).
Ecco, di tutti i film loufoques che di lui si ricordano (e sono tanti), io scelgo di non parlare di nessuno di loro, bensì dell'unico film drammatico suo (l'ho visto iersera in DVD): Broken Lullaby/ The Man I killed (1932, L'homme que j'ai tué/L'uomo che ho ucciso).
Vi propongo l'unico brano del film disponibile su youtube, in cui è chiara l'opinione che il regista si è fatto dei conflitti bellici (anche se mette in scena la prima e non la seconda guerra mondiale):
E vi racconto il plot:
La guerra è finita da un anno. Bene o male, la vita riprende per coloro i quali sono sopravvissuti. Ma Paul, un giovane musicista parigino (Philip Holmes) non riesce a darsi pace: ha ucciso un solo uomo, un inerme soldato tedesco in trincea, mentre costui era intento a scrivere una lettera alla fidanzata Elsa sull'insensatezza della guerra.
In preda ai rimorsi cui la fede non riesce a porre riparo, Paul decide infine di recarsi in Germania e di chiedere perdono ai genitori (Lionel Barrymore, nel ruolo del padre tedesco, il Doktor Holderlin). Inutile dire che non vi riuscirà e che si innamorerà - ricambiato - di Elsa (Nancy Carrol).
Paul prende piano piano il posto del giovane soldato nel cuore dei genitori e della ragazza.
Ma la coscienza non gli dà tregua...
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P.S. Credo che Broken Lullaby significhi note spezzate (violinista Paul e il giovane ucciso, pianista Elsa. Nessuno dei tre - il secondo per evidenti motivi - riesce più a suonare il benché minimo brano musicale: La musica se n'è andata via, urla Paul al suo confessore).
Pubblicato da Artemide Diana in altro blog nel 2008
Colgo l'occasione per ringraziare la giuria del Premio Cesare Pavese nonché le autorità del luogo per avermi conferito il Premio Speciale Saggistica Cesare Pavese 2010. Ringrazio altresì il pubblico presente alla premiazione, avvenuta il 29 agosto 2010 nella casa natale dello scrittore langarolo sita in Santo Stefano Belbo (Cuneo).
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13 giugno 2010
È appena uscito il mio ultimo libro (nel momento in cui scrivo non ho ancora le copie tra le mani), Aveva il viso di pietra scolpita per i tipi di Aracne editrice.
Si tratta di una raccolta di saggi sull'opera di Cesare Pavese che riguardano la poesia e la prosa, privilegiando quel che lo scrittore aveva scartato, senza però dimenticare capolavori come La luna e i falò o come Tra donne sole.
Per acquistarlo o chiedere copia omaggio per recensione, cliccare qui.
Oppure ordinare su ibs o bol.
Metto di seguito prima e quarta di copertina:
È ancora attuale Pavese oggi? I suoi libri sono sempre significativi? E
se sì, che cosa trasmettono? In questo viaggio all’interno di cinque
opere dello scrittore piemontese, questo saggio affronta alcune problematiche
proprie del vivere moderno, come ad esempio la ricerca della
propria identità, il disincanto degli affetti, il rapporto tra i sessi, ma
anche le trasformazioni ideologiche e le asperità linguistiche che interessano
chi affronta la letteratura pavesiana. Uno studio, questo, che si rifà
al metodo narratologico e alla critica testuale, corredato da una fredda
passione verso l’autore delle Langhe divenuto nel tempo un classico del
XX secolo letterario. Per descriverlo, potremmo usare le sue stesse parole:
«Tutto accogli e scruti / e respingi da te / come il mare».
Jacqueline Spaccini insegna Lingua e letteratura italiana
presso l’Università di Caen. Come traduttrice ha pubblicato,
tra l'altro, Né sogno né cigno della croata Vesna Parun (Spring,
1999) e La Ripudiata della franco-algerina Leïla Marouane (Spring,
2001). Ha curato una raccolta di testi dedicati a Massimo Bontempelli (PUC, 2008) e pubblicato un saggio sui rapporti
tra letteratura e pittura (Sotto la protezione di Artemide Diana, Rubbettino, 2009). Dal 2009 fa parte della Compagnia
Internazionale delle Poete.
ISBN 978-88-548-3226-8
cinque saggi sull’opera di Cesare Pavese
In copertina: Illustrazione di Carla Massimetti.
Valori e assenza di valori del dopoguerra nel cinema di De Sica
di Jacqueline Spaccini
Vittorio De Sica (1901-1974) è un regista italiano (che prenderà la cittadinanza francese nel 1968), il quale ha ottenuto 4 premi Oscar (un record mondiale, ex-aequo con John Huston e inferiore solo a Federico Fellini che di Oscar ne ha vinti 5).
Quando De Sica diventa regista (nel 1939), è già molto conosciuto come attore (e continuerà a recitare anche dopo esser diventato regista). Ha iniziato con il cinema muto, ma poi è diventato famoso grazie ad alcune commedie disimpegnate, quelle dei telefoni bianchi, come Gli uomini che mascalzoni (1932), diventato film immortale per la canzone Parlami d'amore Mariù (cantata dallo stesso De Sica). Con il film Il signor Max diventa un divo.
I film di cui tratteremo qui sono considerati 3 capolavori del neorealismo, anzi: tre capolavori in assoluto, ma, a onor del vero, De Sica è il regista di molti altri film degni di ammirazione (per esempio: I bambini ci guardano 1943, Miracolo a Milano 1950, L'oro di Napoli 1954, La ciociara 1960, Ieri, oggi e domani 1963, Matrimonio all'italiana 1964, Il giardino dei Finzi Contini 1970), di cui – per accrescere la propria cultura e farsi un piacere personale - si consiglia vivamente la visione.
* * *
Quel che interessa De Sica sono gli ambienti popolari e soprattutto i bambini e i vecchi, cioè gli esseri indifesi.
Il film Sciuscià si ispira a due ragazzini, soprannominati Scimmietta e Cappellone, che De Sica aveva conosciuto per davvero, mentre spendevano il loro denaro al galoppatoio (= allée cavalière) di Villa Borghese (Roma) noleggiando un cavallo da cavalcare. La sceneggiatura è di Cesare Zavattini e Sergio Amidei (quello di Roma città aperta).
Il soggetto di Ladri di biciclette è vagamente ispirato all'omonimo romanzo di Luigi Bartolini, ma giusto come spunto (= suggestion) , riletto da Zavattini e sceneggiato da Suso Cecchi D'Amico; mentre sia il soggetto che la sceneggiatura di Umberto D. sono interamente di Zavattini.
LOCANDINA SCIUSCIÀ 1946
Che cosa significa Sciuscià?
Accademia della Crusca:
Sciuscià è «una delle creazioni lessicali più famose dell'ultima guerra mondiale, non meno pop
olare, fra i contributi americani, di okay e di segnorina.
A Napoli, e in altri centri dell'Italia centro
-meridionale, i ragazzi si servivano di questo termine per offrirsi come lustrascarpe [=cireurs de souliers] ai militari alleati dopo la loro venuta in Italia, nel 1943. Una forma di
accattonaggio, una piaga sociale, quella di questi ragazzi laceri, sporchi, affamati e privi di qualsiasi appoggio. La parola sciuscià, così pronunciata a Napoli, Roma ecc., riflette
l'americano shoeshine, […] ma è stato nella forma sciuscià che la voce si è rapidamente imposta attraverso tutta la penisola, diventando SUCCESSIVAMENTE sin
onimo di "giovane vagabondo, accattone" e persino di "ladro". Si legge in un giornale dell'aprile 1947: «Poteva diventare sciuscià, forse diventerà marinaio.
Oggi, e specialmente dopo l'interesse suscitato dal film omonimo di Vittorio De Sica (1946), sciuscià è venuto a identificarsi, per molti italiani, col tradizionale
scugnizzo, sostituendolo nell'uso che se ne fa fuori di Napoli».
Trama
Protagonisti sono due ragazzini (uno dei due, Pasquale, diventerà – crescendo
– un attore abbastanza famoso) che si arrangiano a vivere in «un'Italia triste e senza sole - come dirà un altro
regista famoso, Dino Risi, dalle pagine del quotidiano Milano sera nel '46 -, un'Italia uscita da una guerra lacerante; Sciuscià è un atto di accu
sa, ma è soprattutto un bel film senza pietismi, senza declamazioni, con poche lacrime. Il film di un intelligente uomo di cuore con il quale si può cominciare a rifare il no
stro (e non solo il nostro) cinema».
LOCANDINA LADRI DI BICLETTE 1948
Ladri di biciclette, tradotto in francese Un voleur de bicyclettes (mais les voleurs sont deux). E insisto sul fatto che le altre lingue abbiano rispettato il plurale del film, perché in caso contrario sembrerebbe che la storia sia quella di un ladro (di biciclette, all'occorrenza), mentre lui – a differenza dell'altro – lo è solo in un attimo di disperazione. E De Sica vuol sottolineare la differenza, tra due espressioni della povertà romana all'indomani del dopoguerra: il ladro «professionista» vive in un quartiere che è una sorta di «corte dei miracoli» romana, spalleggiato da altri delinquenti come lui, con una madre aggressiva che lo protegge e lo difende. Ma quella è gente che è malavitosa (= délinquante, qui appartient à la pègre) anche senza dopoguerra e fame. Lo è da generazioni e lo è di mentalità. Qui l'essere più indifeso sembra essere il padre, dal momento che il bambino Bruno ha sempre ben chiare le cose e sa come bisogna agire e reagire e soprattutto rapportarsi agli altri. È un bambino piccolo, che lavora, aiuta i genitori, ha un rapporto di timore e di complicità con il padre e nel momento in cui suo padre sembra perduto è quello che sa ricomporre l'eticità del genitore, porgendogli il cappello. Il bimbo è il futuro di quell'Italia un po' perduta, smarrita (désemparée) – come Antonio - cui farà seguito un inaspettato boom economico.
LOCANDINA UMBERTO D. 1952
Umberto D. è da un certo punto di vista il più neorealista dei film di De Sica. Forse il più neorealista dei film italiani. Il protagonista si chiama Umberto Domenico Ferrari, un pensionato sui 70 anni, che vive in una camera d'affitto insieme con il suo cagnolino Flick. In seguito a un ricovero ospedaliero perde tutto e pensa al suicidio.
Di questo film ha detto André Bazin: «Jusqu'au jour où je vis Umberto D., je considérais Voleur de bicyclettes comme l'extrême limite du néo-réalisme en ce qui concerne la conception du récit. Aujourd'hui il me semble que Voleur de bicyclettes est encore loin de l'idéal du sujet zavattien. Non que je considère Umberto D. comme supérieur, [mais dans ce film] on entrevoit à plusieurs reprises ce que serait un cinéma véritablement réaliste quant au temps. Un cinéma de la "durée"» (Qu'est-ce que le cinéma, IV, Éditions du Cerf, 1962).
Un romanzo detto poliziesco che non corrisponde al romanzo a enigma, né al noir né al thriller (secondo la tipologia di Todorov), ma prende a prestito un po' da tutti, e nasconde dietro il suo titolo parecchi approcci di un omicidio.
L'aspetto criminale , l'indagine e la scoperta dell'identità dell' uomo ucciso e dei suoi assassini si svolge parallelamente a quella di un incontro tra un giovane giornalista Firmino e un avvocato descritto non attraverso la sua età ma attraverso un aspetto piuttosto sgradevole da cui il soprannome Loton (il riferimento è per Charles Laughton, l'attore che interpretava l'avvocato nel film Testimone d'accusa).
Il romanzo presenta continuamente un dualismo nell' ambiente, nei personaggi, nello stile, nel linguaggio ; dimostra una trasformazione e una evoluzione sia dei personaggi che delle situazioni e dello stile ; e presenta l'organizzazione di un sistema.
Si può ovviamente leggere il romanzo con interesse per la « suspense» ma l'enigma non è troppo difficile da risolvere, una telefonata anonima rivela ben presto al giornalista-detective come trovare l'assassino e le motivazioni del delitto. La storia segue una linearità cronologica : scopriamo che il ragazzo ucciso voleva rubare la droga nascosta nei containers della Stones of Portugal e ha perso la vita perché è stato scoperto dal sergente della guarda National : il Grillo Verde - capo dei trafficanti e dai suoi complici : « Lui voleva fregarli… ma loro hanno fregato lui ».
Come detto, il romanzo non è neanche un vero thriller : il giornalista-detective non è in pericolo. L'avvocato « non vuole che (lui) si senta Philip Marlowe. »
Dal momento del loro incontro, un'altra storia comincia, quella di un apprendimento - l'educazione civica e culturale di Firmino, in riferimento all'educazione sentimentale di Flaubert citato da Loton nel romanzo.
La dualità nel romanzo
Questa nozione appare dall'inizio, ne parla Loton : « non so se si è reso conto che il mondo è binario »…
- nel campo geografico : tra le città di Lisbona dove vive Firmino e quella di Oporto dov' è mandato e che trova antipatica. Qui, vediamo la rivalità Nord-Sud.
- nel linguaggio : descrittivo quando si parla di cibo, una cosa molto importante per Firmino e anche per Loton; didattico quando l'avvocato espone la teoria del diritto : la Grundnorm, o insegna a Firmino : « l'oggetto intrinseco della letteratura è la conoscenza dell'essere umano, e poiché non c'è luogo al mondo in cui la si possa studiare meglio che nelle aule dei tribunali »; enfatico nella sua arringa.
- nello stile : poliziesco con immagini crude per parlare delle torture che subiscono le persone nelle mani di un qualsiasi potere arbitrario,
propagandista nei servizi mandati da Firmino al suo giornale : « con molti dettagli pittoreschi, … patetici e drammatici, come un bel fotoromanzo » .
La dualità, la si trova ancora :
- nel contrasto tra Firmino, giovane giornalista ambizioso ma inesperto che conosce poco all'infuori dei suoi studi letterari, e Loton, un « genio » secondo Dona Rosa, un vero pozzo di scienza, che conosce la letteratura francese e tedesca, i filosofi e i teorici e che ha scelto di diventare l'avvocato dei disgraziati;
- tra i potenti : i poliziotti, i nuovi ricchi opportunisti del salazarismo, « che se la intend(ono) bene con tutti i partiti dell'arco costituzionale, dai comunisti alla destra »;
e gli sciagurati. I gitani, i poveri come i genitori di Damasceno, le prostitute come Wanda ; « una di quelle povere creature che si aggirano sulla crosta del mondo e alle quali non è promesso il regno dei cieli »;
- nella nozione del tempo considerato dal punto di vista dei giovani : « per lei, il tempo è un nastro che le si dispiega davanti, come un automobilista che corre su una strada ignota e il cui unico interesse è ciò che verra dopo la prossima curva. », e degli anziani : il passato evocato da Loton con nostalgia , « a volte sogno mia nonna… o so che lei è mia nonna, ma allo stesso tempo è bambina come io sono bambino …. »;
- nella contraddizione tra la stampa libera e democratica che può avvertire l'opinione pubblica ma che nello stesso tempo deve fare sempre piu soldi vendendo più copie;
- nel dualismo tra la vita reale dove si soffre e si muore e il fantastico « una bella parola e anche un concetto su cui meditare » o i giochi come il Milligan che ha « un meccanismo simile a questa insopportabile logica che condiziona la nostra vita »
Trasformazioni e evoluzioni nel romanzo
L'obiettivo dell'autore particolarmente nella seconda parte del suo romanzo non è più solo di divertire ma anche di fare riflettere : « Riflettere su come in diverse plaghe della nostra civilissima Europa, ancora oggi, il termine giustizia non abbia un significato univoco. Su come, tramite l'uso arbitrario del potere poliziesco, sia permesso perpetrare la più umiliante mortificazione dei diritti dell'individuo. Soprattutto riflettere su come una persona, prima di tutto, sia una persona. » [fonte: lettera.com]
Per illustrare queste tematiche Tabucchi sceglie di costruire una relazione maestro-allievo tra Loton e Firmino. Loton vuole insegnare a Firmino a guardare dietro lo specchio.
Da giovane un po' superficiale all' inizio, Firmino seguirà un percorso iniziatico, incontrerà la morte quando sarà confrontato alla testa ritrovata di Damasceno e metterà in dubbio le sue certezze e i suoi riferimenti grazie a Loton che ha saputo criticare con indulgenza le sue scelte.
Ora, si appoggia su Lotman « per quanto riguarda la decifrazione del messaggio occulto »… ma conserva Lukàcs « per quanto riguarda le ragioni politiche ».
Dopo l'esperienza che ha vissuto, non sarà mai più la stessa persona. Questo potrebbe essere un messaggio ottimistico di Tabucchi, nonostante il male nel mondo, la tortura, l'abuso e la violenza: « non possiamo sopprimere le pulsioni distruttive dell' uomo ».
Tuttavia, quando ci sono delle persone coraggiose che si levano contro l'ingiustizia e soprattutto che non accettano di sottomettersi a qualsiasi potere dittatoriale o disonesto, sia esso militare, politico, economico o intellettuale, le cose possono cambiare. Il processo che Loton e Firmino credevano perso, sarà riaperto grazie alla testimonianza di un « border-line », Wanda.
Un brano nel quale possiamo indovinare l'intenzione di Tabucchi di far capire i cambiamenti che possono accadere nella vita : quello del camaleonte –nome dato con una strizzatina d'occhio sapendo l'ammirazione di Tabucchi per Pessoa di cui è il traduttore e lo specialista riconosciuto mondialmente, a un ristorante « Camaleonte Pessoa » perché Pessoa « era un uomo dalle mille maschere » .
A livello di un paese, sebbene una dittatura come il Salazarismo nel Portogallo duri per anni alla fine è rovesciata, le idee politiche possono passare . Loton da l'esempio seguente : « London fu torturato dai comunisti, Alleg fu torturato perché era comunista ». Nessuna ideologia è buona in sé.
Il riferimento continuo alla Norma Base contiene un avvertimento. Non dire mai « che il fine giustifica i mezzi » questo non è la conclusione di Loton che dice invece : « con questa frase l'umanità ha commesso le peggiori atrocità. »
Tabucchi mette queste parole in bocca ai suoi personaggi perché è la sua visione del mondo, è un autore polemista, molto impegnato nella vita politica.
L' approccio sistemico del romanzo
E illustrato principalmente nella metafora della ragnatela : « il mondo da dietro la finestra … forma una ragnatela, un sistema fatto di sotterranee congiunzioni, di legami astrali, di inafferrabili corrispondenze. »
La funzione dell' intellettuale è di spiegare questo sistema complesso. « Tabucchi rivendica la creatività della conoscenza artistica. Le sue argomentazioni si fondano su una solida consapevolezza : quella dello scrittore che, in quanto scrittore, ha il dovere di mettersi nella pelle degli altri e di guardare il mondo da tanti punti di vista, non solo dal dritto ma anche (anzi soprattutto) dal rovescio » [fonte: Di Stefano Paolo. Corriere della Sera. 8/03/1997].
Conclusione
La testa perduta di Damasceno Monteiro è un romanzo camaleontico che utilizza diverse tecniche narrative : il giallo, il saggio filosofico, il romanzo politico. Tabucchi ha creato una galleria di ritratti credibili, fa un po' la promozione turistica del Portogallo, mette in scena situazioni plausibili –la storia dell'omicidio è stata confermata poco dopo la pubblicazione del libro. Il suo scopo era di denunciare le derive della giustizia e « l'uso abusivo del potere poliziesco che si permette di perpetrare la più umiliante mortificazione dei diritti dell'individuo » lettera.com
Questo fatto di cronaca potrebbe accadere in qualsiasi paese del mondo contemporaneo. Pensiamo a quello che è accaduto nella prigione di Guantanamo.
Carlo Lucarelli: Almost Blue e Falange armata. Confronto tra i due libri, meccanismi e eventuali deragliamenti
di Julien Pouplard
(studente di italiano al 2° anno – Université de Caen)
Carlo Lucarelli
Nasce nel 1960 a Parma. Ottiene la maturità classica prima di laurearsi con una tesi sulla polizia della Repubblica di Salò (1) e di diventare giornalista di cronaca nera (il che ispira i soggetti dei suoi romanzi). Vive attualmente tra Mordano, in provincia di Bologna , e la città di San Marino. Viene considerato uno dei migliori giallisti della letteratura contemporanea, e definito come un personaggio complesso, accattivante e misterioso.
Nel 1990, alla fine dei suoi studi universitari, pubblica Carta Bianca, un noir a sfondo poliziesco che avvia la serie del Commissario De Luca, uno dei suoi tre protagonisti, dopo di che non smetterà mai di scrivere e di pubblicare. Dal 1990 ad oggi, ha scritto 14 romanzi(2), 17 saggi e ha realizzato la sceneggiatura di 2 fumetti (Cornelio e Protocollo). Tra i romanzi, Almost blue (2002) è diventato un bestseller. Mentre in generale i suoi libri si ambientano nel passato (regime fascista e dopoguerra), Almost blue affronta dei temi più contemporanei, sempre coll’intento di criticare la società moderna.
La sua fama non smette di crescere : può succedere che, vedendolo per strada, dei poliziotti gli chiedano l’autografo. Vince altresì numerosi premi letterari tra i quali il Premio Alberto Tedeschi per Indagine non autorizzata (1993), il Premio Mistery e il Premio Scerbanenco per Via delle oche (1996) ed il Premio Franco Fedeli (2000)... E’ molto conosciuto anche all’estero : le sue opere sono state tradotte e pubblicate in Olanda, in Grecia, in Spagna, in Norvegia, in Germania... In Francia, vengono pubblicate nella prestigiosa Serie Noire dell’editore Gallimard.
Ma è soprattutto uno scrittore dalle molte facce e dalle svariate attività : Carlo Lucarelli ha collaborato alla sceneggiatura del film Non ho sonno (2001), è stato anche commediografo e gionalista di cronaca nera. Dal 1998, conduce il programma Blu notte – Misteri italiani (che ha ottenuto il Premio Flaiano nel 2006) e altri programmi. Tiene anche una rivista telematica on line : Incubatoio 16. Membro dell’Associazione Scrittori Bolognesi, è anche il creatore del Gruppo 13, che riunisce giallisti dell’Emilia-Romagna per riflettere sul noir (3).
Confessa di scrivere sempre di pomeriggio. Dichiara : “ Ho un risveglio lungo e la mia mattina si perde, è cortissima. Di notte non scrivo mai. La penso come Sandro Veronesi : la notte entra in quello che scrivi. Influenza e falsifica l’umore.”
Per quanto riguarda lo sfondo di alcune opere, Lucarelli ha scelto Bologna, che secondo lui, è la città del noir per eccellenza. La strage della stazione (che ha ucciso 85 persone nel 1980), la Banda dell’Uno bianca (organizzazione in cui i gangster erano i poliziotti)... hanno segnato la lunga storia criminale di questa città. Ma è anche la città dei paradossi : è una bellissima città con edifici abbastanza nuovi, nella quale regna il benessere, che ha tuttavia delle difficoltà. Sono le arcate che simboleggiano queste difficoltà : per Lucarelli, esse consentono di ripararsi dalla pioggia, rna allo stesso tempo le colonne permettono di nascondersi e non si sa cosa succederà superando la prossima colonna.
“Il romanzo è un divertente e particolare giallo che cattura l'attenzione del lettore rendendo la lettura veloce e piacevole. [...] Tutto il racconto è ambientato nella città di Bologna, cosa che lo rende molto interessante in quanto vengono descritti luoghi a me non nuovi”, scrive Beatrice Vignolo, a proposito di Almost Blue.
Almost Blue e Falange Armata : il confronto
Si tratterà in questa parte di dimostrare quali sono i punti in comune e le differenze tra le due opere scritte da Carlo Lucarelli che già dal titolo, rinviano esplicitamente ad aspetti affrontati nei gialli. Almost Blue (4), canzone di Chet Baker viene trascinata lungo tutto il romanzo, è un pezzo cantato o ascoltato o canticchiato da uno dei protagonisti chiamato Simone. Falange Armata è il nome adottato dai falangisti stessi per individuare il loro gruppo terroristico chiamato anche la banda della Uno Bianca. Entrambe le storie si basano su fatti reali, prevalentemente connessi con la Bologna contemporanea di cui possiamo ricordare la strage del 1980. In Almost Blue, si ritrovano addirittura dei veri e propri articoli di giornale (5) ; la Falange Armata è esistita tra il 1987 ed il 1994 e ha provocato la morte di 24 persone e il ferimento di altre 102 persone.
Per quanto riguarda l’aspetto formale, i due romanzi sono divisi in piccole parti, tuttavia in Almost Blue, si possono individuare tre sezioni principali. Avvicinandoci maggiormente a questi gialli, notiamo qualche differenza negli incipit. Si può dire che l’incipit di Almost Blue è doppio : una prima pagina(6), tutta in corsivo, permette di dare un’idea del tono generale del romanzo, qui si possono individuare in questo brano il delitto e le reazioni dei personaggi menzionati e il modo in cui tutto questo è raccontato, e un il vero incipit(7), cioè l’inizio della prima delle tre parti del libro, dopo un’epigrafe (8) riportante le parole di Almost Blue.
In questa prima parte, si seguiranno la scoperta di un ragazzo ucciso(9), l’analisi della scena del delitto, misteri da risolvere (10) con alla fine l’identificazione precisa del criminale, considerato morto anni prima, mentre invece era fuggito dal manicomio. Verrà definito come un iguana perché attraversa il fuoco per scappare dal manicomio dov’era, come un ramarro si infila tra i sassi poi cambia pelle (impadronendosi dell’identità degli altri).
Nella seconda parte, dopo avere capito il modo in cui l’assassino uccide, gli investigatori proveranno a fermarlo con l’aiuto di Simone che pur essendo cieco dalla nascita è in grado di riconoscere l’assassino dalla voce, avendo assistito al delitto. Ad ogni modo, falliranno quando tenteranno di fermarlo.
Nella terza parte, l’Iguana uccide la madre di Simone. Dirà poi di volersi costituire ma è un inganno. Chiede a Poletto, aiutante dell’ispettore Grazia Negro, di condurlo dal cieco, l’unico con cui l’assassino riesce a comunicare attraverso la chat. In questo momento, però, Il nastro della cassetta che ascolta per evitare di sentire le campane dell’Inferno risuonare nella sua testa e che da sempre lo torturano si blocca ; il suono delle campane diventa per lui sempre più forte, si innervosisce sempre più e finisce – anche se non viene detto chiaramente ma si intuisce – con l’uccidere l’assistente di Grazia. Poco dopo, mentre Grazia fa la doccia, l’Iguana entra, tenta di ucciderla ma non ce la fa perché lei resiste, allora si soffocano mutualmente. Lei sviene per prima, l’Iguana vuol diventare come Simone, vuol diventare cieco. Quindi prende il taglierino e se lo passa sugli occhi, scena da cui sfuggirà un grido continuo, segnando il dolore infinito.
Alla fine di ogni sezione, elementi importanti per il susseguirsi degli eventi appaiono : il primo incontro tra Grazia e Simone nella prima, il tentativo dell’arresto del serial killer nella seconda poi la fine con il tumulto. Falange Armata propone chiaramente un prologo che si riferisce al primo assassinio, descrivendo il fatto precisamente con i personaggi coinvolti. La scena presenta anche la crudeltà attraverso l’uccisione di questo celerino che segnerà il punto di partenza della vicenda. Questa storia è frammentata in 21 piccoli capitoli e ognuno di loro introduce un elemento nuovo che può dare all’investigatore e al lettore tutte le possibilità per risolvere il caso. Per riassumere brevemente, un celerino viene ucciso con un coltello. Il suo omicida è arrestato da un altro celerino. Il sovrintendente Coliandro, nei dintorni, tira un calcio all’assassino, che è un naziskin, dunque uno col cranio rasato. Si picchiano e nello scontro, il naziskin rompe un dito al sovrintendente, costringendolo a andare all’ospedale. Nel frattempo ha un’incidente stradale, ma quando arriva all’ospedale non viene soccorso perché i medici sono tutti impegnati a soccorere i feriti provenienti dal centro di accoglienza degli extracomunitari, attaccato dai naziskin. Poco dopo, il sovrintendente va all’assicurazione affinché gli paghino i danni. Il meccanico gli dice che magari qualcuno aveva tentato di ammazzarlo. Prima, quando l’aspettava, dava un’occhiata su un giornale che sfogliava un vecchietto. Su di esso, si scorgeva dell’uccisione della poliziotta che aveva dato uno schiaffone al naziskin durante il suo trasferimento alla Questura (dopo che lui ha dato una coltellata al celerino). Questo stesso naziskin è anche lui accoltellato e quelli che l’avevano arrestato prima sono morti. L’inchiesta può cominciare dal momento in cui Nikita, una bella ragazza sale nella macchina di Coliandro e che risponde alle sue domande. Il «pelato», Rombelli Marco detto Marchino, era considerato da alcuni nazista ma questo, Nikita, lo rifiuta. Scendendo dalla macchina, lei torna a casa, dove scorge una Uno Bianco azzurrina in basso al suo palazzo. Chiama Coliandro che arriva e allo stesso tempo, la Uno parte. Il sovrintendente e la ragazza la seguono. Hanno rischiato di morire poiché quelli nella Uno hanno sparato, facendo esplodere il parabrezza. Vanno poi tutti e due nel garage di Marchino in cui trovano fotografie di gruppi nazisti. Secondo Nikita, solo un poliziotto, grazie ai rapporti, può sapere le cose di Marchino, lei vuole trovare i naziskin ed è a questo momento preciso che Coliandro va a interrogare tre nazi di cui uno di loro gli tirerà un cazzotto. Nikita porta da lui il poliziotto. Lavatosi le ferite, cerca di appagare i propri desideri... la Uno sta ancora là. Di sera, Nikita si ricorda di un biondino che stava su una delle foto trovate nel garage di Marchino e a Coliandro, lei dice che lui lavora in discoteca. Ci vanno entrambi e lo trovano, la giovane ragazza lo attrae ma questo biondino non vuol essere arrestato e si batte con Coliandro e alla fine, il sovrintendente lo uccide. Stanco e ferito, Coliandro è portato da Nikita in un nascondiglio. Laggiù, si accorgono che il naziskin è stato membro della Falange Armata perché era scritto sul verbale d’arresto intascato da Coliandro. Giungiamo alla scena finale. Gli investigatori arrivono in una cappella dove trovano il cosidetto Comandante, un professore che si designa anche come monaco combattente. Era coinvolto nell’organizzazione criminale della Falange Armata e anche cercato sin dall’inizio. Liraggiunge Rambo, un francese del Front National che è allievo del Comandante. È Moretti il poliziotto coinvolto nel caso. Coliandro sta per essere fucilato quando Moretti dà l’ordine a Rambo di portare via i giovani. Nikita prova a far reagire Rambo e ci riesce. Lui spara due colpi a Moretti. Quando Nikita si china per raccogliere la pistola del poliziotto morto a terra, si prende il taglio della mano di Rambo. Intanto Coliandro spara una raffica a caso con il mitra e uccide Rambo. Il professore fugge, spara e ferisce Coliandro al petto. Siccome la polizia sta arrivando, il falangista si suicida.
I protagonisti, cioè il sovrintendente Coliandro e l’ispettore Negro, si assomigliano (ma solo in questo!) in quanto a entrambi non piacciono i superiori. In Almost Blue, l’ispettore Negro insieme al commissario capo Poletto deve convincere il questore ma anche il procuratore Alvau che ci sia a Bologna un serial killer. Il questore non ci crede e prende in giro i due investigatori e manderà dopo due poliziotti, Matera e Sarrina, per far capire loro quali sarebbero i disordini nella città se esistesse per davvero quest’assassino degli studenti. In Falange Armata, il sovrintendente Coliandro odia il questore che gli dice – quando va da lui – che deve occuparsi soltanto dei passaporti. Questo questore sta istruendo nel contempo un processo e non ha tempoi da perdere con un altro caso. I due questori sono pragmatici, vogliono insabbiare il caso e non facilitano le cose agli investigatori.
Anche le loro indagini presentano delle similitudini : entrambi commettono errori. Grazia Negro arresta l’uomo sbagliato al teatro. Quando lei interviene, tira fuori la pistola e tra le urla, non ferma la persona giusta. Quanto al sovrintendente Coliandro, a più riprese, si fa picchiare dai naziskin. Quando lui si reca in un bar per trovare l’assassino, vede tre pelati con i loro bomber (che vengono definiti come il Bomber Nero, il Rosso e Cicatrice). Si siede vicino a loro poi gli fa tre domande. Escono perché secondo i naziskin, il barista è una spia. Subito dopo, il Bomber Nero tira un cazzotto al sovintendente. Alla seconda puntata, Coliandro sta per arrestare un biondino quando quest’ultimo si oppone e gli tira parecchi calci. Annotiamo che in ogni caso, sarà quella che viene chiamata Nikita che lo aiuta. Nel primo caso, lei urla “carabinieri” affinché i naziskin scappino e nel secondo tira al biondo una scarpa.
Coliandro e Grazia tengono la pistola allo stesso modo : “Alzò la pistola, tenendola puntata sulla porta, a due mani, pollice su pollice, come aveva imparato alla Scuola” in Almost Blue ; “Mi chino, con tutte le ossa che fanno crak!, stendo le braccia, e a due mani, pollice su pollice, come insegnano alla Scuola, sparo due colpi.” in Falange Armata.
Ci sarà lungo l’opera Almost Blue un avvicendamento così dei punti di vista (come se ci si cambiasse campo o piano al cinema) che permette di cambiare anche registro linguistico. Ad un italiano corretto scritto si oppone nei dialoghi (che materializzano una lingua parlata) un italiano colloquiale (11) che permette in questo modo di lasciar trasparire una realtà contemporanea e sociologica. Per quello che riguarda Falange Armata, il registro linguistico non è ben più elevato. Il sovrintendente Coliandro parla in modo colloquiale, se non volgare, il che va di pari passo con l’atteggiamento del poliziotto : è tonto, sfortunato con le donne (che giudica soltanto alla loro apparenza) e a volte anche sul lavoro (12). Fortunatamente, Nikita lo aiuta a fare meno errori. La sua funzione è importantissima : salva Coliandro a più riprese, è quella che ragiona (fa capire che è la pula che ha ammazzato Marchino, suo fratello).
Almost Blue e Falange Armata : il meccanismo del giallo
Nonostante una progressione continua, i due gialli di Lucarelli alternano rapidità e lentezza nel susseguirsi degli eventi. Sono essenziali i momenti decisivi o di velocità estrema, e avvengono – per Almost Blue – soprattutto alla fine delle grandi parti : sono l’identificazione chiara del serial killer, l’arresto sbagliato al teatro e infine l’opposizione finale nonché la sorte dell’Iguana. Per Falange Armata, sono piuttosto i momenti in cui ci sono spari, i momenti in cui Coliandro rischia la pelle. Questi momenti sono nuovi impulsi e la suspense (poiché già si identificano rapidamente i colpevoli in generale). Momenti che permettono anche di mantenere il lettore attento e di dare più materia e dinamismo alla storia.
Poi i due romanzi valorizzano i protagonisti che man mano si ritrovano soli a condurre l’indagine o ad affrontare gli assassini. Rispetto a Almost Blue, l’ispettore Matera, il sovrintendente Sarrina e altri brigadieri accompagnano l’ispettore Negro durante l’inchiesta. Ma siccome è una delle poche a sopravvivere fino alla fine, è lei insieme a Simone che conclude l’inchiesta. Riguardo a Falange Armata, ci sono il celerino, la poliziotta, Pastore... che avviano la storia con Coliandro ma siccome tutti moiono poco a poco, i protagonisti che rimangono potrebbero quasi ottenere lo statuto di eroe.
Le due vicende poliziesche s’intrecciano ma in fondo, c’è comunque una storia d’amore che non acquista troppa importanza : in Almost Blue, Grazia e Simone s’innamorano alla fine ; in Falange Armata, Coliandro e Nikita vanno a letto una volta ma di comune accordo alla fine si lasciano. Queste storie d’amore, anche se una delle due è stata brevissima, sono allo stesso tempo delle componenti del meccanismo nonché una testimonianza degli alcuni deragliamenti.
Almost Blue e Falange Armata : gli eventuali deragliamenti
Diciamo dapprima che per Almost Blue la prima tappa (13) da seguire, proposta da Sciascia (per il giallo classico), è quasi risparmiata. Grazia e Vittorio hanno già un’idea del profilo del colpevole e non lasciano abbastanza tempo al lettore per immaginare un legame tra tutti gli elementi : questo dà quasi un’impressione di iniziare “in medias res”.
Poi per Falange Armata, si può chiaramente dire che la seconda, la dodicesima e tredicesima regola del giallo visto secondo S.S. Van Dine (cfr. post su questo blog) non sono rispettate : i colpevoli (14) non sono soltanto dei poliziotti ma sono anche tutti riuniti in un gruppo segreto (invece di avere un unico colpevole).
Ma questo valeva già per la prima regola che in realtà è stata aggirata : anche se c’è un protagonista più importante degli altri, si deve dire che quello che si trova in seconda posizione (15) è di un’importanza capitale. Senza di lui, non si potrebbe mai andare avanti nelle indagini.
Almost Blue ha sfiorato la trasgressione della quinta regola dello stesso elenco ma è Grazia che chiarisce le cose (16).
La sesta regola, che dice di non lasciare spazio alle analisi psicologiche non viene neppure rispettata per lo stesso romanzo. In effetti, la psicologia occupa un posto ampio in Almost Blue.
La differenza principale tra i due gialli sta nell’atmosfera : Almost Blue conserva dentro di sé una forte potenza psicologica che può tormentare il lettore e i suoi pensieri. Falange Armata è più legato a fatti dell’Italia contemporanea e che sono più tracciabili. Ci sono puntate umoristiche che sono possibili grazie al personaggio di Coliandro.
Sono dei gialli che hanno virato al noir, cioè che si caratterizzano per una violenza e una crudeltà accresciute, quale essa si intravede già dall’inizio.
1.La Repubblica di Salò è il nome dato alla Repubblica Sociale Italiana fondata da Benito Mussolini nel 15 settembre 1943 a Salò (Lombardia), in cui si insediarono alcuni ministeri tra cui il Ministero degli Esteri e il Ministero della Cultura popolare. Il controllo della zona e della forza militare fu tuttavia esercitato dai nazisti. La polizia repubblicana comprendeva circa 20000 uomini.
2.Gli altri due protagonisti sono l’Ispettore Coliandro e l’Ispettore Grazia Negro. L’Ispettore Coliandro (che ritroveremo in Falange armata) è anche il personaggio dell’omonimo fumetto e di una serie televisiva, l’ispettore Coliandro. L’Ispettore Grazia Negro (che ritroveremo in Almost Blue) è l’unica donna in un giallo che si lancia all’inseguimento di un serial killer.
3.Almost blue, Carta bianca, L'estate torbida, Falange armata, Febbre gialla, Il giorno del lupo, Un Giorno Dopo l'Altro, Guernica, Indagine non autorizzata, L'Isola dell'Angelo Caduto, Laura di Rimini, Lupo mannaro, L'Ottava Vibrazione, Via delle Oche
4.Blu notte – Misteri italiani è una trasmissione televisiva successivamente chiamata Mistero in blu (per la prima stagione), Blu notte (per la seconda e terza stagione), Blu notte - Misteri italiani (dalla quarta stagione).
5.“Non è una scuola, non è un'associazione; non ha statuto, né cariche; gli scrittori che l'hanno fondato, tutti giallisti di Bologna, pubblicano per molte differenti case editrici e si dedicano a generi diversi, dal noir al poliziesco storico, attraverso il mystery classico, il giallo umoristico, l'hard boiled, il nero metropolitano. Ai dieci che hanno fondato il gruppo, si sono aggiunti via via molti altri autori, quali Eraldo Baldini, Mario Coloretti, Giampiero Rigosi ecc...” fonte : http://www.carlolucarelli.net/gruppo13.htm
11.Il ragazzo, probabilmente sui vent’anni era morto da una settimana alla sua scoperta. Vicino a lui si trovava un computer acceso con la chat in cui parlava. Lo scopre Anna Bulzamini, vedova Lazzaroni, che era venuta a trovarlo perché la rata dell’affitto era scaduta. Sulla fotografia di Grazie, la Bulzamini riconosce il ragazzo delle cuffie che aveva scorto nei paragi quando lo studente è stato ucciso.
12. “ad ogni omicidio era presente la vittima dell’omicidio precedente”. Quando uccide, il killer prende l’identità di colui che aveva appena ammazzato. Così l’inchiesta lascerà pensare che Alessio Crotti fosse già morto quando uccise lo studente che chattava. Allo stesso modo, quando viene massacrato un altro studente, il killer aveva preso il nome di Maurizio Assirelli mentre Alessio Crotti era stato visto nei dintorni.
13.con parole come “polotto” invece di “poliziotto”, con espressioni come “staccare la cornetta” invece di “alzare la cornetta”, con parolacce (soprattutto pronunciate da Vittorio Poletto, il commissario capo) come “cazzo” e con parole dialettali come “amarello” (significa “pensionato” in bolognese).
14.All’inizio del romanzo, si trova intorno ad uno stadio per punizione perché ha dato due schiaffoni ad un carabiniere mentre pensava fosse un tossico.
15.Il porsi del problema
16.Cioè i falangisti
17.Simone per Almost Blue ; Nikita per Falange Armata
18.« … allora ci deve essere una spiegazione razionale a tutto questo casino e deve azzeccarsi con questo Alessio Crotti. »
con William Powell (a sx) che al cinema incarnò Philo Vance
Le 20 regole del romanzo giallo
di S.S. Van DINE (1888 - 1939)
Lo scrittore S. S. Van Dine, che si chiamava in realtà Willard Huntington Wright, fu il padre dell’investigatore Philo Vance. Negli anni Venti scrisse quelle che sono conosciute come le Venti regole di Van Dine, le leggi che regolano un racconto giallo.
1.
Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2.
Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3.
Non ci deve essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo é di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.
4.
Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non é buon gioco: é come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; éuna falsa testimonianza.
5.
Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo é come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia, per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l’oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così é un semplice burlone di cattivo gusto.
6.
In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non é tale se non indaga e deduce. Il suo compito é quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi é colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorìo non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7.
Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto é morto, meglio é. Nessun delitto minore dell’assassinio é sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev’essere remunerato!
8.
Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, é assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, é battuto “ab initio”.
9.
Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo “deduttore”, un solo “deus ex machina”. Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c’é più di un poliziotto il lettore non sa più con chi stia gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10.
Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona, cioé, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11.
I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12.
Ci deve essere un colpevole e uno soltanto, qualunque sia il numero dei delitti commessi. Il colpevole può aver naturalmente qualche complice o aiutante minore: ma l’intera responsabilità e l’intera indignazione del lettore devono gravare sopra un unico capro espiatorio.
13.
Società segrete associazioni a delinquere “et similia” non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante é irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una “chance”: ma accordargli addirittura una società segreta é troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14.
I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioé senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Giulio Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d’avventure.
15.
La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, s’egli fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che - inutile dirlo - capita spesso al lettore ricco d’istruzione.
16.
Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di “atmosfera”: tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l’azione, distraggono dallo scopo principale che é: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che é necessario per dar verosimiglianza alla narrazione.
17.
Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18.
Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19.
I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20.
Ed ecco infine, per concludere degnamente questo “credo”, una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora é come confessare inettitudine e mancanza di originalità: