domenica 3 aprile 2011

È soltanto un bicchiere rotto (poesia di Brenda Porster)



È soltanto un bicchiere rotto
le cui schegge si sono conficcate 
                               nelle dita
mentre facevi le pulizie


non c'è bisogno di farne 
                           una metafora.
una similitudine, un simbolo,
meno che mai  una poesia 
per immaginarsi 
                              il dolore.

(Brenda Porster)

sabato 2 aprile 2011

Anche stamattina (poesia di Barbara Pumhösel)



Anche stamattina
il postino non si è fermato.
La tua lettera non è arrivata.
Poi, però, dal fruttivendolo
ho visto un’arancia
che nonostante la sua natura tonda
aveva un’aria – in qualche modo
rettangolare.
Girandola ho visto il francobollo
fermo sulla buccia.
“Me ne dia un chilo – ho detto –
e mi metta anche questa!”
Mentre continuo
a fare la spesa sorrido
in attesa del momento in cui
piano e attenta
per non danneggiare il contenuto
(e nemmeno il francobollo)
sbuccerò la lettera.

Barbara Pumhösel

Echi di lingua madre (poesia di Eva Taylor)

DESCO JSpaccini©2011


Echi di lingua madre

Scottate la lingua sulla fiamma viva
levatele la pelle
tagliatela a fettine.
Fate appassire in frasi fatte le parole.
Aggiungete una rosa, petali e spine,
portate a bollore
con un po’ di buon rimpianto,
salate, leggete.
Il tempo di cottura non è stabilito
provate a parlare di tanto in tanto.
Se qualcuno vi risponde
o qualcosa vi risuona dentro
staccate dal fondo
spegnete il fuoco.
Servite caldissima.
 (Eva Taylor)


mercoledì 30 marzo 2011

MANHÃ, poesia brasiliana in v.o. tradotta da Prisca Agustoni




MANHà                                                                 MATTINO

na calridade do pátio                                       nel chiarore del patio
nada se move.                                                nulla si muove.
apenas o mármore das colunas                        solo il marmo delle colonne
duela com o vento.                                         duella con il vento.
todo o solo preanuncia a queda                      tutto il suolo preannuncia la caduta
a palavra que fenda a manhã.                         la parola che fende il mattino.
emigrado da sombra                                      emigrato dall'ombra
me entrego ao desgaste do vento.                  mi espongo alla rovina del vento.
ah o azul                                                     ah il blu
o azul me desampara                                   il blu mi abbandona.

Fernando Fábio  Fiorese Furtado*                            trad. Prisca Agustoni**
_______________
da: Prisca Agustoni (a cura di), Il corpo dissonante cinque poeti brasiliani contemporanei, Lugano, alla chiara fonte editore, 2008, p. 47.
*Fernando Fábio  Fiorese Furtado  (Pirapetinga, 1963). Poeta, prosatore e saggista, è professore di teoria letteraria presso l'università federale di Juiz de Fora.
** Prisca Agustoni è poeta, traduttrice e docente di letteratura italiana in Brasile, nel Minas Gerais.



lunedì 21 febbraio 2011

14 momenti di descrizione muta dell'animo. Alcuni buoni altri no.


CLICCA QUI

Chiedo a chi legge di aprire il link qui sopra, di guardarlo (meno di 14 mn in tutto). Quali vi son piaciuti e quali no?

Io la mia idea ce l'ho, ma mi interesserebbe la vostra.

lunedì 7 febbraio 2011

Il mio nuovo libro è stato appena pubblicato

Jacqueline SPACCINI, La polvere d'ali di una farfalla. Scrittori «femministi» del XVIII secolo: Choderlos de Laclos e il suo trattato sull'educazione delle donne, Roma, Aracne editrice, 2011,  137pp, 10€00  ISBN 9788854838260 
L'illustrazione in copertina, La luna e la dama, è una fotocomposizione grafica di Mariagrazia Gaion (da un soggetto di Élisabeth Vigée-Lebrun)


Disponibile fin d'ora via internet (ibs, clicca qui). Per avere una copia omaggio per una recensione su rivista cartacea oppure elettronica, rivolgersi al sito dell'Aracne editrice (clicca qui).

Dalla quarta di copertina:

Nel 1783 l'Accademia di Châlons-sur-Marne indice un concorso su «i mezzi migliori per perfezionare l'educazione delle donne». Il capitano comandante dei cannonieri, Choderlos de Laclos, che l'anno prima aveva pubblicato le Relazioni pericolose, il romanzo-scandalo che gli varrà gloria imperitura, decide di rispondere al quesito con un trattato che lo terrà occupato per vent'anni. 

Prima di lui anche Fénelon, Diderot e Rousseau, tra gli altri, si erano cimentati a scrivere sulle donne. 
Ed è a partire da tali scritti, e dal confronto serrato tra il suo L'educazione delle donne e l'Emilio rousseauiano, che questo saggio si snoda, scoprendo che la frase di Diderot (per scrivere sulla donna occorrerebbe intingere la penna nella polvere delle ali di una farfalla) è un proposito sentimentale lontano dalla condizione femminile di quel tempo.

venerdì 28 gennaio 2011

Il luogo che è quel luogo, il nostro luogo

photo by Rossella Gigli ©www.freshplaza.it

Un luogo non è mai solo "quel" luogo. quel luogo siamo un po' anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro gli occhi e dentro l'animo, se siamo allegri o malinconici, euforici o disforici, giovani o vecchi, se ci sentiamo bene o se abbiamo il mal di pancia. Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Milano, Feltrinelli, 2010

giovedì 27 gennaio 2011

Chi è per davvero cieco?

Tiresia incontra Odisseo

*TIRESIA: Tu sei giovane, Edipo, e come gli dèi che sono giovani rischiari tu stesso le cose e le chiami. Non sai ancora che sotto la terra c'è roccia e che il cielo più azzurro è il più vuoto. Per chi come me non ci vede, tutte le cose sono un urto, non altro.

Cesare Pavese, «I ciechi» da Dialoghi con Leucò (19)
____________
*Tiresia è un indovino della mitologia greca, ricordato per essere stato uomo e donna (per sette anni). Cieco a causa della collera della dea Hera (Giunone, la moglie di Giove) per una sua rivelazione.

sabato 4 dicembre 2010

Lampioni, lampade e urinali nella Parigi di Haussmann

photo by ©Bruno Monginoux (http://www.photo-paysage.com/)

Oltre vent'anni fa, mi occupai del barone Georges-Eugène Haussmann in un lungo articolo che mescolava urbanistica e letteratura nella rievocazione dei cambiamenti conosciuti da Parigi all'epoca in cui Haussmann dava inizio ai lavori (1852) e Baudelaire scriveva i suoi Petits Poèmes en prose (1855-1864), meglio conosciuti con il titolo di Le Spleen de Paris. Baudelaire non conoscerà per intero la Parigi trasformata, giacché muore nel 1867, tre anni prima della fine dei lavori haussmaniani.


 
Torno oggi a parlare di Haussmann, sia pure di sfuggita, occupandomi di quello che in francese si chiama le mobilier urbain, vale a dire l'arredo urbano comprensivo di lampioni, balaustre, cancelli, ma anche panche panchetti e panchettini, cestini dei rifiuti, segnaletica, targhe stradali, pensiline, e urinatoi installati all'interno di uno spazio cittadino come servizio offerto alla collettività.

Non dimentichiamo che le cattive condizioni igieniche in cui versava la città non erano l'unico suo problema. Ad esempio, ce ne erano altri riguardanti  la sicurezza, il confort, lo svago.

la rue Jardinet 1865 by www.jwinspiration
Haussmann raddoppia (a volte triplica, quadruplica) la larghezza delle vie, aggiunge marciapiedi. Delega allora all'architetto Gabriel Davioud l'incarico di organizzare l'arredo urbano. 
Per quanto concerne l'illuminazione (a gas), Parigi vede spuntar come funghi i lampioni (réverbères ou lampadaires) che consentono di vedere le vie notturne della città come se si fosse in pieno giorno. Per accendere lampioni e consoles (i lampioncini sospesi, concepiti per le vie strette) c'è l'allumeur (non quello del Petit Prince di Saint-Exupéry), ormai il gas è canalizzato.Oltre cento modelli vengono realizzati.


Abbiamo detto l'igiene.  In quella pubblica, ci rientrano anche i "bisogni fisiologici". In Italia abbiamo avuto i cosiddetti Vespasiani, smantellati definitivamente verso la fine degli anni '70 del XX secolo. Anche in Francia les Vespasiennes (anche a 8 posti) verranno sostituite - nome femminile in francese -  suppergiù nello stesso periodo dalle sanisettes (anche se forse qualche orinatoio è sfuggito allo smantellamento). Haussmann fa costruire i cosiddetti chalets de nécessité detti anche cabinets d'aisance (quest'ultimi assomigliavano a delle cappelle).

Pensare che quand'ero giovane raccapricciavo alla vista di cose del genere, considerandole barbare. E poi l'anno scorso ad Amsterdam, ho visto questi:

Amsterdam 2009 photo by Jacqueline Spaccini©2009


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Tutte le informazioni sono tratte (e da me tradotte) da:


Auteurs : P. de Moncan - C. Heurteux
Titre : Le Paris d'Haussmann
Présentation : Beau livre relié
Couverture : Cartonnée sous jaquette
Illustration : Plus de 200 illustrations couleur
Format : 240 x 310 mm
Nombre de pages : 234
ISBN : 9782907970563
Éditeur : Éditions du Mécène (Paris)
Parution : 2002

sabato 27 novembre 2010

Friedrick Overbeck : ITALIA e GERMANIA. Il mito dell'Italia con gli occhi di un pittore tedesco


Friedrick Overbeck, Italia e Germania (titolo originario: Sulamith und Maria), 
1811-1828
olio su tela, 94 x 104 cm, Monaco di Baviera, Neue Pinakothek


Lezione per gli studenti di M2 
Cominciamo a vedere come si può descrivere un quadro. Naturalmente inizieremo dai dati più esterni, dai dati obiettivi.

Ecco le consegne:

1. Raccogliere informazioni sull'autore di questo quadro, F. Overbeck.
2. Chiedersi (e cercare risposta) sul perché il titolo originario sia stato modificato (può essere ininfluente, ma occorre documentarsi).
3. Verificare a quale corrente pittorica appartiene l'autore della tela (se appartiene a una corrente pittorica).
4. Il soggetto (e il titolo) del quadro fa capire che è una metafora pittorica riguardante l'Italia e il mito che di essa si aveva.
5. Chiedersi (e cercare di dare una spiegazione) perché è un tedesco che raffigura metaforicamente su una tela l'Italia (cfr. biografia del pittore)
6. Parlare del mito dell'Italia per chi non è italiano, inquadrando il discorso nell'ambito dell'Ottocento.
7. Dopo aver reperito le informazioni e trovato le risposte, scrivere. Se le risposte non sono state trovate (perché impossibili a trovarsi), fornire una propria ipotesi.



Inizio io, dandovi qualche indizio.



Il mito dell'Italia

Non esiste solo la letteratura, come arte rappresentativa e/o militante.
Sul piano del mito, per quel che è dell’arte figurativa, vorrei esporre la visione dell’Italia – visione idealizzata – quale la intendono i tedeschi che appartengono al gruppo chiamato per dispregio i nazareni[1]. Vedremo in un secondo momento qual è la visione dell’Italia per gli italiani del periodo neoclassico, quello che precede il romanticismo e i moti insurrezionali.
Dicevamo i tedeschi (uso anacronisticamente il termine) e l’Italia. Penso a due quadri dipinti nel primo decennio del XIX secolo, uno, di Franz Pforr[2], ha per titolo Sulamite e Maria (1811) e l’altro di Friedrich Overbeck[3], ribattezzato Italia e Germania (1811-1828). Entrambi i dipinti evocano in forma antropomorfa le due culture, quella italiana e quella teutonica, secondo i canoni romantici. Ma mettiamo da parte il quadro di Pforr (cui comunque invito a dare un’occhiata sui libri d’arte) e occupiamoci soltanto di quello di Overbeck.
Al di là dello stile tipico dei nazareni tedeschi che «medievalizzano» (quarant’anni prima dei preraffaelliti inglesi), e per tecnica e per soggetti le loro tele, è rilevante notare come si configuri, per un nordico, l’essenza di ciò che evoca l’italianità. 

Ecco allora che nella figura femminile (Italia non può che essere donna) di sinistra, ritroviamo idealizzati (anche se teutonicamente rigidi) alcuni caratteri «connotanti» la mediterraneità: bruna di capelli, ha una treccia raccolta a corona attorno al viso, un sottile cerchio rosso e foglie di alloro incorniciano il volto pudico e composto, quasi raffaellesco, di Italia. Gli abiti che indossa ricordano quelli delle madonne del Perugino e del Pinturicchio. Lo sguardo della fanciulla Italia è abbassato, sommesso, simbolo di armonica bellezza; la mano sinistra è posta sul grembo e quella destra – in pegno di amicizia (e fors’anche di abbandono, di affidamento) – è offerta alle (e trattenuta dalle) mani dell’altra giovinetta, Germania. 

Le figure sono talmente ravvicinate tra loro che quasi non si scorge paesaggio dietro il profilo delle due, complice una ciocca scomposta che sfugge alla corona di trecce della soave e timida Italia. Ai lati, invece, e precisamente a sinistra della spalla della giovane, scorgiamo un paesaggio che si vorrebbe mediterraneo e lo sarebbe se il pennello non fosse pur sempre teutonico. Le cime delle montagne evocano i paesaggi leonardeschi e il particolare della rovina-castello che sta in mezzo a quello che più che un mare parrebbe essere un lago mi induce a pensare che si tratti del Lago Maggiore. Gli alberi non sono stilizzati, né in senso medievale né in quello solitamente italianizzante (si pensi a certi quadri “italiani” di Poussin); una macchia verde scuro quasi informe che fa da sfondo a una sorta di chiesa minimale, come solitamente non sono le chiese italiane (ma ovviamente i nazareni, ricercano le chiese del Basso Medioevo e del primissimo Rinascimento).

Quanto a Germania, che qui mi interessa meno, dirò velocemente che la sua figura appare complementare: i capelli della seconda fanciulla sono color del miele, con lunghi boccoli disciplinati che scendono sul petto; la coroncina è di mirto, l’abito verde. Il manto rosso sembra un drappo che fugge verso la destra della tela. Un muro di mattoncini delimita verso destra lo spazio che è riempito da un villaggio aguzzo stretto da quelle che immaginiamo essere viuzze tedesche. Sebbene i centimetri di pelle esposta allo sguardo alla fin fine sembrano essere gli stessi, si ha come l’impressione che la fanciulla Germania sia più coperta e comunque il suo abito è più pesante con anche una pelliccetta a bordarle le spalle. E se Italia è silenziosamente assorta, Germania sembra parlarle e confortarla in un alito di dolce intimità.

Ho reso bene l’idea del mito del Nord che ama il Sud, e di come il Nord (la Germania) mitizza il Sud (l’Italia)? Quale ne siano le intenzioni, i clichés funzionano bene: chiunque osservi questo quadro dovendo individuare chi delle due fanciulle dipinte sia Italia e chi Germania non nutrirebbe il benché minimo dubbio al riguardo. Non è vero?

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[1] I Nazareni, cfr. per un'informazione rapida:  http://it.wikipedia.org/wiki/Nazareni

[2] Franz Pforr (1788-1812) è un pittore tedesco. A Vienna, fonda insieme con Overbeck la confraternita di S. Luca nel 1809, l’anno successivo si stabilisce a Roma. Rappresentante dei Nazareni, ricorre al disegno gotico, senza ombre né modellato. Morirà ad Albano Laziale (presso Roma). Il quadro cui faccio riferimento è un olio su tavola, abbastanza piccolo (34 x 32 cm), si trova a Schweinfurt, in Baviera, e fa parte della collezione Georg Schäfer.

[3] Friedrich Overbeck (1789-1869) è un pittore tedesco. Negli ambienti viennesi, la sua arte – debitrice di Giotto e di Masaccio – non piace. Si stabilisce a Roma dove vivrà per il resto della sua vita, proponendo un’arte che rievochi quella dei primitivi italiani. Pittura malinconica, la sua.

©2010 Jacqueline Spaccini