sabato 8 luglio 2023

René Char Liberté (poème)

La liberté

René CHAR

Recueil : "Seuls demeurent" 

Elle est venue par cette ligne blanche pouvant tout aussi bien signifier l’issue de l’aube que le bougeoir du crépuscule.

Elle passa les grèves machinales;
Elle passa les cimes éventrées.

Prenaient fin la renonciation à visage de lâche , la sainteté du mensonge , l’alcool du bourreau.

Son verbe ne fut pas un aveugle bélier mais la toile où s’inscrivit mon souffle.

D’un pas à ne se mal guider que derrière l’absence, elle est venue, cygne sur la blessure par cette ligne blanche.

René Char (1907-1988)

immagine prelevata da wikipedia.fr

Un poeta immenso, non facile, non abbastanza conosciuto in Italia, le sue parole hanno sempre almeno un duplice significato o significante, suoni omofoni, etc. Chi mi dice che grèves non abbia un altro senso, che cygne non strizzi l'occhiolino a signe, que ligne non sia la riga, ma la linea (con un significato più ampio), etc,? C'è posto per tutte le traduzioni. Lui è poco cartesiano. Lui è un poeta.

Traduzione (abborracciata)

È venuta attraverso quella riga bianca che poteva significare tanto la comparsa dell'alba quanto il lume del crepuscolo.

Superò scioperi automatici
superò le cime sventrate

Finivano le rinunce dal volto vigliacco, la santità della menzogna, l'alcool del carnefice.

Il suo verbo non fu un ariete cieco ma la tela in cui iscrissi il mio respiro

Con passo facile a dirigersi, se non coperto dall'assenza, è venuta, cigno sulla ferita attraverso quella riga bianca.

mercoledì 28 giugno 2023

Nessuno scrive al colonnello (riflessioni sulla novella di Gabriel García Márquez)

Attenzione: verso la fine di questo post viene svelata la fine del racconto.

versione italiana del 1977 (sesta edizione)



El coronel no tiene quien le escribe è  una novella finita di scrivere nel gennaio del 1957, a Parigi.

La lessi in italiano nel 1977, prima del successo che Márquez raccoglierà nel mondo intero, a partire dal premio Nobel, da lui ottenuto nel 1982. 

A chi, in Europa, frequentava il liceo negli anni Settanta del secolo scorso, Márquez era già noto per Cent'anni di solitudine, scritto in verità dopo Nessuno scrive al colonnello, ma ben più famoso. 



Qui viene già menzionato Aureliano Buendía (capostipite in Cent'anni di solitudine), ammiratissimo capo del nostro colonnello, fino alla pace di Neerlandia, nel 1902, al termine della guerra dei mille giorni, cui farà seguito la secessione di Panama. 

Per una storia dettagliata della Colombia, consiglio la versione francese di wikipedia (clicca qui).

Si sa come l'incipit, ovvero l'inizio di un testo letterario,  sia quella parte incaricata di trattenere il lettore: l'autore che ambisca a tale funzione, a metà del XX secolo, fa iniziare la storia in medias res, preferibilmente a partire da un gesto quotidiano, in cui anche chi legge possa riconoscersi. 
E infatti così principia la novella:

Il colonnello aprì il barattolo del caffè e si accorse che ne era rimasto appena un cucchiaino. Tolse il pentolino dal focolare, rovesciò metà dell'acqua sul pavimento di terra battuta, e con un coltello raschiò l'interno del barattolo sul pentolino finché si distaccarono gli ultimi rimasugli di polvere di caffè misti a ruggine di latta (1).

Un unico periodo, lungo ben sette righe. Un incipit mimetico, si sarebbe detto ai tempi di Sciascia, che riproduce la realtà, attimo dopo attimo.

Ma l'incipit ha due funzioni. Oltre ad attirare, devo soprattutto in pochissimo tempo informare, far entrare il lettore dentro la storia, senza dovizia di particolari. Diversamente, infatti, saremmo in un romanzo del XIX secolo, probabilmente di Balzac (2). 

Che cosa apprende il lettore? Colui che fin dal titolo si sa essere il protagonista è chiamato il colonnello (sempre e soltanto, e con la *c* minuscola), non ha nome né cognome per tutto il racconto, così come sua moglie e il dottore, sottilmente avverso al regime. Si capisce che è vecchio, è un veterano, siamo nel 1956, perché si menziona l'apertura del canale di Suez.

                      

Altri personaggi, quelli che non sono altrettanto importanti (seppure fondamentali), hanno un nome oppure un cognome: 
  • suo figlio Agustín (assente in quanto morto ammazzato)
  • Don Sabas (sordido faccendiere malato di diabete, ma straricco), «miracolosamente» (3) scampato alla persecuzione dittatoriale.  Al protagonista, il dottore che cura un po' tutti dice: a don Sabas interessano i soldi molto di più che la sua stessa pelle
  • Alvaro, compagno di Agustín, così come Germán, sono due giovani ribelli, appassionati del combattimento tra galli, come lo era il figlio defunto della coppia protagonista.

Dall'incipit, si capisce che il colonnello e sua moglie vivono nell'indigenza: a mala pena un caffè riesce a preparare nel pentolino (siamo in Colombia: lo si prepara aggiungendo polvere di caffè ad acqua bollente), peraltro arrugginito, con l'ultimo cucchiaino rimastogli e i rimasugli incollati al recipiente. Il pavimento non ha maioliche né altro; è di terra battuta. 

Durante tutto il racconto si stenta a comprendere come i due facciano a sopravvivere, visto che debbono contendersi il granturco con il gallo. La fame si sente e forte: el hambre, all'epoca in cui scrive, tormenta anche l'autore a corto di quattrini.




Sono due creature con opinioni simili, ma reazioni diverse: malgrado la malattia (la moglie è asmatica), la donna ha le idee ben chiare e pragmatiche: per mangiare bisogna vendere tutto quel che si ha: orologio, quadro e gallo. Non è rimasto altro. Per il colonnello, il gallo non rappresenta soltanto una fonte di guadagno futuro, esso è tutto quanto gli resti del figlio e vuole che combatta per lui che non può più allenarlo. Ma il tempo passa troppo lentamente e da mangiare non c'è più nulla; neppure il granturco per l'animale.


In realtà, l'idealismo o utopia o credulità del colonnello si esplicita nei suoi venerdì: tutti trascorsi ad attendere al porto una lettera che gli annunci il conferimento della pensione promessagli. 

Quindici anni che attende, senza mai arrendersi all'idea, ben chiara alla moglie, che tale vitalizio non arriverà mai.





Noi facciamo la fame per permettere agli altri di mangiare. È la stessa storia da quarant'anni a questa parte [...] 

Avevi diritto (...) che ti dessero un posto quando ti mettevano a romperti la schiena durante le elezioni,  avevi diritto (...) alla tua pensione di veterano dopo aver rischiato la pelle durante la guerra civile. Adesso tutti si sono sistemati e tu sei morto di fame, completamente solo. 


Contro-protagonista del racconto è il tempo: il racconto inizia nell'odiato mese di ottobre, prosegue nel durissimo novembre per giungere a dicembre. 

Il colonnello attende e attende ancora. 

Attenzione! Di seguito le ultime righe del racconto

Precisamente il 20 gennaio alle tre del pomeriggio quando il gallo entrerà nuovamente nell'arena e lui, in quanto proprietario, potrà guadagnare il 20% della vincita nello stesso pomeriggio. La sua determinazione imperterrita non si ferma neppure davanti alle giuste argomentazioni della moglie:   
                     (...) il venti per cento lo pagano quello stesso pomeriggio. 

                    Se il gallo vince, disse la donna, ma se perde? Non hai pensato che il gallo può perdere? 

          È un gallo che non può perdere. 

        Ma supponi che perda.

        Mancano ancora quarantacinque giorni prima di cominciare a pensarci, disse il                colonnello.

(...)

        E nel frattempo... dimmi che cosa mangiamo. 

            Dime, ¿qué comemos?

              Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni - i settantacinque anni della sua               vita,     minuto per minuto - per giungere a quel momento. Si sentì puro, esplicito,                 invincibie, nell'istante in cui rispose: 

           Mierda.

_____________
(1) El coronel destapó el tarro del café y comprobó que no había más de una cucharadita. Retiró la olla del fogón, vertió la mitad del agua en el piso de tierra, y con un cuchillo raspó el interior del tarro sobre la olla hasta cuando se desprendieron las últimas raspaduras del polvo de café revueltas con óxido de lata.
(2) Cfr. incipit de Le Père Goriot, tutto incentrato sulla descrizione della sala da pranzo comune della pensione Vauquer.
(3) Il dottore fa riferimento al patto patriottico con l'alcade firmato da don Sabas, dirigente liberale. Il colonnello replica che lo ha fatto per salvare la pelle e non dover fuggire all'estero. Il dottore ribatte che grazie a quel patto, don Sabas [aveva] potuto comprare per metà prezzo i beni dei suoi stessi compagni di partito che l'alcade  [aveva]  fatto espellere dal paese. 

martedì 6 dicembre 2022

Il viaggio di una zucca II parte

 

A Romain

 

IL VIAGGIO DI UNA ZUCCA

 



       Dicevo che… insomma, vorrei fare una domanda a quel vostro mago che comanda qui… Ma non so a chi rivolgermi…

       Alt! Fermo là! Stop!, lo interruppe la strega. Cosa hai detto: il mago che comanda qui? Guarda che qui non comanda proprio nessuno; ognuno si fa gli affari propri, ecco tutto. Ci si rispetta, eccome, caro mio… Ci mancherebbe pure che uno venisse a comandarmi. Devi sapere che …

       Devi sapere che – le tolse la parola il drago – che qui da noi tutto fila liscio: ognuno accetta l’altro per quello che è, nessuno si sente migliore. Per esempio: la strega Morbido… cioè Asdrubala, è simpatica e gioca bene a carte, qualche volta bara, ma non fa niente, ché tanto non vince mai… Certo, preferirei che lasciasse quelle sue pozioni di cacchetta puzzolente nella sua stanza, ma come si dice: Chi non ha un difetto?

            Una fiala lanciata dalla strega contrariata, raggiunse la coda del drago, s’incastrò in una scaglia e si ruppe. Un liquido giallino maleodorante cominciò a spandersi per la stanza…

       Lo vedi com’è fatta? Si offende subito e ti ritrovi addosso un bel po’ di pipì! Disgustoso!

       E tu l’hai mai annusato il tuo fiato, eh? Perché credi tu che tutti ti chiamano pestifero? Perché hai un alito mortale, ecco perché!!

     Citrullo era imbarazzato, ma voleva sapere dove trovare il famoso mago. Così prese coraggio:

       Va bene, va bene. Ho capito tutto. Però adesso potete rispondermi? Dove lo trovo il mago che-non-comanda-ma-che-tutto-sa?

       Dipende. Dalle 2 e quarantacinque del mattino alle 14 quarantatré minuti e sette secondi studia le formule nel chiuso nel suo laboratorio HLW, seconda torre a sinistra dopo il ceppo del boia; dalle 14 cinquantatré minuti e diciannove secondi fino alle 2 quarantaquattro minuti e cinquantanove secondi del mattino fa i suoi esperimenti sulla nuvola n° 754 in via dei Pensieri, giusto all’incrocio con la strada del Tempo degli Inganni.

       E che fa tra le 14.43 minuti e otto secondi e le 14.53 minuti e diciotto secondi?

       Ma cosa credi che faccia in meno di dieci minuti al giorno? Va al gabinetto a fare i suoi bisogni, come tutti i mortali, capoccetta arancione! Vediamo… sono le 2h43 minuti e venticinque secondi. Se ti sbrighi, lo trovi ancora sulla nuvola.

            La strega gli indicò la strada e Citrullo cominciò a correre in quella direzione, mentre la zucchina faticava a stargli appresso. “Ehi, aspettami!”

            I bambini non possono immaginare (o forse sì) come possa essere difficile bussare alla porta di… una nuvola. Innanzitutto, occorre riconoscerla e la cosa non è facile dal momento che una nuvola-laboratorio assomiglia in tutto e per tutto ad una nuvola come le altre: tutta bianca se è bel tempo, tutta grigia se minaccia la pioggia. Citrullo decise che forse era meglio chiamare il mago a gran voce. Già ma come chiamarlo? Nessuno gli aveva detto il suo nome.

       Mago! Mago! C’è qualcuno?

Una voce burbera rispose dall’interno della nuvola:

       Eh, che fretta! Che c’è da urlare? Sto per finire il turno nella nuvola… Un attimo che timbro il cartellino, finisco di bere un nuvolè ristretto e vengo. Un po’ di pazienza!


Il mago uscì dal suo laboratorio all’aperto con un baffo di nuvoletta che gli colava agli angoli della bocca:

       Ah, Citrullo, sei tu!

       Come, io? Mi conosci forse?, fece la nostra zucca mentre una montagna di punti interrogativi si disegnavano sopra i suoi capelli-foglia.

       Eccome! Sei un po’ in ritardo per i miei orari, ma sempre a tempo per quelli del mondo. Vieni, vieni, accompagnami nel laboratorio HLW, seconda torre a destra dopo il ceppo del boia, please.

Così dicendo un immenso pipistrello, dal naso porcino e le orecchie smisuratamente grandi, venne a prelevarli, esattamente come farebbe un taxi nel mondo degli umani.

       Ma non era la seconda torre a sinistra…?, fece Citrullo.

       – Se è la cicciona che te l’ha detto, fai attenzione: è strabica e confonde la destra con la sinistra e viceversa. Ma non perdiamo tempo che sono già le 2.44 minuti e cinquantotto secondi!

            Una volta scaricati dal pipi-taxi ed entrati nella torre HLW, il Mago – di cui ignoriamo ancora il nome – si sedette comodamente sullo spigolo di un lunghissimo tavolo medievale e si rivolse a Citrullo:

       Allora, dì tutto. Vuota il sacco!

       Non è facile, mago. E’ tutta una vita che mi pongo la stessa domanda e che non trovo la risposta. Dunque, diciamo che la domanda è questa: chi sono io? 

   Oh bella e cosa vuoi essere?, fece il Mago di rimando. Una zucca, salta agli occhi!

  No, voglio dire, lo so di essere una zucca, ma chi sono i miei genitori, come mi chiamo veramente, qual è il mio posto nel mondo… ecco questo è quel che vorrei sapere. 

  – Ed è così importante per te?, gli fece il Mago.


       Bè… sì, rispose Citrullo. Dacché vivo alla fattoria, c’è un sacco di gente che mi prende in giro per il nome che mi hanno dato, che mi dice che non valgo niente, che non mi vuole per amico. Tutto perché sono arancione. Le melanzane sono viola e i peperoni rossi, gialli e verdi, lo vedo; eppure secondo loro il mio arancione salta agli occhi; il mio arancione è diverso e per loro non è per nulla un bel colore. Ma, dico io, il mondo non è bello proprio perché accoglie tutti i colori? E non sono forse anch’io come gli altri? E allora perché gli altri si sentono in diritto di prendermi in giro?


       Le risposte sono nelle tue domande, Citrullo. Tu non hai bisogno dei miei consigli, ma di guardarti attorno, questo sì. Mi hai raccontato solo le cose che ti fanno soffrire, ma non mi hai detto che hai anche degli amici: Grullo lo spaventapasseri, per esempio. Per non parlare della tua amica, quella che tieni per mano, Smeralda la zucchina, che ti ha seguito fin qui. Come vedi, non sono “tutti”. E dunque Citrullo, hanno così importanza coloro che non ti apprezzano? Ma nessuno è simpatico a tutti, sai. Vedrai che anche quelle sciocche melanzane e quegli stupidi peperoni avranno la  loro porzione di detrattori,  in futuro. Quel che conta è conoscersi dentro. Per migliorare. Ricorda che di fronte a un altro, tu non sei né superiore né inferiore: tu sei tu. Sappi offrire la tua amicizia e non ridere mai di nessuno, ma, se puoi, RIDI SEMPRE CON TUTTI.

–     E se non ci riuscirò?, chiese Citrullo.

       E se non ci riuscirai, Citrullo, non ti preoccupare: nessuno è perfetto. L’importante è provare. Questo, insieme con l’amore, è il segreto della vita. Non dimenticarlo, capito? E ora vai!

Citrullo era ancora emozionato per le parole del Mago. Il grande peso che sentiva nel suo cuore sembrava essere svanito d’un colpo. Abbracciò forte la sua amica zucchina, poi si voltò d’improvviso verso il Mago:



       Ma dove vado? E come ti chiami?

       Eh, Citrullo! Hai già dimenticato? Questa è la notte di Halloween. E’ la tua notte. Vai per il mondo a rallegrare i bambini con quella tua buffa faccia arancione. Spaventali più che puoi, tanto lo sai che loro si divertono, che non hanno paura di te. Ma vai, vai!

       Ma non mi hai detto ancora come ti chiami…, disse il nostro eroe zucchino mentre il pipi-taxi lo portava via con Smeralda, lontano dalla voce del Mago.

       Non l’hai capito ancora?, disse il Mago sottovoce. Sono la Coscienza, la tua coscienza, cara zucchetta. Ma ho deciso di non dirlo più ad alta voce, ché l’ultima volta che l’ho fatto ero sotto altre sembianze e mi son preso una martellata di quelle…  che, guarda, ancora mi fa male il fondoschiena…

                                                                                     Jacqueline Spaccini                                                                                                                   Paris, 1999                          

                                                                           

                                                                                                      

 


 

 

 


lunedì 6 gennaio 2020

Quando mutò l'immagine dell'architetto: Brunelleschi & gli altri (I parte)

Quando muta l'immagine dell'architetto?

Con chi, sarebbe meglio dire.

Muta all'inizio del XV secolo, muta con Filippo Brunelleschi, il figlio di un notaio che non volle seguire le orme paterne e che non si contentò di fare l'orafo, professione che aveva intrapreso con un discreto successo. 

All'epoca, gli orafi appartenevano - come tutti gli artigiani e i professionisti - a una corporazione. Sette erano le Arti Maggiori. La più importante (la più ricca) era quella della Seta, di cui facevano parte anche gli orafi che avevano come patrono S. Eligio, un santo francese (cfr. a Roma la chiesa S. Eligio degli Orefici, progetto iniziale dell'architetto Raffaello Sanzio). 

Filippo Brunelleschi (1377-1446) è il trait d'union tra il medioevo e il rinascimento. È colui verso cui guarderanno - anche per distaccarsene e andare agli antipodi - tutti i grandi architetti a lui successivi (insieme con Vitruvio).

Sapete quanti sono gli architetti rinascimentali? Tantissimi. Famosi? Tantissimi. Ne metto un po', tutti importantissimi:  

Fonte: Wikipedia



La carriera di Brunelleschi. Come divena architetto?
Le cose cambiano all'epoca della famosa formella che lo legherà indissolubilmente al nome dell'odiato Ghiberti.

1401: concorso per la seconda porta bronzea del Battistero fiorentino (la prima era di Andra Pisano). Si giudica sulla base di una formella di prova, a tema (il sacrificio di Isacco). 

7 scultori candidati, tra questi due sbarbatelli: Filippo Brunelleschi (24 anni) e Lorenzo Ghiberti (23 anni), i più giovani. 

Sono due prove entrambe post-giottesche, ma a ogni buon conto, vince il Ghiberti: e per qualità stilistica (eleganza e impassibilità delle figure) e perché la sua formella pesa 7kg di meno di quella del Brunelleschi (pezzo unico fuso), e ai committenti costerà  meno. 

Le due prove sono conservate presso il Museo del Bargello di Firenze.
 L’OPERA DEL GHIBERTI               Per realizzare questa               formella ha utilizzato               un’estrema    ...
.

Brunelleschi si risente,  ha un caratteraccio. Se ne va a Roma a studiare l'antico. Deve vedere l'arte antica da vicino. 

Lo accompagna Donatello, di nove anni più giovane, suo amico (anche se le amicizie con Filippo, prima o poi si rompono sempre). Donatello è più giovane, Filippo non si fida mai troppo degli altri, nemmeno degli amici, neanche quando NON sono concorrenti. Tiene le cose per sé. 

Non è ancora architetto: studia e crea un sistema per valutare l'altezza degli edifici (le moli) con strisce di pergamena graduate, sulle basi dei resti a terra avviene la ricostruzione ideale della spazialità antica (STUDIARE E IMMAGINARE  è fondamentale per un architetto). 
Ricordiamo che i disegni vanno perduti, non è epoca che ne colleziona. A parte l'opera e la corrispondenza (se esiste e quando giunge fino a noi), noi abbiamo il biografo di Brunelleschi, biografo in vita con l'architetto vecchio, anche lui architetto Antonio di Tuccio Manetti.


Altra cosa, di cui ci fa dono, è la prospettiva. 

Brunelleschi conduce a Firenze due esperimenti con dispositivi ottici di sua fattura e con due tavolette dipinte con un buco al centro (andate perdute) e uno specchio, mostradoci la realtà com'è e come potrebbe essere.
Per capire bene, cfr. questo breve video:



Ma è ancora scultore. Anche per rimproverare l'amico Bardi
La bravura di Donatello come scultore è incontestabile. Eppure, quando realizza il Crocifisso per la Chiesa di Santa Croce, in legno policromo, a Brunelleschi non solo non piace, non solo ha da ridire, ma addirittura - su istigazione dell'amico - si mette lui a scolpirne uno tutto suo per mostrare a Donatello come doveva essere la gravitas di Cristo in Croce (e si trova in Santa Maria del Fiore).

Per chi vuole, qui c'è un video con diffusa spiegazione:



I PRIMI CANTIERI

Con lui l'architetto non è più un tecnico della costruzione che dirige e segue l'esecuzione dei lavori (anche se con la cupola, altroché se segue!), con lui l'architetto diventa un intellettuale e un artista.
FINE PRIMA PARTE

sabato 6 luglio 2019

ARTE POVERA. Pascali, Kounellis, Pistoletto

Arte povera
 
Il critico genovese Germano Celant parla dell'ARTE POVERA:





Due esempi, due amici: Pino Pascali e Jannis Kounellis

Pino Pascali



foto prelevata da:  https://www.barbarapolvora.com/about/

Pino Pascali

Pugliese di nascita, romano di adozione, aveva terminato gli studi presos l'Accademia di Belle Arti e frequentava gli artisti per i quali Alberto Arbasino coniò il termine la Scuola di Piazza del Popolo. Pascali lavorò dal 1964 al 1968, anno in cui muore, a 33 anni, a seguito di un incidente stradale all'altezza del Muro Torto a Roma. 

Il suo lavoro è ascritto al movimento Arte Povera (dominato dal critico genovese Germano Celant che attribuì tale nome a un gruppo di artisti nelle pagine della rivista Flash art nel 1967, riprendendo l'aggettivo *povero* dal teatro del ceco Grotowski.

Gli anni '60 del secolo scorso, erano gli anni della rabbia che però a Roma esplode in maniera più ludica, per criticare la guerra senza fare la guerra. 

Gruppo d'arte dalle individualità apolitiche, come Celant afferma, con l'idea che l'arte si muove, non è statica, è in continuo divenire. 

Si trasforma, non è più un'entità bloccata, ma possiede una energia che viene sottolineata non attraverso la rappresentazione come nella fotografia o nella pittura rinascimentale. È un divenire libero, rispetto a qualunque dominanza.

Celant la chiama guerriglia, vale a dire una sorta di microbattaglia quotidiana alle consuetudini borghesi. Arte non più rappresentata, ma in atto (Celant)

Gli elementi di 32 mq di mare circa non sono saldati tra loro, ma si staccano, hanno una loro imprevedibilità (cfr. foto qui sotto). L'armonia in cui gli italiani eccellono e sanno rispettare, sanno anche trasgredirle. E questo non è un disvalore.




http://www.museoradio3.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-cf2d007b-bd4a-47d8-9d8c-8bc44946b496.html

Pascali ha frequentato anche la POP che in Italia è un po' diversa da quella americana; è un modo per parlare di qualcosa di nuovo ma che fa anche un po' ridere.

Divertente ma impegnato, curioso ma consapevole. Rabbioso all'epoca della Biennale cui era stato invitato contro i poliziotti e contro gli studenti che chiedevano di boicottare la Mostra di Venezia.

Angela Vettese racconta 32 mq di mare circa (link per accedere all'audio del sito rai)


Jannis Kounellis

Greco di Atene, stanziatosi ventenne a Roma, classe 1936.
Il flusso continuo dell'ispirazione e dell'azione, sull'onda della sua ammirazione per l'americano  Cy Twombly.

Adotta materiali naturali (arte povera), installazioni e performance con elementi simbolici e non manipolabili come legno, pietre, fuoco e carbone, ma anche animali vivi, come manifestazione di energia vitale. La forza positiva della natura è espressamente visibile nei suoi lavori col carbone o con gli animali.

Jannis Kounellis

Nel quadro del 1967 (Senza titolo), si vede una struttura di metallo grigio e un pappagallo legato a un trespolo che fuoriesce dalla struttura.

Celant dice che la struttura grigia è industriale, rigida, meccanica e americana (contro la Minimal Art).  Che cos'è il pappagallo? Vola, è simbolo della libertà ma che è un uccello con un becco potente e può mordere, come l'arte. Simbolo del Sud, con la sua vitalità naturale, incatenato alla cultura americana. Rappresentazione che veicola una serie di messaggi politici, dialogo tra industria e natura, tra libertà e prigionia. Tutta una serie di riflessioni di presa di posizione dell'arte di Kounellis, a favore della cultura del povero.

Jannis Kounellis dal blog: http://federicobartoliniartolico.blogspot.com



Michelangelo Pistoletto

Con un ruolo di spicco nell'ambito dell'Arte Povera (poi dell'Arte Concettuale), questo biellese che abbiamo visto di recente (clicca qui nel 29/01/2017)  ospite in una trasmissione tv condotta da Fabio Fazio, mi fa pensare al postmoderno (pensando alla serie degli specchi).

Michelangelo Pistoletto qualche anno fa


Contiguità tra le icone bizantine (pop primordiale)  con le icone moderne. Il fondo oro rappresenta il divino, il trascendente (nell'icona). La domanda di Pistoletto è stata: chi sono io rispetto al trascendente? Lo spazio incognito che è il fondo oro allo specchio che riproduce la realtà immanente presente e futura in un continuo cambiamento, in un accoglimento continuo, sicché lo spazio da incognito (come l'infinito) si è fatto cognito.

Assisi bosco di S. Francesco http://www.stradadeivinidelcantico.it



Al Louvre nella sua opera entra il pubblico e insieme la storia della pittura antica. Quadro specchiante: la gente fotografa il quadro specchiante sé stesso e la Monna Lisa.

E in un'altra galleria, la VNH  Gallery, spacca tutti i suoi specchi (articolo in lingua francese):

video dell'azione 


Oggi l'arte non può prescindere dallo spettatore, l'artista è libero nella sua responsabilità (Estetica & Etica).

La rappresentazione dell'idea. Non esistono più gli -ismi (nati a dire di Pistoletto dopo l'invenzione della fotografia):impressionismo, cubismo (mettere insieme tutti i punti di vista), espressionismo (grido di Munch), surrealismo (il sogno l'irrazionale), tutti nati dopo l'avvento della fotografia.

Dice Pistoletto: a quel punto, l'artista non può più essere il mestierante della riproduzione, allora l'artista si chiede: serve ancora l'arte? Allora inizia un'indagine introspettiva. 

E ci si rende conto che  l'arte è qualcosa di più che una riproduzione.

Michelangelo Pistoletto, Other Artists and I -  Photo 2019©JSpaccini


Jacqueline Spaccini

martedì 25 giugno 2019

Laure Cambau, LA RAGAZZA DIPINTA DI BLU, traduzione dal francese di Jacqueline Spaccini

LA FILLE PEINTE EN BLEU 
raccolta poetica di Laure Cambau
è uscita nella traduzione italiana
a cura di Jacqueline Spaccini
per i tipi di LietoColle



Seguendo le regole, l'oste non può decantare le virtù del vino che offre. Ma può farlo decantare.

pittura italiana: anni Cinquanta. Capogrossi, Colla e Burri


  Pittura italiana del secondo dopoguerra. Tre artisti: Capogrossi, Colla e Burri

dopo esser stato un bravissimo autore di pittura figurativa - detta tonale - della Scuola di Roma


Capogrossi, Ballo sul fiume, 1935 @Jacqueline Spaccini 

dopo il breve periodo neocubista, a partire dai primi anni Cinquanta, Giuseppe Capogrossi approda a un astrattismo segnico del tutto personale, che assomiglia a un ideogramma, ripetendo certune forme sempre uguali e sempre diverse; contemporaneo sì, ma con qualcosa di antico, anzi di primitivo, di primordiale, con quelle sue forme (che assomigliano a pettini o a forchette) sempre aperte mai chiuse. 

Si tratta di un unico segno che però si coniuga con infinite variazioni e per ciò stesso è infinito.


Capogrossi (credit: fondo Paolo Monti)






Video:


 


il percorso di Capogrossi:





Ettore Colla 
tutto ha origine da Duchamp, ma gli oggetti di Colla non sono ready made, non sono objets trouvés, bensì costituiti da materiali di recupero, come per esempio il ferro, già usato, ma riverniciato (cfr. video qui sotto)E lui assembla, e assemblando crea una scultura per lo più astratta, un po' DADA, ma senza provocazioni.







Alberto Burri 

il più complesso, il più noto, il più internazionale. Quello del punteruolo, dei buchi, degli squarci, della fiamma ossidrica. Controvers, oggi un classico della pittura contemporanea italiana.

Filone materico dell'informale, con un'istanza anti-intellettualistica dell'arte. Laddove c'è spazio, esso è solo il luogo del colore. Dapprima abbiamo come tela dei vecchi sacchi, poi dal 1956 niente più tele, bensì materie artificiali. Nel 1969 utilizza creta o caolino + vinavil. I soggetti saranno catrami, muffe, neri, cretti. Nel 1984,  ci sarà il grande Cretto bianco di Gibellina (a seguito del terremoto del 1966 che distrusse la città). Trauma del sisma, trauma della morte.


Qui di seguito, il link - all'indomani della sua morte - con le parole del collega Achille Perilli in una registrazione allo radio (clicca qui),al riguardo dell'origine dei sacchi di juta (luoghi comuni) e del ruolo di Roma, «ambiente vivissimo», quando vi giunse. 

 Infine, l'intervento di Massimo Recalcati su Burri (da 22'16"a 58'53"): sul grande Cretto di Gibellina a  tanti anni di distanza dalla sua creazione, da lui inteso come un'elaborazione del lutto.

Il tema della ferita è,  secondo lo psicoanalista, il grande tema di fondo di Alberto Burri.

Nel realizzare un'opera è ancora la bellezza il compito ultimo dell'artista? Secondo Recalcati, così è per Burri. Senza escludere la ferita, bensì ospitandola. Per meglio dire, la ferita (lo squarcio, la bruciatura) è elevata alla dimensione più alta della bellezza.



                                                                                                           
Jacqueline Spaccini  ©2019


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Credits: Miriam Mirolla- Guido Zucconi, Arte del novecento 1945-2001 (a cura di Rita Scrimieri), Milano, Mondadori Università, 2002 (ediz. 2019)