lunedì 22 ottobre 2018

Medioevo. Tre domande a bruciapelo

Medioevo. Tre domande a bruciapelo.








1. Quale autore ha usato per primo l'espressione medium aevum per designare un periodo di declino nella storia culturale posteriore all'antichità?

a. Giovanni Boccaccio
b. Dante Alighieri
c. Francesco Petrarca


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2. Qual è invece il primo autore che usa il termine « rinascita » come sostantivo da opporre a una precedente epoca di decadenza identificata con il Medioevo?

a. Leon Battista Alberti
b. Lorenzo Ghiberti
c. Giorgio Vasari


Soluzione: clicca qui


3. La locuzione rivolta dei medievisti designa:

a. la modificazione dell'antico ordine sociale avvenuta in epoca medievale
b. la rivalutazione storica del Medioevo operata nei primi decenni del XX secolo
c. la tendenza artistica che, nel XIX secolo, promosse un ritorno allo stile prerinascimentale


Soluzione: beh, questa è fin troppo facile... 


L'altare d'oro di S. Ambrogio. Pillole di arte

L'altare d'oro di S. Ambrogio

9661 - Milano - S. Ambrogio - Altare - Foto Giovanni Dall'Orto 25-Apr-2007.jpg
wikipedia ©Giovanni Dall'Orto, 2007



Risale alla metà del IX sec. d.C, si trova nella basilica di S. Ambrogio a Milano. In origine conteneva le reliquie del santo e di altri due santi, Gervasio e Protasio. 

L'altare fu voluto dall'arcivescovo Angilberto II e fu eseguito da tale Vuolvinio, il quale si rappresenta e si firma nella parte retrostante dell'altare: MAGISTER PHABER.

IW_Volvinio_Altare-S.Ambrogio_20
in questa pagina tutte le foto nel dettaglio con un testo in inglese a cura di Giuseppe Frangi

Si tratta dunque di un sarcofago, di una tomba-altare a forma di cassa. 

Il materiale usato è legno rivestito da lamine di oro e argento, impreziosite da smalti e gemme incastonate. Le lamine sono incise a sbalzo. L'altare è lavorato su tutti i lati.

Sebbene sia attestata una unità programmatica dell'esecuzione (sotto la direzione di Vuolvinio, esecutore ma anche ideatore del manufatto, probabilmente), sono marcate alcune differenze nell'esecuzioni dell'opera.

La parte frontale [e quella dei due lati] che illustra dal basso verso l'alto la venuta terrestre del Cristo evidenzia influenze tardo-antiche e bizantine coeve: animazione, gestualità, racconto.  Stesso stile si ritrova in altre opere carolingie come per esempio : i dipinti dell'abbazia di Mustair, il salterio* di Utrecht e lo scriptorium di Reims.

dipinto di Muestair (qui, l'approfondimento) arte carolingia in Svizzera



*Il "salterio" è un testo in cui sono raccolti i 150 salmi, ovvero gli inni religiosi che secondo la tradizione sarebbero stati composti dal re Davide 
fonte:https://www.finestresullarte.info/antiquitates/2013/02-il-salterio-di-utrecht-e-la-sua-eredita.php)

La parte del retro (quella che ha una finestrella che si apre e che all'origine permetteva di vedere le reliquie dei santi) è invece più lineare, più severa ed è completamente - presumibilmente - opera di Volvinio che si autorappresenta nell'atto di essere benedetto da S. Ambrogio e nominato capo-orafo (MAGISTER PHABER).

 Altare maggiore Sant' Ambrogio

Bisogna ricordare  che influenze carolingie su maestranze a cultura tardoantica e bizantina potevano essere possibili all'epoca solo in Lombardia.

E in fin dei conti, S. Ambrogio nel IX sec. sta a indicare in maniera manifesta "l'alleanza tra la Chiesa milanese e quella franca, tra la città lombarda e l'impero" (Bora-Fiaccadori et Alii, I luoghi dell'arte, 2)

Jacqueline Spaccini



domenica 7 ottobre 2018

Barbari e Bizantini dell'Alto Medioevo

Barbari e Bizantini dell'Alto Medioevo 


 Periodo storico: VII eVIII secolo d.C.

Che cosa intendo per cultura bizantina? 

Intendo una cultura  che non può più dirsi per davvero «romana» (anche se il termine bizantino risale al XVII secolo), vuoi perché l'impero romano d'occidente non esiste più, vuoi perché tale cultura non si esprime nemmeno più in latino, bensì in greco. L'ultimo imperatore di madrelingua latina è il macedone Giustiniano, e lui muore nel 565 (VI sec. d.C.). Dopo di lui, il greco prenderà la rivincita sul latino e gli imperatori avranno nomi come Ἡράκλειος (Eraclio I), Κωνσταντίνος (Costantino III) e così via. Siamo alla terza decade della prima metà del VII sec. d.C.
Impero bizantino nel 650 d.C.

Tuttavia, una cultura paleo-bizantina si esprime fin dal IV secolo, già in ambito tardoantico. L'arte bizantina è religiosa, tende alla stilizzazione e va contro il prodotto artistico/manufatto naturalistico e individualistico (romano tardoantico); è spirito, è luce, è oro, la figura è incorporea, svanisce la prospettiva.  

Dove poggiano i piedi Giustiniano e Belisario? Gli uni sugli altri?
S. Vitale mosaico Giustiniano e la sua corte 

Viene meno quella rappresentazione figurata propria della romanità: tranche de vie, individualizzazione dei personaggi raffigurati, attaccamento alla terra, alla natura. 
Lo spazio è simbolo, luce; il sentimento cristiano è mistico: ciò che è ombra è materia e per ciò stesso negatività.
S. Vitale (part.)
L'agnello sacrificale, il fondo blu, i fiori, le foglie, la frutta
Scrive Carlo Giulio Argan: 
è una cultura essenzialmente religiosa, che mira a realizzare in terra l'ordine divino e ad assicurare all'umanità un esito trascendente, la salvezza al di là della vita.
Ordine, gerarchia, burocrazia e formalismo. Ma da qualche altra parte nell'impero, trova posto l'eremita, l'asceta, il monaco, la profezia apocalittica. 

L'arte ne è il riflesso: arte aulica (o di corte)  vs  arte ellenistica. Arte che raffigura Cristo, i santi o i papi (stilizzazione) vs arte che racconta le S. Scritture (figurazione narrativa).


Papa Simmaco S. Agnese fuori le Mura

Melchisedech* viene incontro ad Abramo offrendogli pane e vino (mosaico S. Maria Maggiore )
  
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Melchisedech*: re-sacerdote di Salem (= Gerusalemme) che offrì ad Abramo pane e vino (Antico Testamento).


E ora parliamo di barbari, siamo sicuri che stiamo parlando in maniera univoca?
Sono ancora barbari, questi longobardi o franchi che confezionano crocette in oro e continuano nella loro arte orafa, con fibule e fibbie in oro o in argento, se non addirittura i frontali d'elmo?  


Firenze, Museo del Bargello crocetta da sudario in oro ©Jacqueline Spaccini

 Firenze, Museo del Bargello fibule a staffa, arte franca, argento dorato ©Jacqueline Spaccini
  Firenze, Museo del Bargello fibbia, argento ©Jacqueline Spaccini
 Firenze, Museo del Bargello lamina di Agilulfo (frontale d'elmo) 
Arte longobarda rame sbalzato e dorato ©Jacqueline Spaccini

 All'inizio, la produzione «barbarica» è aniconica, cioè priva di immagini: piuttosto astratta, con disegni geometrici. Ha una tradizione di ornato e se raffigura qualcosa, quel qualcosa sono motivi zoomorfi (animali). In realtà, in Italia - scrive Argan - la produzione orafa non ha un'influenza rilevante. 

Quel che è rilevante  è la conseguenza che le invasioni e le successive dominazioni barbariche impongono al tessuto urbano: la decadenza delle città.

Castelseprio chiesa di S. Maria foris portas
Il ciclo di affreschi di Castelseprio (Varese, Lombardia) è un'eccezione. Questi dipinti rinvenuti in una chiesetta nel 1944, sotto vari strati di intonaco,  sono un'eccezione. L'opera di un artista greco di passaggio, di certo. I caratteri sono ellenizzanti. Un fatto isolato.

affresco di Castelseprio

Roma farà eccezione. Roma ha S. Maria Antiqua, all'interno del Foro Romano.

Affreschi sovrapposti in S. Maria Antiqua (VI-VIII sec. d.C.)

 Jacqueline Spaccini 7 ottobre 2018
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(Spunto di riflessione: Carlo Giulio Argan, Il Medioevo, Firenze, Sansoni, 2000)

sabato 6 ottobre 2018

Il sarcofago di Stilicone

Il sarcofago di Stilicone 
Il generale vandalo - per parte di padre - fedelissimo (c'è chi lo mette in dubbio) di Roma, marito di una nipote di Teodosio, l'ultimo imperatore di un impero non ancora diviso, fu fatto decapitare [408 d.C.] da suo genero, l'imperatore Onorio, era anche un cristiano (forse ariano).

Il suo presunto sarcofago è conservato nella basilica di S. Ambrogio, a Milano, soffocato alla vista da un ambone medievale.


Scolpito su 4 facce, in marmo, rappresenta scene dell'Antico e del Nuovo Testamento. Lo stile è nettamente legato allo stile romano del tardo impero.

I mosaici dei catini absidali


MOSAICI, CATINI ABSIDALI 
IN ITALIA

In latino, abside vuol dire *arco, volta*. Usato dai Romani, solo più tardi per motivi di estetica architettonica, l'abside trova la sua espressione artistica più alta nell'architettura cristiana. 
A noi interessa il catino absidale che nelle chiese viene decorato di mosaici. 

«L'abside delle basiliche più antiche era volta generalmente a occidente (S. Pietro, S. Giovanni in Laterano, San Clemente). Fu regola nei primi tempi del Cristianesimo che il sacerdote celebrasse rivolto ad oriente e verso gli assistenti. Dal sec. V o VI le chiese bizantine ebbero invece l'abside rivolta ad oriente, come le chiese di S. Sofia a Costantinopoli e di S. Apollinare a Ravenna; nelle chiese occidentali, solo a partire dal sec. VIII le absidi furono rivolte a occidente. In altri casi gli architetti, per circostanze estranee alla loro volontà, dovettero modificare l'orientazione delle chiese» (fonte: Treccani)
«Ben noti sono i mosaici absidali della chiesa di Santa Pudenziana in Roma, delle due absidiole dell'oratorio di S. Aquilino in Milano (fine del sec. IV-principio del V), di S. Vitale a Ravenna (sec. VI), di S. Apollinare in Classe (sec. VI), [...], della chiesa dei Ss. Cosma e Damiano (sec. VI), di S. Agnese fuori le Mura (sec. VII), di S. Maria in Dòmnica, di Santa Prassede, di S. Marco in Roma (sec. IX). » (fonte: Treccani)

 ROMA - S. PUDENZIANA 390 d.C. (IV sec.)


È un Cristo barbuto, che annuncia il Pantocrator: grande, giudice ma anche benedicente, seduto su qualcosa di materiale, un trono, e attorniato dai suoi. Al di sopra c'è il monte Tabor, sormontato da una croce aurea e gemmata. Più sopra, tra le nubi realistiche e il Cristo, c'è la città di Gerusalemme. L'arte romana non è ancora cancellata dall'astrazione bizantina. Delle due donne ai lati del mosaico, c'è chi sostiene siano  Pudenziana e sua sorella Prassede e chi vede in loro i due ceppi del cristianesimo: l'Ecclesia ex gentibus (romana) e l'Ecclesia ex circumcisione  (ebraica), che sono evidentissime nella chiesa di Santa Sabina, sempre a Roma. 
Il restauro è molto evidente, quasi imbarazzante.


MILANO - S. AQUILINO (VI sec.)



Nella cappella della basilica di S. Lorenzo a Milano, questo mosaico su fondo oro appartiene al VI secolo. Il Cristo filosofo tra filosofi è imberbe ma Re e magister. Ai piedi del trono le Sacre Scritture e lui consegna le sue leggi. L'oro offusca la vista, come la luce in paradiso.
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RAVENNA -    S. VITALE  525 d.C. (VI sec.)



Cristo imberbe, apollineo, vestito di porpora, siede sulla sfera del mondo attorniato dagli arcangeli, da S. Vitale e dal vescovo Ecclesio.

RAVENNA - S. APOLLINARE IN CLASSE 549 d.C. (VI sec.)


Cristo imberbe e buon pastore, col suo gregge di fedeli, sitrasfigura sul monte Tabor. Si mutano le vesti di colore, divenendo candide, e appaiono accanto a lui Elia e Mosè (riferimento al Vangelo secondo Matteo, 17, 1-4). La croce è gemmata nel cielo; gli agnelli rappresentano i tre apostoli Giovanni, Giacomo e Pietro. Un prato verde con rocce, fiori e alberi raffigura la Creazione. Tutto è stilizzato, aulico, bizantino.

ROMA - SS. COSMA E DAMIANO 530 d.C. (VI sec.)



«Il catino dell'abside fu decorato intorno al 530 a mosaico con una scena rappresentante l'accoglienza nei Cieli dei due santi titolari della chiesa. Al centro domina la figura del Cristo con un rotolo nella mano sinistra e con la destra indicante una stella, rialzato rispetto alle altre figure e poggiante su nuvolette rosse e bluastre, che invadono anche il cielo blu alle sue spalle, mentre ai suoi lati su un idilliaco praticello si dispongono Paolo, san Cosma e pap a Felice IV che offre il modellino della chiesa a sinistra e, a destra, Pietro, san Damiano e Teodoro. Nel tamburo sottostante sono rappresentati gli apostoli sotto forma di pecore.  La svolta successiva del mosaico romano sarà infatti del tutto più consona all'astrattizzazione d'influenza bizantina (absidi di Sant'Agnese o Santo Stefano Rotondo), ciò che fa di questo mosaico forse l'ultimo capolavoro della pittura romana paleocristiana».   (fonte: Mosaici a Roma e Ravenna. V e VI sec., https://worldapart.forumfree.it/?t=61070522)




ROMA - S. AGNESE FUORI LE MURA  630 d.C (VII sec.)

 L'abside è rivestita di marmo cipollino, il mosaico raffigura  Sant'Agnese e i papi Simmaco ed Onorio:  tre figure isolate, immateriali, su fondo oro, tipico esempio della influenza bizantina nell'ambiente romano. «Questa composizione inaugura un nuovo spirito di venerazione dei santi, titolari dei luoghi di culto, che si andava diffondendo sull'esempio della decorazione musiva ravennate della basilica di Sant'Apollinare in Classe, dove per la prima volta un santo, nella sua gloria, era stato raffigurato nel catino absidale. La figura di sant'Agnese, nelle sue qualità sacrali, s'iscrive nel ruolo di protagonista: creatura celestiale, ammantata da una stola gemmata. Ai suoi piedi ci sono due globi di fuoco e la spada, strumento del suo martirio». (fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Sant%27Agnese_fuori_le_mura)

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VIDEO COI MOSAICI DI RAVENNA 



GALLA PLACIDIA

 Si trova verso la porta d’ingresso il Redentore, il Cristo ha per scettro la croce. Ritratto con sei pecorelle in un paesaggio quieto e bucolico, Cristo è ritratto nella sua piena regalità, giovane e imberbe, domina il tempo e la storia.

Da approfondire:
BATTISTERO NEONIANO O DEGLI ORTODOSSI
BATTISTERO DEGLI ARIANI

L'architettura religiosa ai tempi di Costantino il Grande




©Alessio Damato

Fonte: Romanini et Alii, L'arte medievale in Italia, Sansoni, 1988 (esaurito)


Incredibile per chi lo apprenda la prima volta: le prime chiese cristiane sono state volute ed edificate dall'imperatore Costantino. Almeno le prime tre. Già alla quarta interviene un papa.
Ma è chiaro che occorre attendere l'Editto di Milano (313), prima che si pensi a costruire edifici di culto cristiano a parte. Infatti all'inizio, avremo il titulus (la domus ecclesiae), insomma il rito si fa in casa di un patrizio romano convertito.

Qui si parla di chiese paleocristiane. Queste, nell'ordine, le 4 basiliche maggiori:

1. Basilica di S. Giovanni in Laterano 312 d.C. (IV sec.) - c'è chi dice 318
2. Basilica di S. Pietro 319 d.C (IV sec.) - c'è chi dice 329
3. Basilica S. Paolo fuori le Mura  384 d.C. (IV sec.)
4. Basilica S. Maria Maggiore 360 d.C. ca. (IV sec.), poi 432

Le prime tre sono dette basiliche costantiniane

La prima, in ordine di tempo e di autorità,  è S. Giovanni in Laterano. Essa viene edificata sugli horti laterani (dal nome di una famiglia), terreno espropriato e in seguito appartenente a Fausta, seconda moglie di Costantino, colpita in seguito dalla damnatio memoriae, probabilmente morta per mano del coniuge, l'imperatrice ci ricorda il celebre personaggio di Fedra (cfr. l'accusa mossa a Crispo, figlio di primo letto dell'imperatore), di raciniana memoria. Naturalmente, non è il S. Giovanni in Laterano che abbiamo oggi negli occhi (perlomeno se ci riferiamo all'estetica della facciata odierna borrominiana): ancora oggi è la mater et caput di tutte le chiese di Roma e del mondo.

La seconda è S. Pietro (anche qui, non quella che vediamo, rifatta nel XVI sec., con la facciata del Maderno). L'antica basilica di S. Pietro, come le altre basiliche papali, era a 5 navate tagliate a croce latina, longitudinale [il modello è quello, civico, della basilica romana privata o pubblica]. Una chiesa cimiteriale, o meglio costruita sul luogo di sepoltura dell'apostolo Pietro. È il primo martyrium (luogo di memoria dei martiri). Verrà distrutta nel 1451. 
Quella che vediamo oggi è opera del Maderno, Michelangelo, Sangallo, e così via.

La terza è S. Paolo fuori le Mura, anch'essa costruita sul luogo di sepoltura (o di martirio) dell'apostolo Paolo. 
Quella che vediamo oggi è un rifacimento del XIX sec., dopo che la basilica andò a fuoco e fu distrutta quasi interamente da un incendio nel 1823, per colpa della disattenzione di uno stagnaro (e del fatto che i tetti avessero le travi in legno). Del Medioevo è il ciborio di Arnolfo di Cambio, salvatosi dal rogo in quanto posto sotto all'Arco trionfale che resistette alla distruzione.

La quarta è S. Maria Maggiore, edificata da un papa, Liberio, a seguito di un sogno, verso il 360 d.C. È a 3 navate, dopo che venne riassestata da un altro papa, Sisto III. Per la prima volta, si dedica una  basilica alla Madonna, intesa quale Madre di Dio (432 d.C., post concilio di Efeso). La basilica 

ha i mosaici più antichi della Roma cristiana. L'interno è ancora strutturalmente lo stesso della basilica paleocristiana.

Fondamentalmente, le prime chiese cristiane si ispirarono a edifici romani non di culto, per ovvie ragioni. Quindi, si ispirarono a luoghi civili (tribunali, bazar, sale udienze, fori coperti, empori, mercati), ludico-ricreativi (terme) o sepolcrali (mausolei). 

I luoghi religiosi pagani privilegiano l'ingresso singolo al tempio, il rapporto one-to-one con la divinità. I luoghi religiosi cristiani assemblano comunità, debbono essere ampli, è il popolo di Dio che si rapporta a lui, non l'individuo. L'architettura cristiana è pubblica e di gruppo.
Ecco perché le prime chiese romane sono o a pianta longitudinale (basilica) o a pianta centrale (terme, mausoleo).

Si trovavano in piena campagna, costruite su cimiteri subdiali (a cielo aperto) e comunque lontani dalla vita cittadina romana ancora fortemente pagana, per non irritare l'aristocrazia della capitale.


(Jacqueline Spaccini, 6/10/2018)









domenica 31 dicembre 2017

William Shakespeare, Sonetto 116

lettura: Jacqueline Spaccini
Musica: Debussy

Louis Aragon, Il n'y a pas d'amour heureux

lecture : Jacqueline Spaccini
musique : Rachmaninov

domenica 27 agosto 2017

Gli artisti polacchi a Roma nel Settecento

Mi è capitato tra le mani questo libro di Mattia [Maciej] LORET, Gli artisti polacchi a Roma nel Settecento. Milano-Roma, Casa editrice d'arte Bestelli e Tumminelli, 1929 (prefazione di Corrado Ricci). 60 illustrazioni in b/n. E l'ho comprato.

Ho scoperto la storia di questi pittori affascinati da Roma, come tutti gli artisti stranieri lo erano, nel Settecento. Ho scoperto che alcune delle loro opere si trovano tra Frascati e Ariccia. Le potete contemplare anche voi, giacché sono perlopiù in luoghi accessibili come le chiese.

Di seguito, un sunto dell'opera.

Due parole sull'autore del libro, Mattia Loret.
Membro dell'Accademia polacca di scienze e lettere, fu da essa incaricato di recarsi a Roma per studiare (anzi per continuare a studiare, annota il Ricci) i polacchi all'estero, particolarmente nella capitale italiana. Era docente e lasciò Roma per qualche anno, insegnando a Leopoli (oggi,  in Ucraina) e a Cracovia. Tornò a Roma ove rimase anche durante la I guerra mondiale. Inviato ad Atene come diplomatico «plenipotenziario». Nel 1929, è già tornato a Roma (ignoriamo se vi sia anche morto), in qualità di delegato del Ministero della Pubblica Istruzione polacca.
Il senatore Corrado Ricci, prefatore del libro, fondò nel 1922 (altrove, si legge 1918) l'Istituto di Archeologia e Storia dell'Arte - centro di studi e di ricerche - con annessa biblioteca.

I pittori oggetto dello studio del Loret sono Szymon Czechowicz, Tadeusz Kuntze.

Scrive Loret nella sua Introduzione che la Polonia fu sempre legata alla civiltà occidentale, soprattutto attraverso i vincoli della religione cattolica romana, anche per proteggersi dalle invasioni asiatiche, come quella tartara del 1241 che destabilizzò il patrimonio culturale della giovane nazione polacca.

Quelle regioni invase furono spopolate e ciò permise all'elemento germanico di spadroneggiare nel quattrocento. In verità, gli italiani avevano iniziato a insediarsi fin dal duecento, seppure isolatamente. Scrive Loret: gli italiani, più intraprendenti e privi di boria [rispetto all'elemento germanico], [furono] accetti e benvoluti (p. 11). Si tratta perlopiù di rappresentanti del commercio, dell'industria e della banca. Poi vi furono i rapporti con la Curia romana che inviava i suoi legati.

Loret sa bene che la Polonia costituisce una sorta di «sentinella avanzata» soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli e l'avanzata turca in Europa.  A metà del Seicento, la Polonia vuoi per la politica nefanda nobiliare, vuoi per le catastrofiche guerre con turchi, cosacchi e infine svedesi, si vede danneggiata nel suo potenziale intellettuale e artistico, ritardando la sua evoluzione culturale.
I giovani studenti polacchi migrano in Italia.

Che tipo di pittura c'è, in Polonia, prima del Settecento?

Il tema è quello religioso, la scuola da imitare negli stilemi è quella tedesco-fiamminga. L'architettura è gotica.
Ma ecco che - scrive Mattia Loret - il Rinascimento italiano si fa strada anche in Polonia e la sua architettura è ravvisabile nel castello di Wawel (Cracovia, sulla Vistola, residenza reale), ricostruito dall'architetto toscano Bartolomeo Berrecci.

castello di Wawel (Cracovia, Polonia)


Gli italiani sono tenuti in grande considerazione e vengono affidati lavori a molti tra di loro (a scapito degli artisti polacchi), come per es. Palma il Giovane o il figlio del Tintoretto, Domenico Robusti.

Poi nel 1600 arriva alla corte di Sigismondo III, Tommaso Dolabella e ne diviene il pittore ufficiale. Grande fu la sua influenza sulla pittura polacca, finché con l'avvento al trono di Lasdislao IV (1632-1648), tornano di moda le tendenze fiamminghe e olandesi, in quella che fu l'âge d'or di quell'arte.

Durante il regno di Jan III Sobieski il mecenatismo si diffonde: nuovi palazzi, nuove ville, fondazione di una scuola di pittura, rapporti con l'Accademia romana di S. Luca, ove vengono inviati vari  giovani pittori (allievi) polacchi.

È dunque la corte a dare impulso alle molteplici iniziative artistiche non solo verso l'Italia, ma anche verso l'Olanda e la Germania. Almeno fino ad August II, re di Polonia ed elettore di Sassonia, mecenate sì, ma verso la Germania (Dresda); si disinteressò della vita artistica in Polonia, [avendo] a nutrire propositi del tutto divergenti con la prosperità e perfino con l'integrità del paese  (p. 17).

Il '700

Tra i primi a migrare c'è Szymon Czechowicz. Siamo nel 1710. Ha 21 anni. È Ossolinski, tesoriere della Corona, che accortosi del suo talento, gli fornisce i mezzi per giungere in Italia, a Roma, dove resterà per i successivi trent'anni. Czechowicz copia molto da Raffaello, visita chiese e monumenti, «respira(...) il fascino della città» (p. 19). Dipinge per la chiesa nazionale polacca a Roma, S. Stanislao alle Botteghe Oscure, una crocifissione.

Czechowicz, Adorazione di Santa Edvige
(S. Stanislao dei Polacchi)
foto scattata da me dal libro stampato nel 1929
Tornerà poi in Polonia, continuando a dipingere molto. Stabilitosi a Varsavia vi morirà, terziario dell'ordine di S. Felice.

Ma l'artista polacco più «romano» è senza ombra di dubbio Tadeusz Kuntze, nato a Grünberg (nella Slesia ancora polacca, oggi tedesca) intorno al 1730, crebbe a Cracovia lavorando come sguattero di un prelato, Andrzej Stanisław Kostka Załuski, che diverrà vescovo della città.

A differenza di Czechowicz, Kuntze non risulta iscritto all'Accademia di S. Luca, al cui interno la nuova corrente neoclassica, capeggiata dal maestro di Mengs, Marco Benefial, [...] si scagliava contro il manierismo barocco (p. 22). Ciononostante, Loret ipotizza che le polemiche e i dibattiti abbiano comunque avuto delle ripercussioni sulla sua evoluzione artistica. Kuntze studia i grandi maestri del '500 e del '600, soprattutto per la tecnica dell'affresco.

All'inizio, per sbarcare il lunario, l'artista esegue frettolosamente alcuni quadri di soggetto religioso commissionatigli dalla lontana Polonia. A Roma lavora tanto, quadri di santi tutti ora a Cracovia, dove tornò verso il 1757 (p. 23). Nel 1758 muore il vescovo benefattore (Załuski) e ciò riguarda la vicenda personale di Kuntze; cinque anni dopo muore anche il re August III Sas e in Polonia i cambiamenti cominciano a farsi sentire.

Sale al trono Stanislas II August Poniatowski, in maniera rocambolesca. A dire dell'autore del libro, molti sono i meriti di quest'ultimo re polacco: si può dire che la Polonia deve a lui le basi e l'impulso dell'arte nazionale (p. 24). Come? Mantenendo una scuola artistica il cui direttore fu per lungo tempo il romano Marcello Bacciarelli, autore tra l'altro di un suo ritratto (cfr. immagine qui sotto). Altri artisti italiani (penso a Giovanni Battista Lampi) soggiornarono presso la corte presso il re: uno su tutti, Bernardo Belotto detto il Canaletto che ben restituì la Varsavia del tempo (clicca qui).

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4d/Stanislaw_poniatowski_bacciarelli.jpg
la foto di pubblico dominio è tratta dal sito tedesco Hampel Kunstauktionen

Si dirà: e Tadeusz Kuntze in tutto questo? L'artista torna a Roma nel 1766, dopo dieci anni di assenza, trascorsi in Polonia.

La Roma intellettuale si è spostata nei salotti e in due Caffè: il Caffè inglese (di cui personalmente non so nulla, n.d.r.) e il Caffè greco, l'uno a pochi passi dall'altro, anche se il mercato artistico degli stranieri, scrive Mattia Loret, è in mano ai restauratori di antichità come il Cavaceppi e l'Albaccini (p. 26).

Non godendo dell'appoggio materiale del re, che cosa può fare Kuntze per ottenere commissioni?
Affidarsi al cardinale duca di York, vescovo di Frascati, figlio di una principessa polacca, Clementina Sobieski. Costui, nato a Roma, giacobita, nipote di Giacomo II Stuart, rivendica per sé la corona inglese, si chiama Henry Benedict Thomas Edward Maria Clement Francis Xavier Stuart e sarà ritratto da Anton Raphael Mengs e da Maurice Quentin de la Tour.

Il cardinale chiede a Tadeusz Kuntze di affrescare a Frascati le pareti laterali della cappella del seminario tuscolano (appena restaurato) e la volta della biblioteca (appena costruita).

Chiesa del Gesù (Frascati)


Eglise du Gèsu de Frascati.JPG
la foto è prelevata da wikipedia e firmata LPLT CC BY-SA 3.0

Ecco i suoi lavori:


Nascita della Madonna [fig 15, p. 49]

Transito della Madonna [fig 16, p. 50]




Refugium peccatorum 
Adorazione dei pastori [fig 17, p. 51] 
Presentazione al tempio [fig 18, p. 52]
File:Adorazione dei Pastori Chiesa Gesu Frascati 010.jpg
ADORAZIONE PASTORI foto by luiclemens


File:Presentazione di Gesu al Tempio Chiesa Gesu Frascati 009.jpg
La presentazione al tempio foto by luiclemens

E, sulla volta della biblioteca [fig 19, p. 53] : Trionfo della Scienza sull'ignoranza.

Poi ci sono i quadri conservati nel palazzo vescovile (la Rocca) di Frascati; tre tele a tempera: 1. Abramo e i tre angeli [fig. 21, p. 55]; 2. Rebecca al pozzo [fig 22, p. 56] e 3. Aronne che mette in fuga gli egiziani col bastone cambiato in serpente [fig 23, p. 57].

Kuntze accetterà anche ordinazioni di minor rilievo, come per esempio la  decorazione di un salotto ad Ariccia: La storia di Ippolito, eroe mitico di quei luoghi (9 affreschi) [figg 24-31]

Ci sono infine alcuni quadretti di vita popolare romana, ed è proprio con questi che l'artista polacco assume una personalità, distinguendosi come uno dei migliori artisti di genere [figg 32-41]

Saltarello romano fig 37, p. 71








Ci sarebbe da parlare anche di Zawadzki, di Smuglewicz e di Hempel, ma rimando i lettori interessati alla lettura dell'opera di Loret. [Jacqueline Spaccini, Roma 27/08/2017]

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Il libro è consultabile a Roma presso la Biblioteca universitaria di Roma 3, Fondo Cellini collocazione FC 02643 (non risulta dal catalogo OPAC sbn)
e in tutti questi posti qui (cliccaci sopra)






giovedì 23 giugno 2016

Quadri per arredare... un romanzo










Utilizzare quadri per creare lo sfondo di un romanzo ovvero: come usare l'arte per «arredare» un romanzo

di Jacqueline Spaccini











Quando un autore ambienta il suo romanzo in un'epoca passata ha spesso l'obbligo di documentarsi storicamente non solo sugli ambienti, ma anche sugli abiti e gli oggetti.
Ma se questo stesso scrittore ricorre a quadri del periodo prescelto, di quelli che descrivono atmosfere, persone,  animali e ambienti di quell'epoca lontana, egli vedrà il suo compito di molto facilitato: basterà infatti che faccia prima una selezione di dipinti e che poi si metta a descrivere quel che vede.
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Facciamo un esempio:
In Oceano Mare (1993) di Alessandro Baricco, leggiamo che una delle protagoniste Anne Deverià passeggia lungo la spiaggia insieme con Elisewin, una ragazzetta di sedici anni con il suo ombrellino bianco.


Sai cos'è bello qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. ma domani, ti alzerai, guarerai questa grande spiaggi e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. [...]
Si parla nel romanzo di una località, Skagen. Esiste e si trova in Danimarca.
C'è anche una pittrice famosa di Skagen che si chiama Anne Ancher (come uno dei personaggi di Oceano Mare)
E allora è probabile che la passeggiata che Baricco descrive diffusamente nel romanzo, sia ispirata a questo quadro di Peder S. Kroyer, Mattino d'estate sulla spiaggia di Skagen (1893).

Del fatto che Baricco abbia nascosto tanti quadri all'interno del suo romanzo più famoso, scrissi diffusamente sulle pagine di Stilos, supplemento del quotidiano La Sicilia, nel 2000 e poi l'ho riportato fuggevolmente anche qui, su questo blog.










Non bisogna credere però che soltanto la letteratura ricorra a questi stratagemmi. in questo caso, il cinema la fa da padrone: si pensi solo al Francesco Hayez rielaborato in  Senso di Luchino Visconti (clicca qui).

In genere, però, i dipinti entrano nei romanzi in altri modi.
Vediamone uno poco noto.
Mi riferisco a un racconto di Daniele del Giudice, Nel museo di Reims, pubblicato per Mondadori nel 1988 (ripubblicato nel 2010 da Einaudi)












Il romanzo è interamente basato sulla descrizione di quadri. Grazie a un escamotage: il personaggio principale che è anche il narratore, è quasi cieco.
Si ricorda (e vuole rivedere), per esempio, di una tela amata, quella di Delacroix che ha per tema Desdemona (quella di Otello, per intenderci) e il padre di costei, furioso per la scelta amorosa della figlia che è fuggita col Moro, si è con lui congiunta e sposata. Ora nel quadro ella implora il perdono paterno e lui, il padre, la maledice.
Vedo il vestito scuro rigonfio, vedo l'incarnato bianco subito sopra il seno, vedo i capelli lunghi scarmigliati, vedo lei che solleva un braccio e incontra il braccio del padre.
[...] il padre mi appare confuso forse ha le mani per respingere la figlia, forse la sta maledicendo [...]. Che cosa ricorderò di questo quadro? Il fatto che una donna chieda di essere tollerata e amata dal padre così com'è, anzi proprio perché è così?
Il protagonista del racconto di Del Giudice, si chiama Barnaba e si trova in un piccolo (ma incantevole) museo francese. Distingue in maniera sfocata i particolari dei dipinti, quindi occorre che qualcuno gli descriva i quadri (e questo è un secondo escamotage dell'autore per introdurre un secondo personaggio, una donna, affinché il monologo diventi un dialogo), perché lui non può (o non può più) vederli.











Tuttavia, questa stessa trovata dà adito a un interrogativo: saranno proprio così, i quadri descritti? Viene introdotto il tema della menzogna.
Il fatto è che i quadri di questo museo hanno tutti un rapporto psicologico col protagonista del racconto e quindi sono incaricati di spiegare il rapporto conflittualedi Barnaba col padre, ma anche il senso di colpa che il giovane si porta appresso: prima quando incontra durante la visita al museo il dipinto di Edouard Chaise dal titolo Le figlie di Pelia chiedono a Medea il ringiovanimento del padre
(clicca qui per vedere il quadro)









e poi, soprattutto, quando si trova davanti al quadro di Théodore Chassérieu, Lo spettro di Banquo.











Gli insegnanti approfitterano a questo punto delle due citazioni precedenti per rievocare il mito di Medea e la storia di Banquo.

Sembrerebbe dunque che i quadri,oltre a ispessire la materia del narrare, abbiamo anche una funzione di certo non terapeutica, ma sicuramente epifanico,anzi di agnizione.
Avrebbe dunque ragione la psichiatra Graziella Magherini dell'ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, la quale nel 1977 ha coniato il termine LA SINDROME DI STENDHAL, per un particolare malessere che provano le persone davanti a uno specifico quadro.











Al molto da approfondire - e ce n'è - non posso dedicare altro tempo, per oggi.

Vi lascio con la lettura di una novella di Antonio Tabucchi, La traduzione, tratta da I volatili del Beato Angelico (1987).
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È una splendida giornata, puoi starne certo, anzi, direi che è estate, è impossibile non riconoscere l’estate, lascia che te lo dica, io me ne intendo. Vuoi sapere da cosa lo deduco, oh, beh, è facilissimo, come dire?, basta guardare quel giallo. Come sarebbe a dire? Dunque, stammi bene a sentire, hai presente il giallo? Sì, il giallo, e quando dico il giallo intendo proprio il giallo, che non è il rosso o il bianco, ma proprio il giallo, esattamente giallo. Il giallo, quello là a destra, quella macchia a stella di giallo che si espande sulla campagna come se fosse una foglia, un bagliore, insomma qualcosa di questo tipo, dell’erba seccata dalla calura, mi faccio capire? Quella casa pare proprio che stia sopra il giallo, che sia retta dal giallo. È strano che se ne veda poca, solo un pezzo, mi piacerebbe saperne di più, chissà chi ci abita, magari la signora che sta attraversando il ponticello. Sarebbe interessante sapere dove sta andando, può darsi che stia seguendo la carrozzella, forse il barroccino che si vede vicino ai due pioppi del fondo, dalla parte sinistra. Potrebbe essere vedova, dato che è vestita di nero. E poi ha anche un ombrello nero. Comunque quello le serve per ripararsi dal sole, perché ti ripeto che è estate, non ci sono dubbi. Ma ora vorrei parlare di quel ponte, anzi, chiamiamolo ponticello, è così grazioso, tutto fatto di mattoni, avanza con le fondamenta fino a metà del canale. Sai che ti dico? Che la sua grazia consiste in quel marchingegno di legno e corde che lo copre come l’armatura di una pensilina. Sembra un giocattolo per un bambino intelligente, hai presente quei bambini che sembrano degli ometti e che giocano sempre con i meccani o cose del genere, una volta se ne vedeva nelle case perbene, ora forse un po’ meno, comunque hai capito. Ma è tutta un’illusione, perché quel grazioso ponticello che apparentemente ruota con cortesia per lasciar passare i barconi nel canale, secondo me è una trappola bell’e buona. La vecchia signora non lo sa, poverina, nemmeno se lo immagina, ma ora muoverà un altro passo e sarà un passo fatale, credi a me, sicuramente metterà il piede su un perfido meccanismo, ci sarà un clic inavvertibile, le corde si tenderanno, le assi sospese a leva si stringeranno come mandibole e lei resterà lì dentro come un topo, nella migliore delle ipotesi, perché nella peggiore tutte le sbarre che uniscono le assi, quelle pale un po’ sinistre, se ci pensi bene, scatteranno per combaciare con esattezza millimetrica e lei, zàcchete, resterà schiacciata come una frittella. Il vetturale non se ne accorgerà neppure, magari è anche sordo, e poi quella signora non gli interessa niente, credi a me, lui ha altro a cui pensare, se è un contadino penserà alle vigne, i contadini pensano solo alla terra, sono abbastanza egoisti, per loro il mondo finisce col campicello; se è un veterinario, perché potrebbe anche essere un veterinario, sta pensando a qualche vacca malata nella fattoria che deve trovarsi là in fondo, anche se non si vede, le vacche sono più importanti delle persone per i veterinari, ognuno fa il suo mestiere a questo mondo, cosa ci vuoi fare, e gli altri che si arrangino. Mi dispiace che tu non abbia ancora capito, ma se ti sforzi sono certo che ci arriverai, tu sei una persona intelligente, non ci vuole poi molto a indovinare, o meglio, forse ci vuole un po’, ma mi sembra di averti dato sufficienti informazioni; ti ripeto, probabilmente devi solo collegare gli elementi che ti ho fornito, ad ogni modo guarda, il museo sta per chiudere, vedo il guardiano che ci sta facendo dei cenni, questi guardiani non li sopporto, hanno sempre una spocchia che non ti dico, ma semmai torniamo domani, tanto anche tu non è che abbia troppe cose da fare, no?, e poi l’impressionismo è affascinante, ah, questi impressionisti, così pieni di luce, di colore, dai loro quadri viene quasi un profumo di lavanda, eh sì, la Provenza… io ho sempre avuto un debole per questi paesaggi, non ti dimenticare il bastone, sennò poi qualche automobile ti investe, l’hai appoggiato qui a destra, un po’ più in là, a destra, ci sei quasi, ricordati, a tre passi sulla nostra sinistra c’è un gradino.










Allora, avete trovato?

Compito per gli studenti.
Scegliete uno dei quadri qui di seguito proposti e utilizzatelo come meglio ritenete per scrivere una novella di minimo 3300 - max 4000 caratteri spazi inclusi
I quadri sono tutti di Edward Hopper.