domenica 1 luglio 2012

Se un traduttore cambia di sta(tu)to









Le Jardin perdu di Jorn de Précy è uno strano libro, smilzo nelle dimensioni e denso nel contenuto è uscito per i tipi Actes Sud nel settembre 2011. Il sottotitolo parla di essai, cioè di saggio, tradotto dall'inglese da Marco Martella, ma a leggerlo si ha l'impressione di trovarsi davanti a un romanzo filosofico, livre à thèse,  come si usava alla fine del '700 o ancora nel secondo '800. Lo stile è sobrio. E nelle vostre orecchie già riecheggia un altro titolo, Le Paradis perdu/Il Paradiso perduto, un poema che fu anche un best-seller, di John Milton (1667). 

Come ogni saggio (per di più  a tesi) che si rispetti, è diviso in capitoli, comprende una prefazione e una conclusione. E a sorpresa (ma poi davvero?) aprendolo, troveremo  una manciata di pagine intitolate L'Enigma Jorn de Précy vergate dal suo traduttore (francofono) come incipit. Dico da subito che per me il capitolo più interessante è quello che riguarda il concetto di genius loci (incentrato sulla nozione di divinità del luogo e bosco sacro, nonché sulla magia dei giardini rinascimentali). Chiude il testo una breve nota dell'editore (come usavano fare certi autori inglesi del XVIII secolo), sulla quale non voglio anticipare nulla per il momento.  
Il libro è stato appena tradotto in italiano da Laura De Tomasi per i tipi Ponte alle Grazie con il titolo E il giardino creò l'uomo




Direte voi: ma chi accidenti è questo Jorn de Précy? La quarta di copertina s'incarica di darne una sommaria biografia. Traduco:

Jorn de Précy (1837-1916), giardinere-filosofo inglese di origine islandese, ha profondamente influenzato l'arte dei giardini anglosassoni del Novecento. Amico di artisti quali William Morris, frequentò gli ambienti radical-socialisti dell'Inghilterra vittoriana. È il creatore del giardino di Greystone (Oxfordshire), oggi scomparso.

Questo libro ha dapprima vinto il Premio Lire au Jardin 2012,  poi il premio letterario  del prestigioso Premio P. J. Redouté (13esima edizione) e, qualche giorno fa, anche il Prix Tortoni 2012.



Nel mio blog dedicato ai traduttori è iniziata l'intervista a Marco Martella che si continua su quest'altro blog più letterario.
Consiglio di leggere prima quanto scritto qui e poi di tornare a leggere le righe che seguono. Se invece provenite dal blog Traducete innanzi quel traditor d'un traduttore, continuate pure a leggere...

Intervista  a Marco Martella


D. Si diceva allora: l'arcano: Jorn de Précy, l'oscuro giardiniere-filosofo inglese di origine islandese creatore di un giardino andato perduto, altri non è che... MARCO MARTELLA.

R. Non si tratta di un vero falso storico, piuttosto di un gioco con il lettore che au fil des pages, si ritrova spesso a dubitare: Jorn de Précy è esistito veramente? Possibile che, avendo vissuto più di cento anni fa, avesse una visione così moderna delle derive della civiltà occidentale, dell'emergenza ecologica, del giardinaggio? Il suo parco di Greystone infatti sembrerebbe uno dei nostri giardini "naturali", e la sua idea del giardino come luogo di resistenza sembra scaturire direttamente dalle teorie contemporanee della deep ecology (ecologia profonda).

D. Non del tutto vero, ma neppure del tutto falso, dunque. Ci sono personaggi storici all'interno del libro? Chi ha letto la Caduta dei Giganti di Ken Follet capirà immediatamente...

William Morris
R. In questo saggio-romanzo, il vero si mescola costantemente al falso: se è vero che né Jorn né il suo fedele giardiniere Samuel sono mai esistiti, è altresì vero che William Morris, Gertrude Jeckyll, William Robinson e George Bernard Shaw, che appaiono nel libro come amici (o rivali) di Jorn, fanno veramente parte della storia del pensiero e dell'arte dei giardini inglesi dell'epoca. Non pretendo di avere inventato nulla in questo. 

D. A chi sta pensando? Perché io penso subito al Vernon Sullivan di Boris Vian...

R. Già da qualche anno lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas fa qualcosa di simile. Ma la letteratura non è, in fondo, un gioco continuo tra immaginazione e realtà? L'uso di una maschera letteraria e della lingua straniera fanno parte di un distanziamento che, per qualche ragione misteriosa, hanno reso questo libro possibile. Sapevo solo, scrivendo, che era la direzione giusta. 


D. È dunque tornato ad assumere quella posizione di «equilibrio precario» di cui parlava all'inizio della nostra intervista...

R. Già.  Questa zona di confine labile, dai contorni incerti e che si muove di continuo, è per me una delle più fertili in letteratura. A ben riflettere, scrivendo direttamente in francese Le Jardin Perdu non mi sono allontanato poi molto dal mio primo mestiere.




D. Si spieghi meglio...


R. Voglio dire: se ciò che definisce il lavoro di traduttore è quest'esercizio periglioso (alcuni direbbero "impossibile") che consiste a restare in bilico tra due lingue, due culture, due modi di vedere e quindi di esprimere la realtà, questo si adatta anche al mio lavoro recente. Difatti, scrivere in una lingua che non è la propria vuol dire - secondo modalità che non so correttamente spiegare neppure a me stesso - vuol dire, dicevo, autotradursi.


Saint-Loup-de-Naud, 30/06/2012 



Vernon Sullivan 
pseudo di Boris Vian









lunedì 7 maggio 2012

Lady Macbeth e la civetta


Lady Macbeth ha spinto il marito al regicidio e ora attende che lui compia l'atto. 

La scena si apre  nel castello di Macbeth, dopo cena. Il buon re Duncan  dorme ignaro del destino che attende lui e le sue guardie. 

Lady Macbeth si mostra risoluta, ma in fondo all'anima così risoluta non è.
Il video è in lingua francese.

Metto di seguito la versione francese, poi quella italiana e infine l'originale dell'atto II scena 2 (inizio):

versione francese :

Lady Macbeth

Ce qui les a soûlés m'a rendue ferme
Ce qui les a désaltérés m'embrase.
Chut ! Paix. - C'était la chouette qui criait
Sonneur fatal qui souhaite le bonsoir
Le plus lugubre. Il est en train d'agir.
Les portes sont ouvertes ; les valets
Narguent leur charge avec leurs ronflements.
J'ai drogué leur potion, et la nature
Débat avec la mort au-dessus d'eux
Pour savoir s'ils sont morts ou bien s'ils vivent.
(tr. André Markowicz)

Versione italiana

LADY MACBETH: 


Ciò che ha reso ubriachi costoro, ha fatto audace me; 
ciò che li ha spenti, a me ha dato fuoco. 
Shh! Calma. Era la civetta che strideva, la fatale risvegliatrice, 
che dà la più sinistra buona notte. Egli è all'opera. 
Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando: 
io ho messo nelle loro bevande tante di quelle droghe, che la morte 
e la natura disputano se essi siano vivi o morti. (traduzione ignota)


l'originale :
LADY MACBETH
That which hath made them drunk hath made me bold;
What hath quench'd them hath given me fire.
Hark! Peace!
It was the owl that shriek'd, the fatal bellman,
Which gives the stern'st good-night. He is about it:
The doors are open; and the surfeited grooms
Do mock their charge with snores: I have drugg'd
their possets,
That death and nature do contend about them,
Whether they live or die.
(Shakespeare)


sabato 28 aprile 2012

Dal postnaturalismo al postmodernismo: NARRATORI ITALIANI DEL NOVECENTO


(a breve recensione)

domenica 22 gennaio 2012

Ciao, Maestro (Ricordando Vincenzo Consolo)

Lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo è morto il 21 gennaio 2012 a Milano, dove risiedeva da tantissimi anni. Andava per i 79 anni. Tutte le mie condoglianze alla sua sposa, Caterina Consolo. 

Conferenza IIC dedicata a Leonardo Sciascia nel ventennale della sua morte

Non posso dire di essere stata sua allieva, l'ho incontrato due sole volte nella mia vita, ho scritto una parte della mia  tesi di dottorato su di lui,  lui mi ha telefonato per ringraziarmi di un lungo articolo pubblicato su Stilos (supplemento letterario de La Sicilia). L'ho incontrato l'ultima volta il 30 ottobre 2009 a una conferenza parigina dell'Istituto Italiano di Cultura. Un po' più chiuso nelle sue spalle, un po' più mesto, sempre così gentile.

Lo scrittore era come l'uomo e sicuramente in questo caso è un complimento. Non so se rivolto maggiormente all'uomo o allo scrittore. 
Uomo schivo, gentile, apparentemente chiuso, timido, corretto, onesto, che aveva in orrore i compromessi e aveva eletto Milano a sua seconda patria. 
Un esempio di integrità. Nel pensiero e nello stile letterario.
Grazie, Vincenzo Consolo.  Ciao, maestro.



Metto qui di seguito l'inizio del capitolo della mia tesi in cui parlo di lui:


Con un quadro di Antonello da Messina a fare da tema di sfondo del romanzo, non c’è da meravigliarsi che nel 1969 Consolo inviasse in lettura il primo capitolo del suo Sorriso dell’ignoto marinaio a «Paragone», la rivista d’arte e letteratura di Roberto Longhi e Anna Banti. Invio del quale Longhi non aveva dato però alcun riscontro. Sicché, quando il giovane scrittore ebbe modo di rammentare se stesso e lo scritto al critico d’arte, ottenne da Longhi la seguente replica: «Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa storia del Ritratto (1)  di Antonello che rappresenta un marinaio, deve finire!». Il critico sottintendeva: il pittore messinese dipingeva su commissione e a caro prezzo; come avrebbe potuto un povero marinaio permettersi un ritratto? A un marinaio non sarebbe mai venuto in mente di commissionarne uno. Fortuna volle che Enzo Siciliano fosse di diverso avviso e che pubblicasse quello che era ancora un racconto sulla rivista «Nuovi Argomenti», di cui all’epoca era il direttore. Il romanzo  uscirà nel 1976 presso Einaudi. Soffermarsi su quest’aneddoto (che lo stesso Consolo ha raccontato in Fuga dall’Etna)  è interessante non fosse altro perché, come egli ha poi osservato, uno scrittore legge un quadro non in chiave scientifica, bensì letteraria. Non è una differenza da poco, valesse pure per un solo romanzo. Fatto sta che Consolo  è tornato a percorrere i sentieri della pittura anche in Retablo)  e ne Lo spasimo di Palermo.  Per essere una coincidenza, comincia ad essere sospetta.
Si obietterà che altri sono i temi portanti delle opere di Vincenzo Consolo: la storia, la lingua, la politica, la cultura non solo della Sicilia, bensì dell’Italia tutta. Certo, ma la pittura può essere una chiave d’accesso recondita, non per questo meno forte e pervasiva, dello scrivere consoliano. Una via percorribile in margine, o se si preferisce, una sorta di corsia di emergenza. Ed è su questo terreno che ci si muoverà.
Facendo un passo indietro, Leonardo Sciascia ha scritto che il gioco delle somiglianze (2) è in Sicilia «una sonda delicata e infinitamente sensibile, uno strumento di conoscenza». Se ciò fosse vero, a chi somiglierebbe lo sconosciuto ritratto da Antonello?(*)

Aggiungo di seguito il link della Treccani ove figura un ottimo pezzo a firma Silverio Novelli (clicca qui)

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(1)  La tradizione lo vuole acquistato a Lipari nell'Ottocento dal barone Mandralisca per la sua collezione, che poco più tardi lascerà alla città di Cefalù. Nell'inventario che di questa collezione fece alla fine dell'Ottocento il Prof. Giuseppe Meli, la tavoletta fu attribuita ad Antonello da Messina e da questo momento l'attribuzione viene unanimamente accettata da tutti gli studiosi, che però non sono altrettanto concordi sulla datazione. Venturi (1915) lo data attorno al 1470, anche se per lui è posteriore al ritratto del Borghese ed a quello allora a Londra in collezione Willet e attualmente nel Metropolitan Museum di New York. Il Longhi (1953), lo vede ancora legato al tono tipologico siciliano, da cui Antonello si staccherà solo nel  1474.
(2) «A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca?» si chiede Leonardo SCIASCIA (L’ordine delle somiglianze (1987) in: Cruciverba. Adelphi, Milano, 1998). «Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente assomiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore, un poeta, un sicario? Somiglia, ecco tutto». Il museo Madralisca di Cefalù è intitolato all’omonimo scienziato naturalista noto malacologo.

(*) Il resto sta qui
 

domenica 15 gennaio 2012

Tra un treno e l'altro (racconto)



Tra un treno e l’altro


racconto di Jacqueline Spaccini

L’ha vista seduta nello scompartimento C carrozza 193 d’un treno di dieci anni fa che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito un paesaggio alpino, stanco e un po’ pieno di sé. Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano… Sarà che Goethe aveva ragione (l’eterno femminino ci attira verso l’alto) e che lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esiste allacciata ai nostri tendini fin da bimbi, sarà per quello che volete voi, Edoardo si innamorò di lei prima che potesse arrivare a scorgerne le gambe avvolte in calze 10 den. La prima cosa che pensò, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensò, ma non disse nulla.
Non la rivide nei successivi dieci anni.

Ed oggi all’improvviso quando lei era null’altro che spina conficcata nell’intestino (da allora aveva inspiegabilmente sofferto di colite), è entrato nel caffè di questo hôtel che costeggia la strada ferrata e l’ha rivista. LEI. Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Ancora non vede il colore dei suoi occhi. Edoardo è entrato per caso, è sceso dal treno per prendere una coincidenza… Non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna, una versione miniaturizzata di lei: si capisce subito che l’altra tenta di imitarla in tutto e per tutto. Infatti anche l’amica porta una cloche. Hanno ordinato un tè in coppette cinesi (che arroganza, quest’albergo!) e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “SUE”. “Sue che? Susan, forse dovrei chiamarla Susanna, Susie, Sue… Che nome insulso! No, non può essere il suo”, pensa e non dice nulla Edoardo, bloccato all’ingresso del caffè. Pensa che forse è la sua ultima occasione per fermare questa donna (di tempo ne ha perso fin troppo), prima che sia troppo tardi: a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà sui cinquanta e certo neanche lui è più un fanciullo…
“Ora o mai più. Mi butto” pensa, e si dirige verso il tavolo dove siedono le due donne. Nessuno sembra fare caso a lui, la coppia del tavolo affianco è intenta a parlare sommessamente; fumano, e l’uomo si guarda le unghie. Brutto segno.
“Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…”
“Pardon?” fa lei.
“Oddio, è pure straniera!”, pensa terrorizzato Edoardo e subito vorrebbe recuperare gli anni di scuola in cui non volle mai approfondire lo studio delle lingue straniere.
“Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?” Edoardo ha l’impressione d’essere caduto di piatto nelle pagine d’un romanzetto rosa. Dieci anni che la cerca con gli occhi e tira fuori una frase da cliché. Con lei! Si può essere più banali? Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero. “Che dico ora? E se dalle toilettes sbuca un marito?” è solo un attimo, Edoardo conclude tra sé: “E se sbuca un marito, chissenefrega!”


Nessun marito sbucò per i successivi quindici anni. Siamo nel futuro e Sue si affaccia alla finestra: il tempo ha concesso una tregua. Ha sciacquato e riposto la tazzina del caffè ed ora metterà il suo cappello di paglia; va bene per agosto. Va bene per andare a trovare Edoardo, laddove riposa in pace da un mese. Poi prenderà un treno che la porti via da Cap Cod.
     
                                                                  Jacqueline Spaccini © 2003


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Edward Hopper:
1. Scompartimento C carrozza 193; 
 2. Suey’s Chop;
 3. Mattino a Cap Cod

giovedì 5 gennaio 2012

Mostra a Parigi: Exhibitions - L'Invention du Sauvage

Quando gli esseri umani venivano esibiti nei circhi

all photos by Jacqueline Spaccini ©2012
A Parigi, nelle sue ampie sale, il Museo Quai Branly (7e arrondissement) raccoglie ed espone collezioni di oggetti che appartengono alle cività dell'Africa, Asia Oceania e delle Americhe, con l'intento di diffondere la multiculturalità e  uno spirito di uguaglianza tra i popoli.


In questi giorni e fino al 3 giugno, il museo ospita la mostra Exhibitions : L'invention du sauvage (Esibizioni: l'invenzione del selvaggio). Si tratta di un lungo itinerario, ricco di foto, video (film che risalgono alla seconda metà del XIX secolo firmati: Fratelli Lumières) e testimonianze sulle conseguenze «mondane» della colonizzazione occidentale. 


Le esposizioni universali, le fiere e i circhi (come il Barnum) divennero i contenitori ideali e reali di un'attrazione nuova per il pubblico smaliziato (ma neanche troppo) dell'Europa benestante.

 

Le attrazioni erano costituite da persone appartenenti a tribù di zulù e/o pigmei trapiantati in massa in Francia, dentro riserve che assomigliano fin troppo a degli zoo. Oppure a gruppi di 3-4 uomini obbligati a saltellare con le catene alle caviglie e prendendo al volo brandelli di carne cruda (un po' come le foche)... Non di rado si vede la frusta, agitata in pubblico perloppiù come minaccia, anche se nel diario di una delle tante attrazioni di Amburgo, un Inuit (cioè un Eschimese), cristiano, vengono raccontati i tormenti cui lui, la sua famiglia e altri membri dello zoo umano sono sottoposti (tra cui, le frustate).  Nel giro di 4 mesi, perderà sua moglie e sua figlia, falciate da malattie banali, ma sconosciute e letali al popolo inuit. Nemmeno un anno dopo, sarà morto anche lui.




Ma non ci sono solo le popolazioni sottomesse dai colonizzatori a fare le belle statuine nelle varie esposizioni. Non c'è solo la ben nota e triste storia della Venere ottentotta (clicca qui). Tra il "materiale" esibito ci sono anche le persone nate con deformità. Ricorderete tutti il celebre film di David Lynch Elephant Man (1980) (qui di seguito una riproduzione dell'elephant man esibito nei circhi). E così tutta una serie di persone affette da nanismo e da gigantismo, di fratelli siamesi, di aberrazioni fisiche, di donne barbute, di esseri completamente ricoperti da peli lunghissimi (si vedono solo gli occhi), di persone tagliate a metà, etc.

C'è molto voyeurismo in noi, anche in noi che andiamo a vedere questa mostra, non bisogna nasconderselo. 

Alla fine di questa sconcertante (perlomeno per i più giovani) mostra, dopo aver visto tanti filmati (tutta una sezione è dedicata agli Indiani d'America, i pellirosse), c'è un'ultima sala in cui il visitatore viene interpellato sulle varie discriminazioni di oggi: testimonianze varie (e di vario tipo), immagini di persone di oggi a grandezza naturale, che chiedono a noi se sotto sotto non siamo razzisti davanti a un nero, un arabo, un nano (brutta parola, cui il francese cerca di porre rimedio con l'espressione personne de petite taille), un transessuale, una coppia gay, una donna grassissima...

E sulla domanda: E tu, tu come sei? Credi davvero di essere tanto diverso dai colonizzatori di 110 anni fa?, usciamo dalla mostra.





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Per raggiungere il museo: 
métro 9 ALMA-MARCEAU
bus 72




martedì 20 dicembre 2011

L'arte naïf di quella che un tempo era la Jugoslavia

Dragan Mihaijlovic (1950)
Questo post è dedicato ai pittori d'arte naïf di una Jugoslavia che fu e ha come testo di riferimento un libro di 84 interviste qui in lingua francese curato da Nebojša Tomašević dal titolo L'Art naïf en Yougoslavie, edito in Belgio e stampato in Italia; non reca né il nome del traduttore né l'anno di pubblicazione (un piccolo 1975, senza il logo del copyright, compare in basso a sinistra in una pagina del libro). 
Tutto quanto scriverò sarà frutto [da me tradotto in italiano] della lettura di questo testo. Alla scuola di Hlebine, accennavo tre anni fa, ma velocemente, qui.
 * * *



Franjo Mraz
Tutto nasce  quando quella terra si chiama ancora Jugoslavia, a Hlebine, un villaggio croato a nord-est di Zagabria, verso l'Ungheria. Tutto nasce attorno ad alcuni pittori autodidatti: Ivan Generalić (1914-1992), Franjo Mraz (1910-1981), Mirko Virius (1889-1943) e Janko Brašić (1906-1994) per primo in Serbia. La scuola di Podravina (o di Hlebine, a seconda che si scelga la regione o il nome del villaggio) vede concentrarsi ben presto in una zona croata un gran numero di pittori autodidatti, agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso. 

Nel 1975 si sfiorano le 700 unità di pittori, tra contadini e operai, imbianchini, fattori e giardinieri, mugnai, pescatori e pensionati d'ogni sorta. Prima degli anni Trenta, tuttavia, questa gente dipingeva già (qualcuno inizia da bambino) oppure faceva altre attività creative di tipo artigianale, del genere folkloristico, ma lo teneva nascosto, come fosse un vizio, scrive l'autore del testo in questione. Perché allora a un certo momento, comincia a fiorire e a farsi conoscere tale arte fuori di casa?
Franjo Mraz
Da questa domanda scaturiscono le 84 interviste del libro. 

Il territorio è fertile: «si fa fatica ad  immaginare un agricoltore britannico o americano che si dia alla pittura, dedicando cuore e anima a un'attività artistica, come faranno i pittori-contadini in Jugoslavia», poiché l'arte popolare riesce difficilmente a sopravvivere in Paesi fortemente industrializzati come possono esserlo le società anglofone, ove la produzione e la meccanizzazione finiscono per indebolire i legami che uniscono il contadino alla sua terra.
Mirko Virius
Ivan Generalic
È bene che si sappia: i popoli della ex-Jugoslavia hanno sempre accordato un'importanza grandissima alla poesia, alla natura, al contatto pudìco e incontaminato con le cose. C'è un'anima profonda, una spiritualità insita nei suoi popoli che ignora il materialismo più ancorato. E questo non lo dice il libro, lo dico io che ho trascorso qualche anno in quei luoghi.

Ma torniamo agli anni Trenta. Tutto ha inizio da una protesta sociale dei giovani di Hlebine, «villaggio adagiato su una pianura soggetta alle inondazioni» che si estende nella regione  croata della Podravina, cioè «intorno alla Drava», affluente del Danubio. I contadini-pittori espongono - attraverso la pittura  - la loro protesta «all'ingiustizia sociale e agli oneri economici» dell'epoca. Qualcuno continuerà a conoscere per tutta la vita un'esistenza di stenti e di sofferenze, come Mirko Virius - cupo dilettante di campagna - che troverà la morte nel campo di concentramento nazista di Zemun [Tomasevic sottolinea che l'artista verrà fucilato dall'occupante tedesco (Zemun si trova alla periferia di Belgrado). Non ho trovato conferma altrove]. 

Gli altri due capifila della scuola sono, come detto, Ivan Generalic (diverranno pittori famosi anche suo figlio Josip e suo nipote - il figlio di Josip - Goran) e Franjo Mraz.
I. Generalic
Ivan Generalic è rimasto a Hlebine,  «la fonte da cui [ha] continua[to] ad attingere la sua ispirazione» e ha rappresentato l'amico Virius morto, su di un prato verde con gli occhi bendati, circondato da ceri accesi e dal gallo di Podravina, «ornamento d'obbligo d'ogni fattoria della regione». Si nota, ma solo in un secondo momento, che la cinta di protezione del prato in realtà non è altro che filo spinato (quello del campo di concentramento dove morì Virius). 

A dire il vero, nell'intervista che rilascia, Generalic racconta che all'inizio non fu bene accolto come pittore nel suo villaggio. Il fatto è che non sapeva ben dipingere la gente, sicché - sbagliando le proporzioni - dipingeva persone con mani enormi e piedi piccolissimi, e case che sembravano sul punto di crollare. Però pittori importanti lo invitavano e ciò spingerà Ivan a sentirsi rafforzato nella sua opera. Opera che veniva pagata pochissimo, 50 - al massimo 100 - dinari, comunque (afferma che) era  una buona somma per lui che proveniva da una famiglia poverissima.

La fama di questo pittore oltrepassa i limiti nazionali per estendersi oltre l'Adriatico e la pianura pannonica: Generalic è il più famoso rappresentante dell'innocenza e dell'ingenuità pittorica del suo Paese.

Martin Jonas
A differenza di Generalic, non si fa problema di proporzioni smisurate - anzi le utilizza per farne un marchio personale di originalità - il serbo (di famiglia slovacca) Maritn Jonas (1924-1996). Senonché la sua pittura riconoscibilissima è anche fortemente segnata da una sensualità priapica, come può facilmente rilevarsi dal quadro qui riprodotto.
Franjo Filpovic



Dopo la guerra e la rivoluzione, nella nuova società i contadini-pittori trovano il modo di uscire dalla loro condizione di quasi analfabetismo [il termine corretto è illettrisme, in it. analfabetismo funzionale], ma pèrdono anche quella loro «beata solitudine».

Generalic è pittore che incoraggia altri paesani a esprimersi attraverso la pittura. Tanti altri campagnoli - evidentemente talentuosi - seguiranno il suo esempio e adotteranno la tecnica della pittura a olio su vetro (la pittura sottovetro) di grande brillantezza.

Ivan Rabuzin

Ma non tutti provengono da Hlebine: Ivan Rabuzin è di un villaggio non lontano da Varazdin (sempre ai confini con l'Ungheria). Inizialmente operaio, dipinge nel tempo libero, perché deve pur mangiare. Per lui il colore è «un'esperienza emozionale».  I suoi quadri sono assolati e i toni sono quelli del pastello, senza ombre, in un ottimismo esistenziale che indica nella natura il luogo della felicità. 

Janko Brasic
Ecco che anche nell'altra parte (all'epoca) della Repubblica Federale di Jugoslavia, nel villaggio di Oparic, in Serbia, in una zona montagnosa, si afferma un fattore che dipinge da quarant'anni, Janko Brasic. Autore di ritratti psicologici, rileva l'autore del nostro libro di riferimento, ma anche di combattimenti tra Serbi  e Turchi che evocano sempre «la fase della battaglia in cui i Serbi erano vincenti», come si rileva dall'immagine qui affianco.

Martin Paluska
E poi ci sono i contadini-pittori del villaggio slovacco di Kovacica, a 50 km da Belgrado, con  Jan Knjazovic, Martin Jonas, Mihajlo Bires e a capo di tutti, il mugnaio Martin Paluska, che dipinge da sempre, da giovanissimo,, dipingendo per istinto, senza tenere eccessivamente conto di quel che ha realizzato.Ma quel che più conta per lui - dice nell'intervista - è l'appoggio e l'entusiasmo che la gente di Kovacica ha sempre epresso nei confronti della sua pittura e di quella degli altri pittori del villaggio. E così, ogni giorno - dopo il lavoro al mulino - restano ancora 4-5 ore per dipingere. E confessa che mano a mano che invecchia, predilige il buon tempo andato, sicché rappresenta i costumi antichi, la moda di un tempo, i matrimoni tradizionali.

Anujka Maran
Spostandoci ancora di villaggio in villaggio, giungiamo a Uzdin, distretto del Banato, zona della Voivodina, verso la frontiera rumena. E infatti qui la popolazione è in maggioranza di origine rumena. E qui ci sono anche contadine-pittrici autodidatte di notevole pregio, tardive come per esempio Anujka Maran (1918-1983) che ha iniziato a 40 anni e che dipinge gli abiti rumeni (e li tesse, anche), che racconta una storia in ogni suo quadro, ma è una storia triste, che racconta con amore  le storie che dipinge e ama sopra a tutto i cavalli: memorabile il suo Cavallo rosso, 1963 (collezione privata).



Tutti questi artisti, questi agricoltori pittori, vagheggiano una nostalgia del passato rurale e lo rappresentato in maniera idilliaca, «sentimento che riflette in un certo qual modo il conservatorismo innato dei contadini», scrive Tomasevic. Vedono i miglioramenti che il progresso ha apportato nelle loro vite, ma sentono ancor più forte il dolore per la perdita delle pratiche tradizionali, dei costumi ancestrali e perciò fissano tutto ciò - per sempre - sulla tela.

Ivan Lackovic
Alcuni di loro sono andati a vivere in città (Zagabria o Belgrado), ma la materia del loro dipingere è rimasto il paesello. Citiamo il postino Ivan Lackovic (1932-2004) che è diventato zagabrese ma che raffigura i paesaggi della sua Podravina in maniera lirica, tranquilla e particolarmente malinconica nel crepuscolo invernale.

«Sotto ai tetti innevati delle capanne contadine, le finestre illuminate brillano nell'oscurità e le luci pacate sembrano suggerire l'idea che all'interno di quelle umili dimore la gente vive un'esistenza piena di concordi e di perfetta felicità».

Zuzana Halupova
Un altro senso  è quello di Franjo Mraz, tra i fondatori dell'art naïf nei territori della ex-Jugoslavia che pur essendosi trasferito a Belgrado è rimasto fedele ai temi della campagna. Ci spostiamo di zona e le cose non cambiano: Pol Homonaj è andato a vivere a Novi Sad, il macedone Vangl Maumovski si è stabilitp a Ochrid e Djordje Sijkavic a Skopje, ma «le folle, i rumori cittadini sembrano non aver destato alcuna eco nelle loro coscienze; la loro opera li riporta sempre nei verdi pascoli e nei frutteti in rigogliosa fioritura».


Zusana Halupova
Vorrei terminare questa prima parte dedicata all'arte naïf serbocroata (ma anche di minoranza slovacca, rumena e macedone), dedicando qualche parola e immagine alle donne. Per esempio, Zuzana Halupova (1925-2001), contadina - e si vede - che dipinge con gaiezza la sua vita, e dipinge con amore i bambini e gli animali da cortile e tutti i personaggi hanno i suoi occhi (nel colore e nella forma) e tutti sembrano se non felici, perlomeno contenti della loro vita.
Ljubica Hladnic-Mikova
Ma penso anche a Ljubica Hladnic-Mikova che dipinge dalla prima infanzia e dipinge olio su vetro. Qui un dipinto che esprime una maternità brillante ma non del tutto rasserenata. Il momento idilliaco è un isolotto che separa la madre e il figlio dal resto del mondo, cristallizzandolo fuori dalla coppia.

Termino per ora con la pittrice Ana Oncu (1932-), di origine rumena. È una contadina che ha iniziato tardi, scoprendo la pittura della cognata, Marija Balan. Ama dipingere i pastori, le pecore, i campi, i costumi nazionali, le guardiane delle oche, particolarmente durante la stagione della primavera. E se le si chiede che cosa ne fa del denaro che ha ricavato dalle vendite dei suoi quadri, risponde senza esitare: «Li metto in banca. Spendiamo il denaro che guadagna mio marito. Io economizzo i miei soldi per mia figlia. Quando ero una ragazza dell'età di mia figlia, eravamo in sei in casa e mi era impossibile comprare degli abiti; perciò desidero che mia figlia possa farlo. Voglio che prosegua gli studi. Nostra figlia ha 13 anni [...] e desidero che abbia una vita diversa dalla mia, che non diventi una casalinga, che non debba lavorare alla fattoria. Voglio che sia istruita, allora, conoscerà una vita migliore della mia».

Sì, ma forse non diventerà mai una pittrice, dico io.



















* * *

Prima ancora che a Hlebine e all'arte dei contadini in sé - questo mio è un omaggio al museo di arte naïf di Zagabria (Hrvatski muzej naivne umjetnosti) dove talvolta trascorrevo il mio tempo, in contemplazione, e a una riproduzione di Ivan Generalić, Dvrosjece, [Tagliaboschi] che tengo appeso - ben in vista - a un muro del mio salotto italiano.

Ivan Generalic, Dvrosjece (1959)
AVVERTENZA: Le foto sono tratte dai blog croatiannaiveartinfo.blogspot.com e serbiannaiveartinfo.blogspot.com. Molte delle loro immagini sono tratte dal libro di Tomašević.



lunedì 19 dicembre 2011

La storia delle poete della Compagnia delle Poete


Per chi volesse saperne di più, sulla storia della Compagnia delle Poete (cui ho l'onore di appartenere) e sulle poete stesse, può leggere l'articolo di Helena Paraskéva, anch'ella poeta della Compagnia, riguardante una serie di interviste e pubblicato nel numero di dicembre 2011 dall'Osservatorio Romano(*), con il titolo Al crocevia di poesia e migranza: la Compagnia delle Poete (clicca qui).


La nostra Compagnia di donne poete avanza un passo dopo l'altro, con cautela e fermezza. Nella gioia.

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(*) Osservatorio Romano sulle Migrazioni, inserto annuale dell'Osservatore Romano.

domenica 27 novembre 2011

La Regina Gertrude

La regina Gertrude di Kenneth Branagh [Julie Christie Hamlet 1996]


La Regina Gertrude è complice nell'assassinio del Re Hamlet padre. 
No, la Regina Gertrude è all'oscuro dell'omicidio del marito perpretato dal di lui fratello, Claudius, oggi nuovo re (al posto del legittimo figlio, Hamlet anch'egli) e nuovo sposo di Gertrude.

Ma chi è dunque questa regina? 
È colpevole? È innocente? 

La regina Gertrude di Laurence Olivier - photo by Matthew Dessem's blog
Shakespeare non si lascia prendere al laccio: non cede, non dice, bisogna leggere tra le righe, ché lui non prende partito. Et pour cause.
Il drammaturgo non  intende correre rischi di sorta: tra il pubblico delle sue rappresentazioni, costui può annoverare niente di meno che Giacomo VI di Scozia, figlio di quella Mary Stuart, accusata in vita di essere stata la mandante dell'omicidio del suo secondo marito (il cugino Henry, Lord Dornley) e vedova del primo marito, dopo soli due anni di matrimonio, quel Francesco, figlio di Caterina de' Medici, morto in seguito a un'infezione dovuta a un ascesso ad una delle orecchie (stessa morte apparente del padre di Amleto)... e Giacomo VI diverrà successivamente re d'Inghilterra, riunendo le due corone, alla morte di Elisabetta I. Per cui... meglio non esagerare coi riferimenti.

Gertrude & Hamlet photo by GERI'S BLOG

Ma non tutti hanno letto (o ricordano) la trama di Amleto.

To be or not to be

Gertrude - dal sito http://lionkingvshamlet.blogspot.com/

Riassumo velocemente. In Danimarca, nel castello di Elsinore, c'è un re [Claudius] e una regina [Gertrude]. Ma soprattutto c'è  il figlio [Amleto jr.] di lei. Questo giovane (insomma, ha già 30 anni) ha perduto il padre da poco. il re Amleto.  La madre (la vedova) ha osservato un breve lutto e poi si è risposata dopo appena 4 mesi con il cognato, cioè il fratello del marito (si noti che, all'epoca, la cosa era considerata un incesto).
L'erede al trono è Amleto, ma è Claudius che diventerà re del Regno di Danimarca. La regina resta regina. Amleto si è incapricciato (ma forse l'ama per davvero) di Ofelia, la figlia del ciambellano Polonius, il quale ha un altro figlio, Laerte, giovane amico di Amleto jr.
Vero e unico amico del cuore del principe danese è però Horatio che si dice romano inside (diremmo oggi). Fin qui... Il fatto scatenante è che quasi da subito compare il fantasma (lo Spettro) del padre morto il quale intima ad Amleto di far fuori Claudius (e di risparmiare la regina), giacché la morte sua (di Amleto senior) è dovuta alla mano omicida del fratello minore. Praticamente la pièce trascorre in un alternarsi di lo faccio o non lo faccio?,  che poi sarebbe la traduzione terra-terra del dubbio amletico, quel to be or not to be di granitica memoria. Come in tutte le tragedie, gli eventi precipiteranno fino alla carneficina finale.

C'è del marcio in Danimarca

Hamlet - Penny Downie & David Tennant

Un altro pensiero arrovella il giovane. Il ruolo svolto dalla madre nella triste vicenda: è forse anch'ella assassina? 

dal sito http://frankzumbach.files.wordpress.com/



l'uccisione di Polonius, la disperazione di Gertrude

Ci pensa e per un attimo lo crede anche, quando la madre lo rimprovera per l'uccisione di Polonius:

Gertrude : O, what a rash and bloody deed is this ?
Hamlet: A bloody deed, almost as bad, good mother, as kill a king and marry with his  brother. [1]
 
Gertrude - da questo sito: www.skydive1.info

Ma poi no, Amleto non può crederlo; vede la madre stupirsi, non capacitarsi, chiedergli più d'una volta what I have done... what act?. Preferisce pensare - con ribrezzo e gelosia - che Gertrude sia semmai una lussuriosa accecata dai sensi, a causa della quale persino Heaven's face does glow [2], in una lunga tirata in cui le chiede come abbia mai potuto dimenticare il marito morto (Amleto senior) a vantaggio di Claudius:

Hamlet: Could you on this fair mountain leave to feed, and batten on this moor? Ha, have you eyes? You cannot call it love [...] Sense sure you have, [...] but it reserv'd some quantity of choice to serve in such a difference. What devil was't that thus hath cozen'd hoodman-blind?[3].

È da un po' che ci penso: Gertrude è una baldracca?  Troppi anni di femminismo mi impediscono di accettare un giudizio come questo; ma riflettiamo.

Gertrude (Glenn Close) photo by Havlicek's classroom

Vediamola più da vicino, la regina Gertrude dell'infimo regno di Danimarca, nell'infimo castello di Elsinore (a 45 km da Copenhagen).
Gertrude ha sposato giovanissima Amleto padre. 

Da che cosa lo induco? Dal fatto che 1) la regina ha un'età che si aggira sui 50-53 anni (come le attrici che lo interpretano sullo schermo come a teatro); 2) lo Spettro (il fantasma del suo defunto marito, il padre di Amleto jr) è sempre rappresentato come un uomo alto, imponente... e vecchio; 3) Amleto ha 30 anni (lo si capisce dal discorso di uno dei due becchini al cimitero). Claudius è il fratello minore di Amleto senior: ignoriamo la sua età, ma è comunque più giovane del morto. Il  quale morto ha un contegno sempre severo e intuiamo che anche in vita sia stato un uomo tutto d'un pezzo, attento ad amministrare il potere da solo (altrimenti perché Amleto a trent'anni sarebbe ancora un bamboccione nullafacente?).

Gertrude (Glenn Close) e Claudius (Alan Bates) by Zeffirelli

Povera donna, aveva riversato tutto il suo desiderio d'amore sul figlio edipico e ora ha trovato un uomo forse - anzi probabilmente - più in forma del primo.  E non dimentichiamo che fino alla confessione davanti a Dio, Claudius non sembra uno spregevole assassino, bensì un re assennato e amorevole, che chiede l'affetto al nipote ora figlio acquisito.

Ma ora Amleto si trova a essere privato dell'amore della madre. Io credo che sia questo tipo di tradimento che brucia dentro di lui ben più gravemente del tradimento al cadavere ancora caldo del padre... 

dal sito http://frankzumbach.wordpress.com
Gertrude: What wilt thou do? Tho wilt not murther me? Help, help, ho!

D'altronde i sentimenti che uniscono madre e figlio, sono stati «esplicitati» con forza direi espressionistica, anzi iperrealistica, da Laurence Olivier nella sua versione di Amleto (per vedere l'immagine: clicca qui) in cui il giovane giunge a baciare in bocca sua madre (nella versione di Zeffirelli, è Gertrude che bacia in bocca suo figlio, per farlo tacere).

Il fatto è che il giovane è perseguitato dallo spettro del padre, il quale non lo ha reso adulto da vivo e che ora - per proprio tornaconto [4], esige che suo figlio sia un uomo e per giunta vendicatore e assassino a sua volta dello zio. Ma Amleto proprio non ce la fa.
E quand'è allora che riuscirà a uccidere Claudius?


Fussli - Gertrude, Amleto e lo Spettro

Solo quando la madre agonizzante, gli dirà di essere stata avvelenata. Gertrude donna di passioni, volutamente cieca, forse non innocente, ma di certo assolutamente incolpevole.
* * *

A teatro, dal 2008 - se non erro - viene rappresentata  in Francia una pièce che ha come protagonista assoluta Gertrude. Il titolo è  Gertrude - Le cri (il grido) del britannico Howard Barker.  Una Gertrude tutta diversa. Lo capirete subito dalla foto che metto qui. (vai fino in fondo alla pagina che si aprirà)

Metto di seguito l'inizio dell'Atto III Scena IV (la scena madre tra Gertrude e Amleto), quella della resa dei conti tra il giovane principe danese e sua madre, così come è stata vista da:



1. KENNETH BRANAGH, HAMLET (1996)


2. LAURENCE OLIVIER, HAMLET (1948)


3. GREGORY DORAN, HAMLET (2009)


(versione tedesca)

4. FRANCO ZEFFIRELLI, HAMLET (1990)
(versione originale inglese: clicca qui)


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Per leggere approfonditamente di Amleto et alia, rimando all'appassionato e appassionante libro di Nadia Fusini, Di vita si muore, Mondadori, 2010.

*Le traduzioni che seguono sono del prof. Goffredo Raponi (si può leggere per intero la sua traduzione su liber liber, cliccando qui).

[1] Gertrude: Oh, quale azione truce e sanguinosa è mai questa!
Amleto: Un’azione sanguinosa! Quasi così cattiva, buona madre, come quella di assassinare un re
e sposarne il fratello.

[2] Amleto: persino il Cielo avvampa di rossore

[3] Amleto: Ma gli occhi, li avete? Come avete potuto abbandonare i pascoli di questo monte aprico per grufolare in questo immondezzaio? Avete occhi, dico?... Discernimento certo ne avete, ma non fu mai tanto asservito al vaneggiare da non sapere conservare in sé un minimo di facoltà di scelta
di fronte ad un sì chiaro paragone. Qual è stato il demonio che v’ha presa così a mosca cieca?

[4] Il padre di Amleto è morto senza confessione né assoluzione, quindi in peccato (evidentemente, mortale). Ed è costretto a vagare tra l'inferno e il mondo dei vivi, fintantoché non sarà vendicato con la morte - per mano altrui - del fratello suo assassino (sia detto tra noi, strano modo di redimere la propria anima).