mercoledì 31 agosto 2011

Si va in scena, fuori il copione!

 
una scena a Ferrara (foto di Dino Ignani©2011)

La sera del 1° ottobre 2011 la Compagnia delle Poete  - alla quale mi onoro di appartenere - si  produrrà in uno spettacolo di poesie e musica nell'ambito del Festival Internazionale di Ferrara al teatro Sala Estense (piazza del Municipio).

Siete tutti invitati, o voi che leggete

La foto è di Sien ed è prelevata da qui

 Qui (clicca qui) trovate il copione con tutte le poesie, le musiche e le scene. Il libretto, insomma.
Un esempio di spettacolo della Compagnia delle Poete






lunedì 22 agosto 2011

L'ordine del disordine in un quadro: quegli oggetti sparsi sul pavimento

William Mulready Scegliendo l'abito da sposa (1845)
Quando mi trovo davanti a dei quadri, in genere è per motivi di studio. E mentre cerco di analizzare il soggetto del dipinto, inferendone il messaggio, annotando i particolari stilistici, ecco che, di fronte a certi elementi che a rigore non rientrano nella mia ricerca... rimango incantata, non so perché.

Gerolamo Induno, La lettera dal campo (1859)
Uno degli elementi che mi fa dimenticare il reale motivo del mio interessamento al quadro è la presenza di oggetti disseminati a terra.  La prima volta mi è capitato con un quadro fiammingo (il penultimo che ho qui postato). 
Sì, perché se c'è una cosa che salta agli occhi guardando i dipinti fiamminghi è il loro estremo rigore, il loro ordine asciutto quasi metafisico (penso a certi interni di de Hooch). Sicché incontrarne di simili, da un lato mi lascia perplessa. E dall'altro mi mette allegria.
Jah H. Steen La gioviale famiglia (1668)


C'è da chiedersi che razza di garzoni di bottega, di massaie o di governanti ci fossero all'epoca: non vi pare esagerato gettare a terra cucchiai, padellami vari, forbici o rudimentali ferri da stiro, lasciare un cavolo su uno sgabello?

Quiringh Gerrtsz van Brekelenkam, La sartoria (1661)
E non è questione di classe sociale qui: nella bottega del sarto è tutto ben curato (pavimento escluso): le clienti e persino il sarto, tutto in ordine; i borghesi di campagna del quadro di Induno non sono poveracci. Eppure.

Nelle case dei poveri non v'è disordine, neppure nei quadri dei fratelli Le Nain (a parte un mestolo): ovunque compostezza.
(Antoine ou Louis) Le Nain, Famiglia di contadini (1642?).
Povertà esige rigore e rigore esige ordine. Al massimo, disordine può arrecarlo la presenza di animali domestici: gatti, galline (già!), cani (incredibile come cambino le razze dei cani nei secoli).

A me resta il divertimento di perdermi in pensieri oziosi e piacevoli. Credere per un attimo che anche l'inconsueto abbia un suo sottile senso che non riuscirò a scoprire.

E che mi fa compagnia, come quel quadro di van Brekelenkam che vidi ad Amsterdam ormai 2 anni fa. 

giovedì 7 luglio 2011

POETI CHE PARLANO DI POESIA (Ungaretti, Montale, Caproni, Spaziani e Bellezza)




Perché si fa poesia? Giuseppe Ungaretti racconta dove e come ha scritto la prima raccolta di poesia.
A volte è un lavoro lungo e a volte è un lavoro che si fa in pochi momenti.
A volte [le poesie] non sono mai a posto, si seguono con  l'orecchio [...] l'orecchio va dietro al significato, va dietro al suono
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I due poeti amati da Ungaretti: Leopardi e Mallarmé.
La poesia è poesia quando porta in sé un segreto.


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Eugenio Montale:
La poesia diventa sempre più prosastica... ma credo che rimarrà sempre una distinzione. La poesia ha bisogno di una certà verticalità della parola.


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Giorgio Caproni:

Credo che non lo sappia dire nessuno che cos'è la poesia. [...] Ricerca della mia identità. Penso che il poeta sia un po' come il minatore finché trova un fondo nel proprio io che è comune a tutti gli uomini. Scopre gli altri in se stesso.
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Maria Luisa Spaziani racconta come vive un poeta:
La vita da poeta non esiste. Esistono i poeti che  vivono.
Dario Bellezza:

I poeti vivono come tutti gli altri. [...] Andare a fare la spesa, mangiare o scrivere una poesia è la stessa cosa. Se uno è un vero poeta. Poi, se uno deve fare uno sforzo per esserlo, è inutile che lo fa. [...] Tutti quelli che scrivono poesie non è che sono poeti. [...] Come diceva Cristo: molti sono i chiamati e pochi gli eletti




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domenica 12 giugno 2011

Lavorare un personaggio (a teatro)

TEATRO AMBRA JOVINELLI appartenuto alla famiglia di mio marito
interno dell'attuale teatro Jovinelli

Solo di recente, da quando pratico il teatro, in qualità di attrice, mi sono resa conto che esistono 2 modi di «lavorare» un personaggio. Un personaggio che non abbia nulla in comune con noi stessi, voglio dire.

Faccio un esempio personalissimo: dopo mesi di preparazione, domenica 19 e lunedì 20 giugno vado in scena al teatro ECLA di Saint-Cloud con un personaggio importante, quello di una madre.

La mia è une mère abusive, si dice in francese; una madre scorretta, esigente, colpevolizzante, che usa il suo potere sulla figlia, la castra, la domina, vuole che faccia quel che lei vuole. 
Per esempio che diventi bella (quando la poverina non lo è affatto e/o non è interessata alla cosa). 
Una madre che vorrebbe nella figlia una replica di sé. 
Insomma, avete capito il tipo.

Depardieu (metodo Stanislavskij)
Ruolo molto interessante e quanto mai lontano dalla mia persona (sono una madre cool, non avendo ancora  rotto il legame con l'adolescenza, tendo a immedesimarmi nei sentimenti del figlio).
Quanto mai lontano ancor di più, dalla mia di madre, che è stata (ed è) agli antipodi.

E dunque, come recitare tale ruolo? 
Come poter essere una convincente madre «abusiva» che pretende di accamparsi nella vita di una figlia a suo dire banale?

Gilles, il regista dello spettacolo, mi aveva dato due possibilità: o ispirarmi a una persona di mia conoscenza (me, mia madre, una madre simile) oppure pensare: Se io fossi una madre del genere, come sarei? (il famoso metodo Stanislavskij). 

Auteuil (avvicina a sé i personaggi)
Scartata la prima opzione, per i motivi che ho detto sopra, non credo di essere riuscita pienamente a mettere in opera la seconda. Non lo volevo. Sì, certo quando sono in scena ricreo il flusso interiore del mio personaggio, però...

Sennonché, ho trovato una terza via: avvicinare il personaggio alla mia persona.
Pur avendo un testo terribile, in cui la madre non fa di certo una bella figura, l'intonazione che ho cercato di dare è stato quello di una madre sinceramente disperata per l'avvilimento fisico e spirituale della figlia.
Una madre che sbaglia pensando di fare bene, di volere il meglio per la figlia, perché questa sua deludente e sconfortante figlia, lei, la ama.

Il mio pezzo aveva per titolo La mère abusive. Ora invece si chiama La mère lumineuse.
Insomma, non tutto è scontato. Neppure sul palcoscenico.

venerdì 10 giugno 2011

VIDEO COMPAGNIA DELLE POETE A FORTE FANFULLA (ROMA)

14 minuti del nostro spettacolo su 60. Mi si vede (più che altro mi si sente: ho una luce sparata sul viso) in alto, sulla mezzanine, un poco.  Giusto l'inizio di una poesia (la prima). Un altro poco sulle scale. E poi alla fine.
Ma vi darà una certa idea di insieme.
E grazie a Luca De Cristofaro, realizzatore del video.

martedì 17 maggio 2011

MIDNIGHT IN PARIS DI WOODY ALLEN : sogno di una (mezza)notte di estate



Midnight in Paris, l'ultimo film di Woody Allen che ha aperto ufficialmente il Festival di Cannes 2011, è appena uscito anche nelle sale francesi. Io sono andata a vederlo  sabato 13 maggio, in VO sottotitolato in francese.

N.B. SPOILER : Attenzione, per gli italiani che non volessero conoscere la trama, raccomando di non leggere quanto segue. D'altronde ritengo che se di questo film si conosce in anticipo la storia nei minimi dettagli, lo spettatore perderà il 75% della sua magia.

Siete avvisati, fermatevi qui.


Notte stellata (1889)
Cominciamo dal paratesto (1), direbbe Genette.  Cominciamo dalla locandina. Lo vedete qui sopra, c'è l'immagine, anzi la fotografia di uno scanzonato Owen Wilson che passeggia lungo i margini della Senna, tutto molto realistico... ma poi dietro spunta un pezzo di quadro di Van Gogh, Notte stellata (Nuit étoilée). Voi non lo sapete ancora, ma il contenuto visivo del film è già contenuto in embrione nella locandina: realtà e arte, vero e finzione, gioco e sogno,  immaginazione, romanticismo, fanciullezza. 

Woody Allen torna alla leggerezza, quella che abbiamo amato in Manhattan e in Annie Hall(2), e che era scomparsa da tanti anni. Oddio, il senso della magia (da La rosa purpurea del Cairo) -, qua e là, Allen lo aveva conservato - anzi, direi addirittura sviluppato (penso a Scoop), ma sulle ultime sue pellicole il regista aveva sparso il liquido sterile dell'amarezza: ognuno di noi ha un prezzo, basta conoscerlo (Cassandra's Dream, Sogni e delitti) con un po' di fortuna (e di soldi) i criminali la fanno franca (da Crimini e misfatti a Match point);  l'amore è solo illusione, se uno ci vuol credere bene, faccia un po' come crede (Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni), ma l'amore non esiste (Basta che funzioni era stato scritto negli anni '70). E se proprio volete vivere con qualcuno, che almeno vi assomigli, per favore (cfr. Vicky, Cristina Barcelona): gli opposti si attrarranno pure ma non fanno bon ménage, alla lunga. Abbandona finalmente anche il tema assillante del delitto, dell'omicidio preterintenzionale e intenzionale (oltre ai succitati 2 film, aggiungo ala rinfusa:  Ombre e nebbia, Pallottole su Brodway, Misterioso delitto a Manhattan, Anything else, Sogni e delitti, Scoop). Già altrove (3) avevo espresso il dubbio che Allen volesse dirci qualcosa al riguardo...

In questo film, l'amore c'è. Non quello prestabilito, convenzionale. L'amore torna a essere scoperta dell'altro, e l'innamoramento torna a occupare i ranghi dello straordinario stupore.

E poi l'amore è paziente. E poi non deve dimostrare niente. E poi gli atti di amore (un regalo, per esempio) non sono atti dovuti, non si impongono né si esigono.

Ma non basta. Quello che debbono avere in comune, un uomo e una donna non è l'attrazione fisica, non  sono solo le affinità. Un uomo e una donna per amarsi debbono condividere gli stessi sogni. E volerli vivere insieme (per questo con Adrienne non può durare). 

Torna anche il tema del trombone, del pedante. Il ruolo è affidato a colui che impersonò Tony Blair nel film che vedeva come protagonista una Helen Miller convincente. Di pedanti ce n'erano di già in Annie Hall in fila al cinema (quanti ne ho incontrati nella vita, di pedanti che ora ti insegno io, ora ti dico io...). Lui va bene con la fidanzata di Owen, e i due mi richiamano alla mente questo scambio di battute:



Alvy: Ecco, voi voi, sembrate una coppia molto felice, e e, lo siete?
Coppia di passaggio: Sì!
Alvy: E... e... e questo a cosa lo attribuite?
Ragazza della coppia: Oh io sono superficiale e vuota, non ho mai un'idea e… non ho niente di interessante da dire.
Ragazzo della coppia: Io lo stesso.
Alvy: Ah, ho capito avete unito le vostre intelligenze.
(Annie Hall)


Quella coppia era felice perché superficiale (e forse per davvero è necessario essere un poco superficiali per essere felici. Naturalmente inconsapevolmente felici, che è meglio)... Ma torniamo al film e al paratesto. Dalla locandina al titolo. Vi suona già come noto, vero? Midnight in Paris vale a dire: Mezzanotte a Parigi. E via con Mezzogiorno di fuoco(4), e poi ci viene in mente la Parigi di Tutti dicono I love you (1997), la mezzanotte della zucca di Cenerentola e così via. E c'entrano probabilmente tutte. Ma a mezzanotte, il rintocco della mezzanotte di una pendola immaginaria, dà il senso della magia del film.
Ci giro attorno, mi spiace svelare la trama. Cercherò di essere il più delicata possibile. Siete ancora in tempo per smettere qua,  vedervi il film e tornare a leggere dopo.

Avete bisogno di sognare, avete bisogno di magia, vero? Ma noi usiamo questi termini in maniera metaforica. Tant'è che quando siamo innamorati tutto diventa magico. Ma nel film di Allen la magia non è metaforica.
Guardate qui sotto lo sguardo di Owen Wilson nel fotogramma qui sotto.

E ora immaginate di sentirvi trasportare in un altro mondo.

Basta, non ce la faccio proprio a rovinarvi il gusto di scoprire da soli che cosa accade.

Certo, è un film zeppo di omaggi (d'altronde come tutti i film di Allen); certo gli ambienti sono sempre quelli alto-borghesi e aleggia ovunque un profumo di cipria che non c'era nei film alleniani di venti anni fa.
Imputate il tutto all'età.
La sua, la mia: abbiamo voglia di sognare.

Per conto mio, la boucle est bouclée, il cerchio che va da Annie Hall a quest'ultimo film è chiuso. Felicemente.

N.B. Menzione speciale a Kathy Bates. Mi è piaciuto anche Adrien Brody (a chi ha detto che ha sovraccaricato il suo personaggio, dico: Oh, ma quello era così!). Owen Wilson  impersona bene il giovane Allen (meglio di Kenneth Branagh che finiva per sembrare una parodia - mi riferisco a Celebrity). E c'è anche il mio amatissimo Gad Elmaleh in una particina piccola piccola.
(Carlà? Lasciatela al suo ruolo di première Dame di Francia, è meglio).


Gad Elmaleh


(Credits : Si ringrazia il coniuge per avermi tormentato con Woody Allen da 23 anni a questa parte)



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(1) con il termine paratesto, si intende tutto ciò che gravita attorno al testo ma non è il testo.
(2) A volte indico il film con il titolo originale (Annie Hall), altre volte con il titolo italiano (Io e Annie).
(3) Ne parlo diffusamente qui.
(4) Ma solo per gli italiani, per gli inglesi è High noon (mezzogiorno spaccato) e per i francesi è Le Train sifflera trois fois (il treno fischierà tre volte).

lunedì 25 aprile 2011

IL VIAGGIO DI UNA ZUCCA (favola di Jacqueline Spaccini)

A Romain che oggi ha 19 anni, ma che ne aveva  soltanto 7  quando scrissi per lui questa fiaba


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IL VIAGGIO DI UNA ZUCCA


Chiamarsi Citrullo, non gli era mai piaciuto. Era un nome che gli avevano dato così, in mancanza di meglio. Perché trattandosi di  una zucca mai nome sembrava più azzeccato. Anzi, cucito addosso. Una zucchetta trovata così, in mezzo alla paglia di un fienile, da sola. Per la precisione da solo, ché la zucca in questione era un maschietto. Tutti lo prendevano in giro: Citrullo di qua, Citrullo di là, e giù a ridere, melanzane e peperoni in testa.
Quando le gambe erano state abbastanza solide da sopportare un viaggio, Citrullo decise di partire alla ricerca delle sue origini, e del suo vero nome. Non sapeva nemmeno se i suoi  genitori erano morti, strappati alla terra in un mattino assolato, oppure se lo avevano abbandonato perché non avevano i mezzi per farlo crescere…
Citrullo voleva conoscere la risposta a tutti i suoi perché, qualunque risposta, purché fosse la verità. E poi non aveva amici alla fattoria, a parte una giovanissima zucchina verde, una baby, che si chiamava – beata lei – Smeralda



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Grullo, lo spaventapasseri, gli aveva detto di recarsi al Castello dei Problemi.
Laggiù viveva un mago che aveva una risposta per tutte le domande. Grullo sapeva questo da una cornacchia che spesso gli andava a rendere visita nel campo, in tempo di semina. Racchia la cornacchia (che, quanto al nome, pure lei era stata sfortunata) gli aveva raccontato di labirinti e trabocchetti nascosti nel Castello, di scheletri divoratori e dragoni trasparenti, e di una strega che preparava pozioni disgustose a base di cacca e pipì di scarafaggi…
“Mi raccomando, stai attento, la strada è lunga e il Castello è pericolosissimo…” gli fece Grullo, che regalò a Citrullo, da lui chiamato Trullo, alcuni semi di girasole da sgranocchiare durante il viaggio.
            Il nostro zucchino si risolse dunque a viaggiare di notte per non fare brutti incontri lungo il tragitto, ma in cuor suo ebbe comunque molta paura, per via delle civette, dei rami minacciosi degli alberi invernali, dei pipistrelli che svolazzavano sulla sua testa, del buio che lo circondava, e di tanti altri timori ed incubi che lo assalivano strada facendo.
            Come fu come non fu, arrivò in vista del Castello.
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            All’apparenza, sembrava un castello come gli altri: se gli avessero detto che là dentro c’era una principessa addormentata che aspettava il bacio del suo principe, ci avrebbe creduto. Ma fin dal fossato, capì che quel Castello era speciale. Nell’acqua nera nera, orme di fantasmi che scivolavano pigri s’intravedevano urlanti e tutti incatenati tra loro come in una danza macabra… La sentinella della torre principale non aveva un’armatura di ferro, ma una serie di scaglie durissime e violacee con una fiamma che fuoriusciva dalle fauci: un drago immenso stava alla guardia del Castello dei Problemi!
            Citrullo non era più tanto sicuro di voler entrare: certo, lo spaventapasseri gli aveva detto che molti dei mostri che vivevano nel Castello erano frutto dell’immaginazione, che non esistevano per davvero; però, tutto questo ragionare non aiutava in nulla le sue gambe che non la smettevano di tremare…
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            Infine entrò. Nessuno si meravigli che la sentinella a guardia del Castello, il drago Pestifero, non bruciasse immediatamente con una sola fiammata il nostro eroe: chi avrebbe sospettato di un’innocua zucca alla vigilia di Halloween? Anzi, Pestifero scese dalla sua torretta e andò a raccogliere la zucca da terra – per la paura, Citrullo aveva accorciato le gambe, che ora erano di due centimetri di lunghezza – e pensò bene di portarla nella sua camera, dirimpetto a quella della strega.
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Citrullo chiuse gli occhi e sperò che il drago non sentisse che i suoi denti battevano, in preda al terrore più nero…
Nella stanza  del drago Pestifero, c’era un ospite abituale delle serate tra sentinelle: sì, perché non è che ci fosse davvero bisogno di fare la guardia al Castello dei Problemi. In primo luogo perché tutti sapevano che era frequentato da draghi e scheletri, streghe e maghi, vampiri e serpenti, mostri e demoni… In secondo luogo, perché quello era il Castello dei Problemi e siccome nella vita uno di problemi ne ha fin troppi, nessuno aveva voglia di andare a cercarseli proprio lì. A parte Citrullo, certo.
L’ospite abituale del drago Pestifero era… Morbidona la cicciona. Veramente il suo vero nome era Asdrubala, ma siccome era troppo serio e difficile da pronunciare, il drago la sua amica strega aveva deciso di chiamarla così, anche per via della ciccia che le cascava a pezzi da tutte le parti. Però davanti a lei non diceva mai “Morbidona, come stai?”, perché la strega Asdrubala gli avrebbe dato una bastonata con la sua scopa e magari gli avrebbe gettato addosso anche qualche sortilegio… Davanti a lei, Pestifero pensava Morbidona-la cicciona, ma diceva: “Asdrù” e tutto per fortuna finiva lì.
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Loro due giocavano a carte tutte le sere. Giocavano al gioco che si chiama “Tre sette col morto”; ora il problema non era il terzo giocatore, che il Mago veniva spesso a bere un bicchierino di fiele alla cicuta, un veleno sopraffino; il problema era cercare ogni sera il quarto giocatore, cioè “il morto”. Per la verità, dabbasso, nel sotterraneo,  c’era uno scheletro a disposizione. Lo scheletro della cantina si chiamava Tetro, ed era sempre ubriaco, perché s’era bevuto tutto il vino conservato. Non era molto gradito ai giocatori, perché aveva il fiato troppo puzzolente, persino per un drago ed una strega e infine era sempre lo stesso morto. Loro avevano bisogno di un morto “fresco di giornata”.
Citrullo era sempre più spaventato: nella tasca dove il drago l’aveva posto faceva un caldo infernale, non si riusciva a respirare; inoltre, un ragnetto dispettoso gli andava su e giù sulla faccia. Quando gli entrò nel naso, Citrullo non resistette e starnutì.
        Eeetchiù!!!!!!!!
        Per tutti gli Orchi di Katmandù, che è stato?, fece Pestifero il drago.
        Per tutte le budella degli squali equatoriali, hai qualcosa che si agita nella tua tasca!, rispose di rimando la strega Adrubala detta Morbidona la cicciona.
        Pietà, pietà!, implorò  singhiozzando una vocina stridula e spaventata che usciva dalla tasca del drago mezza soffocata. – Non fategli del male, per favore, signori mostri!
Anche il nostro amico Citrullo non poté fare a meno di dimenticare i suoi guai per un momento: eh sì, perché la voce che supplicava pietà tra le lacrime non era la sua, bensì quella … di Smeralda la zucchina!
        Che ci fai tu qui?, fu la prima domanda che le pose.
        Non lo so… Volevo venire con te… Avevo voglia di avventura… E poi, boh, m’ero stancata di tutti quei legumi noiosi della fattoria!, gli rispose Smeralda.
        Guarda che pure tu sei un legume, osservò Citrullo.
        Sarà, ma io sono meno legume di loro, vabbè?
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        Avete finito voi due di litigare? A noi serve un “morto”!
Citrullo e Smeralda si voltarono a guardare i due mostri che li stavano scrutando senza l’ombra di un sorriso. Anzi. I nostri due poveri amici, che già si vedevano nella padella dei due giocatori di carte, pensarono (senza molta fantasia, per la verità):
– Siamo fritti!
E intanto tremavano come foglie al vento d’autunno.
        Ehi, voi due non crederete mica che adesso ci mettiamo a mangiarvi!, fece la strega. Vogliamo solo un giocatore per il tresette
(la strega cicciona che gioca a tresette non l'ho trovata)
Il disegno è di kocchan.splinder.com
      –  Ah, meno male, sospirò Smeralda. Siete due mostri buoni…
     – Macché buoni e buoni! Ficcati bene in testa che noi siamo insettivori, carnivori, ovivori, cacchettivori, pipivori, cocacolivori, ma assolutamente non – capiscimi bene non – vegetariani! In altre parole, tu e il tuo amico zucca ci fate schifo e non vi mangeremmo mai, mai, mai… neppure sotto tortura!
Era la prima volta che Citrullo era contento di fare ribrezzo a qualcuno. E forse il drago e la strega potevano aiutarlo nella sua ricerca. Così si lanciò:
– Sentite, ho una richiesta da farvi. Mi hanno detto che qui vive un famoso Mago, uno che ha una risposta per ogni domanda, ed io…
Ma non fece in tempo a terminare la sua frase, che vide la strega avventarglisi addosso con i denti salivanti che sbavavano sulla sua T-shirt.
    –        O mamma!, urlò Citrullo.
        Gnam!, fece la strega soddisfatta. E il ragnetto finì direttamente tra i denti stomaco di Asdrubala (o Morbidona, spero che abbiate deciso con quale nome chiamarla e che non siate ancora indecisi come chi vi sta raccontando questa storia).
        Dicevi, piccolo? Continuò la strega mentre una zampetta di ragno proprio non voleva saperne di sparire nella sua larga bocca.

domenica 24 aprile 2011

Je l'aime, je l'aime


   
   

martedì 19 aprile 2011

BEKIM FEHMIU

martedì 12 aprile 2011

Cranach il Vecchio e la Bocca della Verità

CRANACH IL VECCHIO - AUTORITRATTO


C'è una mostra attualmente a Parigi, al Musée du Luxembourg: CRANACH ET SON TEMPS (fino al 23 maggio 2011).
Mi piacciono i tedeschi rinascimentali (anche se mi suona come ossimoro) e sono andata a vederla (11 euro).

E in effetti, oltre a Cranach (parliamo di Cranach il Vecchio, evidentemente, non del figlio, Cranach il Giovane), ci sono dipinti e incisioni di altri artisti a lui coevi: Albrecht Dürer, Meister MZ (Matthaüs Zasinger?), Quentin Metsys, Jacopo de' Barbari (veneziano, attivo presso le varie corti tedesche) e Francesco Raibolini (detto Francesco Francia). Perché Cranach fu da loro influenzato.

Quel che mi ha colpito e che non conoscevo (molti quadri esposti provengono dalla Gemania, dalla Cekia e dall'Ungheria) è stato uno degli ultimi quadri esposti, La bocca della verità (1525-1530). È un quadro misogino, che mette in guardia gli uomini dalle astuzie femminili.

Ecco la storia (Cranach la recupera da un racconto medievale).

Un marito vuol mettere alla prova l'onestà coniugale della propria sposa. Nel quadro è l'uomo sulla destra, capelli e barba rossicci, con mantello bordato di pelliccia e copricapo nero in mano.


Le chiede dunque di introdurre la mano nella bocca di una specie di statua a forma di leone (in realtà un automa, tra meccanica e  magia) inventata da un mago romano che taglierebbe le dita alla donna bugiarda.


Questa donna ha un amante. Ma è anche una donna astuta. Sicché fa venire il suo amante abbigliato da pazzo (matta, fou, joker) nel luogo convenuto per la prova. Ci sono anche dei giudici che pongono domande alla moglie accusata di infedeltà dal marito geloso.

L'amante (è quello in blu, fisicamente non molto dissimile dal coniuge) camuffato da folle, la tocca dappertutto - proprio mentre la donna introduce la sua mano nella bocca dell'automa -. Ma i matti, si sa, bisogna lasciarli fare; con loro non si sa mai...


Sicché e alla domanda da chi fosse stata toccata in vita sua, la sposa fedifraga - con alle spalle l'amante che la cinge alla vita - risponde:

« Da nessuno mai, all'infuori di mio marito e... di questo folle ».

Non avendo A RIGORE mentito, ritira la mano indenne.

photo ©HARLEART2010 per vedere link, clicca qui


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Esiste anche la versione del 1534 (la donna guarda, con segno di sfida e di maggiore carnalità, lo spettatore).