sabato 26 settembre 2009

Una poesia del disamore (Cesare Pavese)

Estate





E' riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell'immobile strada. Ogni cosa è riemersa.

Nell'ímmobile luce del giorno lontano
s'è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d'allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d'allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.

E' tornata l'angoscia dei giorni lontani
quando tutta un'immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. E' tornata l'angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s'accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Era calmo il ricordo
alla luce sommessa del tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s'annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l'estate e i tepori sotto il vivido cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.




Cesare Pavese, che non amava questa poesia, la buttò via.

domenica 20 settembre 2009

Wislawa Szymborska, La gioia di scrivere



POSSIBILITA'

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente
a me che ama l'umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare
che l'intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlare con i medici d'altro.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie
al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi,
da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti
che non mi promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l'inferno del caos all'inferno dell'ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori a fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari, perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa
che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccare ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco prendere in considerazione perfino
[la possibilità
che l'essere abbia una sua ragione.


VESTIARIO

Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, cotone, misto di lana,
gonne, calzoni, calze, biancheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
ritorni fra tre, sei mesi, un anno;
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
-sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi- la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.


SCRIVERE UN CURRICULUM
Che cos'è necessario? 

E' necessario scrivere una domanda, 

e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto

il curriculum dovrebbe essere breve.


E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi 

e malcerti ricordi in date fisse.


Di tutti gli amori basta quello coniugale, 

e dei bambini solo quelli nati.


Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu. 

I viaggi solo se all'estero. 

L'appartenenza a un che, ma senza perché. 

Onorificenze senza motivazione.


Scrivi come se non parlassi mai con te stesso 

e ti evitassi.


Sorvola su cani, gatti e uccelli, 

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore 

e il titolo che il contenuto. 

Meglio il numero di scarpa, che non dove va 

colui per cui ti scambiano.


Aggiungi una foto con l'orecchio in vista. 

E' la sua forma che conta, non ciò che sente. 

Cosa si sente? 

Il fragore delle macchine che tritano la carta.

LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE'
La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l'alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell'orca pesa cento chili
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c'è nulla di più animale
della coscienza pulita
sul terzo pianeta del Sole.


Le poesie di Wislawa Szymborska - qui sopra riportate - sono tratte dal volume La gioia di vivere. TUTTE LE POESIE (1945-2009). Milano, Adelphi, 2009. La traduzione è quella di Pietro Marchesani.

lunedì 24 agosto 2009

Come ti zoomorfizzo un essere umano: Saba e Montale a confronto

Carlo Levi, Umberto Saba (al centro) e Lina, sua moglie

Saba e Montale: due poeti lontani quando sembrano vicini e vicini quando sembrano lontani.
Mi spiego: amici, erano amici. Anzi, il più giovane Montale sarà colui che accoglierà a Firenze, sotto il suo tetto, il fuggiasco Saba durante gli anni delle persecuzioni razziali (Felicita Rachele Cohen, sua madre, proveniva da una famiglia di piccoli commercianti ebraici), dopo le sue peregrinazioni a Parigi, a Roma (protetto da Ungaretti, che era colluso col potere). Due poeti a parte intera, senza alcun dubbio, due uomini che vivevano di poesia. Lontani dalle mire di potere, dagli intrighi di palazzo, da adesioni al Regime; quindi due uomini che vengono "messi da parte".
Non essendo vati, i riconoscimenti poetici tardono ad arrivare.

Non ha ancora 30 anni, Umberto Saba, quando la sua prima raccolta di versi viene stroncata dal concittadino Slapater e la Voce gli rifiuta il saggio Quel che resta da fare ai poeti[1]. Montale, invece, già nel 1925 viene pubblicato ed è colui che in Italia ha dato il giusto posto in letteratura a Italo Svevo. Però è una persona che ha conosciuto l'amarezza del non essere allineato e durante il Fascismo [nel 1938] dovrà abbandonare il prestigioso incarico di direttore del Gabinetto Vieussieux per non essersi tesserato.

Scegliamo di comparare tra loro due poesie che in comune sembrano avere un solo elemento: la presenza di animali. Ma vedremo meglio più avanti.
La prima lirica, di Saba, è dedicata a Lina, al secolo Carolina Wölfler, la moglie che Umberto Saba (all'epoca ancora Umberto Poli, suo vero nome) ha sposato due anni prima, nel 1909.
A mia moglie (1911)

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell'andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull'erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l'occhio, se il giudizio mio
non m'inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun'altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l'incontri e muggire
l'odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l'erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t'offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d'un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l'angusta
gabbia ritta al vederti
s'alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest'arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un'altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l'accompagna.

E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun'altra donna.

Canzoniere, Torino, Einaudi, 1961
***
A prima vista parrebbe poco rispettoso perché paragona (come = analogia) la donna a una gallinella. Ma è solo perché è molto giovane. Infatti, man mano che si prosegue nella lettura, ci si accorge che il suo passo è regale, e il suo atteggiamento fiero e per nulla intimorito. La moglie-pollastra aiuta l'uomo (-gallo?) a farsi più vicino a Dio (Saba definì religiosa questa poesia). Anche se poi, lei, alle galline simile, è unica come donna. Della giovenca ha la mitezza, e lo sguardo dolcemente maliconico, ma è una santa che arde e mugge e questo grido sordo che a volte si detesta, poi strazia il cuore, poiché il suo è amore santo e nel contempo passionalmente geloso. Da superba ch'era, talvolta somiglia a una coniglia, timorosa nella sua gabbia persino quando le si porta il cibo. E la tenerezza che procura allo sguardo è così grande che c'è da chiedersi come si possa farla soffrire (domanda che non esclude il fatto che la si faccia comunque soffrire). Della rondine, la moglie ha le movenze, e anche il fatto che - come una rondine - abbia portato la primavera al poeta che si considerava già vecchio (perlomeno rispetto a lei), ma a differenza della rondine che riparte quando l'autunno s'appressa, lei resta accanto a lui. E' laboriosa anche come un'apetta (pécchia) e prudente come la formica. A tutti gli animali assomiglia lei, ma a nessun'altra donna, giacché è unica agli occhi del poeta che la ama[2].

Montale con la moglie Drusilla (la Mosca)

Montale ci ha abituati alla mosca, alla volpe o ai gatti di Liuba[3]. La mosca è il soprannome che il poeta dette (sin da prima che diventasse la sua compagna) a Drusilla, in ragione dei vistosissimi occhiali da vista di lei. Ma il poeta ama giocare con le parole: gli occhiali dalle lenti tanto spesse si limitano a testimoniare la sola miopia "biologica" della donna, giacché negli ultimi versi Montale ribalta tutto. Leggiamo prima e analizziamo poi:



Ho sceso, dandoti il braccio
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue. (Satura, Xenia II, n°5 )

Quando Montale scrive questa poesia (bellissime tutte quelle di Xenia, dominate dal sentimento della morte), la moglie è morta da un anno [siamo agli antipodi della poesia di Saba, scritta poco dopo il matrimonio; lì nella convivenza, qui nel ricordo].
E solo ora il poeta si rende conto come il rito di darle il braccio per aiutarla a scendere le scale che Drusilla non vedeva bene, significasse "altro", solo ora che lei non c'è più, ora che scende le scale da solo, e capisce che il cieco è lui, e che a ogni gradino incontra il vuoto (vuoi come assenza di lei, vuoi come baratro).
Ma più ancora ha capito che lei vedeva ben oltre l'orizzonte fisico, riuscendo a scorgere la verità laddove gli occhi non servono, laddove l'istinto vince. Sicché ora lui è davvero completamente cieco. La moglie assume la stessa funzione (benché a posteriori) della donna di Saba: le mogli, per l'uomo, sono guida, conforto, stabilità, punto di appoggio, saggezza istintiva, animale.
E come gli animali esse sono fedeli.
E come per gli animali, di loro ci si accorge soprattutto quando non ci sono più.

Lo stile di Saba è volutamente teso alla quotidianità della parola, verso la semplicità più banale. Saba rifugge volutamente dagli arzigogoli, cerca la poesia pura e assoluta, ricerca la verità nella parola. Ne consegue che a una prima lettura i suoi testi possano apparire come involontariamente infantili, con dei toni che bruscamente passano dall'alto al basso e viceversa.

Lo stile del Montale di Satura (o più particolarmente delle liriche di Xenia) è quello tristemente disincantato di chi prende distanze dalla vita di tutti i giorni, di chi prepara il suo congedo.

Notevole è comunque rimarcare come la zoomorfizzazione delle persone (care) non squalifichi l'essere umano; al contrario, lo eleva. In passato, penso a Esopo, Fedro e a La Fontaine, per dir cose belle, intelligenti, argute o elevate si antropomorfizzava l'animale. Qui avviene il contrario: una vera e propria metànoia (= capovolgimento di valori).

Non ho video di Saba, ma ce n'è uno breve, in cui il regista Giorgio Strehler legge (benissimo) una poesia di Saba su Trieste e sul destino di essere triestini, sempre inquieti, sempre inappagati.





_______
[1] Da questo saggio, due frasi: La letteratura sta alla poesia come la menzogna alla verità; Ai poeti resta da fare la poesia onesta.
[2] Non sarà superfluo ricordare che per il dolore, nove mesi dopo la scomparsa della moglie il poeta la seguirà nella tomba. Dico questo non per ridimensionare la portata dell'omosessualità di Saba, bensì per non rimpicciolire l'amore che sempre nutrì per la sua Lina.
[3] Non il grillo ma il gatto/del focolare/or ti consiglia, splendido/lare della dispersa tua famiglia./La casa che tu rechi/con te ravvolta, gabbia o cappelliera?,/sovrasta i ciechi tempi come il flutto/arca leggera - e basta al tuo riscatto.

domenica 23 agosto 2009

Giacomo Balla: Dinamismo di un cane al guinzaglio


Giacomo Balla (1871-1958)

Si può parlare del Futurismo senza tirare in ballo il Fascismo?
Si può parlare di Giacomo Balla senza tirare in ballo il Futurismo?
Credo che ancor oggi la risposta sia no a entrambe le domande.

Ci pensavo l'altro giorno, mentre leggevo l'articolo di una giornalista americana sulla New York Review of Books, sulle profonde differenze tra il Pinocchio collodiano e quello di Disney. Mi dicevo: Tutta roba che so da una vita, perché scrivere qualcosa che sanno tutti?

Ma tutti chi, mi son detta poi? Quelli della mia generazione, con la mia cultura. E se uno è straniero o giovane? Bisogna per questo smettere di dire e informare? Fosse stato così per me, che avrei saputo di Omero, Foscolo o di Shakespeare e Stendhal?
Giusto. Ecco perché allora ancora oggi, anche se è possibile parlare di Balla senza menzionare la "macchia" della sua adesione al (più difficile parlare del Futurismo senza menzionare il) Fascismo, occorre dire tutto. Per rispetto storico.

E dunque. Parliamo di un quadro strano, un quadro - come tutti quelli futuristi - à thèse, che personalmente non conoscevo fino a poco tempo fa (di Balla, avevo in mente Lampada ad arco, 1909-11, Velocità d'automobile, 1913; Mercurio passa davanti al sole, 1914, e altri, sempre più astratti).

Dinamismo di un cane al guinzaglio (1912, 90 x 110, olio su tela, Buffalo, USA) unisce - ma anche concilia - di già nel titolo i due interessi precipui del futurismo: il senso del movimento che agisce nella vita (cose, animali e persone) di tutti i giorni.

In primo luogo perché il Futurismo è un'avanguardia. Ed è un'avanguardia che si preoccupa di rappresentare la vita moderna, contemporanea. Poiché a Balla la vita del suo tempo, agli inizi del XX secolo, appare diversa, appunto "moderna", l'artista dovrà ricorrere a nuove tecniche figurative per rappresentare una nuova realtà. Per i futuristi, il movimento e la velocità di tale movimento sono le caratteristiche salienti del principio del XX secolo. Ecco allora che i suoi quadri "descrivono" la velocità di un'automobile e/o di una motocicletta, di un treno. La tecnica impiegata è quella della cronofotografia (che però è una tecnica scientifica e non artistica), la quale studia i movimenti degli esseri umani e animali. Utilizzata in fotografia e al cinema, tra l'altro (L'amore per la fotografia se lo portava appresso da prima che aderisse al futurismo).
Metto di seguito un esempio di cronofotografia:

Balla la applica a un cagnolino portato a spasso (presumibilmente) dalla sua padrona e con la nuova tecnica, la quale qui non snatura - come l'astrattismo - l'oggetto del dipinto (è un olio, non una foto!) realizza un'opera plastica che restutuisce la sensazione del movimento del cane tenuto al guinzaglio durante la passeggiata.

Sono riuscita a non parlare né di fascismo né della "macchia" che perseguita Giacomo Balla in quanto aderente al Fascismo.





martedì 4 agosto 2009

Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese


Elizabeth Barrett Browning, Sonetti dal portoghese (Sonnets from the Portuguese, 1846). Roma, Edizioni Il Labirinto, 2000, pp. 110.

Traduzione di Francesco Dalessandro. Nota critica di Annelisa Alleva. Testo inglese a fronte.

C’è un detto che detesto: Dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna. L’ho sentito ripetere spesso, nel corso degli anni. Mi è sempre sembrato profondamente ingiusto. E tanto più mi sembra tale al riguardo di una donna come Elizabeth Barrett Browning (1806-1861).

Di già il cognome maritale a seguire quello suo – quasi questo stesso non bastasse di per sé – a funzionare da neon intermittente per attirare l’attenzione del lettore sprovveduto (come a dire: leggi tranquillo, giacché è la moglie del poeta!). Per non parlare, poi, del titolo della raccolta poetica, Sonetti dal portoghese, che non era quello scelto da Elizabeth, bensì da Robert Browning.

E’ un fastidio momentaneo; poi passa. Passa nel momento in cui le pagine cominciano a dispiegarsi sotto gli occhi di chi intraprenda la lettura delle quarantaquattro poesie (tradotte in uno splendido italiano) raccolte nel libro.

Un amore ostacolato da dio, quello tra Barrett e Browning, ma meglio sarebbe dire dall’amore timorato di dio, se quando per caso si urtano con le ali/anche i nostri angeli custodi si guardano/stupiti, e se “Lui” mise la più nera/ maledizione sulle mie palpebre punendo/ la vista per averti visto. Fossi morta,/ i funerei sigilli non m’avrebbero esclusa/di più. Amico, il peggiore è il “no” di Dio.

Ma l’amore, quando è tale, non c’è divinità che lo arresti. Così, nel trascorrere della vita terrena, il sentimento prima epistolare, poi di sensi e di cuore, che scoppia tra Robert ed Elizabeth, conoscerà in sorte dopo una romantica fuga in Italia i sigilli del matrimonio.

Ha scritto Annelisa Alleva che “nella poesia di Elizabeth Barrett gli estremi sono sempre presenti: non c’è caduta senza stelle, non c’è salita vertiginosa d’amore senza dolore”. Perché? Probabilmente perché Elizabeth chiedeva tutto all’amore e tutto al suo Robert: se devi amarmi, sia solo per amore/ e nient’altro, scrive in una poesia. E prosegue: Non dire: “E’ per lo sguardo/ e il sorriso che l’amo, per il modo gentile/ di parlare, per una finezza di pensiero/ che risponde alla mia, perché un giorno mi fece sentire sereno.”

Una donna – a differenza degli uomini – intuisce il tramutarsi dei tempi e dei sentimenti, e attende guardinga il futuro e gli eventi, come un tradimento, come un gioco sleale. Sa che dovrà opporvisi, in una lotta impari. Ci si può battere, certo, ma non v’è speme di sopravvivenza. E allora, a Robert, lei chiede incondizionatamente: Amami solo per amore.

Per certi versi, Elizabeth Barrett mi riporta ad Emily Dickinson (di ventiquattro anni più giovane), ma a una Dickinson che avesse conosciuto l’épanouissement dell’amore, potendolo coltivare come i fiori che entrambe amarono, passione sospesa tra gioia e dolore, che regala alle pagine vergate scampoli di timori e felicità, che non si richiude su di sé come fanno le corolle quando s’appressa la sera.

Ma sempre persiste in Elizabeth la diffidenza e la ritrosia ad abbandonarsi alle promesse dell’impeto amoroso, se scrive: a te/ io guardo, a te, vedendo con l’amore/ la fine dell’amore, e al di là della memoria/ ascoltando l’oblio; come chi in alto/ sieda e fissi, oltre i fiumi, il mare amaro.

Si può combattere il prorompere ineluttabile dell’amore? Si può volerlo allontanare da sé, come fosse una maledizione? Sembrerebbe di sì: Go from me (Va’ via da me), fuggi da me, urla Elizabeth in incipit di una sua lirica; e non nel marmo fabbricherà i suoi sogni, bensì sulla sabbia. Nel suo Elogio de la sombre, Borges scriverà: Nada se edifica sobre la piedra, / todo sobre la arena, pero nuestro deber / es edificare como si fuera piedra la arena.

Non so se Elizabeth Barrett lo sentisse come un dovere, ma credo che il suo fosse un anelito inestinguibile, quello stesso di tutte le creature umane che non si arrendano alla vanità dell’esistenza (anche i credenti hanno dubbi feroci): proviamo a costruire sulla sabbia come se fosse pietra.

Ti ho trovato e sono salva, scrive grata al marito. Ma lei è donna difficile da amare e ciò malgrado ancora e ancora chiede: Dillo che mi ami! Perché lei, per suo conto, ha questo da dirgli: Beloved, I only love thee! let it pass (ti amo soltanto, caro. Questo è tutto).

Senza orgoglio, forse. Senza alternativa, di certo. Come tutte le donne barricadere, reattive – o, anche, battantes –, Elizabeth chiede (e si chiede): If I leave all for thee, wilt thou exchange/ And be all to me? Vale a dire: “se per te lascio tutto, sarai per me tutto?” Ovvero, se io credo nel nostro amore, basterà poi, questa mia fede in te, ad assicurarmi la dolce morsa della felicità? E sarò al riparo? Al riparo anche da me stessa, infine affrancata dalle stesse catene cui mi sono aggiogata?

E’ l’eterna richiesta, la sempiterna scommessa.

Jacqueline Spaccini

Roma, 2004

mercoledì 8 luglio 2009

Izet Sarajlić (per noi, Kiko)

(ho tante foto tue, ma sono tutte su carta)

I critici di poesia

Perché i critici di poesia
non scrivono poesia
giacché sanno tutto della poesia?

Sapessero,
forse preferirebbero scrivere poesia che di poesia.

I critici di poesia sono come i vecchi.
Anch’essi sanno tutto dell’amore.
Quello che non sanno è fare l’amore.


Abbracciati

Quei due abbracciati sulla riva del Reno
potevamo essere anche tu ed io.
Ma noi non passeggeremo mai più
su nessuna riva abbracciati.
Vieni, passeggiamo almeno in questa poesia.


Nessuna tu

Tante donne
e nessuna tu.
A Sarajevo
duecentomila donne
e nessuna tu.
In Europa
duecento milioni di donne
e nessuna tu.
Nel mondo
due miliardi di donne
e nessuna tu.

Rimando poi a questo link, per leggere altre sue poesie. Ma lui, quando le leggeva lui, era un'altra cosa.

Francesco Hayez: Venere che scherza con due colombe


di Jacqueline Spaccini

Premetto che non vado pazza per l'opera di Francesco Hayez (1791-1882) in ragione di un certo idealismo stucchevole. Il famoso Bacio lo detesto, mentre evidentemente piaceva a Luchino Visconti, il quale lo tradusse nei corpi allacciati di Alida Valli e Ferley Granger (cfr. Senso).

Vidi questo quadro a Rovereto (MART), ma non lo ricordavo. L'ho rivisto a Roma, nell'aprile 2008, alla Mostra (Scuderie del Quirinale) Ottocento. Da Canova al Quarto Stato. E stavolta mi ha colpita.

Guardiamola più dappresso (consiglio di cliccare sull'immagine per ingrandirla), questa Venere callipigia.

Non c'è che dire: il corpo è stupendo. Non perfetto (ma stiamo ragionando coi "nostri" canoni): il seno oscilla tra una seconda e una terza misura (forse un 36B); il braccio destro è quasi più grande della sua esile schiena; i fianchi muliebremente sproporzionati [ma di certo migliori delle natiche - inguardabili - proposte da Gustave Courbet (clicca qui)]; le gambe sono lunghe, con polpacci da mezzofondista (da ballerina, nel suo caso) e conseguentemente caviglie non proprio sottili; i piedi faranno un 38,5 su un'altezza che - ad occhio - direi sull'1,72m.
Mi sembra di poter dire che l'immagine di Charlotte Chabert è appena ritoccata.
E veniamo al volto. Chissà com'era per davvero, visto che qui si riproduce un volto "grecoromano" (si pensi a quello dell'Artemide del Louvre o al naso della stessa Venere di Milo) con anche l'acconciatura ad hoc.

Che cosa c'è attorno al corpo eburneo? Due colombe (tra l'altro, mai viste colombe così), un paesaggio romantico che più (pre)romantico non si può (Sturm und Drang, direi).
Ma la cosa sorprendente è quel filo rosso. Bello. Bellissimo è come si adagia sui lombi della Venere lombarda.

E quel filo rosso dà valore a tutto il quadro.

martedì 30 giugno 2009

Scrittrici italiane dimenticate. Un passo indietro.




Un passo indietro, un passo avanti e poi l'oblìo
di Jacqueline Spaccini


Francesco De Nicola e Pier Antonio Zannoni (a cura di). La fama e il silenzio. Scrittrici dimenticate del primo Novecento. Venezia, Marsilio, 2002, 85 p., 11€50


Questo agile ma pregnante volume che contiene le relazioni presentate in un convegno genovese nell'ormai lontano 2001, mi dà l'opportunità di presentare (e soffermarmi su) alcune notevoli scrittrici italiane del primo Novecento. Sono otto e oggetto di studio da parte di specialisti, poco o per nulla lette da un più vasto pubblico.

Cominciamo con il citare quelle - sempre di italiane si tratta - che non sono dentro questo libro, in quanto famose (Poi vi porrò una domanda):


(Nella foto: una giovanissima Sibilla Aleramo)


Matilde Serao
Grazia Deledda
Ada Negri
Elsa Morante
Anna Banti
Sibilla Aleramo
Fausta Cialente
Alba De Cespedes
Gianna Manzini
Annamaria Ortese
Natalia Ginzburg
Maria Bellonci
Lalla Romano
Amelia Rosselli
Maria Luisa Spaziani
Margherita Guidacci
Dacia Maraini.

Non vi ho tirato fuori Gaspara Stampa e Vittoria Colonna. Vi ho fornito un elenco succinto di alcune delle maggiori scrittrici tra la fine dell'800 e la fine del '900. Rileggete i nomi.

Ed ecco la domanda: Chi leggete? Chi avete letto (magari a scuola, per obbligo)? Chi apprendete esistere qui, per la prima volta?

Ci sono buone possibilità che il 90% di voi abbia letto (o stia leggendo) almeno un romanzo di Elsa Morante e di Dacia Maraini, conosca i nomi della Serao, Negri e Deledda (premio nobel 1926) e/o le abbia lette nelle antologie scolastiche, abbia infine vagamente sentito parlare di Sibilla Aleramo, Lalla Romano e la Spaziani (magari in riferimento a Montale)...

Nel caso in cui le conosciate tutte, vorrà dire che:
a) avete più di 40 anni;
b) siete femministe (o lo siete state);
c) siete proff;
d) siete accanite lettrici;
e) tutte e quattro le cose qui sopra (o 3 su 4).

Scherzi a parte, si fa un gran parlare di scrittura femminile che non viene letta, di scrittrici italiane che vengono sacrificate, per poi accorgersi che noi per prime leggiamo Woolf, Dickinson, Austen, Lessing, Plath, Munro, Berberova, Allende, Serrano, Sebold, Nothomb, Duras, Fielding, Kinsella, Higgins Clark, Vargas, Kristof e chi più ne ha, più ne metta. Tutte straniere, insomma.



(il disegno Donna che prega è di Carla Massimetti clicca qui per vedere il suo album di chine)


Per cui adesso passo a parlare di scrittrici di cui probabilmente NON avete mai sentito parlare.
Quelle del libro, appunto. Piccolo riassunto degli interventi genovesi (mi limiterò a segnalare qualcosa, non riporterò approfonditamente le critiche altrui, né sicuramente metterò le mie, non avendo ancora letto i libri di cui si parla).
A me è venuta voglia di leggerle, queste scrittrici (alcune le conoscevo già, a dire il vero), e ho già ordinato alcuni romanzi.

Chissà che non venga la stessa voglia anche a voi, uomini o donne che leggete...

1. Annie Vivanti[1]

Intraprendente scrittrice (1868-1942), nata a Londra, figlia di un mantovano mazziniano e di una tedesca, poliglotta, a poco più di vent'anni va a conoscere Carducci. Gossip di fine Ottocento per la liaison (pare assolutamente casta) tra la minorenne e il Vate di trent'anni più anziano.
Lei gli sottopone le sue poesie, lui le confeziona la prefazione (Lyricae, 1890). L'affetto resterà per tutta la vita, ma lei sposa due anni dopo un giornalista irlandese, John Chartres, e con lui si trasferisce negli Stati Uniti. È la madre della celebre violinista Vivien Chartres, cui dedicò tutta la sua vita, sacrificandole il suo talento di romanziera. Pubblicò comunque varie opere, tra le quali I Divoratori e Naja tripudians. Già da tempo vedova, alla notizia della scomparsa della figlia sotto i bombardamenti londinesi, rientra in Italia. Perseguitata e come inglese e come ebrea, conosce a Torino una miserevole fine nel 1942.
A proposito di Naja tripudians (1921), nome di un cobra egiziano: è la storia di "due fanciulle giovani e ingenue, vissute in un chiuso ambiente di provincia [che] vengono convinte da una pseudo aristocratica a passare qualche giorno nella sua bella casa londinese. Ma quando le fanciulle arrivano cariche dei loro sogni e delle loro attese trovano ad aspettarle una ben diversa realtà. Imbottite di cocaina e seviziate capiscono di essere finite in una casa di piacere da cui per loro sarà impossibile fuggire" (p. 17).

2. Willy Dias (1872-1956) e 3. Flavia Steno (1877-1946) sono accomunate in un unico articolo [2] e il motivo è chiaro: hanno condiviso moltissime cose insieme. Intanto, hanno assunto tutte e due uno pseudonimo: Willy si chiama in realtà Fortuna (o Fortunata?) Morpurgo e Flavia altri non è che Amelia Cottini Osta; la prima è nata a Trieste, la seconda a Lugano, ma entrambe svolgono la loro attività a Genova.
Poi hanno lavorato come giornaliste e insieme fondato il settimanale femminile La Chiosa (1919-1927), che verrà chiuso dal regime fascista in quanto considerato "pericoloso". Scrivono anche una commedia a quattro mani, Il triste gioco (1918). Due donne coraggiose (riguardo alle vicende belliche), apparentemente le solite scritttrici di letteratura rosa, di romanzi d'appendice (a Il gioiello sinistro della Steno sarà ispirato il film omonimo, del '17, per la regia di Eleuterio Rodolfi). Il romanzo forse più significativo di Willy Dias è Il sentiero fra le pietre (1940) sull'inutilità della guerra, ma è anche una prova narrativa in cui si mettono in discussione le classi sociali (la protagonista, Novella, è un'orfana accolta per carità in una famiglia borghese che si scopre poi figlia di un nobile piemontese morto in combattimento). Per Flavia Steno, il romanzo più rappresentativo è Sissignora (ne fu tratto un film, nel '41 con la bellissima Maria Denis), la storia di Cristina. Melò rosa con lieto fine? Mica tanto, la protagonista muore improvvisamente. Scrive De Nicola: "questi due libri [...] raccontano senza remore e con forti accenti critici le ingiustizie e i malesseri di una società per nulla rosa" (p. 30).

4. Paola Drigo[3] (1876-1938) è soprattutto l'autrice di Maria Zef (che ho subito ordinato), da cui furono tratti due film (nel '53 e nell'81). Pubblicato nel 1937, un anno prima della sua morte, questo romanzo "racconta una tragedia avvenuta e consumata entro l'orizzonte di un contesto subalterno, misero, colpito in tutti i sensi dal bisogno" (p. 37). Si parla di violenza sessuale, da parte di uno zio (Barba Zef) sulla nipote, Mariute, la protagonista, dopo che costui aveva già abusato della madre della fanciulla. Si parla di malattie veneree e di uccisioni.

5. Amalia Guglielminetti (1881-1941) non è una sconosciuta.
Non come (non tanto quanto) coloro che la precedono qui sopra. Scrive di lei (mi riferisco sempre al libro che ha occasionato questo post) il cugino Marziano Guglielminetti, noto critico scomparso anzitempo, nel 2006. Definita scrittrice uterina, ma anche soave - a seguito della sua prima prova poetica, Vergini folli; di lei è nota innanzitutto la relazione (ignoro se sessuale, sentimentale o puramente letteraria: non ho letto le lettere) con Guido Gozzano. Poi c'è la sua storia con Pitigrilli , il processo, la falsificazione delle lettere, il Fascismo e l'Antifascismo, la contestazione di Amalia nei confronti di Gozzano cui rimprovera "una mascolinità non virile" (p. 44). Lascia la poesia, diventa narratrice; esce distrutta dal processo di cui sopra, solo Massimo Bontempelli le resterà accanto, come i veri amici fanno. Amalia anticipa Coco Chanel, Amalia scrive un romanzo, La rivincita del maschio, nel '23, in cui il maschio sadico e perverso viene ucciso da una delle sue amanti, lesbica. La Guglielminetti è debordante e non trova abbastanza spazio in questo mio post.


6. Marise Ferro (1907-1991) è un'altra ligure, sposatasi due volte con due mostri della letteratura italiana: prima con Guido Piovene e poi con Carlo Bo. Tanto per dire: le donne che stanno un passo indietro. È stata giornalista, saggista, traduttrice e narratrice. L'ultimo suo romanzo (pubblicato nel 1978) è La sconosciuta. Come pubblicista ha scritto un saggio dal titolo La donna dal sesso debole all'unisex (Rizzoli, 1970). Suo alter ego sarà il personaggio di Irene in un dittico di romanzi pubblicati tra il '72 e il '74.
Scrive di lei Monica Cedrola, relatrice dell'intervento genovese: "malgrado la Ferro tragga spesso ispirazione per le sue opere dalla vita reale, l'elemento autobiografico appare sottilmente filtrato dal garbo [...]; si tratta di un velato autobiografismo: quella stessa finzione velata destinata a non svelare la reale realtà dei personaggi e delle circostanze..."(p. 55). Cosa di cui ho più volte parlato in questo blog.

7. Paola Masino (1908-1989) Di Paola Masino[4], dirò pochissimo. Sta conoscendo una lenta ma indubbia risalita nell'olimpo letterario. Ciò è dovuto in gran parte a studiosi come Marinella Mascia Galateria, a Marina Morbiducci [5] e all'opera infaticabile del nipote, Alvise Memmo, ugualmente erede e curatore del patrimonio letterario di Bontempelli, compagno di Paola Masino.
Ricordo solo i suoi romanzi: Monte Ignoso (1931), Periferia (1933) e Nascita e morte della massaia (1945).
Di lei qui - vorrei scrivere qualcosa anch'io - prossimamente: dopo essermi lungamente e dettagliatamente occupata di Bontempelli, è tempo che passi a Paola. Mi limito a ricordare lo sprezzo delle convenzioni borghesi, quando ventenne andò a convivere con Massimo, di trent'anni più grande; quando condivise il bene e il male, la vita facile e quella da reclusa (soprattutto dopo il '48), l'assistenza prestata fino alla fine al suo compagno gravemente ammalato. Fino allo sfinimento.


8. Irene Brin [6]. Pseudonimo di Maria Vittoria Rossi (1914-1969). Colei che nel mondo della letteratura italiana ha avuto una "discontinua cittadinanza" (p. 65), cambiando molte volte nom de plume: Marlene, Oriane, Mariù, è stata anche la Contessa Clara Ràdjanny von Skévitch, maestra del bon ton negli anni Cinquanta dalle pagine di una rivista in cui si finse anziana nobildonna. Attenta osservatrice della quotidianità, ironica, intellettualmente curiosa, la ricordiamo per i racconti raccolti sotto il titolo Olga a Belgrado (1943).


[Jacqueline Spaccini, Saint-Cloud, 30.06.2009]

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Rimando a questa biblioteca di scrittrici italiane di Donne e Conoscenza Storica.
Consiglio altresì questo bel sito dedicato alla letteratura rosa e alle scrittrici dimenticate.
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[1] Riassumo dall'articolo di Mirella Serri.
[2] A firma di Francesco De Nicola (uno dei due curatori del libro).
[3] L'articolo è di Elvio Guagnini.
[4] Nel libro è presentata da Giuliano Manacorda.
[5] Di recente, presso l'Istituto Italiano di Cultura di Grenoble (Francia), Marina Morbiducci ha parlato di Paola Masino (clicca qui).
[6] L'intervento nel libro è di Federica Merlanti.




martedì 23 giugno 2009

Aspetti del postmoderno letterario: quando l'autore diventa personaggio

Quando l'autore diventa un personaggio
(ovvero siamo tutti postmoderni)


di
Jacqueline Spaccini




Alessandro Iovinelli. L'autore e il personaggio. L'opera metabiografica nella narrativa italiana degli ultimi trent'anni.
Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2005, 472 p., 36€.
ISBN 9788849812282

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Alessandro Iovinelli è un critico atipico. Nasce come poeta, si fa romanziere, poi novellista. Segue un corso di giornalismo, lavora per Avvenimenti, si fa critico. Ma anche professore, prima al liceo e poi nelle università croate e francesi. Intraprende un'attività di traduttore dopo aver fatto l'editore, finendo funzionario di Stato, vale a dire Addetto Culturale presso il MAE.
Scrive e legge. Legge e scrive. Organizza eventi culturali di spessore in Italia per l'Unesco (sua per esempio l'invenzione, ideazione e programmazione della Giornata mondiale della Poesia e il portale Babele poetica con poesie di tutto il mondo) e all'Estero per l'Ambasciata d'Italia. Ma ha un difetto: è un uomo schivo.


(Debbo proprio spiegare perché ho messo Corto Maltese?)

E allora quest'uomo che non usa i gomiti per farsi avanti e anzi preferisce nel caso fare un passo indietro, ha scritto un saggio dal quale non si può prescindere se si fa (o si vuole fare) critica letteraria. La domanda attorno alla quale fa perno tutto il libro è la seguente: che fine ha fatto l'autore, si chiede Iovinelli, è per davvero morto o non si è per caso trasformato in qualcosa d'altro?

Il fatto è che l'autore, signori miei lettori, è un mutante.

A. Iovinelli nel suo studio zagabrese

E il critico, il nostro, è un deduttivo.
Sicché come si conviene a un critico strutturalista (convertitosi narratologo) apre il libro con un capitolo che introduce al tema del dibattere: la teoria della morte dell'autore di Roland Barthes, il dibattito sulla biografia [sì, perché spessissimo un autore diventa personaggio quando si fa oggetto di una (auto)biografia], con tutta la problematica sulla metafiction e i paradigmi della nuova critica letteraria.
Iovinelli è critico coscienzioso: riporta tutto tutto tutto quanto - in merito - conti per davvero.

Nel secondo capitolo, Iovinelli passa ad analizzare profondamente i vari tipi di biografie letterarie - perché c'è stata una evoluzione considerevole negli anni -, soprattutto a partire dagli anni '70, quando il biografo di routine è stato sostituito dal giornalista-critico-futuro autore (altro mutante).

Davide Lajolo

È cambiato il taglio (basta con l'incipit alla "XY nacque a Vattelapesca nell'anno quello-lì"), la prosa si è fatta agile, a tratti divertita, la storia ha inizio in medias res, talvolta addirittura in punto di morte con la biografia che va à reculons. E allora abbiamo Davide Lajolo per esempio che fa la biografia del suo amico Pavese e inventa per il suo libro un titolo che avrà un successo straordinario: Il vizio assurdo (antifrasticamente, rispetto alla vicenda umana di Cesare - per esprimere l'amore per la vita).

Ma poi a volersi far biografo si prova anche il romanziere. Proiezione identitaria? Identificazione? Semplice ammirazione? Fatto sta che per un Tobino che idealizza Dante Alighieri c'è una Rasy che nella sua Ada Negri ritrova la nonna e la Ginzburg che prosegue la sua vita in quella da lei narrata della famiglia Manzoni...

Natalia e Leone Ginzburg

Ma come sono descritti poi questi autori? Come si fanno personaggi? Sono solo silhouette, stereotipi a memoria scolastica o riescono ad essere di carne e di sangue, a prendere persino un po' di adipe attraverso altrui parole? Diventano per davvero personaggi o l'effetto è lo stesso di quando vediamo un attore famoso e non smettiamo di pensare: Quello è George Clooney, George Clooney, Clooney e non riusciamo a memorizzare nemmeno il nome del personaggio - faccio un esempio - Fred Friendly? [1].


Dipende. Da che dipende?
Dipende da due cose, osserva Iovinelli. La prima condizione è che il biografato sia qualcuno con una forte sostanza di vita (i troppo eterei non funzionano); la seconda (conclusiva o disgiuntiva, come le congiunzioni) è quanto si sente libero il biografo. C'è quello che racconta la storia di un autore di cui si sa poco o nulla (largo margine di manovra) e quello che invece opta per un autore-personaggio dai mille aneddoti. Ce n'è per tutti i gusti.

Ma al nostro critico interessano le strategie narrative. Entrare nei segreti della narrazione. Il dietro-le-quinte linguistico. E allora un capitolo intero è dedicato a Pietro Citati: a lui come autore e critico, agli incipit delle sue opere (Citati ha scritto le biografie di Proust, Goethe, Kafka...), ai problemi posti dalla letteratura metaletteraria, cioè all'opera letteraria che parla della letteratura, che si cita addosso - direbbe Woody Allen, ma anche alla scrittura ipertestuale, al paratesto e l'intertesto, tutte cose affascinantissime - che si sia genettiani convinti, o che non si sappia nemmeno di che cosa sto parlando.

Perché la scrittura del critico prende. È colto ma non pedante, profondo senza annoiare.
E poi c'è tutta la seconda parte del saggio che farà la gioia degli studiosi (anche di quelli agli inizi di carriera, dei laureandi insomma); è talmente complessa che mi limito a dirvi: cliccate qui, c'è l'indice dei capitoli e dei paragrafi.

L'ultima parte poi, è un saggio nel saggio: tutto dedicato all'opera di Antonio Tabucchi (ma anche a Pessoa) e alle questioni del postmoderno letterario.


A. Iovinelli e A, Tabucchi a Aix-en-Provence
durante il conferimento del doctorat honoris causa
allo scrittore (2007)



Un libro di riferimento, da consultare di continuo. Un libro prezioso, insomma.
[Jacqueline Spaccini]

Saint-Cloud, 23.06.2009


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[1] Non vi viene in mente? Si tratta del personaggio del giornalista in Good Night and Good Luck (2005) per la regia dello stesso Clooney.

Predrag Matvejevic, viaggiatore disperso?



Predrag Matvejevic. Tra asilo e esilio. Romanzo epistolare. Roma, Meltemi editore, 1998, 250 pp. Traduzione dal croato e dal russo di L. Costantini ed Egi Volterrani.
ISBN 88-11-86479-41-7


* * *

N
on ci si lasci ingannare dall'aspetto severo del libro, un saggio politico e sociologico che riflette in itinere le esperienze di viaggio dello scrittore nella ex-Unione Sovietica.
Non ci si lasci fuorviare dal numero di lettere e di evocazioni letterarie che quest'opera racchiude.

Certo, Tra asilo e esilio è anche questo.

Ma Predrag Matvejevic, metà russo metà croato, questo viaggiatore disperso, ha scritto un romanzo. Come una freccia che fa vibrare la corda del suo arco, esso trasporta anche noi nelle terre evocate da Lev Tolstoj e Fedor Dostojevskij, offrendoci lo struggente abbandono di luoghi, traditi dai governi, i partiti, le ideologie.

Come dimenticare infatti i passaggi che rievocano l'unica stanza, ambiente sporco e disadorno di Odessa, dinazi al cui mare Matvejevic, per non cadere vittima della disperazione, riesce infine a trovarle un argomento contro; quel mare raccontatogli dal padre esule Vsevolod Nikolajevic, il mare, l'unica cosa a essere rimasta immutata nel tempo?

gulag siberiano

Un romanzo epistolare post litteram, rivisitato, lontanissimo dal Settecento francese: qui, protagonisti sono i luoghi, gli alberghi, le lande sorvolate a bordo di un disagevole Yak 40, l'umanità varia - dagli zelanti di partito ai perdenti, quelli che non sono mai saliti sul carro dei vincitori -.

Ci sono poi gli amici e gli imbroglioni, quelli (come Piotr) che gli chiedono di scrivere qualche riga sul pane e quegli altri (come un fotografo giorgiano) che srotolano mazzette di rubli per ottenere da lui una camicia e un pullover di pura lana.

Ci sono poi le sue lettere aperte, scritte ai rappresentanti dei governi totalitari per chiedere di rispettare la libertà di opinione, la vita stessa di poeti e intellettuali del calibro di Josep Brodskij, di Solzenycyn (cui non risparmia le critiche per il suo acceso nazionalismo), di Vaclav Havel.

Aleksandr Solzenycyn

Pervade il libro la presenza (e la stima) di quel Karlo Stajner, che dopo vent'anni di gulag, scriverà 7000 giorni in Siberia (Napoli, ed. Tullio Pironti, 1985), ove la memoria ha questo di sovrumano: Ricorda quel che ognuno di noi si sforzerebbe di dimenticare. Forte l'amicizia di Danilo Kiš (un altro autore che non conoscete? Leggete i suoi libri), ingiustamente attaccato dalla società degli scrittori di Belgrado, che Matvejevic strenuamente difenderà affinché non venga allontanato dalla vita culturale per vent'anni e più. La morte civile.
Lettere, lezioni di stile.

Danilo Kiš

E ancora, e infine: Matvejevic riflette sul concetto di "russità" e sul peso dell'ortodossia religiosa. Ci racconta la Russia bianca e la Russia rossa, l'Oriente e l'Occidente, i tamizdat, i samizdat e i neizdat; e nelle librerie, lo sgradevole odore di colla; le domande inquisitorie, il traumatismo armeno, le mille e una identità di questi popoli e l'oblomovismo...

Aleksandr Sergeevič Puškin

Diceva Puškin: Dio mio, com'è triste quella nostra Russia!
Aggiungo io: E com'è affascinante. [Jacqueline Spaccini]

Pubblicato da Avvenimenti l'8.04.1998