venerdì 18 ottobre 2013

Note a margine. La vita appassionata (gli amori) di Niccolò Ugo Foscolo


Ugo Foscolo



AUTORITRATTO

SONETTO 1802 
RIME ABAB BABA CDE CED 

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto,
labbro tumido acceso, e tersi denti,
capo chino, bel collo, e largo petto;

giuste membra; vestir semplice eletto;
ratti i passi, i pensier, gli atti, gli accenti;
sobrio, umano, leal, prodigo, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi:

talor di lingua, e spesso di man prode;
mesto i più giorni e solo, ognor pensoso,
pronto, iracondo, inquieto, tenace:

di vizi ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace:
morte sol mi darà fama e riposo(1).

A rischio di cadere nel pettegolezzo, nel gossip, nell'aneddotico, non si può fare a meno di constatare che quest'uomo, Niccolò Ugo Foscolo, morto ad appena 49 anni, ebbe una vita intensissima.
Non sto a parlare del suo impegno politico, che lo fece arruolare più volte, né del suo amor patrio. Non sto a parlare dell'altissimo esempio letterario che rappresenta.No. Rifletto un attimo proprio sull'uomo.
Un uomo eternamente innamorato. Possibile?



Teresa Pikler
Solo a far la lista delle sue passioni più note (per chi volesse addentrarsi nella fitta selva, consiglio di consultare questo sito):


  1. (LAURA?) vagheggiata in un poemetto, non sappiamo se reale o immaginaria. Direi che potremmo azzardare che il nome sia petrarchesco, ma che la persona fosse in carne ed ossa.
  2. ISABELLA TEOTOCHI ALBRIZZI, scrittrice (lui ha 17 anni, lei 35. Ha appena ottenuto l'annullamento delle sue nozze. In quel momento è una donna libera).
  3. TERESA PIKLER, attrice  (è la moglie di Vincenzo Monti). Ispiratrice del personaggio femminile Vera storia di due amanti infelici.
  4. ISABELLA RONCIONI, 18enne, promessa sposa al marchese Bartolommei, Ispiratrice del personaggio femminile delle Ultime Lettere di Jacopo Ortis.
  5. LUISA PALLAVICINI
  6. SOFIA EMERYTT, inglese, con la quale mette al mondo una figlia di nome Mary ma che lui chiama Floriana
  7. MARZIA MARTINENGO, contessa
  8. ELENA MADDALENA BIGNAMI
  9. ANTONIETTA FAGNANI-ARESE, marchesina (Ode all'amica risanata)
  10. FRANCESCA GIOVIO (rapporto platonico?)
  11. CORNELIA ROSSI-MARTINETTI
  12. ELEONORA NENCINI
  13. QUIRINA MOCENNI MAGIOTTI (amica, amante, madre e sorella)
  14. TERESA PESTALOZZA (terzo amante della donna, Foscolo spiffera tutto al marito, poi si pente)
  15. LUCETTA BATTAGLIA
  16. BARBERINA WILMOT
  17. CAROLINA RUSSELL
  18. varie locandiere, cameriere, etc. senza nome
Quirina Mocenni Magiotti

Non ho rispettato la cronologia e forse qualche amore sarà stato solo platonico, chissà.


Quanti amori! Si fa fatica a stargli appresso.
Ma come può un uomo amare così tante donne?
Alcune di esse simultaneamente. Si può, si può. Foscolo non era un uomo banale. Non era un uomo comune. E nutriva forti (forse brevi, ma intense) passioni.
Aveva bisogno di provarne... per sentirsi vivo, probabilmente. E il suo impegno politico, e il suo attivismo come soldato, e la sua innegabile arte, e  le lettere e gli spostamenti? Quante cose in appena 49 anni di vita terrena.

Luigia Pallavicini Ferrari

Isabella Teotochi Albrizzi


Marzia Martinengo















_____
(1) PARAFRASI:


Ho la fronte segnata dalle rughe, gli occhi scavati e intensi,
capelli di colore rosso, guance pallide, aspetto indomito,
labbra rosse e pronunciate, denti bianchi,
capo chino, un bel collo e un ampio torace;
membra ben proporzionate, modo di vestire semplice, ma decoroso;
passi rapidi, e così i pensieri, i gesti, il modo di parlare;
sono sobrio, umano, leale, prodigo e schietto;
io contro il mondo, il mondo contro di me;
talvolta sono ardimentoso a parole, spesso nelle azioni;
la maggior parte dei miei giorni me ne sto triste e solo,
sempre pensieroso, irascibile, inquieto, testardo:
ricco tanto di vizi quanto di virtù, elogio
la ragione, ma poi, di fatto, inseguo il sentimento:
soltanto la morte mi darà fama e riposo.

(questa parafrasi è copincollata da questo sito)




lunedì 16 settembre 2013

La Strada di Federico Fellini non è un film neorealista

foto by www.critikat.com

La Strada  è il film che di  Federico Fellini preferisco.  Nel 1954 partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia, ricevendo  il Leone d'argento (senza avere però un successo di pubblico). Poi all'estero, ottiene un grande esito a Parigi,  e nel 1957, La Strada vince a Hollywood l'Oscar per il miglior film straniero, ma è ugualmente candidato per la migliore sceneggiatura originale (Fellini e Tullio Pinelli), nello stesso anno in cui Zavattini lo è per Umberto D. (miglior soggetto). Candidato non vincitore (è l'anno de Il Re e io e del Giro del mondo in 80 giorni).

Vista l'epoca (1954), l'etichetta che immediatamente si incolla al film è quella di pellicola neorealista. Ma quest'artista non lo è per nulla, anche se ha lavorato con Roberto Rossellini (se è per questo anche Truffaut è stato assistente alla regia di Rossellini). Fellini non lo è stato mai, neorealista, e a questo film  se proprio vogliamo affibbiare un genere, attribuirei quello di realismo visionario, come si è fatto per i romanzi di Balzac.

Ma torniamo al film.

www.tumblr.com
Innanzitutto, il titolo. Non è un caso, non è un omaggio, il fatto che La Strada rimanga come titolo invariato anche nelle altre lingue. Non è solo una questione di moda. È soprattutto una questione di significati. 
Il termine strada in italiano è polivalente.

Nel significato 1 è sì il selciato, il percorso più grande di una via, quello che conduce spesso fuori città e/o che congiunge la città con l'esterno (la route francese), più larga e soprattutto più lunga di una via (fatta eccezione per le vie consolari romane).
 Ma nel significato 2 si passa subito al senso metaforico di questa parola: strada come ambiente rude perché all'aperto e quindi privo di protezione: vivere per la strada (a), essere in mezzo a una strada (b), una donna di strada (c), darsi alla strada (d)... tutte locuzioni che sottendono un elemento negativo, la strada appunto: per cui si è vagabondi (a), poveracci (b), puttane (c) , briganti (d)...
Fortuna vuole che nel significato 3 e 4 strada sia anche «riferimento a cammino ideale, a indirizzo, impostazione di vita» (Treccani).

www.allocine.fr

Nel nostro film però - perlomeno all'inzio - la strada è quella che si incontra vivendo all'aperto con tutti i disagi di una vita povera e vagabonda, artista a latere se di arte si tratta: Zampanò (Anthony Quinn) è una sorta di saltimbanco da fiera che ripete sempre lo stesso rituale, la sua assistente Gelsomina (Giulietta Masina) annuncia con tromba o tamburo (l'ormai mitico): È arrivato Zampanò!

dal sito www.gonemovies.com 

Non sto qui a raccontare la trama del film. Il film va visto in santa pace. Sto qui a dire: guardate la poesia che c'è in questa pellicola, andate oltre la storia aneddotica che racconta poco o niente. Guardate il senso profondo di questo film che io interpreto in altro modo dalla visione puramente neorealistica.

Ci sono due modi per interpretare la vita: il primo è quello di Zampanò, un uomo rude, istintivo che non riflette (glielo rimprovera costantemente Gelsomina), perché non vuol provare niente che sia altro dai gusti tangibili della vita (mangiare bere uomo donna). La sua visione iper-realistica e anaffettiva lo conduce a essere solo, e con l'età che avanza a essere schernito quando la sua forza verrà meno. Non tiene in considerazione i sentimenti che (malgrado tutto) nasceranno in lui verso la povera demente Gelsomina.
Il secondo modo è quello di Gelsomina, donna-bambina, che vive la vita reale in disparte, e in parte ammaestrata, ma che ha una visione altra: cioè lei vede l'invisibile. Ricordate la frase del Petit Prince di Saint-Exupéry? 

(Gelsomina osserva il Matto funambolo della corda)
On ne voit bien qu'avec le cœur. L'essentiel est invisible pour les yeux
(Si vede bene solo col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi)

Il che non equivale a dire che si è felici, vedendo col cuore. 



 (Gelsomina saluta la suorina)
Comunque vada, non c'è salvezza. A esser ipersensibili, si fa una triste fine. A essere iposensibili, pure. Come al solito, bisogna rimboccarsi le maniche e trovare il giusto mezzo, la strada tra cielo e terra, calibrare, scemare, ridurre, e poi aumentare, salire di grado, lasciarsi andare, per poi controllare, e sognare. Tentare di trovare il proprio posto in questo mondo. Come esprimono il volto e le parole della suorina (cambiamo convento ogni due anni così non ci attacchiamo alle cose del mondo) a una Gelsomina dagli occhi troppo tondi di clown meravigliato e la sua faccia da carciofo.

Un film sul senso della vita, La Strada. Ed ecco che alla fine raggiunge anche il significato 3 e 4 di strada come cammino di vita.

Dice Il Matto (Richard Basehart) a Gelsomina:


- Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c'è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso lì, per esempio.
- Quale?
- Questo... Uno qualunque... Be', anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.
- E a cosa serve?
- Serve... Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?
- Chi?
- Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu' testa di carciofo.

Gelsomina e il Matto  filipaqueiroz.wordpress.com
Tutto è utile anche questo sasso. Se questo sasso è inutile, allora tutto è inutile. Anche le stelle.










mercoledì 28 agosto 2013

Ancora sulla liberazione della donna a teatro (Libere/Libres)

http://blog.ilmanifesto.it/antiviolenza/2013/04/03/essere-libere-in-francese/
IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Essere “Libere” in Francia
  • 301683_350192255099755_2089771675_n
    “Lo spettacolo è stato rappresentato per la prima volta qui in Francia, a Parigi, il 7 marzo dell’anno scorso, al Theatre 13 Seine con un partenariato tra l’Asfad e la Mairie del XIII municipio. E ora, dopo più di un anno e altre messe in scena sempre qui a Parigi, abbiamo provato a portarlo anche a Nantes, al teatro Salle Vasse, che il 22 marzo scorso ci ha sorpreso con una sala piena e un pubblico fantastico, e con la presenza di diversi movimenti femministi”.  A raccontare di questo ponte tra due culture in un proficuo scambio di sapere tra donne, è Tiziana Jacoponi, italiana di nascita e ormai parigina di adozione, che con la sua associazione franco-italiana Les 400 Louves, sta portando in giro per la Francia lo spettacolo “Libere” di Cristina Comencini, messo in scena per la prima volta in Italia nel 2010, con la regia di Francesca Comencini, interpretato da Lunetta Savino e Isabella Aragonese.
    “L’idea nasce da me – dice Jacoponi – o meglio da una mia tesi di dottorato da cui è nata l’intenzione di tradurre Libere in francese per farlo recitare qui dove vivo ormai da 15 anni. A Cristina Comencini avevo chiesto se potevo tradurlo e rappresentarlo, e quando lei mi ha detto sì, sono partita in quarta, e nell’estate del 2011 ho dato il via a questa avventura”.
    Ma come fa una italiana che per la prima volta debutta a una regia per giunta teatrale, e quindi una perfetta sconosciuta nell’ambiente, a fare tutto ciò e a riuscirci? La risposta è semplice: la Francia non è l’Italia, e quando Tiziana si rivolge all’associazione femminista di cui fa parte, l’Asfad  (Assocition femmes algeriennes democrates), loro decidono che l’idea è buona e si mettono al suo fianco, arrivando a ottenere un teatro per far rappresentare lo spettacolo la sera del 7 marzo 2012 a Parigi.
    “Insieme alla regista, Patrizai Horvath, abbiamo creato una compagnia di 2 attrici francesi, e con Fabiana Spoletini, che invece è italiana, abbiamo fatto le silhouettes in scena per movimentare le parole del testo, impostando una regia diversa da quella italiana. Questo però è un lavoro sempre in fieri e quindi ogni volta inventiamo qualcosa anche in base alle reazioni del pubblico, e ciò che è andato in scena a Nantes, che è stato anche il mio vero trampolino di lancio nella regia, è già diverso dallo spettacolo di Parigi perché recitano due attrici italiane che vivono qui e studiano teatro” (Jacqueline Spaccini e Fabiana Spoletini, mentre le silhouettes sono state eseguite da Christine Robin e a Rebeca Salmoni, ndr).
    La cosa interessante è che a Nantes sono arrivate anche la ministra dei diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, e Yvette Ruby, la prima ministra di quel dicastero ai tempi di Mitterand, che hanno visitato l’Espace Simone de Beauvoir coinvolto nella messa in scena.
    “La ministra – dice Jacoponi – è venuta in visita lampo in treno insieme a Yvette Roudy e ha parlato della terza via del femminismo, e cioè quella in cui non ci sarà più bisogno di reclamare perché la parità sarà stata raggiunta e superata. La ministra francese ha anche detto che per ottenere questo status si deve lavorare sull’abbattimento degli stereotipi di genere cominciando dalla scuola, e per questo è stata messa in atto una sinergia con il ministero della pubblica Istruzione che prevede un programma per l’abolizione di questi stereotipi e una formazione per gli educatori”.
    Lo spettacolo a Nantes nasce da un parternariato tra il Centro culturale italiano e l’Espace Simone de Beauvoir che ha deciso di inserire questa piéce nell’ambito dei festeggiamenti per i 20 anni di questo spazio unico in Francia, e la cosa interessante è che oltre a poter essere gratuito, è sempre seguito da un vivace dibattito in cui sia donne che uomini partecipano: una cosa che forse in Italia ancora non riusciamo a vedere, malgrado lo sforzo delle donne nel riprendere in mano gli argomenti di genere, sia nella politica che nella società.
    “Adesso sto lavorando per un partenariato con due città del sud della Francia e c’è in prospettiva una possibilità con il consolato italiano. Il nostro obiettivo rimane quello di promuovere la circolazione di testi e spettacoli in francese provenienti da altre culture, e Libere è solo l’inizio”.
di Luisa Betti
pubblicato il 3 aprile 2013
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lunedì 24 giugno 2013

premio IL PAESE DELLE DONNE (ROMA)

Trasmetto di seguito il bando con le coordinate nonché le consignes obbligatorie da seguire per partecipare al concorso 

 

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BANDO DI CONCORSO;


XIV° PREMIO DI SCRITTURA FEMMINILE “IL PAESE DELLE DONNE”
dedicato a Maria Teresa Guerrero (Maitè)   e congiunto al  XXI° PREMIO “DONNA E POESIA” Premio in 6 (sei) sezioni, per Autrici, senza limiti di età, cittadinanza,
residenza e titolo di studio. Concorre materiale in italiano o plurilingue con traduzione.
1) Saggistica (sezione A): opere edite;
2) Narrativa (sezione B): opere edite;
3) Tesi di Laurea (sezione C): Tesi conseguite in Università italiane, pubbliche e private:
a. Tesi di dottorato; b. Tesi di Laurea triennali; c. Tesi di Laurea specialistiche; d. lavori
(cartacei) dell’ultimo anno degli Istituti superiori;
4) Poesia (sezione D) coincidente con il XXI° Premio “Donna e Poesia”: a. opere edite
(escluse antologie a più firme e pubblicazioni in quotidiani e riviste); b. poesie inedite
(massimo tre poesie per autrice); c. silloge di poesie inedite in lingua italiana (massimo 12
componimenti di non più di 400 versi complessivi).
5) Arti visive (sezione E): opere edite e nuovi media.
6) Teatro (sezione F): Sceneggiature a firma femminile di atti unici, corti teatrali,
monologhi (spettacolo già debuttato);
Le sezioni A, B, C, E, F esprimono un primo e un secondo premio;
La sezione D esprime un solo premio per l’edito (a) e uno solo per l’inedito (b);
Le Associazioni proponenti si riservano Segnalazioni.
Le vincitrici saranno avvisate, per scritto, entro le h. 24 del 31 ottobre 2013.
La premiazione avverrà sabato 30 novembre 2013 c/o Casa Internazionale delle donne,
Via della Lungara 19, Roma.
SPEDIRE IN PACCO CHIUSO CONTENENTE:
1) Sez. A, B, C, D, E: una copia (cartacea) del materiale; sez. F supporto multimediale.
(non inviare materiale diverso da quello in concorso);
2) Foglio con titolo dell’opera, generalità e tre recapiti: telefonico, postale, e-mail.
(per la sez. C indicare titolo, Università, corso di Laurea, anno accademico, Relatori/trici)
3) Fotocopia del versamento della quota d’iscrizione di €25,00 (venticinque), su c/c postale
n. 69515005 intestato “Associazione il Paese delle donne” (senza indirizzo).
(pinzettare la fotocopia sul Foglio con le indicazioni)
I pacchi mancanti anche di uno solo dei requisiti richiesti non saranno selezionati.
I pacchi dovranno pervenire entro le h. 24,00 del 6 Luglio 2013 a:
“Maria Paola Fiorensoli – Segreteria Premio il Paese delle donne”, Via Gran Sasso 38,
00141, Roma.
I materiali della sezione C, se discussi nella sessione estiva, potranno pervenire entro il 20
Luglio previo accordo e-mail con la Segreteria
Non si ritirano raccomandate.
Il materiale sarà esaminato con criterio insindacabile, non impugnabile in alcuna sede, da
una Giuria di donne appartenenti al mondo dell’informazione, della cultura, dello
spettacolo e dell’arte.
Il materiale pervenuto non sarà in nessun caso restituito e rimarrà a disposizione delle
associazioni proponenti.
(Info: Tel. 06.87191329 (giorni feriali); e-mail: associazionepdd@gmail.com

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lunedì 20 maggio 2013

Oh, Germania! La mostra De l'Allemagne al Louvre (II parte)

 Oh, Germania! La mostra De l'Allemagne al Louvre (II parte)

ovvero Brevi osservazioni su un dipinto di Arnold Böcklin



Mi sono perduta in un quadro di Böcklin, dicevo in conclusione della prima parte del mio intervento sulla mostra dedicata all'arte tedesca dal 1800 al 1937. Il quadro in questione è questo: 


Arnold Böcklin, Villa in riva al mare, 1878


Conosco abbastanza bene questo pittore, eppure sempre mi meraviglia, mi coglie di sorpresa, mi spiazza. È un artista che ha ispirato grandemente De Chirico e non solo.

Dinanzi a quest'olio su tela (è la terza versione di un medesimo tema)  abbastanza grande (160 cm x 110 cm) si resta come tetanizzati.

A raffiche brevi e secche, il vento piega le betulle, le acacie e i cipressi. 

La risacca spezza le onde che si gettano imperiose a riva. 

Persino le statue che ornano la terrazza della villa sembrano voler trovare un riparo dalla furia del vento, sottraendosi all'impatto diretto dell'aria cruda.

Intorno, c'è una luce di sole residuo, trepido e insolente. Vorrebbe confortare ma non è per nulla rassicurante. 

Una figura femminile s'è lasciata dietro di sé i gradini impervi che ha percorso e si appoggia stancamente alla rovina. 

È assorta nei suoi pensieri, quasi sonnolente, la sua malinconia si perde nel décor marino degli alti scogli. 
Simile a una colonna, è stretta in uno scialle che le copre il capo senza risparmiarle un brivido forse ricercato. 

La spettatrice quale io sono ha sentito lo schiaffo freddo del vento in faccia, la terra mista a sabbia umida ai piedi, il sole di traverso luminoso ma glaciale e ha avvertito distintamente il cadenzato infrangersi delle acque non troppo distante da sé.

È quel che si chiama il «mistero» Böcklin.

(fine della seconda parte)

sabato 18 maggio 2013

Oh, Germania! La mostra De l'Allemagne al Louvre (I parte)


Oh,  Germania!
La mostra De l'Allemagne al Louvre


Termina il 24 giugno prossimo la mostra che il museo parigino del Louvre ha organizzato in occasione del 50° anniversario del Trattato dell'Eliseo, stipulato tra Francia e Germania.

Tischbein, Goethe nella campagna italiana, 1787

La mostra, ricca e ben illustrata da grandi pannelli che rasentano il lirismo, è organizzata tematicamente, cercando di superare il concetto di "panoramica" e mostrando il cammino percorso dall'arte tedesca dalla fine del XVIII secolo, nel periodo dell'occupazione napoleonica, al 1937, l'anno della mostra sull'arte degenerata che i nazisti organizzarono.
Lucas Cranach

Scrivo questo intervento perché stimo che l'arte tedesca non sia ancora conosciuta  - né tantomeno apprezzata - come meriterebbe. C'è tutto uno spirito dentro la pittura di questi ultimi due secoli che vorrei provare a far intravvedere a chi legge, hic et nunc.

Perché l'arte tedesca è impregnata di ideale, di spirito. E la maggior parte delle persone conosce sì e no i dipinti di Cranach, di Holbein il Giovane e di Dürer.  Forse anche qualcosa di David Caspar Friedrich (più che altro in ragione di una certa immagine pubblicitaria)...


Albrecht Dürer
David Caspar Friedrich
Hans Holbein il Giovane
                                          


E l'ideale iniziale dei pittori tedeschi dell'Ottocento è la Grecia, in ragione degli scritti di Winckelmann. La Grecia, luogo mitico della bellezza ideale che si riassume in Apollo in un primo momento e che in seguito sarà incarnato da Dioniso. La Germania passerà più tardi dalla bellezza apollinea greca, divenuta vuota accademica, all'eros dionisiaco, più vitalistico.

Leo von Klenze, Walhalla, 1836
Quest' amore per le radici elleniche condurrà gli architetti di Ratisbona a costruire il tempio nordico Walhalla (ove si riuniscono le anime degli eroi caduti in guerra) in uno stile neoclassico (1830) che il pittore von Klenze riproduce sulla tela qualche anno dopo.


Ma la vera terra ispiratrice, mèta di viaggi, di soggiorni - e per alcuni definitiva patria terrena - è costantemente l'Italia, anzi i dintorni di Roma. Contro il classicismo asfittico, contro l'accademismo, a favore del patriottismo (per quanto possa sembrare un controsenso), l'Italia diventa l'esempio - ideale e reale - di nobile semplicità che rivitalizza lo spirito germanico.
La patria non è un luogo geografico. La patria è un luogo dell'anima.

Overbeck, Italia e Germania (1811-1828)
È il    momento dei Nazareni. Di Overbeck e di Pforr (il primo muore a Roma, il secondo ad Albano Laziale), del celeberrimo quadro Italia e Germania, ho già parlato qui; è il momento più che mai della simbologia (di Carstens, morto a Roma, cfr. Notte e i suoi figli). E nella luterana Germania ci sono anche quadri a carattere cattolico (la religione in pittura ancora una volta come strumento di identità nazionale): ne è un esempio, un dipinto di Schnorr von Carolsfeld, La famiglia di San Giovanni Battista, 1817).
Von Carolsfeld, Vergine con bambino, 1820
Un tema religioso asimmetrico: al centro del dipinto non c'è nulla. Il bambino Gesù è spostato po' troppo in basso, decentrato;  la Vergine lo guarda con adorata distanza; Giuseppe e gli ospiti sono in tutt'altre faccende affaccendati... E ancora von Carolsfeld rinvia agli italiani con la sua Vergine (1820, il dipinto qui a fianco) di un gusto rinascimentale alla tedesca, con una finestra raffaellesca che incornicia il volto di una bellezza fin troppo mediterranea. La sua è una Madonna altissima e magrissima che gioca coi riccioli del suo bimbo innamorato della mamma... Lui invece ben in carne porge le terga allo spettatore e "cammina" sulle pagine delle Sacre Scritture rigorosamente scritte in ebraico...

Meno originale, più pedissequo seppur con intenti onorevoli, Overbeck copia manifestamente, spudoratamente. Non si tratta più di un omaggio né di un rimando intertestuale, la sua è talvolta non è molto diversa dall'opera di copista: si pensi al suo Maria, Elisabetta, il bambino Gesù e Giovanni, in cui l'unica un po' distante dagli italiani (ma neanche tanto) è la mamma di Giovanni Battista, Elisabetta, cugina di Maria.

Chi invece pur rimanendo ammiratore degli italiani se ne discosta un poco, cambiando il punto di vista, è Woldemar Friedrich Olivier. La giovane madre del suo dipinto, infatti, è tutta presa dall'atto incipiente della falciatura col bimbo, accanto, sul prato, adagiato sui pannolini aperti e quel suo cavaliere è di spalle e il suo destriero dà rinascimentalmente le terga allo spettatore del quadro. Perché quel che conta, qui, non è più il soggetto (in bilico tra il religioso e il laico, qualcosa che mi fa venire in mente il Giorgione della Tempesta). I personaggi di questo quadro sono l'esca ma non il soggetto. Il soggetto è il paesaggio che esce infine dallo sfondo e si fa protagonista. Ma è un paesaggio ancora troppo italiano.
WOLDEMAR FRIEDRICH OLIVIER
Per rendersene conto, basterà gettare uno sguardo a un soggetto che nessuno potrebbe scambiare mai per italiano: penso a La Cavalcata di Falkenstein (1843-44) di Moritz von Schwind. 

Ma è nella seconda metà del XIX secolo che l'elemento paesaggistico diventa preminente. Nel momento in cui la Germania vuole affermare la sua identità nazionale unitaria, vale a dire, dopo la guerra franco-prussiana, ma anche prima, certo, in maniera meno prorompente ma  comunque goethiana. Due sono gli elementi che nella pittura germanica si fanno nazionali: 1) la natura e 2) gli elementi del meraviglioso (elemento peraltro proprio dei primiviti italiani) presi in prestito dai racconti popolari.  Goethe pensava - come penserà anche Mazzini - che l'arte (tedesca, in questo caso) dovesse essere «religiosa e patriottica».
E. F. Oehme, Castello di Scharfenberg, di notte, 1827
L'immaginario romantico tedesco si concentrerà allora su tre soggetti: la cattedrale (esempio vividissimo la travagliata costruzione della cattedrale di Colonia), il fiume e il castello

La cattedrale ovviamente gotica  (perché l'unica arte tutta germanica, per Goethe, è il gotico) diviene simbolo di utopia politica

Quando la cattedrale di Colonia verrà finalmente portata a termine (principiata all'inizio del XIII secolo, interrotta nel XV secolo, verrà ripresa e "medievalizzata" nel XIX secolo) nel 1880.  

All'epoca la cattedrale di Colonia era l'edificio più alto del mondo.

Blechen, Chiesa gotica, 1826
Le cattedrali possono essere in rovina, naturalmente, come per esempio quella di Blechen e che ricorda un décor tipico di un film come La furia dei Titani:



Trailer de La furia dei Titani


Dopo l'amore per la Grecia, dopo l'innamoramento perdurante per l'Italia dei Deutschrömer (= i tedeschi romani), giunge qualcuno che è una via di mezzo, un ibrido. Costui è Arnold Böcklin.

Tutto ciò è visibile in una tela, Villa in riva al mare (1878). In questo dipinto mi sono perduta.

Böcklin, Villa in riva al mare



(fine prima parte)


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Credits : mia visita del 18 maggio 2013
De L'Allemagne 1800-1939 Beaux-Arts éditions (hors-série), 2013
















lunedì 1 aprile 2013

Pièce LIBRES de Cristina Comencini à Nantes (Francia)



Per la seconda volta nel giro di pochi mesi è stato rappresentato a teatro l'atto unico di Cristina Comencini, Libere (LIBRES) nella versione francese curata da Tiziana Jacoponi (in questo caso, non solo traduttrice, bensì anche regista dello spettacolo). La troupe che l'ha messo in scena è l'Association franco-italienne Les 400 Louves.

palco del théâtre VASSE (Nantes)


Sul palco, due donne, una di una certa età, la femme âgée, tra i 50 e i 55 anni, femminista in gioventù e ora donna realizzata con ancora delle domande nella testa, ma sempre positiva, ottimista nei confronti della vita e dei rapporti tra uomini e donne. L'altra, la sua antagonista (perlomeno per una parte della rappresentazione), la jeune femme, che ha da poco superato la trentina, piena di rancore e senza speranza, che rimprovera alle donne, e in primo luogo alle femministe di un tempo che fu, di aver creduto di cambiare il mondo e di non essersi accorte di vivere in un mondo che non coincideva con il mondo reale.

da sx a dx: Rebecca Salmoni & Christine Robin

Nel corso di questo incontro fortuito in uno studio ginecologico dove sono in attesa di essere chiamate, le due donne si affronteranno, si scontreranno, per poi riconoscersi e riconciliarsi sulle note di una canzone degli anni '70.

FABIANA SPOLETINI, comédienne

JACQUELINE SPACCINI, comédienne

Sul palco, una appassionata Fabiana Spoletini (la giovane donna), una tollerante Jacqueline Spaccini (la donna matura), si scambiano le battute in un crescendo di tonalità diverse per 40 minuti, mentre dietro di loro, al di là dello schermo bianco, due silhouettes femminili (le splendide Christine Robin e Rebecca Salmoni) interpretano i sentimenti delle due donne in scena.

da sx a dx: Christine Robin & Rebecca Salmoni

A dare corpo musicale alla pièce, la musica suonata dal giovane talentuoso Giordano Carnevale.

Lo spettacolo è andato in scena al teatro SALLE VASSE, à Nantes, sotto l'egida dell'associazione franco-italiana della città bretone e dell'Espace Simone de Beauvoir il giorno 22 marzo 2013.


la troupe: da sx, Tiziana Jacoponi, Giordano Carnevale, Christine Robin, Fabiana Spoletini, Rebecca Salmoni

NANTES







mercoledì 27 febbraio 2013

Di vita si muore (recensione a Nadia Fusini)




Per leggere la mia recensione sulla rivista O.B.L.I.O., clicca qui (pp. 180-181)

venerdì 11 gennaio 2013

Il grano in pianta di Pavese

Così scrive Cesare Pavese a Fernanda Pivano il 25 giugno 1942:




Cara Fernanda,

   se lei ignora l’odore del grano, intendo del grano in pianta, maturo, dondolante, sotto le nuvole e la pioggia estive, è sventurata e La compiango. Pensi che io non avevo mai sentito il grano in pianta, perché venivo sempre in campagna alla metà di luglio quand’è mietuto, e questa volta è stato come quando un marito, separato dalla moglie da anni, ritorna a trovarla e gli pare un’amante – essa ha cioè delle parole, dei gesti, dei momenti a lui ignoti, a lui sfuggiti al tempo dell’amorosa passione, e che ora gli paiono rivelargli tutto il dolce del primo amore.


martedì 8 gennaio 2013

Alfonsina Storni, la lupa suicida



Alfonsina Storni era nata nel Canton Ticino nel 1892, data che me la rende già cara per essere coincidente con quella di mio nonno paterno. A 4 anni, emigra con la famiglia in Argentina, dove resterà fino a una giornata dell'ottobre 1938, quando all'età di 46 anni muore suicida, annegandosi in mare, non sopportando il ritorno del cancro che credeva di aver debellato tre anni prima.

Giovane poetessa, ragazza madre, donna che ribalta la condizione della donna facendosi con gli uomini nel contempo femmina dominata e maschio dominatore.
Famosissime le sue liriche, bistrattate dalla critica, in quanto troppo "facili", troppo "tradizionali", esse hanno attraversato il tempo dando ragione a chi le ha amate da subito.

Ne pubblico qualcuna di seguito.

Mi chiedo se quello che sto vivendo non sia un sogno.
Mi chiedo se fra un istante non mi sveglierò.
Mi chiedo se non sarò scagliata di nuovo nella vita come prima di amarti.
Mi chiedo se non mi costringerai di nuovo a vagare di anima in anima senza mai incontrarti.

*

Ascolta: io ero come un mare addormentato.
Tu mi hai destata e la tempesta si è scatenata.
Agito le mie onde, affondo le mie navi, salgo al cielo 
e sferzo le stelle, mi vergogno e mi celo tra i miei flutti,
impazzisco e uccido i miei pesci.
Non guardarmi sgomento.
Tu l'hai voluto.

*

Ogni volta che ti lascio, trattengo negli occhi lo splendore del tuo ultimo sguardo.
E allora corro a rinchiudermi, spengo le luci, evito ogni rumore perché nulla mi rubi
un solo atomo della sostanza eterea del tuo sguardo, la sua infinita dolcezza, la sua
limpida tenerezza, la sua fine estasi. 
Tutta la notte, con la punta rosata delle dita, accarezzo gli occhi che ti hanno guardato.

*

Tu che passi, tu dicesti: questa donna non sa amare.
Eri tu che non sapevi destare il mio amore.
Amo meglio di coloro che meglio amarono. 


Il libro di riferimento è: Alfonsina Storni, Poemas de amor, Bellinzona (CH), Casagrande editore, 1988. Versione bilingue a cura di Franca Cleis, Marinella Luraschi e Pepita Vera. Traduzione di Augusta Lopez Bernasocchi. Saggio (pregevolissimo) di Beatriz Sarlo.