venerdì 7 settembre 2012

Il metodo di Konstantin Sergeyevich Alekseyev Stanislavskij

 AVVERTENZA: Gli stralci del libro sono da me tradotti dal francese all'italiano. I nomi russi sono per così dire «francesizzati». Il titolo italiano traduce perfettamente l'originale russo (pressappoco: Rabota aktera nad rolju) ed è Il lavoro dell'attore sul personaggio (Laterza editore). Io utilizzo l'espressione costruzione del personaggio, che trovo essere per davvero calzante, rimanendo in questo modo più vicina al testo francese.
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ELIA KAZAN
  Si è fatto sempre un gran parlare dell'Actor's Studio, vale a dire del metodo che moltissimi attori di fama internazionale mettono in pratica, rifacendosi alla scuola che fondò il regista Elia Kazan nel 1947 (nel 1951, Lee Strasberg ne assunse la direzione e la mantenne fino all'anno della sua morte, avvenuta nel 1982).
Ancora oggi, quando si rimarca la bravura di un attore dell'Actor's Studio, si fa notare che deve tutto agli insegnamenti ricevuti, vale a dire al metodo appreso presso tale scuola. I nomi più prestigiosi? Non c'è che l'imbarazzo della scelta e prelevo direttamente la lista di allievi famosi da wikipedia (clicca qui). Per i più pigri, ne metto qualcuno qui di seguito, alla rinfusa: Meryl Streep, Robert De Niro, Susan Sarandon, Marlon Brando, Julia Roberts,  Harvey Keitel, Glenn Close, Dustin Hoffman, Nastassia Kinskij, Al Pacino, Lauren Bacall, Sean Penn, Ann Bancroft, Tom Hanks, e così via.

Non tutti sanno però che il metodo dell'Actor's Studio si rifà in tutto e per tutto al metodo Stanislavski. Un russo. Ma chi era costui?
Konstantin Sergeyevich Alekseyev Stanislavskij nacque a Mosca nel 1863 dove morì nel 1936, alla rispettabile età di 75 anni.

Innanzitutto, fu un attore. Un giovane e volenteroso attore, proveniente da una famiglia agiata. Fu successivamente un regista e infine professore di arte drammatica russa. Tutte notizie che si trovano facilmente in rete e sulle quali non mi soffermerò.
È l'autore di 2 libri imprescindibili per chi voglia fare (o faccia di già) l'attore, l'attrice. Nessuna importanza che la recitazione sia a livello amatoriale o con maggiori ambizioni.

Si tratta di 1) Il lavoro dell'attore su sé stesso e di 2) Il lavoro dell'attore sul personaggio.

Konstantin   Stanislavskij foto ©pubblico dominio


 Tra l'altro sono due libri di godibilissima lettura. Due libri che tuttavia sconsiglio a chi non abbia mai recitato in vita sua da un palco teatrale perché non «parlerebbero» così intimamente all'interprete (o artista, dipende) che si è.

Voglio soffermarmi sul secondo libro, più completo, e che fu pubblicato postumo, nel 1957 (il primo è, nella versione francese, pubblicato nel 1936). 

LA COSTRUZIONE DEL PERSONAGGIO assomiglia a un diario, è scritto alla prima persona (il protagonista è Kostya, giovane attore ancora alla scuola di Tortsov. In realtà, il regista (più insegnante che regista) Tortsov mette in pratica il metodo Stanislavski, quello - appunto - che verrà ripreso dall'Actor's Studio americano.

 Leggiamo insieme qualche breve passaggio.
jaquette

La storia. Il giovane Kostya è stato incaricato - così come i suoi compagni di studio - di iniziare la costruzione del suo personaggio fisicamente. E di cominciare dal costume di scena.

 Sicché Kostya e gli altri aspiranti attori  (Gricha, Sonya, Dacha, Nicolas e Vanya) si recano nelle grandi sale piene zeppe di costumi teatrali per trovarne uno - e con quello anche l'ispirazione. I suoi colleghi trovano facilmente un costume che rappresenti per esempio: il dandy, l'aristocratico, il soldato, il mercante, etc. Kostya viene attirato da una *jaquette moisie* (dice il testo francese), vale a dire da una giacca con una qualche pretesa (una sorta di redingote di giorno, che vuole gilet e pantaloni coordinati), ma la sua è ammuffita, una sorta di vecchia marsina, insomma.


Kostya ha come compito quello di creare un personaggio a partire dagli abiti di scena che indosserà, avvicinarlo a modo suo, servendosi di ciò che è in lui, delle osservazioni che ha potuto fare nel corso della sua vita su quel tipo di persona (che il personaggio rappresenta), prendendo ciò di cui ha bisogno nella vita vera o immaginaria, seguendo il proprio intuito, esaminando sé stesso e/o esaminando gli altri. Quel che non deve fare è perdere la propria identità, il proprio io interiore (traduco dal francese). Per fare ciò ha 3 giorni a disposizione.

Passano i giorni e Kostya vuol gettare la spugna: non riesce a entrare nel personaggio. Ogni tanto ha degli sprazzi di inventiva, flash che gli rimandano un'idea che però non si posa e pertanto Kostya è sempre più abbattuto. Ormai sempre più  nervoso e turbato, si chiede quale personalità potrà mai indossare quella marsina consunta...

foto di Federico Patellani
E poi a un tratto, piano piano, ma costantemente, si accorge che qualcosa in lui cambia: si accorge che la sua camminata si fa più esitante, più obliqua, le giunture sono meno agili, le ossa più fragili. Per camminare, gli occorre un bastone. I capelli (della sua parrucca) li rende più agglutinati, come appiccicati da una mancata regolare pulizia, stropiccia le mani in un modo incartapecorito, la voce gli si fa più dura e trascinata, poi rauca, con tutta una acredine che sa di vita fallita e un'animosità che non fa sconti a nessuno.

Si presenta davanti al suo regista, Tortsov, che lo attacca, lo insulta (non il Kostya studente, bensì il Kostya trasformatosi in vecchio critico saccente) e lui - che solitamente è timidissimo -  inizia a rispondere du tac au tac, botta e risposta (metto solo le battute finali):

Tortsov: Canaglia! Lurido parassita! Lei è un pidocchio, una sanguisuga...
Kostya alias vecchio Critico: Mio dio, che linguaggio! Che mancanza di sangue freddo!
Tortsov: Tu, verme schifoso...
Konstantin  Stanislavskij © wikipedia


Kostya alias vecchio Critico: Ma bene, anzi, benissimo! Sappia che lei non potrà liberarsi di me, della sanguisuga. Si ricordi che non c'è sanguisuga senza l'acqua. E quando c'è l'acqua, ah, quante sanguisughe! Molte, moltissime! Impossibile sbarazzarsi di loro. Impossibile sbarazzarsi di me!
Tortsov allora esitò un istante, poi mi afferrò e mi tirò a sé, abbracciandomi affettuosamente:
Ottimo lavoro, giovanotto, disse.

E via dicendo.

***

Ecco di seguito un link che rinvia a un bel documentario di Marco Rossi e  Marco Evola, che riguarda il lavoro dell'attore sull'attore:  parte 1. E qui di seguito, il video della parte seconda (incentrato soprattutto sul lavoro di Robert De Niro quando impersonò Jack La Motta nel celeberrimo film Toro scatenato) degli stessi autori. Raccomando anche la visione della terza parte del video, dedicato a Shining:
 
Parte II Toro Scatenato







venerdì 24 agosto 2012

Amore a denti stretti (Cesare, Bianca e Constance)

 PREMIO CESARE PAVESE 2012

da LA STAMPA edizione di Cuneo (27.08.2012)


La sera precedente la premiazione, sabato 25 agosto, il Premio organizza una veglia letteraria pavesiana sempre presso la Casa Natale di Pavese. Alle ore 21,30 Vittorio Sgarbi parla di Pavese e la donna in un intervento dedicato alla figura femminile nelle opere dello scrittore e al rapporto con le donne che emerge dai romanzi. Alle ore 22 è in programma l’incontro Cesare Pavese: riflessioni sulla figura femminile attraverso lettere e poesie, con Alessandro Iovinelli, Giovanna Romanelli, presidente Giuria Premio Pavese, e Jacqueline Spaccini, già vincitrice della sezione Premio Pavese 2010 sezione Premio Speciale. Vengono lettere e commentate le lettere Analisi amorosa di F. e Analisi amorosa di P., dove lo scrittore traccia un ritratto di Fernanda Pivano e una dura autoanalisi di se stesso, e alcune poesie dedicate a Bianca Garufi e a Constance Dowling. 

Pavese vincitore del Premio Strega (1950)

Sabato 25 agosto 2012, alla vigilia della consegna dei premi Cesare Pavese, dunque, c'è la lettura  - tra l'altro - di tre poesie di Cesare Pavese dedicate a due donne diverse. Le prime due  liriche (La terra e la morte e Tu sei come la terra) sono presumibilmente per Bianca Garufi. L'ultima poesia (meglio nota come Wind of March) è dedicata a Constance Dowling.

Roy  Lichtenstein


Per ordine di tempo, prima viene Bianca Garufi, per la quale è assai probabile (ma non espressamente indicato) che Pavese abbia scritto le due liriche, la prima, Terra rossa terra nera, che - come le altre - va sotto il titolo del primo verso  è di fine ottobre 1945:

Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi -
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione -
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d'agosto,
le olive dei tuo sguardo
addolciscono il mare,

e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.


La seconda, Tu sei come una terra, ugualmente con il titolo del primo verso, Pavese la scrisse due giorni dopo, il 29 ottobre 1945: 

Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C'è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate.


La terza poesia, Hai sangue, un respiro (è sempre il primo verso che dà il titolo) è stata scritta tra il marzo e l'aprile del 1950 ed è dedicata a Constance Dowling.

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano ‒
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano ‒
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte ‒
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.
Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell'aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta. 

Ma chi sono (o meglio, chi erano) queste due muse pavesiane?

Bianca Garufi (1918-2006), nata a Roma ma di origine siciliana (messinese, per la precisione), approda nella capitale nel 1944, presso la sede romana dell'Einaudi, dove lavora come segretaria e dove Pavese si è trasferito. 
Fanno conoscenza, Bianca è interessata alla psicoanalisi (diverrà la sua professione) di stampo junghiano moderno, quello vicino all'oggi celeberrimo James Hillman(1). 
Lei è bella, lui è un uomo interessato alle donne, alle donne belle, alle donne inaccessibili, sfuggenti, fuggevoli, difficili. 
Cominciano a scrivere un romanzo a quattro mani, Fuoco grande, che rimarrà incompiuto(2). In esso, gli autori si alternano a scrivere i capitoli e danno voce ai due protagonisti, Giovanni e Silvia.
Che cosa cercava Pavese in Bianca Garufi, l'amore? La passione o il sentimento? L'affettuosa amicizia o il pure erotismo? 
Si parlano, si scrivono, si vogliono bene, non si capisce bene che cosa accada tra i due (probabilmente poco o niente). Lui la rimprovera perché da lei viene analizzato, scrutato, rimproverato come uno scolaretto e mentre lo fa si autoaccusa: 
(25/11/1945) Cara Bianca, mi hai detto che sono storto, [...], mi hai detto che nulla tra noi valeva la pena d'esser salvato. [...] Ho cercato di capire se questa frase è per me così terribile perché offende il mio orgoglio... [...]. Ho sempre mirato più in là. La passione è sempre stata soltanto una condizione posta dal mio orgoglio, ma l'intento era un altro. Era un valore [...] che esprimevo orgogliosamente con le immagini della «carne e sangue». [...] È sempre stato amore storto, non assenza di amore [..] spero sempre di sposarti [...] B., tu non mi vuoi niente bene?
(26/02/1946) Cara Bianca, lo sai  che quand'io scrivo lettere, maltratto.  [...] Sono villano e impaziente. [...] Dì pure che sono pedante, e brullo e antipatico, che non ti voglio bene, non me ne importa. Quando mi si vieta di essere padre di figli, io divento padre spirituale e non si scappa. [...] Stamattina ti ho mandato un altro dialoghetto In famiglia(3) che credo ti piacerà. C'è il solito problema della donna fatale, ma ironizzato. [...] Ciao cattiva. 
 ... che cosa pretendi? che ci coccoliamo come due conigli? Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; [...] noi siamo una bellissima coppia discorde, e il sesso - che dopotutto esiste - si sfoga come può(4).



foto prelevata dal sito www.150anni.it
 Bianca Garufi
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Constance (Connie) Dowling è  un'attrice americana; dopo una lunga relazione con Elia Kazan, è giunta in Italia dove ha recitato in qualche film non memorabile, mentre la sorella è quella Francesca di Riso Amaro, Doris Dowling, che rimarrà amica di Cesare dopo la partenza di Constance. Colpita anch'ella dal male di vivere, dopo la breve relazione con Pavese - il quale pur di trattenerla le prospettava copioni e improbabili sceneggiature (con protagonisti del calibro di Jean Gabin o Maurice Chevalier) da sottoporre a De Sica, allora maestro del Neorealismo - torna in patria dove morirà a 49 anni. Connie l'irraggiungibile, quella che passa dal suo letto a quello di Andrea Checchi*, un notissimo e bell'attore di quegli anni. Connie, quella che promette di tornare e non tornerà più.
Dearest Connie, Remember me in old N.Y. I loved it with all my heart already, when I did'nt know you were a little girl in it. Can I send you my love ? (19/05/1950)
Con lei si mette a nudo, liberandosi di ogni orgoglio. Ma è inutile, ormai Pavese è tutto preso ad organizzare la sua uscita di scena. Fresco di Strega, il 26 agosto 1950 scrive al direttore della rivista Cultura e realtà, Mario Motta:
Chi «è tornata»? L'americana? Ho altro da pensare. Ciao. Pavese
L'amore, come la vita, brucia in fretta. E quella notte Ceare si uccide in una camera d'albergo, ingerendo molte bustine di sonnifero.

foto prelevata dal sito www.centrostudipavese.it
Constance (Connie) Dowling

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(1) Di lui consiglio la lettura dei seguenti saggi: Il codice dell'anima: carattere, vocazione, destino ; Puer aeternus  e La forza del carattere: la vita che dura (tutti èditi presso Adelphi)

(2) In realtà, poi Einaudi pubblicherà il romanzo, nella sua forma incompiuta, nel 1959. Bianca Garufi terminerà il romanzo che pubblicherà sotto il titolo Il fossile nel 1962 (sempre per Einaudi). Fuoco grande è stato ripubblicato nel 2003.

(3) Dialoghi con Leucò (= Bianca, dal greco λευκός).

(4) Lettere di Pavese alla Garufi che vanno dal novembre 1945 all'aprile 1946 reperibili in Vita attraverso le lettere, a cura di Lorenzo Mondo, Einaudi (pp. 195-198). In questo libro si trovano anche alcune lettere di Pavese a Constance e alla sorella di lei, Doris (pp. 241-250).

domenica 1 luglio 2012

Se un traduttore cambia di sta(tu)to









Le Jardin perdu di Jorn de Précy è uno strano libro, smilzo nelle dimensioni e denso nel contenuto è uscito per i tipi Actes Sud nel settembre 2011. Il sottotitolo parla di essai, cioè di saggio, tradotto dall'inglese da Marco Martella, ma a leggerlo si ha l'impressione di trovarsi davanti a un romanzo filosofico, livre à thèse,  come si usava alla fine del '700 o ancora nel secondo '800. Lo stile è sobrio. E nelle vostre orecchie già riecheggia un altro titolo, Le Paradis perdu/Il Paradiso perduto, un poema che fu anche un best-seller, di John Milton (1667). 

Come ogni saggio (per di più  a tesi) che si rispetti, è diviso in capitoli, comprende una prefazione e una conclusione. E a sorpresa (ma poi davvero?) aprendolo, troveremo  una manciata di pagine intitolate L'Enigma Jorn de Précy vergate dal suo traduttore (francofono) come incipit. Dico da subito che per me il capitolo più interessante è quello che riguarda il concetto di genius loci (incentrato sulla nozione di divinità del luogo e bosco sacro, nonché sulla magia dei giardini rinascimentali). Chiude il testo una breve nota dell'editore (come usavano fare certi autori inglesi del XVIII secolo), sulla quale non voglio anticipare nulla per il momento.  
Il libro è stato appena tradotto in italiano da Laura De Tomasi per i tipi Ponte alle Grazie con il titolo E il giardino creò l'uomo




Direte voi: ma chi accidenti è questo Jorn de Précy? La quarta di copertina s'incarica di darne una sommaria biografia. Traduco:

Jorn de Précy (1837-1916), giardinere-filosofo inglese di origine islandese, ha profondamente influenzato l'arte dei giardini anglosassoni del Novecento. Amico di artisti quali William Morris, frequentò gli ambienti radical-socialisti dell'Inghilterra vittoriana. È il creatore del giardino di Greystone (Oxfordshire), oggi scomparso.

Questo libro ha dapprima vinto il Premio Lire au Jardin 2012,  poi il premio letterario  del prestigioso Premio P. J. Redouté (13esima edizione) e, qualche giorno fa, anche il Prix Tortoni 2012.



Nel mio blog dedicato ai traduttori è iniziata l'intervista a Marco Martella che si continua su quest'altro blog più letterario.
Consiglio di leggere prima quanto scritto qui e poi di tornare a leggere le righe che seguono. Se invece provenite dal blog Traducete innanzi quel traditor d'un traduttore, continuate pure a leggere...

Intervista  a Marco Martella


D. Si diceva allora: l'arcano: Jorn de Précy, l'oscuro giardiniere-filosofo inglese di origine islandese creatore di un giardino andato perduto, altri non è che... MARCO MARTELLA.

R. Non si tratta di un vero falso storico, piuttosto di un gioco con il lettore che au fil des pages, si ritrova spesso a dubitare: Jorn de Précy è esistito veramente? Possibile che, avendo vissuto più di cento anni fa, avesse una visione così moderna delle derive della civiltà occidentale, dell'emergenza ecologica, del giardinaggio? Il suo parco di Greystone infatti sembrerebbe uno dei nostri giardini "naturali", e la sua idea del giardino come luogo di resistenza sembra scaturire direttamente dalle teorie contemporanee della deep ecology (ecologia profonda).

D. Non del tutto vero, ma neppure del tutto falso, dunque. Ci sono personaggi storici all'interno del libro? Chi ha letto la Caduta dei Giganti di Ken Follet capirà immediatamente...

William Morris
R. In questo saggio-romanzo, il vero si mescola costantemente al falso: se è vero che né Jorn né il suo fedele giardiniere Samuel sono mai esistiti, è altresì vero che William Morris, Gertrude Jeckyll, William Robinson e George Bernard Shaw, che appaiono nel libro come amici (o rivali) di Jorn, fanno veramente parte della storia del pensiero e dell'arte dei giardini inglesi dell'epoca. Non pretendo di avere inventato nulla in questo. 

D. A chi sta pensando? Perché io penso subito al Vernon Sullivan di Boris Vian...

R. Già da qualche anno lo scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas fa qualcosa di simile. Ma la letteratura non è, in fondo, un gioco continuo tra immaginazione e realtà? L'uso di una maschera letteraria e della lingua straniera fanno parte di un distanziamento che, per qualche ragione misteriosa, hanno reso questo libro possibile. Sapevo solo, scrivendo, che era la direzione giusta. 


D. È dunque tornato ad assumere quella posizione di «equilibrio precario» di cui parlava all'inizio della nostra intervista...

R. Già.  Questa zona di confine labile, dai contorni incerti e che si muove di continuo, è per me una delle più fertili in letteratura. A ben riflettere, scrivendo direttamente in francese Le Jardin Perdu non mi sono allontanato poi molto dal mio primo mestiere.




D. Si spieghi meglio...


R. Voglio dire: se ciò che definisce il lavoro di traduttore è quest'esercizio periglioso (alcuni direbbero "impossibile") che consiste a restare in bilico tra due lingue, due culture, due modi di vedere e quindi di esprimere la realtà, questo si adatta anche al mio lavoro recente. Difatti, scrivere in una lingua che non è la propria vuol dire - secondo modalità che non so correttamente spiegare neppure a me stesso - vuol dire, dicevo, autotradursi.


Saint-Loup-de-Naud, 30/06/2012 



Vernon Sullivan 
pseudo di Boris Vian









lunedì 7 maggio 2012

Lady Macbeth e la civetta


Lady Macbeth ha spinto il marito al regicidio e ora attende che lui compia l'atto. 

La scena si apre  nel castello di Macbeth, dopo cena. Il buon re Duncan  dorme ignaro del destino che attende lui e le sue guardie. 

Lady Macbeth si mostra risoluta, ma in fondo all'anima così risoluta non è.
Il video è in lingua francese.

Metto di seguito la versione francese, poi quella italiana e infine l'originale dell'atto II scena 2 (inizio):

versione francese :

Lady Macbeth

Ce qui les a soûlés m'a rendue ferme
Ce qui les a désaltérés m'embrase.
Chut ! Paix. - C'était la chouette qui criait
Sonneur fatal qui souhaite le bonsoir
Le plus lugubre. Il est en train d'agir.
Les portes sont ouvertes ; les valets
Narguent leur charge avec leurs ronflements.
J'ai drogué leur potion, et la nature
Débat avec la mort au-dessus d'eux
Pour savoir s'ils sont morts ou bien s'ils vivent.
(tr. André Markowicz)

Versione italiana

LADY MACBETH: 


Ciò che ha reso ubriachi costoro, ha fatto audace me; 
ciò che li ha spenti, a me ha dato fuoco. 
Shh! Calma. Era la civetta che strideva, la fatale risvegliatrice, 
che dà la più sinistra buona notte. Egli è all'opera. 
Le porte sono aperte, e i servi rimpinzati si fanno beffe della loro consegna russando: 
io ho messo nelle loro bevande tante di quelle droghe, che la morte 
e la natura disputano se essi siano vivi o morti. (traduzione ignota)


l'originale :
LADY MACBETH
That which hath made them drunk hath made me bold;
What hath quench'd them hath given me fire.
Hark! Peace!
It was the owl that shriek'd, the fatal bellman,
Which gives the stern'st good-night. He is about it:
The doors are open; and the surfeited grooms
Do mock their charge with snores: I have drugg'd
their possets,
That death and nature do contend about them,
Whether they live or die.
(Shakespeare)


sabato 28 aprile 2012

Dal postnaturalismo al postmodernismo: NARRATORI ITALIANI DEL NOVECENTO


(a breve recensione)

domenica 22 gennaio 2012

Ciao, Maestro (Ricordando Vincenzo Consolo)

Lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo è morto il 21 gennaio 2012 a Milano, dove risiedeva da tantissimi anni. Andava per i 79 anni. Tutte le mie condoglianze alla sua sposa, Caterina Consolo. 

Conferenza IIC dedicata a Leonardo Sciascia nel ventennale della sua morte

Non posso dire di essere stata sua allieva, l'ho incontrato due sole volte nella mia vita, ho scritto una parte della mia  tesi di dottorato su di lui,  lui mi ha telefonato per ringraziarmi di un lungo articolo pubblicato su Stilos (supplemento letterario de La Sicilia). L'ho incontrato l'ultima volta il 30 ottobre 2009 a una conferenza parigina dell'Istituto Italiano di Cultura. Un po' più chiuso nelle sue spalle, un po' più mesto, sempre così gentile.

Lo scrittore era come l'uomo e sicuramente in questo caso è un complimento. Non so se rivolto maggiormente all'uomo o allo scrittore. 
Uomo schivo, gentile, apparentemente chiuso, timido, corretto, onesto, che aveva in orrore i compromessi e aveva eletto Milano a sua seconda patria. 
Un esempio di integrità. Nel pensiero e nello stile letterario.
Grazie, Vincenzo Consolo.  Ciao, maestro.



Metto qui di seguito l'inizio del capitolo della mia tesi in cui parlo di lui:


Con un quadro di Antonello da Messina a fare da tema di sfondo del romanzo, non c’è da meravigliarsi che nel 1969 Consolo inviasse in lettura il primo capitolo del suo Sorriso dell’ignoto marinaio a «Paragone», la rivista d’arte e letteratura di Roberto Longhi e Anna Banti. Invio del quale Longhi non aveva dato però alcun riscontro. Sicché, quando il giovane scrittore ebbe modo di rammentare se stesso e lo scritto al critico d’arte, ottenne da Longhi la seguente replica: «Sì, sì, mi ricordo benissimo. Non discuto il valore letterario, però questa storia del Ritratto (1)  di Antonello che rappresenta un marinaio, deve finire!». Il critico sottintendeva: il pittore messinese dipingeva su commissione e a caro prezzo; come avrebbe potuto un povero marinaio permettersi un ritratto? A un marinaio non sarebbe mai venuto in mente di commissionarne uno. Fortuna volle che Enzo Siciliano fosse di diverso avviso e che pubblicasse quello che era ancora un racconto sulla rivista «Nuovi Argomenti», di cui all’epoca era il direttore. Il romanzo  uscirà nel 1976 presso Einaudi. Soffermarsi su quest’aneddoto (che lo stesso Consolo ha raccontato in Fuga dall’Etna)  è interessante non fosse altro perché, come egli ha poi osservato, uno scrittore legge un quadro non in chiave scientifica, bensì letteraria. Non è una differenza da poco, valesse pure per un solo romanzo. Fatto sta che Consolo  è tornato a percorrere i sentieri della pittura anche in Retablo)  e ne Lo spasimo di Palermo.  Per essere una coincidenza, comincia ad essere sospetta.
Si obietterà che altri sono i temi portanti delle opere di Vincenzo Consolo: la storia, la lingua, la politica, la cultura non solo della Sicilia, bensì dell’Italia tutta. Certo, ma la pittura può essere una chiave d’accesso recondita, non per questo meno forte e pervasiva, dello scrivere consoliano. Una via percorribile in margine, o se si preferisce, una sorta di corsia di emergenza. Ed è su questo terreno che ci si muoverà.
Facendo un passo indietro, Leonardo Sciascia ha scritto che il gioco delle somiglianze (2) è in Sicilia «una sonda delicata e infinitamente sensibile, uno strumento di conoscenza». Se ciò fosse vero, a chi somiglierebbe lo sconosciuto ritratto da Antonello?(*)

Aggiungo di seguito il link della Treccani ove figura un ottimo pezzo a firma Silverio Novelli (clicca qui)

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(1)  La tradizione lo vuole acquistato a Lipari nell'Ottocento dal barone Mandralisca per la sua collezione, che poco più tardi lascerà alla città di Cefalù. Nell'inventario che di questa collezione fece alla fine dell'Ottocento il Prof. Giuseppe Meli, la tavoletta fu attribuita ad Antonello da Messina e da questo momento l'attribuzione viene unanimamente accettata da tutti gli studiosi, che però non sono altrettanto concordi sulla datazione. Venturi (1915) lo data attorno al 1470, anche se per lui è posteriore al ritratto del Borghese ed a quello allora a Londra in collezione Willet e attualmente nel Metropolitan Museum di New York. Il Longhi (1953), lo vede ancora legato al tono tipologico siciliano, da cui Antonello si staccherà solo nel  1474.
(2) «A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca?» si chiede Leonardo SCIASCIA (L’ordine delle somiglianze (1987) in: Cruciverba. Adelphi, Milano, 1998). «Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente assomiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore, un poeta, un sicario? Somiglia, ecco tutto». Il museo Madralisca di Cefalù è intitolato all’omonimo scienziato naturalista noto malacologo.

(*) Il resto sta qui
 

domenica 15 gennaio 2012

Tra un treno e l'altro (racconto)



Tra un treno e l’altro


racconto di Jacqueline Spaccini

L’ha vista seduta nello scompartimento C carrozza 193 d’un treno di dieci anni fa che sfogliava una carta geografica mentre al suo fianco scorreva imperterrito un paesaggio alpino, stanco e un po’ pieno di sé. Sarà stato per quel soprabito impeccabile e blu o forse per la falda del cappello anni ’40 sotto cui si scioglieva un’onda di capelli mogano… Sarà che Goethe aveva ragione (l’eterno femminino ci attira verso l’alto) e che lei era proprio lei, quella da sempre attesa, quella che già esiste allacciata ai nostri tendini fin da bimbi, sarà per quello che volete voi, Edoardo si innamorò di lei prima che potesse arrivare a scorgerne le gambe avvolte in calze 10 den. La prima cosa che pensò, senza neanche aver visto il colore dei suoi occhi fu: “Vorrei fare l’amore con questa donna”. Pensò, ma non disse nulla.
Non la rivide nei successivi dieci anni.

Ed oggi all’improvviso quando lei era null’altro che spina conficcata nell’intestino (da allora aveva inspiegabilmente sofferto di colite), è entrato nel caffè di questo hôtel che costeggia la strada ferrata e l’ha rivista. LEI. Un altro cappello, una cloche nera stavolta, su occhi bistrati di viola. Ancora non vede il colore dei suoi occhi. Edoardo è entrato per caso, è sceso dal treno per prendere una coincidenza… Non è sola, peccato. Di fronte a lei siede un’altra donna, una versione miniaturizzata di lei: si capisce subito che l’altra tenta di imitarla in tutto e per tutto. Infatti anche l’amica porta una cloche. Hanno ordinato un tè in coppette cinesi (che arroganza, quest’albergo!) e la luce che filtra dalla finestra non nasconde la scritta di un graffito murale che inizia per “SUE”. “Sue che? Susan, forse dovrei chiamarla Susanna, Susie, Sue… Che nome insulso! No, non può essere il suo”, pensa e non dice nulla Edoardo, bloccato all’ingresso del caffè. Pensa che forse è la sua ultima occasione per fermare questa donna (di tempo ne ha perso fin troppo), prima che sia troppo tardi: a occhio e croce, tra dieci altri anni, lei sarà sui cinquanta e certo neanche lui è più un fanciullo…
“Ora o mai più. Mi butto” pensa, e si dirige verso il tavolo dove siedono le due donne. Nessuno sembra fare caso a lui, la coppia del tavolo affianco è intenta a parlare sommessamente; fumano, e l’uomo si guarda le unghie. Brutto segno.
“Buongiorno, signora… signorina. Mi scusi, ma credo che ci siamo incontrati in un treno qualche tempo fa… Era nel…”
“Pardon?” fa lei.
“Oddio, è pure straniera!”, pensa terrorizzato Edoardo e subito vorrebbe recuperare gli anni di scuola in cui non volle mai approfondire lo studio delle lingue straniere.
“Ah, mi scusi. Ero soprappensiero. Mi dica… Ci siamo già conosciuti? E dove?” Edoardo ha l’impressione d’essere caduto di piatto nelle pagine d’un romanzetto rosa. Dieci anni che la cerca con gli occhi e tira fuori una frase da cliché. Con lei! Si può essere più banali? Lei nel frattempo ha perduto l’accento straniero. “Che dico ora? E se dalle toilettes sbuca un marito?” è solo un attimo, Edoardo conclude tra sé: “E se sbuca un marito, chissenefrega!”


Nessun marito sbucò per i successivi quindici anni. Siamo nel futuro e Sue si affaccia alla finestra: il tempo ha concesso una tregua. Ha sciacquato e riposto la tazzina del caffè ed ora metterà il suo cappello di paglia; va bene per agosto. Va bene per andare a trovare Edoardo, laddove riposa in pace da un mese. Poi prenderà un treno che la porti via da Cap Cod.
     
                                                                  Jacqueline Spaccini © 2003


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Edward Hopper:
1. Scompartimento C carrozza 193; 
 2. Suey’s Chop;
 3. Mattino a Cap Cod

giovedì 5 gennaio 2012

Mostra a Parigi: Exhibitions - L'Invention du Sauvage

Quando gli esseri umani venivano esibiti nei circhi

all photos by Jacqueline Spaccini ©2012
A Parigi, nelle sue ampie sale, il Museo Quai Branly (7e arrondissement) raccoglie ed espone collezioni di oggetti che appartengono alle cività dell'Africa, Asia Oceania e delle Americhe, con l'intento di diffondere la multiculturalità e  uno spirito di uguaglianza tra i popoli.


In questi giorni e fino al 3 giugno, il museo ospita la mostra Exhibitions : L'invention du sauvage (Esibizioni: l'invenzione del selvaggio). Si tratta di un lungo itinerario, ricco di foto, video (film che risalgono alla seconda metà del XIX secolo firmati: Fratelli Lumières) e testimonianze sulle conseguenze «mondane» della colonizzazione occidentale. 


Le esposizioni universali, le fiere e i circhi (come il Barnum) divennero i contenitori ideali e reali di un'attrazione nuova per il pubblico smaliziato (ma neanche troppo) dell'Europa benestante.

 

Le attrazioni erano costituite da persone appartenenti a tribù di zulù e/o pigmei trapiantati in massa in Francia, dentro riserve che assomigliano fin troppo a degli zoo. Oppure a gruppi di 3-4 uomini obbligati a saltellare con le catene alle caviglie e prendendo al volo brandelli di carne cruda (un po' come le foche)... Non di rado si vede la frusta, agitata in pubblico perloppiù come minaccia, anche se nel diario di una delle tante attrazioni di Amburgo, un Inuit (cioè un Eschimese), cristiano, vengono raccontati i tormenti cui lui, la sua famiglia e altri membri dello zoo umano sono sottoposti (tra cui, le frustate).  Nel giro di 4 mesi, perderà sua moglie e sua figlia, falciate da malattie banali, ma sconosciute e letali al popolo inuit. Nemmeno un anno dopo, sarà morto anche lui.




Ma non ci sono solo le popolazioni sottomesse dai colonizzatori a fare le belle statuine nelle varie esposizioni. Non c'è solo la ben nota e triste storia della Venere ottentotta (clicca qui). Tra il "materiale" esibito ci sono anche le persone nate con deformità. Ricorderete tutti il celebre film di David Lynch Elephant Man (1980) (qui di seguito una riproduzione dell'elephant man esibito nei circhi). E così tutta una serie di persone affette da nanismo e da gigantismo, di fratelli siamesi, di aberrazioni fisiche, di donne barbute, di esseri completamente ricoperti da peli lunghissimi (si vedono solo gli occhi), di persone tagliate a metà, etc.

C'è molto voyeurismo in noi, anche in noi che andiamo a vedere questa mostra, non bisogna nasconderselo. 

Alla fine di questa sconcertante (perlomeno per i più giovani) mostra, dopo aver visto tanti filmati (tutta una sezione è dedicata agli Indiani d'America, i pellirosse), c'è un'ultima sala in cui il visitatore viene interpellato sulle varie discriminazioni di oggi: testimonianze varie (e di vario tipo), immagini di persone di oggi a grandezza naturale, che chiedono a noi se sotto sotto non siamo razzisti davanti a un nero, un arabo, un nano (brutta parola, cui il francese cerca di porre rimedio con l'espressione personne de petite taille), un transessuale, una coppia gay, una donna grassissima...

E sulla domanda: E tu, tu come sei? Credi davvero di essere tanto diverso dai colonizzatori di 110 anni fa?, usciamo dalla mostra.





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Per raggiungere il museo: 
métro 9 ALMA-MARCEAU
bus 72




martedì 20 dicembre 2011

L'arte naïf di quella che un tempo era la Jugoslavia

Dragan Mihaijlovic (1950)
Questo post è dedicato ai pittori d'arte naïf di una Jugoslavia che fu e ha come testo di riferimento un libro di 84 interviste qui in lingua francese curato da Nebojša Tomašević dal titolo L'Art naïf en Yougoslavie, edito in Belgio e stampato in Italia; non reca né il nome del traduttore né l'anno di pubblicazione (un piccolo 1975, senza il logo del copyright, compare in basso a sinistra in una pagina del libro). 
Tutto quanto scriverò sarà frutto [da me tradotto in italiano] della lettura di questo testo. Alla scuola di Hlebine, accennavo tre anni fa, ma velocemente, qui.
 * * *



Franjo Mraz
Tutto nasce  quando quella terra si chiama ancora Jugoslavia, a Hlebine, un villaggio croato a nord-est di Zagabria, verso l'Ungheria. Tutto nasce attorno ad alcuni pittori autodidatti: Ivan Generalić (1914-1992), Franjo Mraz (1910-1981), Mirko Virius (1889-1943) e Janko Brašić (1906-1994) per primo in Serbia. La scuola di Podravina (o di Hlebine, a seconda che si scelga la regione o il nome del villaggio) vede concentrarsi ben presto in una zona croata un gran numero di pittori autodidatti, agli inizi degli anni Trenta del secolo scorso. 

Nel 1975 si sfiorano le 700 unità di pittori, tra contadini e operai, imbianchini, fattori e giardinieri, mugnai, pescatori e pensionati d'ogni sorta. Prima degli anni Trenta, tuttavia, questa gente dipingeva già (qualcuno inizia da bambino) oppure faceva altre attività creative di tipo artigianale, del genere folkloristico, ma lo teneva nascosto, come fosse un vizio, scrive l'autore del testo in questione. Perché allora a un certo momento, comincia a fiorire e a farsi conoscere tale arte fuori di casa?
Franjo Mraz
Da questa domanda scaturiscono le 84 interviste del libro. 

Il territorio è fertile: «si fa fatica ad  immaginare un agricoltore britannico o americano che si dia alla pittura, dedicando cuore e anima a un'attività artistica, come faranno i pittori-contadini in Jugoslavia», poiché l'arte popolare riesce difficilmente a sopravvivere in Paesi fortemente industrializzati come possono esserlo le società anglofone, ove la produzione e la meccanizzazione finiscono per indebolire i legami che uniscono il contadino alla sua terra.
Mirko Virius
Ivan Generalic
È bene che si sappia: i popoli della ex-Jugoslavia hanno sempre accordato un'importanza grandissima alla poesia, alla natura, al contatto pudìco e incontaminato con le cose. C'è un'anima profonda, una spiritualità insita nei suoi popoli che ignora il materialismo più ancorato. E questo non lo dice il libro, lo dico io che ho trascorso qualche anno in quei luoghi.

Ma torniamo agli anni Trenta. Tutto ha inizio da una protesta sociale dei giovani di Hlebine, «villaggio adagiato su una pianura soggetta alle inondazioni» che si estende nella regione  croata della Podravina, cioè «intorno alla Drava», affluente del Danubio. I contadini-pittori espongono - attraverso la pittura  - la loro protesta «all'ingiustizia sociale e agli oneri economici» dell'epoca. Qualcuno continuerà a conoscere per tutta la vita un'esistenza di stenti e di sofferenze, come Mirko Virius - cupo dilettante di campagna - che troverà la morte nel campo di concentramento nazista di Zemun [Tomasevic sottolinea che l'artista verrà fucilato dall'occupante tedesco (Zemun si trova alla periferia di Belgrado). Non ho trovato conferma altrove]. 

Gli altri due capifila della scuola sono, come detto, Ivan Generalic (diverranno pittori famosi anche suo figlio Josip e suo nipote - il figlio di Josip - Goran) e Franjo Mraz.
I. Generalic
Ivan Generalic è rimasto a Hlebine,  «la fonte da cui [ha] continua[to] ad attingere la sua ispirazione» e ha rappresentato l'amico Virius morto, su di un prato verde con gli occhi bendati, circondato da ceri accesi e dal gallo di Podravina, «ornamento d'obbligo d'ogni fattoria della regione». Si nota, ma solo in un secondo momento, che la cinta di protezione del prato in realtà non è altro che filo spinato (quello del campo di concentramento dove morì Virius). 

A dire il vero, nell'intervista che rilascia, Generalic racconta che all'inizio non fu bene accolto come pittore nel suo villaggio. Il fatto è che non sapeva ben dipingere la gente, sicché - sbagliando le proporzioni - dipingeva persone con mani enormi e piedi piccolissimi, e case che sembravano sul punto di crollare. Però pittori importanti lo invitavano e ciò spingerà Ivan a sentirsi rafforzato nella sua opera. Opera che veniva pagata pochissimo, 50 - al massimo 100 - dinari, comunque (afferma che) era  una buona somma per lui che proveniva da una famiglia poverissima.

La fama di questo pittore oltrepassa i limiti nazionali per estendersi oltre l'Adriatico e la pianura pannonica: Generalic è il più famoso rappresentante dell'innocenza e dell'ingenuità pittorica del suo Paese.

Martin Jonas
A differenza di Generalic, non si fa problema di proporzioni smisurate - anzi le utilizza per farne un marchio personale di originalità - il serbo (di famiglia slovacca) Maritn Jonas (1924-1996). Senonché la sua pittura riconoscibilissima è anche fortemente segnata da una sensualità priapica, come può facilmente rilevarsi dal quadro qui riprodotto.
Franjo Filpovic



Dopo la guerra e la rivoluzione, nella nuova società i contadini-pittori trovano il modo di uscire dalla loro condizione di quasi analfabetismo [il termine corretto è illettrisme, in it. analfabetismo funzionale], ma pèrdono anche quella loro «beata solitudine».

Generalic è pittore che incoraggia altri paesani a esprimersi attraverso la pittura. Tanti altri campagnoli - evidentemente talentuosi - seguiranno il suo esempio e adotteranno la tecnica della pittura a olio su vetro (la pittura sottovetro) di grande brillantezza.

Ivan Rabuzin

Ma non tutti provengono da Hlebine: Ivan Rabuzin è di un villaggio non lontano da Varazdin (sempre ai confini con l'Ungheria). Inizialmente operaio, dipinge nel tempo libero, perché deve pur mangiare. Per lui il colore è «un'esperienza emozionale».  I suoi quadri sono assolati e i toni sono quelli del pastello, senza ombre, in un ottimismo esistenziale che indica nella natura il luogo della felicità. 

Janko Brasic
Ecco che anche nell'altra parte (all'epoca) della Repubblica Federale di Jugoslavia, nel villaggio di Oparic, in Serbia, in una zona montagnosa, si afferma un fattore che dipinge da quarant'anni, Janko Brasic. Autore di ritratti psicologici, rileva l'autore del nostro libro di riferimento, ma anche di combattimenti tra Serbi  e Turchi che evocano sempre «la fase della battaglia in cui i Serbi erano vincenti», come si rileva dall'immagine qui affianco.

Martin Paluska
E poi ci sono i contadini-pittori del villaggio slovacco di Kovacica, a 50 km da Belgrado, con  Jan Knjazovic, Martin Jonas, Mihajlo Bires e a capo di tutti, il mugnaio Martin Paluska, che dipinge da sempre, da giovanissimo,, dipingendo per istinto, senza tenere eccessivamente conto di quel che ha realizzato.Ma quel che più conta per lui - dice nell'intervista - è l'appoggio e l'entusiasmo che la gente di Kovacica ha sempre epresso nei confronti della sua pittura e di quella degli altri pittori del villaggio. E così, ogni giorno - dopo il lavoro al mulino - restano ancora 4-5 ore per dipingere. E confessa che mano a mano che invecchia, predilige il buon tempo andato, sicché rappresenta i costumi antichi, la moda di un tempo, i matrimoni tradizionali.

Anujka Maran
Spostandoci ancora di villaggio in villaggio, giungiamo a Uzdin, distretto del Banato, zona della Voivodina, verso la frontiera rumena. E infatti qui la popolazione è in maggioranza di origine rumena. E qui ci sono anche contadine-pittrici autodidatte di notevole pregio, tardive come per esempio Anujka Maran (1918-1983) che ha iniziato a 40 anni e che dipinge gli abiti rumeni (e li tesse, anche), che racconta una storia in ogni suo quadro, ma è una storia triste, che racconta con amore  le storie che dipinge e ama sopra a tutto i cavalli: memorabile il suo Cavallo rosso, 1963 (collezione privata).



Tutti questi artisti, questi agricoltori pittori, vagheggiano una nostalgia del passato rurale e lo rappresentato in maniera idilliaca, «sentimento che riflette in un certo qual modo il conservatorismo innato dei contadini», scrive Tomasevic. Vedono i miglioramenti che il progresso ha apportato nelle loro vite, ma sentono ancor più forte il dolore per la perdita delle pratiche tradizionali, dei costumi ancestrali e perciò fissano tutto ciò - per sempre - sulla tela.

Ivan Lackovic
Alcuni di loro sono andati a vivere in città (Zagabria o Belgrado), ma la materia del loro dipingere è rimasto il paesello. Citiamo il postino Ivan Lackovic (1932-2004) che è diventato zagabrese ma che raffigura i paesaggi della sua Podravina in maniera lirica, tranquilla e particolarmente malinconica nel crepuscolo invernale.

«Sotto ai tetti innevati delle capanne contadine, le finestre illuminate brillano nell'oscurità e le luci pacate sembrano suggerire l'idea che all'interno di quelle umili dimore la gente vive un'esistenza piena di concordi e di perfetta felicità».

Zuzana Halupova
Un altro senso  è quello di Franjo Mraz, tra i fondatori dell'art naïf nei territori della ex-Jugoslavia che pur essendosi trasferito a Belgrado è rimasto fedele ai temi della campagna. Ci spostiamo di zona e le cose non cambiano: Pol Homonaj è andato a vivere a Novi Sad, il macedone Vangl Maumovski si è stabilitp a Ochrid e Djordje Sijkavic a Skopje, ma «le folle, i rumori cittadini sembrano non aver destato alcuna eco nelle loro coscienze; la loro opera li riporta sempre nei verdi pascoli e nei frutteti in rigogliosa fioritura».


Zusana Halupova
Vorrei terminare questa prima parte dedicata all'arte naïf serbocroata (ma anche di minoranza slovacca, rumena e macedone), dedicando qualche parola e immagine alle donne. Per esempio, Zuzana Halupova (1925-2001), contadina - e si vede - che dipinge con gaiezza la sua vita, e dipinge con amore i bambini e gli animali da cortile e tutti i personaggi hanno i suoi occhi (nel colore e nella forma) e tutti sembrano se non felici, perlomeno contenti della loro vita.
Ljubica Hladnic-Mikova
Ma penso anche a Ljubica Hladnic-Mikova che dipinge dalla prima infanzia e dipinge olio su vetro. Qui un dipinto che esprime una maternità brillante ma non del tutto rasserenata. Il momento idilliaco è un isolotto che separa la madre e il figlio dal resto del mondo, cristallizzandolo fuori dalla coppia.

Termino per ora con la pittrice Ana Oncu (1932-), di origine rumena. È una contadina che ha iniziato tardi, scoprendo la pittura della cognata, Marija Balan. Ama dipingere i pastori, le pecore, i campi, i costumi nazionali, le guardiane delle oche, particolarmente durante la stagione della primavera. E se le si chiede che cosa ne fa del denaro che ha ricavato dalle vendite dei suoi quadri, risponde senza esitare: «Li metto in banca. Spendiamo il denaro che guadagna mio marito. Io economizzo i miei soldi per mia figlia. Quando ero una ragazza dell'età di mia figlia, eravamo in sei in casa e mi era impossibile comprare degli abiti; perciò desidero che mia figlia possa farlo. Voglio che prosegua gli studi. Nostra figlia ha 13 anni [...] e desidero che abbia una vita diversa dalla mia, che non diventi una casalinga, che non debba lavorare alla fattoria. Voglio che sia istruita, allora, conoscerà una vita migliore della mia».

Sì, ma forse non diventerà mai una pittrice, dico io.



















* * *

Prima ancora che a Hlebine e all'arte dei contadini in sé - questo mio è un omaggio al museo di arte naïf di Zagabria (Hrvatski muzej naivne umjetnosti) dove talvolta trascorrevo il mio tempo, in contemplazione, e a una riproduzione di Ivan Generalić, Dvrosjece, [Tagliaboschi] che tengo appeso - ben in vista - a un muro del mio salotto italiano.

Ivan Generalic, Dvrosjece (1959)
AVVERTENZA: Le foto sono tratte dai blog croatiannaiveartinfo.blogspot.com e serbiannaiveartinfo.blogspot.com. Molte delle loro immagini sono tratte dal libro di Tomašević.



lunedì 19 dicembre 2011

La storia delle poete della Compagnia delle Poete


Per chi volesse saperne di più, sulla storia della Compagnia delle Poete (cui ho l'onore di appartenere) e sulle poete stesse, può leggere l'articolo di Helena Paraskéva, anch'ella poeta della Compagnia, riguardante una serie di interviste e pubblicato nel numero di dicembre 2011 dall'Osservatorio Romano(*), con il titolo Al crocevia di poesia e migranza: la Compagnia delle Poete (clicca qui).


La nostra Compagnia di donne poete avanza un passo dopo l'altro, con cautela e fermezza. Nella gioia.

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(*) Osservatorio Romano sulle Migrazioni, inserto annuale dell'Osservatore Romano.