lunedì 7 febbraio 2011

Il mio nuovo libro è stato appena pubblicato

Jacqueline SPACCINI, La polvere d'ali di una farfalla. Scrittori «femministi» del XVIII secolo: Choderlos de Laclos e il suo trattato sull'educazione delle donne, Roma, Aracne editrice, 2011,  137pp, 10€00  ISBN 9788854838260 
L'illustrazione in copertina, La luna e la dama, è una fotocomposizione grafica di Mariagrazia Gaion (da un soggetto di Élisabeth Vigée-Lebrun)


Disponibile fin d'ora via internet (ibs, clicca qui). Per avere una copia omaggio per una recensione su rivista cartacea oppure elettronica, rivolgersi al sito dell'Aracne editrice (clicca qui).

Dalla quarta di copertina:

Nel 1783 l'Accademia di Châlons-sur-Marne indice un concorso su «i mezzi migliori per perfezionare l'educazione delle donne». Il capitano comandante dei cannonieri, Choderlos de Laclos, che l'anno prima aveva pubblicato le Relazioni pericolose, il romanzo-scandalo che gli varrà gloria imperitura, decide di rispondere al quesito con un trattato che lo terrà occupato per vent'anni. 

Prima di lui anche Fénelon, Diderot e Rousseau, tra gli altri, si erano cimentati a scrivere sulle donne. 
Ed è a partire da tali scritti, e dal confronto serrato tra il suo L'educazione delle donne e l'Emilio rousseauiano, che questo saggio si snoda, scoprendo che la frase di Diderot (per scrivere sulla donna occorrerebbe intingere la penna nella polvere delle ali di una farfalla) è un proposito sentimentale lontano dalla condizione femminile di quel tempo.

venerdì 28 gennaio 2011

Il luogo che è quel luogo, il nostro luogo

photo by Rossella Gigli ©www.freshplaza.it

Un luogo non è mai solo "quel" luogo. quel luogo siamo un po' anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati. Ci siamo arrivati il giorno giusto o il giorno sbagliato, a seconda, ma questo non è responsabilità del luogo, dipende da noi. Dipende da come leggiamo quel luogo, dalla nostra disponibilità ad accoglierlo dentro gli occhi e dentro l'animo, se siamo allegri o malinconici, euforici o disforici, giovani o vecchi, se ci sentiamo bene o se abbiamo il mal di pancia. Dipende da chi siamo nel momento in cui arriviamo in quel luogo.

Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Milano, Feltrinelli, 2010

giovedì 27 gennaio 2011

Chi è per davvero cieco?

Tiresia incontra Odisseo

*TIRESIA: Tu sei giovane, Edipo, e come gli dèi che sono giovani rischiari tu stesso le cose e le chiami. Non sai ancora che sotto la terra c'è roccia e che il cielo più azzurro è il più vuoto. Per chi come me non ci vede, tutte le cose sono un urto, non altro.

Cesare Pavese, «I ciechi» da Dialoghi con Leucò (19)
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*Tiresia è un indovino della mitologia greca, ricordato per essere stato uomo e donna (per sette anni). Cieco a causa della collera della dea Hera (Giunone, la moglie di Giove) per una sua rivelazione.

sabato 4 dicembre 2010

Lampioni, lampade e urinali nella Parigi di Haussmann

photo by ©Bruno Monginoux (http://www.photo-paysage.com/)

Oltre vent'anni fa, mi occupai del barone Georges-Eugène Haussmann in un lungo articolo che mescolava urbanistica e letteratura nella rievocazione dei cambiamenti conosciuti da Parigi all'epoca in cui Haussmann dava inizio ai lavori (1852) e Baudelaire scriveva i suoi Petits Poèmes en prose (1855-1864), meglio conosciuti con il titolo di Le Spleen de Paris. Baudelaire non conoscerà per intero la Parigi trasformata, giacché muore nel 1867, tre anni prima della fine dei lavori haussmaniani.


 
Torno oggi a parlare di Haussmann, sia pure di sfuggita, occupandomi di quello che in francese si chiama le mobilier urbain, vale a dire l'arredo urbano comprensivo di lampioni, balaustre, cancelli, ma anche panche panchetti e panchettini, cestini dei rifiuti, segnaletica, targhe stradali, pensiline, e urinatoi installati all'interno di uno spazio cittadino come servizio offerto alla collettività.

Non dimentichiamo che le cattive condizioni igieniche in cui versava la città non erano l'unico suo problema. Ad esempio, ce ne erano altri riguardanti  la sicurezza, il confort, lo svago.

la rue Jardinet 1865 by www.jwinspiration
Haussmann raddoppia (a volte triplica, quadruplica) la larghezza delle vie, aggiunge marciapiedi. Delega allora all'architetto Gabriel Davioud l'incarico di organizzare l'arredo urbano. 
Per quanto concerne l'illuminazione (a gas), Parigi vede spuntar come funghi i lampioni (réverbères ou lampadaires) che consentono di vedere le vie notturne della città come se si fosse in pieno giorno. Per accendere lampioni e consoles (i lampioncini sospesi, concepiti per le vie strette) c'è l'allumeur (non quello del Petit Prince di Saint-Exupéry), ormai il gas è canalizzato.Oltre cento modelli vengono realizzati.


Abbiamo detto l'igiene.  In quella pubblica, ci rientrano anche i "bisogni fisiologici". In Italia abbiamo avuto i cosiddetti Vespasiani, smantellati definitivamente verso la fine degli anni '70 del XX secolo. Anche in Francia les Vespasiennes (anche a 8 posti) verranno sostituite - nome femminile in francese -  suppergiù nello stesso periodo dalle sanisettes (anche se forse qualche orinatoio è sfuggito allo smantellamento). Haussmann fa costruire i cosiddetti chalets de nécessité detti anche cabinets d'aisance (quest'ultimi assomigliavano a delle cappelle).

Pensare che quand'ero giovane raccapricciavo alla vista di cose del genere, considerandole barbare. E poi l'anno scorso ad Amsterdam, ho visto questi:

Amsterdam 2009 photo by Jacqueline Spaccini©2009


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Tutte le informazioni sono tratte (e da me tradotte) da:


Auteurs : P. de Moncan - C. Heurteux
Titre : Le Paris d'Haussmann
Présentation : Beau livre relié
Couverture : Cartonnée sous jaquette
Illustration : Plus de 200 illustrations couleur
Format : 240 x 310 mm
Nombre de pages : 234
ISBN : 9782907970563
Éditeur : Éditions du Mécène (Paris)
Parution : 2002

sabato 27 novembre 2010

Friedrick Overbeck : ITALIA e GERMANIA. Il mito dell'Italia con gli occhi di un pittore tedesco


Friedrick Overbeck, Italia e Germania (titolo originario: Sulamith und Maria), 
1811-1828
olio su tela, 94 x 104 cm, Monaco di Baviera, Neue Pinakothek


Lezione per gli studenti di M2 
Cominciamo a vedere come si può descrivere un quadro. Naturalmente inizieremo dai dati più esterni, dai dati obiettivi.

Ecco le consegne:

1. Raccogliere informazioni sull'autore di questo quadro, F. Overbeck.
2. Chiedersi (e cercare risposta) sul perché il titolo originario sia stato modificato (può essere ininfluente, ma occorre documentarsi).
3. Verificare a quale corrente pittorica appartiene l'autore della tela (se appartiene a una corrente pittorica).
4. Il soggetto (e il titolo) del quadro fa capire che è una metafora pittorica riguardante l'Italia e il mito che di essa si aveva.
5. Chiedersi (e cercare di dare una spiegazione) perché è un tedesco che raffigura metaforicamente su una tela l'Italia (cfr. biografia del pittore)
6. Parlare del mito dell'Italia per chi non è italiano, inquadrando il discorso nell'ambito dell'Ottocento.
7. Dopo aver reperito le informazioni e trovato le risposte, scrivere. Se le risposte non sono state trovate (perché impossibili a trovarsi), fornire una propria ipotesi.



Inizio io, dandovi qualche indizio.



Il mito dell'Italia

Non esiste solo la letteratura, come arte rappresentativa e/o militante.
Sul piano del mito, per quel che è dell’arte figurativa, vorrei esporre la visione dell’Italia – visione idealizzata – quale la intendono i tedeschi che appartengono al gruppo chiamato per dispregio i nazareni[1]. Vedremo in un secondo momento qual è la visione dell’Italia per gli italiani del periodo neoclassico, quello che precede il romanticismo e i moti insurrezionali.
Dicevamo i tedeschi (uso anacronisticamente il termine) e l’Italia. Penso a due quadri dipinti nel primo decennio del XIX secolo, uno, di Franz Pforr[2], ha per titolo Sulamite e Maria (1811) e l’altro di Friedrich Overbeck[3], ribattezzato Italia e Germania (1811-1828). Entrambi i dipinti evocano in forma antropomorfa le due culture, quella italiana e quella teutonica, secondo i canoni romantici. Ma mettiamo da parte il quadro di Pforr (cui comunque invito a dare un’occhiata sui libri d’arte) e occupiamoci soltanto di quello di Overbeck.
Al di là dello stile tipico dei nazareni tedeschi che «medievalizzano» (quarant’anni prima dei preraffaelliti inglesi), e per tecnica e per soggetti le loro tele, è rilevante notare come si configuri, per un nordico, l’essenza di ciò che evoca l’italianità. 

Ecco allora che nella figura femminile (Italia non può che essere donna) di sinistra, ritroviamo idealizzati (anche se teutonicamente rigidi) alcuni caratteri «connotanti» la mediterraneità: bruna di capelli, ha una treccia raccolta a corona attorno al viso, un sottile cerchio rosso e foglie di alloro incorniciano il volto pudico e composto, quasi raffaellesco, di Italia. Gli abiti che indossa ricordano quelli delle madonne del Perugino e del Pinturicchio. Lo sguardo della fanciulla Italia è abbassato, sommesso, simbolo di armonica bellezza; la mano sinistra è posta sul grembo e quella destra – in pegno di amicizia (e fors’anche di abbandono, di affidamento) – è offerta alle (e trattenuta dalle) mani dell’altra giovinetta, Germania. 

Le figure sono talmente ravvicinate tra loro che quasi non si scorge paesaggio dietro il profilo delle due, complice una ciocca scomposta che sfugge alla corona di trecce della soave e timida Italia. Ai lati, invece, e precisamente a sinistra della spalla della giovane, scorgiamo un paesaggio che si vorrebbe mediterraneo e lo sarebbe se il pennello non fosse pur sempre teutonico. Le cime delle montagne evocano i paesaggi leonardeschi e il particolare della rovina-castello che sta in mezzo a quello che più che un mare parrebbe essere un lago mi induce a pensare che si tratti del Lago Maggiore. Gli alberi non sono stilizzati, né in senso medievale né in quello solitamente italianizzante (si pensi a certi quadri “italiani” di Poussin); una macchia verde scuro quasi informe che fa da sfondo a una sorta di chiesa minimale, come solitamente non sono le chiese italiane (ma ovviamente i nazareni, ricercano le chiese del Basso Medioevo e del primissimo Rinascimento).

Quanto a Germania, che qui mi interessa meno, dirò velocemente che la sua figura appare complementare: i capelli della seconda fanciulla sono color del miele, con lunghi boccoli disciplinati che scendono sul petto; la coroncina è di mirto, l’abito verde. Il manto rosso sembra un drappo che fugge verso la destra della tela. Un muro di mattoncini delimita verso destra lo spazio che è riempito da un villaggio aguzzo stretto da quelle che immaginiamo essere viuzze tedesche. Sebbene i centimetri di pelle esposta allo sguardo alla fin fine sembrano essere gli stessi, si ha come l’impressione che la fanciulla Germania sia più coperta e comunque il suo abito è più pesante con anche una pelliccetta a bordarle le spalle. E se Italia è silenziosamente assorta, Germania sembra parlarle e confortarla in un alito di dolce intimità.

Ho reso bene l’idea del mito del Nord che ama il Sud, e di come il Nord (la Germania) mitizza il Sud (l’Italia)? Quale ne siano le intenzioni, i clichés funzionano bene: chiunque osservi questo quadro dovendo individuare chi delle due fanciulle dipinte sia Italia e chi Germania non nutrirebbe il benché minimo dubbio al riguardo. Non è vero?

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[1] I Nazareni, cfr. per un'informazione rapida:  http://it.wikipedia.org/wiki/Nazareni

[2] Franz Pforr (1788-1812) è un pittore tedesco. A Vienna, fonda insieme con Overbeck la confraternita di S. Luca nel 1809, l’anno successivo si stabilisce a Roma. Rappresentante dei Nazareni, ricorre al disegno gotico, senza ombre né modellato. Morirà ad Albano Laziale (presso Roma). Il quadro cui faccio riferimento è un olio su tavola, abbastanza piccolo (34 x 32 cm), si trova a Schweinfurt, in Baviera, e fa parte della collezione Georg Schäfer.

[3] Friedrich Overbeck (1789-1869) è un pittore tedesco. Negli ambienti viennesi, la sua arte – debitrice di Giotto e di Masaccio – non piace. Si stabilisce a Roma dove vivrà per il resto della sua vita, proponendo un’arte che rievochi quella dei primitivi italiani. Pittura malinconica, la sua.

©2010 Jacqueline Spaccini

lunedì 25 ottobre 2010

In omaggio a Vesna Parun, nel giorno della sua morte (25.10.2010)

Vesna Parun (1922-2010)


Per tutto ha colpa la nostra infanzia

Siamo cresciuti soli come piante
ed ora siamo esploratori
di contrade disertate dalla fantasia
ignorando l'obbedienza del male.

Siamo cresciuti per le strade
e con noi è cresciuta la nostra paura
degli zoccoli selvaggi che ci avrebbero schiacciati
e dei muretti dei campi che avrebbero diviso
la nostra gioventù.

Nessuno di noi ha tutte e due le braccia.
Due occhi indenni. Né un cuore
ove un grido non trovi riparo.

In noi entrava un mondo discorde,
feriva le nostre fronti
con il fragore delle sue verità omicide
ed il baccano delle stelle tardive.

Ci facciamo vecchi. E le fiabe vengono a noi
come un gregge una luce segue in lontananza.
E simili a  noi sono i nostri canti:
gravi* e tristi.


Vesna Parun, Za sve su kriva djetinjstva naša (Clicca sul titolo croato per consultare la poesia nella lingua originale)

Traduzione di Jacqueline Spaccini
Né sogno né cigno, Spring edizioni, 1999

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Nel libro avevo tradotto *appesantiti*

sabato 9 ottobre 2010

Insegnare, che passione!

Dedico questo post a tutti coloro i quali non hanno mai capito nulla dell'insegnamento, ne parlano dall'esterno e spesso e volentieri parlano a vanvera.

Grazie a Tiziana Jacoponi* autrice dell'articolo che segue, pubblicato sull'ultimo numero di FOCUS-IN (rivista italiana a Parigi):

Sono professore e me ne vanto…. 

 
(la prof.ssa e giornalista) Tiziana Jacoponi
Vorrei spezzare una lancia a favore degli insegnanti.
Vorrei cercare di rovesciare il punto di vista e parlare bene di chi lavora nella scuola. Parlarne male, lo fanno bene in tanti, del famigerato professore (la carogna del film "Notte prima degli esami"). A parlarne bene non ci prova nessuno: è assolutamente impopolare, siamo pazzi? Difendere i professori - noti fannulloni impreparati, sempre pronti a lamentarsi, categoria sociale riconosciuta solo o quasi elusivamente per le sue manchevolezze e mai per le sue innumerevoli prodezze.
Ovviamente, nessuno racconta mai del coraggio e della volontà che ci vuole per entrare in classe ed affrontare dai 25 ai 35 studenti che ti aspettano al varco. Se sbagli l’entrata in classe non è come a teatro, non puoi ripetere, sei condannato a vita e non potrai far loro cambiare idea. Credetemi molto peggio della cena di Natale con i parenti che si detestano….
Ammesso e non concesso che l’entrata in classe del prof sia un successo, rimane il punto nodale: come fare ad interessarli e farli segurie senza minacciare e senza urlare? Ripeto: sono tutti contro uno, anzi una, che deve saper dosare con maestria fermezza e simpatia. Ovviamente nessuno glielo ha insegnato, né le ha mai fatto vedere come si fa. Si impara sul campo e ogni giorno si modifica il tiro…
E non basta. Il professore deve sapere fare di tutto: deve essere performante, divertente, seducente, accattivante, anche sapiente, non troppo però altrimenti arriva puntuale - e cito testualmente - il “ e come mai fai la prof?”. Già come mai..
Missionari, se reinterpretiamo il concetto di missionario in modo laico, alias insegniamo senza essere consapevoli di aver la vocazione ad insegnare.
Sicuramente insegnare non è un mestiere socialmente rilucente, né tantomeno monetizzabile… Infatti si tace, o si omette di raccontare del tempo che si passa a correggere compiti, preparare lezioni, partecipare ad infinte riunioni di programmazione, per non parlare dei consigli di classe, in cui si viene puntualmente attaccati per non aver rispettato il programma o non aver valutato in maniera idonea lo studente … Nessuno inoltre mette mai in risalto le doti di ascolto che bisogna possedere per far fronte alla più disparate richieste, dall’essere un tuttologo dalal risposta pronta al diventare due secondi dopo una sorta di psicoterapeuta passando per l’infinita pazienza che ci vuole per ascoltare discorsi incoerenti e a volte sgrammaticati. Purtroppo nessuno racconta mai la gioia che si prova quando uno studente si entusiasma per le versioni latine o per gli autori classici o, ancora meglio, sa fare le equazioni e si pone quesiti scientifici pertinenti che non hanno niente a che vedere con l’ufologia o i misteri dei templari… Eh sì! Nessuno ne parla mai perché insegnare non è un mestiere per quelli che vogliono brillare o per quelli che ancora credono che solo attraverso la conoscenza, lo studio, la continuità si abbiano in mano le chiavi per accedere al mondo del lavoro.
Ma voi avete mai incontrato un professore affermare spavaldamente: sono professore e me ne vanto? Pensereste che sia un pazzo o un invasato o uno che non è ancora entrato in ruolo. Come fai a vantarti se ti mancano i mezzi, gli strumenti e i luoghi per fare dignitosamente il tuo lavoro?
Avete mai pensato alla determinazione necessaria per affrontare quotidianamente, minuto per minuto, critiche e consigli da chi di scuola non ne capisce niente a cominciare dai ministri della Pubblica istruzione o meglio della pubblica distruzione..
Ma quale altra categoria lavorativa riuscirebbe a sopportare un così pesante carico morale e sociale senza ribellarsi? Solo i prof e coloro che lavorano nella scuola che fanno miracoli (l’ultimo film di Mereu lo dimostra): non demordono mai, neanche di fronte agli attacchi costanti, agli stipendi ridicoli e la mancanza di prospettive di carriera… Non solo: malgrado tutto ogni anno la scuola rinizia e va avanti
Ho un sogno chissà? magari un giorno si avvererà, una singolare forma di protesta. A turno, un giorno per volta, usando il passaparola si fermano tutte le scuole materne, il giorno dopo le elementari, poi le medie e infine le superiori... quando un ordine scolastico non funziona gli altri funzionano… ad oltranza... e allora forse si affronterà in modo concreto il problema scuola.
Buon anno professore.


* Tiziana Jacoponi è stata docente di italiano presso l'università di Paris I - Sorbonne

lunedì 4 ottobre 2010

Quando c'era la speranza



OLTRE IL PONTE

di Italo Calvino e Sergio Liberovici
 
O ragazza dalle guance di pesca,
O ragazza dalle guance d'aurora,
Io spero che a narrarti riesca
La mia vita all'età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l'altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent'anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l'amore.
Silenziosi sugli aghi di pino,
Su spinosi ricci di castagna,
Una squadra nel buio mattino
Discendeva l'oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
Ad assaltar caposaldi nemici
Conquistandoci l'armi in battaglia
Scalzi e laceri eppure felici.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l'altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent'anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l'amore.
Non è detto che fossimo santi, 
L'eroismo non è sovrumano,
Corri, abbassati, dài, balza avanti,
Ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
Dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
L'avvenire d'un mondo più umano
E più giusto, più libero e lieto.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l'altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent'anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l'amore.
Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
Che non sanno la storia di ieri.
lo son solo e passeggio tra i tigli
Con te, cara, che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
Quelle nostre speranze d'allora,
Rivivessero in quel che tu speri,
O ragazza color dell'aurora.
Avevamo vent'anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
Vedevam l'altra riva, la vita,
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
Tutto il bene avevamo nel cuore,
A vent'anni la vita è oltre il ponte,
Oltre il fuoco comincia l'amore.





(Grazie ad Antonella B., l'amica ritrovata)
  

e GRAZIE anche a Bartleboom

domenica 3 ottobre 2010

Alan Zamboni, L'ultimo quadro di Van Gogh (recensione)

Alan Zamboni, L'ultimo quadro di Van Gogh, Infinito edizioni, 2010 (corredato da un CD musicale inedito), 15€. Prefazione di Pablo Echaurren. Introduzione di Roberto Bernardo. Postfazione di Ennio Calabria. Precisazioni di Alan Zamboni.  ISBN 978 88 89602 737


Il mistero Van Gogh

Ci sono giovani che hanno le idee ben chiare. Come per esempio Alan Zamboni. 
Il quale scrive un libro, che assomiglia a un romanzo, sull'amore che le persone portano all'arte, sull'amore che le persone portano ad altre persone, sull'amore in absentia.

Perché il protagonista di questo romanzo è assente. Voglio dire, non è presente in carne e ossa (dovrei dire in carta e inchiostro), e a un tratto è già morto, suicida. Parlo ovviamente di Vincent Van Gogh. Son gli altri che lo fanno vivere, pulsare lungo tutto il testo. Gli altri, il fratello Theo, la cognata Johanna, il rivenditore di tele e colori le père Tanguy, e persino la piccola Adeline  Ravoux (di cui non dirò nulla per non guastare il gusto della sorpresa finale). 

C'è un fil rouge che tutto tiene ed è il narratore senza nome, senza vero spessore, perché serve solo a narrare la ricerca di un misterioso quadro, l'ultimo di Vincent. Ma non è un giallo. E non c'è pathos.
C'è un'infinita tenerezza, tuttavia.



photo by  ©Jurjen Drenth (flickr.com)
Questo libro è innanzitutto un percorso.  Ed è probabilmente il risultato di una lettura approfondita delle lettere e/o di uno scritto coevo a Van Gogh sull'ambiente dell'epoca (ci sono fin troppi riferimenti precisi a luoghi e cose che non esistono più). Non è una critica negativa, la mia. Al contrario.

Consiglio la lettura di questo libro di Zamboni a tutti coloro che volessero entrare nel mondo del pittore olandese: è ricco di aneddoti, di particolari, cerca di spiegare la grandezza della sua pittura che all'epoca non doveva apparire tale - un po' come accadde al Ligabue italiano (Antonio, ovviamente). 

A chi come me conosce bene quanto sopra, farà piacere il bell'italiano dell'autore; un po' meno quel suo dover tutto giustificare. Quel desiderio di completezza. Garantisco che non ce n'è bisogno: il lettore capisce tutto anche senza spiegazioni dappertutto. E poi lasciamolo cercare un po' anche da sé, il lettore, no?


photo by ©Jacqueline Spaccini


Ho ascoltato il CD annesso per ultimo. Belli  tutti i brani strumentali, particolarmente evocativo il brano n. 14 (ma mentre lo scrivo, già faccio torto ad altri brani: il 2, l'8, il 16). Suggestivamente calda la voce (umana e strumentale) di Angel Galzerano. 

E insomma, bravo, Alan Zamboni, bella idea: ascoltando il cd sono tornata alla pioggia di un anno fa, quando mi trovavo ad Amsterdam e ripensavo alle belle lettere di Vincent, scritte in un francese pressoché perfetto, tutte piene dei suoi disegni. Così sicuro, lui, della sua arte e di quel che voleva fare.

Un po' come l'autore di questo libro.

[Jacqueline Spaccini, Saint-Cloud, le 3 octobre 2010]

photo by ©Jacqueline Spaccini


mercoledì 29 settembre 2010

Aveva il viso di pietra scolpita (Recensione di Silverio Novelli per la Treccani)

Pavese, le parole ineluttabili

di Silverio Novelli
Treccani.it




Sessant’anni fa, il 27 agosto del 1950, lo scrittore Cesare Pavese si suicidava (sonniferi) in una stanza dell’albergo “Roma” a Torino. Aveva 42 anni. Una manciata di giorni prima, nella medesima estate, tragica, aveva vinto il Premio Strega con un trittico di romanzi brevi raccolti sotto il titolo del romanzo eponimo, La bella estate (pubblicato da Einaudi nel 1949). Nel fondo di una depressione devastante giacevano insieme pulsioni di morte e pulsioni di vita. Le seconde, per compensazione e sublimazione, avevano pur dato a Pavese negli anni la forza di intrecciare un serio legame con l’esistenza attraverso la scrittura. Le prime avevano precipitato motivi e nuclei tematici della sua opera letteraria nel pentolone ribollente dell’autodistruzione.



Pensiamo ai versi delle ultime poesie di Pavese, «le liriche di Verrà la morte, droga di intere generazioni di liceali» (Pier Vincenzo Mengaldo), specchio perfino ingenuo di un dolore congelato e lancinante: si giunge qui alla nuova sintesi della trascrizione simbolica della realtà esistenziale nella donna come universale approdo negato alla salvezza dell’uomo. Pensiamo al romanzo estremo, La luna e i falò (1950), nel quale la necessità del mito ulissesco del ritorno viene a coincidere con la necessità della parola romanzesca di darsi come linguaggio privilegiato in grado di dire «l’ineluttabilità del destino. Ripeness is all, la maturità è tutto, dice Pavese citando Shakespeare. La maturità dell’uomo finalmente, e con amarezza assoluta, consiste nel sapere che non c’è scampo al “vizio assurdo”. La vita viene trascritta ogni giorno come destino d’infelicità, senza possibilità di riscatto. In questo modo, secondo Toni Iermano, Pavese rientra «a pieno diritto nella cerchia dei grandi scrittori decadenti europei», nei quali il falò della poesia arde alto sulle ceneri di un’esistenza bruciata nel sentimento della sconfitta. Sconfitta che il ritorno, fallendo nel suo velleitario proposito di riappropriazione di un’identità perduta, finisce con l’accrescere e sancire senza scampo.



Quel viso di pietra scolpita



È molto interessante notare come percorsi laterali, itinerari periferici, vie poco battute, soggiorni appartati nell’opera e nella vita di Pavese possano dare frutti interpretativi originali e brillanti, approdare a conferme inusitate e, proprio per questo, stimolanti, se l’occhio dello studioso si concede allo scandaglio privo di pregiudizi, facendo tesoro della tradizione critica ma senza adagiarvisi (Pavese si presterebbe benissimo a menare e rimenare il viandante negli stessi loci communes). Insomma, il guadagno è netto, se non si rinuncia mai a sperimentare approcci e prospettive personali. È quanto accade nei veloci (alla lettura), densi e incisivi cinque saggi sull’opera di Cesare Pavese (così recita il sottotitolo), raccolti nel volume Aveva il viso di pietra scolpita (Aracne editrice, Roma 2010, pp. 135) da Jacqueline Spaccini, docente di Lingua e Letteratura italiana presso l’università di Caen, scrittrice, poeta e traduttrice (http://laboratoriodicriticadarteletteratur.blogspot.com/). Questo libro si è aggiudicato il Premio speciale saggistica Cesare Pavese 2010, assegnato ogni anno da una qualificata giuria internazionale nel corso di una cerimonia che si svolge presso la casa natale di Pavese a Santo Stefano Belbo (CN), dove ha sede il Cepam-Centro Pavesiano Museo Casa Natale (http://www.centropavesiano-cepam.it/).



Pratolini, il disamore e Clelia



Ripartito in capitoli, il volume allinea cinque saggi scritti dall’autrice in varie circostanze e comparsi in sedi diverse in un periodo che va dal 2002 al 2006.

I titoli danno immediatamente conto della pregnanza delle scelte dell’oggetto di studio da parte dell’autrice, oggetto che si qualifica, come già detto, per l’originalità degli angoli prospettici inquadrati.

Il primo capitolo si intitola La memoria ritrovata in Cesare Pavese. Riflessioni su La luna e i falò a confronto con Il Quartiere di Vasco Pratolini. Al termine del confronto tra alcuni passi-chiave dei due romanzi (scritti da autori grosso modo coetanei), collocati lungo l’asse di movimenti emotivi e ideologici simmetrici che si svolgono in direzioni divergenti quando non opposte, la particolare indagine induttiva eseguita dall’autrice porta alla conclusione che, per quanto riguarda l’ultimo romanzo di Pavese, «la pulsione di morte ha raggiunto il suo scopo [?] Questo libro regola tutti i conti col passato, il compito è assolto» (p. 32).

Nel secondo capitolo, intitolato La pregnante vanità di Colei che non ha posto. Riflessioni sulle «poesie del disamore», l’autrice è molto attenta nell’individuare la rete di petrarcheschi oggetti immobili che si stagliano nel ristretto cielo del disamore trasformato in poesia, campito sul telone di albe che non tornano. Dietro l’amore (mancato, finito, non nato, impossibile), l’autrice riconosce in Colei che non ha posto la poesia stessa, rovello di un Pavese che «si dannava di trovare una lingua “vera”, capace di erodere l’insondabile seppellito nel fondo dell’essere umano e di riportarlo alla luce, come uno zampillo di geyser» (p. 63).

Interessante e ricco di acute annotazioni è il terzo capitolo, «Triste solitario y final». I rapporti conflittuali tra ceti sociali e sessi nello sguardo di Clelia Oitana, ovvero la protagonista di Tra donne sole (il terzo romanzo del trittico che compone La bella estate, insieme col romanzo eponimo e con Il diavolo sulle colline). La donna conquisterà una sua forma di libertà, del tutto estranea alle dinamiche delle relazioni di genere e di classe e radicata, viceversa, in una individuale e idiotipica alterità dissonante (cita Spaccini, a p. 78, una frase rivelatrice, colta sulle labbra di Clelia: «il vero vizio era questo piacere di starmene da sola»). Un’alterità che permette alla studiosa di interpretare Clelia come proiezione narrativa dell’autore.



«La parrucca e i seni finti»



Si tratta di un’interpretazione che Spaccini ribadirà, nel quarto capitolo, ricordando l’analisi che della figura di Clelia fa l’allievo prediletto di Pavese, Italo Calvino, nel momento in cui recapita al Maestro, sotto forma di epistola privata, la propria analisi di Tra donne sole, appena letto in forma manoscritta: «quella donna […] fin da principio si capisce che sei tu con la parrucca e i seni finti» (p. 84). Il titolo del quarto capitolo è Lo specchio, quando s’è spezzato. Calvino che revoca Pavese e ricostruisce con lucida attenzione, attraverso il montaggio e l’esteso commento di fonti documentali (scritti di Calvino, brani tratti da conferenze e interviste), il lungo, lento e laborioso distacco maturato da Calvino rispetto allo scrittore, letterato (cioè «intellettuale a tutto tondo», p. 85) e uomo Cesare Pavese: mentre Calvino «si proietta estroversamente verso il mondo […] Pavese invece si muove introversamente verso l’Io» (p. 107); mentre Pavese sembra essere letto dai più come scrittore che ha dato la stura a motivi fortemente autobiografici, Calvino ci tiene a mostrare, «anche quando è autobiografico», che «non è mai intimo: il suo è il talento di chi sa gestire la propria immagine, anche nel privato, costruendo un Io sociale per coloro che lo ascolteranno ed un Io creatore per coloro che lo leggeranno» (p. 110). Questo capitolo permette anche di leggere in filigrana l’evoluzione del rapporto tra intellettuale e impegno ideologico-politico (e, in subordine, tra scrittore e realtà storica coeva) nel Secondo dopoguerra italiano.

Nel’ultimo capitolo, Se non ora, quando? Cronaca di racconti tralasciati, Spaccini si dedica alla ricerca di «un punto in comune» tra i sei racconti pavesiani rimasti inediti (perché fermi allo stadio di manoscritti e minute) fino all’edizione einaudiana del 1994. «[D]opo una profonda analisi induttiva» (p. 116), Spaccini individua tale punto «nel trascorrere di vite che si dibattono per trovare un senso profondo al loro esistere, che non trovano altresì conforto nel mondo in cui si muovono, grigio, monotono, banale, solitario e ripetitivo» (p. 131). La conclusione dell’autrice è avvalorata da un’efficace investigazione intertestuale multitasking, condotta sia sul piano di una sorta di prossemica narratologica (gli spazi in cui si muovono protagonisti e comprimari dei diversi racconti, colti nella loro asfitticità o vaga evanescenza; il tempo atmosferico come scenario che indica la temperatura umorale/morale della storia), sia al livello di costruzione dell’identità dei personaggi (ricorso all’etopea, piuttosto che alla prosopografia): il tutto viene sondato allo staccio delle scelte lessicali e infine ricondotto entro un quadro di considerazioni strutturali sulla «tensione ritmica» e sulla «velocità della narrazione» (p. 126).

E in effetti sugli elementi ritmici nella prosa di Pavese insiste anche uno dei nostri più grandi studiosi della lingua letteraria, Pier Vincenzo Mengaldo: senz’altro in Pavese il ritmo, l’apparato sintattico-retorico, il «traliccio di iterazioni prossime o a distanza», la «rete di metafore, spesso di tipo sessuale e comunque ossessive», la «reiterazione» che converte in «enunciati simbolici» parole e immagini, e «una dialettalità interiore che rifiuta forme locali» (quest’ultima riflessione è di Maurizio Dardano) sono frutto di scelte consapevoli per cui «la prosa assume programmaticamente un ritmo poetico».



Silverio Novelli


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