lunedì 25 maggio 2009

Los Abrazos Rotos, Etreintes brisées, Abbracci di Pedro Almodovar : uno sguardo esterno


Abrazos rotos, étreintes brisées, Abbracci spezzati,
l'ultimo film di Pedro Almodovar (2009)

ovvero: Lo sguardo esteriore

Vivendo in Francia ho potuto vedere il film di Pedro Almodovar il 20 maggio 2009.
Non parlerò della bellezza né della profondità del film; non mi attarderò sulla trama ché non mi interessa. Naturalmente, per me è un film bello come sono belli tutti o quasi tutti i film dello spagnolo della provincia di Estremadura.

Regia, sceneggiatura e soggetto di Pedro Almodovar

Ciò detto, quel di cui voglio parlare qui è di una serie di elementi a latere, magari neanche importanti da rilevare, ma che per una studiosa dell'intertestualità e della contaminazione tra le arti non può passare inosservato.

Mi riferisco a tutte quelle micro o macrocitazioni, a quei trepidi omaggi, a riferimenti letterari, filmici, pittorici e quant'altro che non avrò saputo riconoscere a causa della mia formazione non ispanofona.

Navigazione a vista, procederò dalla prima cosa che mi viene in mente, via via allargandomi e dispiegandomi, srotolandomi, come l'onda di un mare. Cercherò qua e là di aiutarmi con le foto e con il trailer del film.

Ripeto, il mio sarà uno sguardo "esteriore", nell'accezione fisica dell'aggettivo.

Il protagonista maschile
[
Lluís Homar]


Mi ha colpita enormemente, il protagonista maschile, perché Mateo Blanco - divenuto in seguito Harry Caine - è cieco e somiglia in modo sorprendente a Borges, cieco anch'egli. Con in comune il fatto d'essere divenuti tutti e due ciechi nel tempo.

Sono certa inoltre che i due nomi, Blanco e Caine, debbano avere una qualche intrinseca motivazione (e dunque sono alla ricerca di una estrinseca spiegazione) in qualche opera dello scrittore argentino (e dunque chiedo ausilio ai lettori).


Intanto lui, Mateo o Harry che dir si voglia, è un regista che a un certo punto della sua vita vive il suo eteronimo (ecco che fa capolino l'ombra di Pessoa), in origine suo pseudonimo. Un eteronimo, infatti, non è un nome d'arte, non un nom de plume.
Un eteronimo è qualcuno che possiede un corpo, un'anima, una personalità (insomma, una vita sua) - anche se poi non è stato generato da una donna - completamente diversa da quella del suo creatore (l'autore).


La protagonista femminile
[Penelope Cruz]

Se in Volver, Almodovar trasformava la sua attrice feticcio nella Sophia Loren pizzaiola dell' Oro di Napoli, qui il risultato approda a un "interscambio visuale" tra Audrey Hepburn e la Marilyn Monroe di Wahrol.


Non nel senso che somiglia ai cliché dell'artista americano, bensì in questo: come in Wahrol la Monroe è cliché, così Almodovar rappresenta in Penelope (con parrucca alla Monroe) la copia delle copie di Marilyn, come si conviene nell'epoca postmoderna in cui nulla si crea dal nulla, tutto si costruisce sul già esistente.


Una Marilyn dunque, che puzza di falso lontano un miglio, quella almodovoriana con la parrucca di scarsa qualità, ma appositamente, per creare l'effetto (non come quella più ambiziosa di Lindsay Lohan).

Qual è la vera? E ce n'è, una vera?

(Certo, tutte queste foto hanno lo scopo deliberato di confondervi).


I luoghi, i quadri


Questa scena non vi ispira nessun quadro? infatti.
Il quadro che evoca sta poco prima di questa scena. Ma per mostrarvelo, debbo inserire un brevissimo video. Quel che mi interessa accade tra il nono e il decimo secondo.



Li avete riconosciuti?


Sì, sono loro: Les Amants di Magritte. D'altronde, andiamo a vedere quali altri quadri - stavolta espliciti - sono nel film, appesi alle pareti. Si intravvede il dettaglio ingrandito di una natura morta barocca, poi un quadro post-impressionista che fa il verso a Modigliani o forse a Cézanne, un altro moderno, pop, che rappresenta un revolver e anche uno che sta al di sopra del letto matrimoniale, sul quale campeggia la frase "Je t'aime"... ma quanto è più interessante ritrovare un quadro nel film, quale forma elevata di finzionalità, di arte come artificio. Andiamo, allora.

Penso per esempio alla scena qui sotto:


Nel film si vede meglio: c'è il colore verde e il bianco surreale delle lampade, e quel modo "abbandonato", disperatamente ma pacatamente rassegnato, che hanno i personaggi di stare seduti al tavolo rimanda inevitabilmente ai quadri di Edward Hopper.


E poi c'è il mare. Uno strano mare, con una spiaggia ora desertissima, ora popolata di animali, oggetti e persone.


Nel film la località in questione è Famara, Lanzarote, isole Canarie. Qualcosa della spiaggia bianca ricorda (e rimanda al)le spiagge normanne di certuni pittori impressionisti.
Come queste, per esempio (Eugène Boudin) :



Domanda: l'intertesto può essere inintenzionale? Sì.
Non solo può esserlo, ma addirittura il lettore/lo spettatore può scovarne uno lontano anni luce dalle intenzioni (dal mondo onirico, culturale e immaginifico) dell'autore/scrittore/regista.
La critica ha anche questo ruolo.
E il pubblico ha anche questa prerogativa: appropriarsi, fare suo quel che in origine non gli apparteneva, quel che non era a esso destinato.
C'è quella che chiamo l'opzione reinterpretazione metabolizzata.

Ci sono cose, tuttavia, che non possono (né vogliono) essere inintenzionali.

1) L'autobiografia

Nel personaggio di Ernesto jr/Ray, il ragazzo poi uomo, figlio del potente Ernesto sr. - che per non dispiacere al padre si è sposato 2 volte ma è gay, Ernesto che vuole a tutti i costi fare il regista, che riprende tutto e tutti con la sua telecamera (e al quale tutti dicono "Togliti di mezzo... Sei pesante"), quell'Ernesto lì, antipatico allo spettatore per 3/4 del film, è il giovane Pedro, neanche tanto nascostamente.





2) Gli omaggi


A Hitchcock


A Truffaut

Al cinema amato (film e registi), facendo il verso a altri registi che nei loro film hanno citato i film che amavano (vuoi con le parole vuoi con le immagini).

3) La mise en abyme

C'è una scena in cui Mateo, col pretesto di indicare al giovane Diego dove si trova un DVD che vorrebbe vedere insieme con lui (Ascensore per il patibolo con Jeanne Moreau), menziona tutti quelli che gli stanno accanto (c'è Il settimo sigillo di Bergman, c'è Otto e mezzo di Fellini e altri ancora).

E intanto mentre parlano il televisore riproduce Stromboli di Rossellini in v.o. con sottotitoli in spagnolo...

Poi c'è tutto il tema del padre e del figlio, anzi, dei padri e dei figli. E degli amori: ricambiati, ignorati, perduti, rigettati, interrotti, spezzati.
Ma questi non sono temi esteriori.

E quindi mi fermo qui.


4 commenti:

ilaria ha detto...

ciao!! ho visto che hai guardato con grande attenzione questo film, avrei bisogno di chiederti un piccolo aiuto.. sono stata colpita dal quadro sopra al letto con scritto je t'aime ma non ho modo di risalire all'artista.. date le tue competenze speravo che potessi indirizzarmi! scusa il disturbo, grazie mille!

Artemide Diana ha detto...

Credo sia dell'artista DIS BERLIN (nato nel 1959), ma non ne sono sicura. Purtroppo non ho tempo per controllare. E' uno che fa collage.
Grazie, Ilaria, per avermi letto e per la stima.

Artemide Diana ha detto...

C'è un altro revolver (quadro) che si intravvede quando Penelope rientra e conclude con la sua voce l'esercizio di labiali ad Ernesto: è di Andy Wharol (1980).

Artemide Diana ha detto...

Ce n'è una copia a casa del figlio di Ernesto

http://www.youtube.com/watch?v=pAJpRHfFcm4